eutanasia-getty-21122012

Intervista sulla morte

di Marco Mantello

Certe volte, prima ancora di produrre un figlio, o di sparire in un lavoro stabile, le persone diventano città. Come se quello che fanno là dentro fosse avere un secondo corpo, le loro giornate sembrano incapaci di adeguarsi ad altri luoghi, al diverso incedere delle campane in piazza Duomo, al diverso modo di sincronizzare il disco orario, o di dirsi ciao, buona sera sul Corso.
Nel peggiore dei casi diventano statue, strade, o targhe di marmo. Nel migliore targhette calcate a penna, sui citofoni di casa loro. E restano sempre lì, sotto forma di pura assenza, in quegli stessi locali, discoteche e bar, dove si sono fermati a vivere. Kay, per esempio, fa l’anestesista a Cotenna. L’ho contattato attraverso una comune amica, su commissione di uno che stava scrivendo un pamphlet sull’eutanasia per il Gazzettino, a ridosso del caso di quella ragazza, e così mi aveva chiesto di fargli un po’ di lavoro io. Settecento scudi. Quando è arrivato l’sms di Kay, verso le 16 (‘Io sono qua sotto. A tra poco!’), c’era ancora la cameriera in stanza.
Che fosse slava lo capivi dai fuseaux e da quel solito, intramontabile braccialetto, sulla parte di caviglia nuda, in ginocchio a pulire il water. “Insisti molto sui pvs…”, mormoravo attaccato al registratore, mentre gli occhi vagavano sul culo della slava. Per un attimo anche lei li aveva alzati, verso la porta che si socchiudeva. “Allora a dopo…”, aveva detto e dicendolo, era rimasta semplicemente dove stava, senza pensarci proprio, al dopo.
Invece il signor Schmitt (in reception), somigliava pochissimo al mio nemico. Eppure quella sagoma incamiciata e austera, la sua stempiatura sul lato destro, che letteralmente scavava nella cute, come un mare dentro la terra, mi rendevano l’evidenza di ciò che non ero. Si era preso le chiavi. E le aveva appese, assieme a tutte le altre, sopra un piccolo gancio d’oro. Aveva detto anche che per internet potevo usare il loro Ibm, e che restavano aperti tutta la notte: lui, i divani di pelle marrone, il pavimento lucidato a cera e ovviamente le porte a vetri dell’ingresso. Con quelle due grandi H in bassorilievo, erano fatte tutte a fiori, assieme al resto delle parole in piccolo: ‘otèl sambuco’.  

Come alla casina delle vipere… Tale e quale, ho pensato uscendo in strada. Ho pensato a quel minimo di coca in circolo, che ti tiene sveglio dalla notte prima, dopo l’ultimo sms della tua ex moglie. L’aveva scritto con gli a capo, forse per connettere emotivamente il gelo, ‘al poeta che sei rimasto’.

Non ho molto da raccontarti
Mia sorella ha la maturità domani.
Sta con un tipo di 73 anni. Mi fa un po’ impressione.
Ho letto un  romanzo. Si chiama La casa delle vipere.
Te ne avevo già parlato, vero?
Se ti capita dacci un’occhiata, è bello…A proposito come sta tua madre?

