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Intervista su Roma per arrivare con qualche idea alle prossime elezioni #1 – Sarah Gainsforth

di Christian Raimo

Ciao Sara, ti chiamavo in causa per questa conversazione perché davvero tu sembri una delle poche persone che negli ultimi anni ha lanciato un allarme sul rischio della monocultura turistica delle città. Il tuo libro Airbnb città-merce ha avuto la capacità di innescare un dibattito culturale, al di là della denuncia che fai, su quale possa essere la vocazione futura delle città, non solo le città d’arte. Il tuo allarme fino a pochi mesi sembrava una inquieta profezia alla Cassandra, e invece la pandemia ha dimostrato che le tue preoccupazioni erano più che fondate. Oggi ci ritroviamo senza un’idea di città alternativa a quella degli slogan sulla smart city che però ci sembrano vecchie réclame sempre meno credibili.

Direi che il cuore del problema è proprio l’idea di vocazione economica di un territorio. L’economia di un territorio non è una cosa data, dipende da precise scelte politiche, dalla capacità non solo di interpretare un territorio ma di indirizzarne la crescita. Il turismo viene proposto come soluzione per le aree economicamente più fragili, quelle meridionali, interne, ma anche le periferie, che vivono processi di impoverimento e abbandono, spopolamento, invecchiamento – e parliamo di due terzi del territorio nazionale… ma qui il declino è la conseguenza di molti fattori, su cui hanno pesato determinate scelte ideologiche che hanno smantellato l’intervento pubblico. Lo stesso “miracolo” economico italiano non fu un “miracolo” ma un insieme di politiche, di strumenti, di catene di comando, ha scritto il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano. Smantellate queste, i divari si sono acuiti. Ma la soluzione non può essere quello stesso modello di sviluppo diseguale, basato sull’attrattività turistica di alcune aree del Paese, di alcune città e all’interno di queste, di alcune zone, quelle centrali. E all’interno di queste aree, la spesa turistica non beneficia tutti ma si concentra in alcuni settori economici, perlopiù privati: servizi di alloggio, ristorazione, trasporto, commercio al dettaglio, agenzie di viaggio.

Il turismo è una strategia di crescita “pigra”, ha scritto Samuel Stein. Attraverso il turismo la politica mira ad attrarre un ceto ricco globale anziché migliorare la condizione delle popolazioni “locali”. Perché di nuovo, smantellate le politiche che hanno permesso la crescita della classe media, la competizione globale urbana si gioca sull’attrarre il ceto medio-ricco mondiale. Il turismo fa dei territori luoghi di consumo, non di produzione. La loro crescita sarebbe delegata a una domanda estera e all’export, anziché essere attivamente pianificata attraverso investimenti in settori economici a più alto valore aggiunto per riattivare la domanda interna, in sanità, scuola, ricerca, come propone Provenzano. La sua è un’idea di politica attiva ben diversa dall’idea di una “vocazione naturale” del meridione come un resort turistico per ricchi stranieri.

L’attuale modello di consumo turistico intensivo è insostenibile. Il fenomeno dell’overtourism, del troppo turismo – legato all’aumento dei flussi, a suo volta legato al fenomeno degli affitti brevi perlomeno in Europa – sta uccidendo città e territori. E la politica non ha alcuna visione alternativa, di lungo periodo, per gestire le trasformazioni. Ho voluto raccontare il caso specifico del proliferare di Airbnb per mettere in luce questo: quando non si attuano politiche restrittive per gestire i flussi turistici in aumento, a partire dalla regolamentazione dei posti letto disponibili, i risultati sono disastrosi. Li vediamo oggi nel centro di Roma, Venezia, Firenze, desertificati da anni di monocultura turistica. Di più, come la pandemia ha reso evidente, è un’economia che dipende dalla mobilità e sulla domanda estera è fragilissima.Questo modello di sviluppo urbano è in crisi, da prima della pandemia. Anche per questo, mi sembra, oggi c’è una rinnovata attenzione per il tema delle aree interne: da qui possono venire soluzioni e proposte anche per le città – non viceversa: non è esportando il nostro modello urbano fallito, fatto di consumo, turismo e “attrattività”, centri commerciali e smart working in campagna, che si rilanciano le aree marginali e periferiche. Ci vogliono servizi, infrastrutture, investimenti pubblici, welfare.

