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Intervista su Roma per arrivare con qualche idea alle prossime elezioni #2 Daniele Leppe

di Christian Raimo

Ciao Daniele, ti invitavo a ragionare su Roma a partire da una sensazione duplice che spesso io respiro leggendo ciò che scrivi: il senso di crisi incombente quasi irreversibile che attraversa la città, soprattutto nelle classi sociali più povere, e l’inadeguatezza sempre più evidente delle analisi e delle proposte politiche. Le elezioni si avvicinano, e sembra quasi che ci sia stancati di pensare a un riscatto: l’incendio della Pecora elettrica sembra essere stato un incidente di percorso, così come i raid fascisti a Torre Maura. Eppure – e faccio due esempi tra i tanti – lì i proprietari hanno deciso di mollare, e là i rom non hanno avuto la possibilità di veder garantita l’assegnazione. Tu inviti ogni volta a una grande schiettezza nel confronto pubblico; se non altro questa schiettezza ci resta.

Ciao Christian, ti faccio una premessa che io considero dirimente. È giusto che di Roma parli chi ne ha competenza e che la vive ma soprattutto è giusto che i problemi di Roma siano affrontati e discussi dalle nuove generazioni e dalle persone che vivono quei problemi. Gran parte dei gruppi dirigenti diffusi chiamati periodicamente a discutere di Roma sono figli di una stagione culturale, di un’idea della politica, che non è più al passo dei cambiamenti intervenuti in questi ultimi anni. Siamo tutti più o meno figli del novecento, utilizziamo le lenti di quella stagione politica per cercare delle risposte ad una stagione politica – quella presente – che è completamente diversa. Ma non solo. E questo vale per il lavoro come per la casa, per il tipo di sviluppo sociale che immaginiamo rispetto a quello che ci troviamo a vivere, per l’idea di povertà che ci trasciniamo come retaggio culturale dei racconti dei nostri genitori rispetto alla povertà con la quale spesso ci confrontiamo che, è, per così dire, spiazzante. Tu hai ricordato, giustamente, due episodi che più hanno colpito l’immaginario collettivo. Quello del centro di accoglienza di Torre Maura dove vennero temporaneamente trasferito dei rom provenienti fa Tor Bella Monaca e quello di Casal Bruciato, laddove venne assegnata una casa popolare ad una famiglia nomade scatenando la reazione rabbiosa di gran parte degli abitanti del plesso. Reazione tanto più grave perché posta in essere da famiglie che prima di vedersi assegnata una casa vivevano nel borghetto Prenestino, dietro Villa Gordiani. La cosa però che più colpisce di questi episodi non è tanto la rabbia dei penultimi contro gli ultimi, le gazzarre fasciste, il ritardo con il quale i “buoni” intervengono a spiegare ai poveri il bon ton del comportamento sociale quanto la risposta delle istituzioni. Se tu torni, come hai fatto, in quei quartieri, non è cambiato nulla. Non c’è stato alcun intervento sociale, nessuna istituzione si è fatta una domanda o ha cercato di dare una risposta. Niente di tutto ciò. La verità è che di come vivono a Torre Maura, a Nuova Ostia o a San Basilio non interessa a nessuno.

Daniele, la tua analisi è tanto lucida quanto onesta, però devo farti ammettere che se è vero che la nostra lente politica è novecentesca, abbiamo visto in questi ultimi mesi attivarsi qualcosa che va in controtendenza rispetto all’indifferenza e la miopia che tu descrivi. A qualcuno sembra interessare quello che accade a San Basilio, a Torre Maura… nei mesi del lockdown c’è stata una mobilitazione incredibile di persone che hanno dato il loro tempo, il loro sostegno, a sconosciuti fragili, a famiglie in difficoltà. Se non chiamiamo questa politica, la possiamo almeno chiamare desiderio di politica? Come si può farne tesoro? Come si può valorizzarla?

Assolutamente, ci sono tantissime esperienze di resistenza civile e di legittima difesa affermatesi in questo periodo a Roma e nelle sue periferie. Quanto è successo a Centocelle, Casal Bruciato, Pigneto, Certosa, Tor Pignattara, Quarticciolo, San Basilio, Pietralata, Villa Gordiani…. è stato la dimostrazione concreta della possibilità di una risposta diversa alla crisi sociale ed economica. Non è neanche un caso che questa risposta provenga da quartieri “tradizionalmente” e storicamente di sinistra. Segno che, nonostante la crisi, i valori della sinistra italiana sono stati un seme che continua a produrre frutti, a dispetto del periodo storico che attraversiamo.

