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Un’intervista continiana a Rosanna Bettarini

È di qualche giorno fa la notizia della scomparsa della filologa Rosanna Bettarini. La ricordiamo con un’intervista di Alessandro Beretta uscita in forma ridotta sul Corriere Milano.

di Alessandro Beretta

Ieri è mancata a Firenze Rosanna Bettarini, aveva 74 anni ed era considerata “la signora della filologia italiana”. Allieva di Gianfranco Contini, professoressa di filologia della letteratura italiana nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, era esperta del Petrarca Volgare ed è stata dal 2006 presidente del Premio Viareggio – Repaci fino al marzo scorso. Qui di seguito un’intervista apparsa in forma ridotta per le pagine milanesi del Corriere della Sera. L’occasione era l’inaugurazione della mostra “Il bello e il vero. Petrarca, Contini e Tallone tra filologia e arte della stampa” presso l’Università Cattolica di Milano, organizzata per il centenario della nascita del critico e dedicata all’edizione del Canzoniere curata da Contini per lo stampatore Tallone nel 1949. Rosanna Bettarini intervenne con una testimonianza sul suo rapporto con Contini di cui era stata allieva e le domande che le rivolsi vertevano su quel tema. La mostra continiana, intanto, prosegue fino al 5 gennaio presso la Biblioteca Civica “G. Contini” di Domodossola, dove nacque il critico. Contini e Bettarini, insieme, hanno curato L’opera in versi di Eugenio Montale, volume splendido e monumentale, apparso nel 1980 quando il poeta era ancora in vita e ormai introvabile.

Com’era andare a lezione da Contini?

Era emozionante e pieno di fascino. Contini aveva un certo magnetismo e questo fa bene all’educazione e alla scienza. Spiegava una materia ardua con charme, e quindi la rendeva stimolante. Come tutte le cose belle, erano cose difficili. Lo seguivamo tra il Magistero, dove insegnava Linguistica Storica, e Lettere dove teneva le lezioni di Filologia Romanza (provenzale, francese). Io e una mia compagna prendevamo appunti, poi ne facemmo una raccolta che diventò una dispensa e che girò per generazioni. Gli chiesi una tesi sul teatro drammatico e me ne diede una su dei problemi di attribuzione di alcuni testi di Jacopone da Todi, un lavoro ben più complicato. Dava tesi che avrebbero spaventato un professionista, sfruttando una certa incoscienza e forza che si ha da giovani, quando i muscoli della mente sono ancora freschi e agili.

Anni dopo, lei ha lavorato con Contini all’edizione de L’opera in versi di Montale per Einaudi, apparsa nel 1980: è stato difficile?

Aveva il genio dell’amicizia, come quando lavorai con lui per Einaudi sull’Opera in versi di Montale, dal 1977 al 1980. Contini era molto prudente perché era l’opera di un autore vivente, ma di fondo, poiché Montale era anziano, dovevamo muoverci. Ci dicevamo “Facciamo alla svelta, altrimenti finisce che non lo vede”. Per lui Montale era quasi un autore senza varianti, perché arrivava sulla pagina già chiaro e definito, anche se, terminata l’opera, l’apparato superava le mille pagine. Incontrammo Montale qualche volta a Forte dei Marmi, dove andava in vacanza, non stava lontano dalla Capannina ed era incuriosito dal lavoro che stavamo facendo. Con lui ci scrivevamo.

Iniziò poi a inviarmi delle poesie che finivano nella fossa comune delle poesie disperse, poi aumentarono fino a quando mi accorsi che questi nuovi versi andavano da soli e avvertì Contini: “Sta scrivendo un altro libro”. Le estraemmo dall’insieme e nacque così “Altri versi”, un’idea che piacque a Montale e che segnò anche, malgré lui, un ritorno alla lirica. Quando nel dicembre del 1980 gli portammo il libro con Giulio Einaudi, la Gina (la governante del poeta nda.) preparò un risottino e Montale era contento ed emozionato. Ci fece delle dediche quasi illeggibili perché gli tremava la mano, ma era felice. Nel settembre del 1981 morì. Quel giorno di dicembre, comunque, sulla via del ritorno, mi ricorderò sempre del commento di Contini. Mi disse: “È un capolavoro di razionalità” e poi proseguì a correggere le bozze dei suoi studi danteschi come se niente fosse, in uno scompartimento dove c’era pochissima luce.

Una mostra che parte da un’edizione di Petrarca e anche lei ne ha curata una nel 2005 per Einaudi: non crediamo ci sia guida migliore per commentare quella continiana del ’49…

Il titolo della mostra è continiano, perché per lui Tallone univa il vero della parola con il bello della tipografia. L’edizione curata da Contini è ancora di riferimento e venne fatta sul codice 3195 Vaticano, il manoscritto del Rerum vulgarium fragmenta, con criteri che sono stati a lungo discussi per la loro natura conservativa. Per questo troviamo “rapto” invece di “ratto” o “decto” invece di “detto”, sono forme arcaiche che Contini ha conservato anche perché Petrarca è il primo scrittore di cui si conosce la mano. Di Dante e di molti altri non abbiamo neanche un rigo autografo, mentre di Petrarca sì. La fedeltà all’autografo – per metà di mano del poeta e per metà di un copista – era comunque una fedeltà razionale, che non ignorava errori e svarioni del manoscritto e non li trasmetteva. Era una cura moderna e sensibile, altrimenti sarebbe bastato fare una fotografia o una copia diplomatica del manoscritto. Così, invece, era un codice antico trasferito in modo moderno che raccontava il primo autografo della letteratura mondiale.

Al giorno d’oggi, in cui si scrive praticamente sempre a computer, un lavoro come quello della variantistica dei manoscritti non sembra avere futuro: lei che ne pensa?

È più difficile che rimangano tracce, a meno che un autore non conservi tutti i passaggi: il computer non salva niente. Anche per un poeta come Montale, che sembrava non avesse varianti, i manoscritti erano spoltigliati qua e là e si è dovuto ricostruire. Forse è un modo di fare filologia ormai rivolto solo al passato, ma ne nascerà probabilmente un altro. Cambiando la documentazione, cambia il modo di interpretarla.

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