Riassumendo, direi che assegnare al turismo il compito di “rilanciare” i territori è molto problematico per tre motivi: in primo luogo perché è una strategia “pigra” di estrazione di valore da risorse esistenti – non è un modello produttivo ma predatorio – ; in secondo luogo perché questo valore non viene redistribuito, escludendo territori e fette di popolazione che non partecipano all’economia turistica. In terzo luogo, perché il turismo ha dei costi. E senza una redistribuzione dei rendimenti, solo i costi sono socializzati.

Io faccio l’assessore alla cultura in un municipio e ho scoperto che la fonte principale di finanziamento delle attività culturali è la tassa di soggiorno, i cui introiti in genere a Roma ammontano a 20 milioni di euro, e che quest’anno con la pandemia verranno drasticamente decurtati. Questa è la rappresentazione plastica dei rischi della monocultura turistica.

Sì, e tieni conto che la tassa di soggiorno è l’unico strumento di redistribuzione della spesa turistica. Nel 2019 Roma avrebbe incassato 154 milioni di euro. In teoria servirebbe per mitigare gli effetti negativi del turismo e finanziare la “capacità di carico”, ovvero la capacità di erogare servizi pubblici locali per una popolazione che solo in parte è residente. Ma come si fa a pianificare ed erogare i servizi se non si ha idea di quante persone ne usufruiscono? Mancano i dati sui flussi – Airbnb per esempio non li fornisce. A Roma ci sono 13 milioni di presenze fantasma che non pagano la tassa di soggiorno. Una cifra esorbitante, si tratta del 30% dei flussi ufficiali. E rappresentano un costo non indifferente per la città.

C’è una grande povertà politica dietro la non-gestione del turismo. Roma riceve ogni anno oltre un quinto del flusso del turismo culturale in Italia. A Roma, Firenze e Venezia, si concentrano più della metà dei pernottamenti e oltre il 60 per cento della spesa. E il dipartimento turismo di Roma era gestito da un vigile urbano. Ho letto che Renato Marra, era stato messo a capo del dipartimento turismo perché organizzava blitz contro i venditori ambulanti. Ovvero, la gestione del turismo a Roma equivale al contrasto dell’abusivismo commerciale come strategia di decoro per la città-vetrina: di cleaning, di contrasto dei poveri. È una gestione forte con i deboli e deboli con i forti, questa è una costante.

Pensiamo all’evasione milionaria di Booking o al fatto che Airbnb non comunica i dati sugli annunci che ospita, con il risultato di cui sopra. Addirittura Airbnb trattiene la tassa di soggiorno e poi la versa ai Comuni con ha stretto un accordo, e la versa senza alcuna rendicontazione, senza alcuna possibilità di controllo. Cioè noi affidiamo l’unica entrata pubblica del turismo a una multinazionale americana privata che non ci fornisce i dati sui flussi. Però i venditori ambulanti (di cui molti chiedevano licenze) li rincorriamo e li multiamo. Roma ha recentemente stretto un accordo con Airbnb, sembrerebbe che l’accordo preveda la trasmissione dei dati. Ma quali, in che forma, per quale finalità? Se il Comune rendesse pubblico l’accordo potremmo avere un’idea.

Ma il turismo non produce soltanto, non crea solo indotto, ma costa, in termini di impatto sulle città.

Certo. Oltre i costi economici del turismo, ci sono quelli sociali, che oggi sono evidenti: la sostituzione di residenti con turisti, la desertificazione commerciale dei centri storici. Mi dà l’idea di un’economia all’ultimo stadio: c’è rimasto solo da affittare case e vendere panini. Per fortuna Roma ha anche una grande e ostinata vitalità culturale, ma resta schiacciata da politica profondamente ottusa, legalitaria, tutta presa dal tema del decoro, delle apparenze. Il rischio, adesso, è che se la politica non interviene rapidamente da una parte regolamentando gli affitti brevi e dall’altra sostenendo le famiglie in difficoltà economica, quando il turismo riprenderà, Roma sarà ancora più diseguale, turistificata, escludente e povera. Quanti proprietari di case sceglieranno Airbnb piuttosto che un inquilino stabile, in uno scenario di recessione economica che si prospetta peggiore del post-2008?

Ma sembra che l’ideologia urbanistica che si è impossessata del dibattito pubblico sulle città, pensandole tutte come delle specie di parco giochi tecnologici, sia un orizzonte da cui è impossibile allontanarsi.