In questo quadro, il mutualismo, l’autorganizzazione, la solidarietà dal basso (pensa anche qui ai richiami che queste parole hanno con la storia del movimento operaio) rompono le gabbie del neoliberismo ed hanno il merito di indicare altre strade rispetto a quelle canoniche. Penso all’esperienza di Nonnaroma, di Zona V a Tiburtino III, della Lac a Centocelle, del Centro popolare a San Basilio, di Borgata Gordiani a Villa Gordiani, ma anche a quella della Santa Rita e della 21 Luglio a Tor Bella Monaca e della Lodovico Pavoni a Tor Pignattara. Al mutualismo nel terzo e nell’ottavo municipio. Al ruolo svolto dai centri sociali e ai tanti cittadini che si sono attivati, a prescindere dall’esistenza di un soggetto collettivo dove farlo. Come dici tu, possono essere l’embrione di una risposta politica, ma non lo sono ancora. Sono sicuramente il segno di una resistenza, che a me piace chiamare “legittima difesa”. Legittima difesa esercitata contro chi vuole imporre i propri valori sociali alle classi popolari senza, tuttavia, condividere in prima persona le conseguenze sociali della società che viene idealizzata e teorizzata. Quello che rimane della borghesia illuminata in questa città ha delle grosse responsabilità sulle condizioni sociali e materiali che vivono sulla propria pelle gli abitanti della città al di qua e al di là del Gra. È la responsabilità politica della classe sociale egemone dal punto di vista culturale che, da un lato, ad esempio, si dichiara a favore del cosmopolitismo – nel mentre però manda i figli a studiare nei college – salvo, poi, chiedere l’intervento dell’esercito contro i ragazzi di borgata che vengono al centro per divertirsi. Che punta sempre il dito contro la mancata accoglienza nei quartieri popolari ma non mette mai a disposizione, chessò, le caserme dismesse di Prati per ospitare i migranti. Questa classe sociale, non solo alimenta i pregiudizi contro i poveri, ma demonizzandoli ed irridendoli, li regala alla destra, che li usa come cartina di tornasole per alimentare una guerra tra poveri che serve solo ai ricchi. Non so se ti è mai capitato di riflettere sulle parole che usano i partiti e gli intellettuali progressisti per indicare la scelta politica di tornare ad interessarsi delle esigenze dei quartieri popolari. “Torniamo in periferia”, detto come se si stesse organizzando un viaggio in Siria. Già nell’uso delle parole trovi il pregiudizio che anima la politica “progressista”. Come se la periferia non facesse parte della città, se in periferia ci abitassero i barbari, in attesa messianica che i politici della Ztl decidano di venire ad illuminarli. Tutto questo per dire che il riscatto dei quartieri popolari non avverrà grazie a qualche intellettuale illuminato che “torna” ad indicare la via ma solo grazie al protagonismo e alle lotte dei suoi abitanti. E alla capacità di trasformare queste lotte in politica. Che è poi la domanda iniziale che mi hai fatto.

Negli ultimi anni hai guardato a Roma in un modo curioso, empatico, e laico, mentre sempre di più la città viene raccontata come un’eccezione: la gloriosa e la scandalosa, il decoro e il degrado, la grande bellezza e la monnezza. Ogni volta mi sembra che tu hai sottolineato come Roma sia una città normale con problemi normali che si potrebbero risolvere con una sorta di manutenzione dei legami sociali. Da questo punto di vista, come dicevi, ti sono sembrate delle ideologie di paglia le forme di paternalismo che spesso i politici squadernano rispetto alla città come se fosse un malato terminale da salvare, come gli istinti razzisti che alimentano le rabbie diffuse. Questa disillusione nei confronti della politica mi sembra determinata da una reazione etica molto razionale – “la città non è come la raccontate voi!” – ma a te, che hai un’anima tenacemente politica, ogni tanto non ti viene il timore di idealizzare il ruolo del volontariato e dell’iniziativa dal basso, rispetto all’insufficienza delle classi dirigenti?