Quello della “smart city” che citi è un altro esempio di ritornello vuoto. Trovo interessante quanto spiega Evgeny Morozov: l’ossessione della politica per città smart, resilienti, inclusive e green si deve al ricatto delle agenzie di rating che assegnano punteggi alle città in base alla loro adesione a obiettivi smartgreen eccetera, che rappresentano nuovi mercati – il capitalismo si alimenta proponendo soluzioni per problemi che esso stesso crea. I giudizi delle agenzie di rating condizionano la capacità delle città di attrarre investimenti. Allora si spiega perché il sindaco di una città come Roma, che somiglia più a Mumbay che a Singapore, annunci ogni sei mesi una improbabile svolta smart e green. Almeno io me la spiego così, perché altrimenti si tratta di una grave forma di dissociazione dalla realtà. Voglio dire, se l’amministrazione facesse funzionare la gestione ordinaria della città, sarebbe più che sufficiente. La formula della smart city ci dice anche quanto la politica sia diventata tecnocrazia, soluzionismo, e spettacolo. Non è più un processo. Oggi la politica si fa con gli uffici stampa, con gli annunci e le passerelle, insomma con il nulla. I tagli alla pubblica amministrazione hanno fatto si che oggi non funzioni più nulla. Allora di invoca la semplificazione, l’uomo forte, la soluzione miracolo. Abbiamo assistito allo stesso cambio di paradigma nel settore della sanità, che non ha bisogno di spettacolari medici-eroi ma di medici di famiglia, di medicina territoriale, quella che negli ultimi vent’anni è stata massacrata, per una popolazione che invecchia.

L’utopia tecnocratica della smart city, con le sue infrastrutture e i servizi basati sulle tecnologie, ci racconta questo: la soluzione ai problemi delle città non è più un processo ma una merce, perché la città, attraverso i dati, diventa una realtà misurabile, quantificabile, controllabile. Quei dati di cui noi oggi non disponiamo per pianificare i servizi pubblici locali, perché un Airbnb non ce li dà, li dovremmo comprare al “mercato delle soluzioni” offerte da aziende private specializzate. Nella smart city i problemi sono un mercato e le soluzioni merci. Secondo questa visione la politica non serve più: la gestione della città diventa un “problema” risolvibile con l’intelligenza artificiale. Quasi un proseguimento della stagione della tecnocrazia al governo che ha privatizzato tutto con lo slogan dell’efficienza e della “modernizzazione” del paese. La retorica è la stessa. Il problema è invece prettamente politico: il problema è chi possiede e chi controlla i mezzi di produzione della maggior parte dei dati, per quali fini li vende e li sua.

Il punto, insomma, che si parli città turistica o di smart city, è da una parte riappropriarsi della dimensione politica come processo, anche lento. Dall’altra bisogna “seguire i soldi” perché questi, a differenza degli slogan, sono reali, ci sono; capire dove vanno i soldi, a chi, e perché.

Quali sono allora secondo te le risorse invisibili delle città che l’ideologia della smart city e dell’overtourism nascondono?

Sono gli abitanti, gli studenti, i migranti… Quelle tipologie di “flussi” escluse da un’idea di città-merce desertificata. Le realtà sociali che danno vita agli spazi urbani con nuovi usi, che sono spesso sotto sfratto, sotto sgombero. Ma Roma è piena di spazi vuoti. Prendiamo il commercio: già prima del lockdown Roma viveva una desertificazione degli spazi commerciali, anche in pieno centro. Chiudevano 250 attività artigianali l’anno. Con la pandemia, quanti altri negozi chiuderanno? Ancora: nel 2019 l’Italia ha registrato una crescita dell’e-commerce del 15,6% (il Regno Unito +10%, la Germania +9%), per oltre 31 miliardi di beni e servizi acquistati online. Durante il lockdown 1,3 milioni di consumatori in Italia hanno iniziato a utilizzare le piattaforme di acquisto digitale. Sta cambiando la distribuzione: quale sarà l’impatto sugli spazi? Sparirà il piano terra delle città? Quando ne parleremo? Come si fa, in uno scenario del genere, a ragionare ancora in un’ottica economicista mettendo addirittura a bendo le uniche realtà sociali no profit, le associazioni, gli spazi culturali “fuori mercato” – e solo loro, perché non mi pare che le concessioni demaniali per le spiagge siano stare rimesse a bando, per esempio – quelle che insomma tengono in vita il tessuto sociale di Roma. Questa logica è di una miopia allarmante. Altro che rendita e canoni di mercato: occorre un nuovo paradigma per riabitare le città, le case, i piani terra. La logica che ha imposto il pareggio di bilancio agli enti gestori del patrimonio pubblico sta facendo danni enormi. Il Comune e la Regione possiedono non solo case ma anche centinaia di spazi commerciali, vuoti, anche in centro. Quando riescono, li vendono a due lire. Si dovrebbero invece dare in concessione gratuita o a canoni sociali per favorire nuovi usi e funzioni.