Io penso che il ruolo del volontariato sia una cosa, l’inadeguatezza delle classi dirigenti un’altra. Il volontariato spesso svolge un ruolo di supplenza rispetto all’incapacità della politica di affrontare e risolvere le questioni, anche quelle più spinose. Rifletti, ad esempio, su come le associazioni di volontariato siano riuscite a supplire all’incapacità delle istituzioni a svolgere un ruolo attivo durante la fase acuta del Covid. Il Comune ci ha messo due mesi per distribuire i buoni alimentari. Le associazioni di volontariato, dopo il primo periodo di disorientamento, sono riuscite ad aiutare migliaia di romani a sfamarsi, letteralmente. Se non ci fosse stato il loro intervento la città – soprattutto quella più povera e marginale – sarebbe diventata una polveriera. In questo quadro, anche se l’attività di volontariato non è squisitamente politica, il suo ruolo non può considerarsi apolitico, perché interviene – segnalando, con il suo intervento, una mancanza della politica – proprio laddove le istituzioni non arrivano. Dopodiché, penso che il ruolo del volontariato non possa sopperire alle lacune della politica né sostituirsi ad essa, come qualcuno pensa.

Se dovessi dirti la verità, il vero problema di Roma è che manca sia la politica che le classi dirigenti. Si cercano risposte immediate a questioni complesse, perché l’occhio della politica non guarda al futuro, ma alla convenienza momentanea, che non sempre coincide con la scelta migliore per la città. Ti faccio un esempio particolarmente complesso, perché foriero di equivoci e incomprensioni, ma capace di raccontare come la politica oggi affronta le questioni.

Come sai, la Regione Lazio ha approvato una legge – mi sembra la 22 del 2020, ma potrei sbagliare – che ha previsto, tra l’altro, una sanatoria per le occupazioni abusive delle case del patrimonio pubblico Ater e del Comune di Roma. Possono accedere alla sanatoria solo coloro che hanno occupato l’immobile prima del 27 maggio del 2014 (cioè prima dell’entrata in vigore del decreto Lupi). Ora, al di là di ogni valutazione sul merito del provvedimento, quello che a me interessa evidenziare è che sul tema sia mancata una riflessione accurata sulle possibili ripercussioni di un provvedimento del genere e sul fatto che l’espansione della criminalità organizzata a Roma sia avvenuta proprio in quei quartieri dove è più forte l’edilizia pubblica. Pensa solo, ad esempio, a San Basilio, Tor Bella Monaca o Nuova Ostia e a come questi quartieri siano spesso diventati delle casematte per lo spaccio della droga. Secondo te, qualcuno ha riflettuto sul fatto che in alcuni di questi quartieri la sanatoria possa aiutare la criminalità organizzata a consolidare il proprio dominio visto che spesso è proprio la criminalità a gestire le occupazioni abusive? Pensi che alla Regione o al Comune qualcuno si sia posto il tema delle retate che settimanalmente vengono fatte a San Basilio o Tor Bella Monaca e alle decine di arresti che ne conseguono? Il fatto che gli arrestati siano spesso posti agli arresti domiciliari proprio nei quartieri dove “lavorano”, nelle case che hanno occupato abusivamente, che hanno arredato in maniera costosa come segno del loro potere, che tipo di messaggio manda al cittadino onesto che abita sullo stesso pianerottolo del criminale? Questo è un esempio di come la politica gestisca un problema serio – la questione abitativa – senza fare alcuna riflessione che non sia economica (risanare il bilancio dell’Ater) o elettorale, garantirsi il voto degli occupanti abusivi. Per tornare alla domanda iniziale, penso che sia una fortuna che a Roma ci siano molteplici associazioni di volontariato che compensano il fatto di avere una delle peggiori classi dirigenti del paese. Selezionata grazie all’obbedienza al capataz di turno, abborrita, nella selezione, l’autonomia di pensiero e la creatività, ontologicamente incapace a lavorare e quindi completamente dipendente dalla “politica”, priva di meccanismi di selezione democratica che non siano l’appartenenza al gruppo, o tribù, la classe politica romana più che all’interesse della città brama alla conservazione della propria esistenza, perpetuando i meccanismi che glie lo consentono. Mi viene in mente il racconto di Pieranni contenuto nel suo libro sulla Cina (Red mirror) e il paradosso che descrive nella selezione delle classi dirigenti del partito, che avviene grazie ad un criterio meritocratico che punta a scegliere i migliori. Ora, io non credo che la meritocrazia – un concetto fondamentale neoliberista – possa ispirare la selezione delle classi dirigenti di un paese, tutt’altro. Ma da noi si è affermato un criterio di selezione al contrario, che predilige lo sciocco esecutore alla persona libera, autonoma, eclettica, non allineata, ma capace. Le conseguenze, come vedi, sono sotto gli occhi di tutti. C’è bisogno di politica, non di questa classe politica. Non mancano le persone capaci, manca il coraggio di rompere le rendite di posizione, che spesso condizionano anche i capaci.

E allora, la domanda che mi chiami è scontata: perché la nostra generazione non si è messa a fare politica? Perché ha evitato un impegno esplicito o non è riuscita a contendere un ruolo a questi sciocchi esecutori, come li chiami? Perché dall’altra parte non si riesce a proporre un livello di dibattito che metta insieme la conoscenza anche empirica della città con una prospettiva intellettuale? Cosa rimproveri a quelli che ancora chiamiamo compagni?

L’ultima è forse la domanda più complessa a cui rispondere. Partiamo per gradi. Innanzitutto, non è vero che la nostra generazione non ha fatto politica. Ha semplicemente scelto di fare politica in un altro modo. Chi si è dedicato al volontariato, chi all’associazionismo, chi alla cultura; ognuno di noi, a proprio modo, ha cercato di declinare la propria sensibilità politica in altre forme. Peraltro non è neanche vero che tutti noi non abbiamo fatto mai politica. Io ho militato in partiti di sinistra, e nel farlo ho commesso molti errori ed ingenuità, bisogna essere onesti con noi stessi (e con gli altri) se vogliamo contribuire a una rigenerazione della politica. Se posso raccontarti la mia impressione, quando partecipavo alla vita politica dei partiti, posso dirti che la separazione vera nella politica avviene quando questa, da elemento di partecipazione alla vita pubblica, si trasforma in professione. Cosa che di per sé non è un male, sia chiaro; diventa un male nel momento in cui trasforma la politica in un lavoro come gli altri. Quando scatta questo meccanismo ogni interlocutore politico si trasforma, agli occhi di chi fa e di chi vive di politica, in un potenziale avversario. Non si viene più valutati per quello che si dice o si pensa ma per quello che, ai loro occhi, puoi fare, a quale carica puoi aspirare, che ruolo puoi svolgere. In una dinamica del genere ho sempre pensato che i migliori se ne vanno. Ma possono perdere tempo dietro queste follie? Ed il disastro è sotto gli occhi di tutti. Non sono ottimista sul futuro della nostra città ne credo che ci sia una classe politica capace di valorizzare quella che tu chiami conoscenza empirica con una prospettiva intellettuale. Perché una classe politica capace lavora per il suo superamento, è a disposizione della città, non il contrario. Noi, oggi, per il futuro di Roma, ancora sentiamo fare i nomi di Rutelli e Veltroni, senza che nessuno si sia mai seriamente interrogato su cosa abbia significato quella stagione politica – quella del cosiddetto modello Roma – per la Roma di oggi. Per quanto riguarda i compagni, non mi sento di dirgli nulla. Essere riusciti a non cambiare e a non farsi fagocitare da meccanismi del genere non fa che aumentare la stima e l’affetto che provo per molti di loro. Rimanere autonomi, coerenti e liberi è stato uno sforzo non indifferente per molti. Spesso ha significato anche fare delle rinunce. Ma ne è valsa la pena. Se c’è una speranza in questa città è negli occhi e nelle menti di quelli che non si sono mai arresi e che non sono mai stati coinvolti.

 

Commenti
Un commento a “Intervista su Roma per arrivare con qualche idea alle prossime elezioni #2 Daniele Leppe”
  1. sergio falcone scrive:

    Chi vota ha un qualche tornaconto. Nel nostro paese regna il voto di scambio.

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