Ti faccio allora una domanda più esplicitamente politica. Tu individui una serie di letture della città che sono molto più utili rispetto alla polarità decoro/degrado con cui sembra possibile raccontare Roma, o alle emergenze che vengono di volta in volta invocate per questa città. La domanda è questa: come si organizza il conflitto su quest’agenda che tu segnali? Ci sono dei soggetti in questa città che riconosci come un modello su queste battaglie? Se l’indifferenza se non la repressione rispetto alle questioni che sollevi è palese, c’è un modo di dare corpo a una serie di lotte di cui abbiamo bisogno?

Ce ne sono tantissimi. In ogni quartiere, rione, strada di Roma ci sono comitati, associazioni, spazi sociali impegnati in battaglie per la difesa del territorio, per un uso sociale di spazi e risorse economiche. Dalla battaglia per il lago dell’Ex Snia, a quella contro la discarica a Valle Galeria, al coordinamento Forlanini Bene Comune, a chi si occupa del verde, dei parchi, a Grande Come Una Città nel tuo municipio, a Nonna Roma, alla rete di spazi sociali sotto attacco, sono tantissime, capillari, le realtà che sperimentano una visione alternativa di città in campo ambientale, sociale, sanitario, culturale, lavorativo… Sono realtà che stanno resistendo la penetrazione del mercato, o “antimercato” inteso come forza estrattiva, in ogni settore dell’economia fondamentale, della città pubblica, della vita. Quindi esistono molteplici conflitti, forme di autodifesa a questo assalto, pratiche di resistenza e di costruzione di alternative, a Roma come in Italia. Il problema è una certa classe dirigente (per fortuna non tutta) incredibilmente “resiliente” al cambiamento, alla ricerca di soluzioni spot. Le battaglie territoriali sono invece complesse, lente, costanti, sono reti che attraversano e innervano la città, che promuovono cittadinanza. Dovremmo esprimere noi una nuova classe dirigente… Ma i cambiamenti non avvengono repentinamente: neanche il Covid ha “cambiato tutto”, anzi. Però il Covid ha mostrato quanto dicevamo da tempo: la centralità dei sistemi di protezione sociale, e la crisi dell’attuale modello di sviluppo urbano. Bisogna non ripartire ma continuare da qui.

Commenti
2 Commenti a “Intervista su Roma per arrivare con qualche idea alle prossime elezioni #1 – Sarah Gainsforth”
  1. sergio falcone scrive:

    L’unica scelta etica possibile è l’astensionismo attivo.

  2. francesca scrive:

    Ho vissuto a Venezia gli anni dell’Università. Nei primi anni 2000 ho assistito alla sempre più rapida trasformazione degli affitti in affitti brevi per turisti…una trasformazione che le amministrazioni non hanno mai voluto governare, per non interrompere il flusso di denaro che viene rovesciato su bar ristoranti musei trasporti parcheggi. Nel frattempo i residenti o vanno in terraferma, o pagano caro il loro permanere in città.
    Ma dopo tanti anni, riflettendo e osservando queste dinamiche, mi pare che siano scelte sempre molto appoggiate dalla politica, che non ha minimamente l’intenzione di amministrare città e cittadini, bensì solo accontentare le richieste delle varie categorie : commercianti, ristoratori, albergatori e ora tutti i proprietari di seconde terze case cui conviene affittare a breve periodo e caro prezzo (senza alcuna regola).
    Questo articolo spiega perfettamente tutto ciò che vediamo e subiamo, lasciando l’amaro in bocca per quanto a portata di mano potrebbero essere alcune soluzioni, non attuate per favorire l’interesse privato puro a discapito della collettività.

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