La casina, appunto, è stata fatta a mano, tutta di legno. Francy, nostra figlia ha sette anni.
È il ventuno di luglio e il sole, tutto intorno alla vallata, ha fatto sciogliere i ghiacciai. Nel giardino l’erba è altissima, i sassi bianchi. E piatti. La casina sta su una piazzola. Alle sue spalle l’erba alta. E i sassi. Nostra figlia è scalza. Apre la porta della casina e appena entra, prova un senso di enormità. Addirittura deve starsene in ginocchio, per non sbattere la nuca sul soffitto. Tutti gli oggetti, all’interno della casina, sono minuscoli e graziosissimi: le tendine sulla finestrella rettangolare, il telefono verde sul comò, il tavolino con la tovaglietta ricamata al tombolo, le tazzine di Vietri dipinte a mano, il lettuccio di ferro e poi, in un angolo di anta levigato e buio, dopo che avevo trascorso un mese intero a colmarla di vezzeggiativi, era entrata questa vipera nella casina.
Sibilava, verso le piccole dita di nostra figlia…
In certi paesi esiste gente disposta a uccidere, per difendere la Vita con la V maiuscola. Beh io invece difendo la morte. E il mio diritto a camparci un minimo. Ecco a fare queste cazzo di interviste (era da luglio che andava avanti, avevo raccolto una miriade di nastri e nastrucoli pieni zeppi di medici, infermieri, familiari dei condannati, c’era anche la mia ex moglie) mi sentivo una vipera anch’io. Ma senza denti, del tutto priva di veleno, stanca di mordere, se capite cosa intendo. Quante estati erano passate, dai funerali di nostra figlia? Sette? Nove? Ventuno? Come se l’avessi uccisa io, il costruttore di casine… Era così che mi sentivo. Fino a quel giorno, appunto, quando sono uscito dalle H del Sambuco, e Cotenna mi è venuta addosso, col suo odore di bar e nights, così pulita e ordinata, senza rovi, né sassi, né erba. Solo quel minimo di mura medievali, con tanto di chiostri e crepe sui muri. Un posto perfetto dove nascondersi, specialmente in estate, quando la vipere escono dal letargo.
L´infermiere Kay stava in macchina, davanti all’Hotel. Deve avermi visto con il Nokia in mano, che mi rigiravo a destra e a manca smarritissimo.
‘Farinetti?’
‘Si’. ho detto io. Poi ci siamo stretti la mano.
La prima cosa che ho notato, salendo nella sua auto, è stata la t-shirt nera, con un piccolo teschio al centro. Mormorava sibilanti dalle tre mandibole, alla maniera degli avvisi sui topicidi, con quella barba lievemente incolta, i capelli quasi militareschi, nel loro squadrarsi sul cranio a quadrangolo. Ogni volta che cambiavano le marce, era come se annuissero l’un l’altra, come se la faccia di Kay dicesse al teschio sulla T shirt: ‘Pure oggi è finita’, e il teschio: ‘Si ma domani si ricomincia’, e la faccia: ‘No guarda che domani c’è il ponte. Porto Viola in montagna…’, e il teschio, fumante e livido: ‘Intanto andiamoci a bere una cosa al bar, poi vediamo…’.
Parlandoci ho avvertito subito una vaga fisiognomica da liceo, fatta di dread tagliati e conti correnti su banca etica. Si insomma non c’è stato bisogno di iniziare con il lei e poi, dopo un po’ che si sorrideva, proporre un: ‘diamoci del tu…’. Per tutto il viaggio dall’albergo al bar, abbiamo fatto mente locale su chi conoscesse chi, visto che lui, prima di trasferirsi a Cotenna, aveva studiato medicina al Campo medico di Citerea, la mia città di origine.
Prima che parcheggiasse l’auto, e che dicesse alla proprietaria: ‘Ciao Marisa, ce li fai due Alexander?’, e poi, con il primo giro pagato da lui, ci ficcassimo fuori dal bar, su un tavolino tondo e rosso, con la scritta Coca-Cola in mezzo, ci sono stati solo due attimi di silenzio, al di là dei limiti.
‘E Flavietta? come sta quella sradicata?’
‘…Ti aveva accennato, al telefono, no?’
‘Se ho capito bene vuoi sapere del Campo medico…’
‘E anche come ti trovi qui…’
‘Guarda qua a Cotenna è molto diverso…’
Ho avvicinato il registratore al suo lato di tavolino.
‘Se sei d’accordo, eh.. ‘
‘Si tanto hai detto che rimane anonimo, vero?’
È arrivata Marisa con Mix e Beverage. Ci ha preparato gli Alexander in tempo reale. Si erano messi a fare il verso a quel vecchio film con Tom Cruise.
‘Aspetta aspetta! Com’è che faceva lui alla gara?’
‘…riempi per tre quarti il bossolo di ghiaccio, aggiungiamo una punta di lime… E shakeriamo…’.
‘Si ma devi passartelo dietro la schiena, oh!’
‘Come? Così?’ fa Marisa. Ha lanciato il mix in aria, con la giusta dose di lentezza per riprenderlo al volo, dopo i due classici “salti mortali”.
Il piccolo teschio, sulla t-shirt di Kay, ha annuito con un sorriso stanco…’Se continui co’ st’andazzo qua, guarda che me lo porto subito al Pachino!’.
‘Sissì intanto quegli altri usano il pozzo…E tu lo sai che al Pachino usano il pozzo…E vieni prima da meeeee…E dai ridammelo!’, urla Marisa. Kay le ha strappato il fermaglio dai capelli, lo ha nascosto dietro la schiena, tipo il gioco dell’indovina dove. Stretti nei pugni chiusi, l’oggetto e il vuoto. Marisa ride imbronciata. È la seconda volta consecutiva che pesca il vuoto. ‘Ragazzi se vi serve altro basta fare un fischio…’, dice. Se ne è tornata al suo bancone, e ha messo il cd degli Smiths, riavvitandosi i capelli a coda.
‘Lei è una brava, tranquilla…’, mi fa Kay sui rimasugli dei due Alexander. Tutti in un fiato, in questi bicchieri stretti, venati di latte e gin, la crema è rimasta sul fondo. L’ombrellino cinese, coi colori dell’arcobaleno e un’oliva snocciolata sull’estremità puntuta, ruota e svirgola tra le sua dita… Mi fissa, forse per sincerarsi che stia bevendo anch’io, o per avere lo start, non lo so.
Scatta il clic del registratore. E la sua voce si fa subito cupa, professionale, come se un’ombra ci stesse ascoltando, come se per un solo attimo, un breve lampo negli occhi, il vecchio studente universitario avesse preso il sopravvento sulla sua esperienza concreta della faccenda, e sciorinasse le nozioni apprese, all’esame di medicina legale.
‘Si essenzialmente volevo farti una premessa’, dice, ‘Perché l’eutanasia in sé e per sé è contro legge. Bisogna distinguere poi fra somministrare un farmaco per uccidere una persona e omettere una terapia medica. Da quella bisogna distinguere i casi in cui ci sono: malati in fase terminale, che tu a quel punto puoi aggiungere un cocktail…’.
Marisa ci ha portato i B52. ‘Questi li offre la casa…’, dice. Il suo pollice cigola, sulla rotellina dell’accendino. Una grande fiammata viola irradia le coppe, come se qualcosa bruciasse, ma solo in superficie. ‘Salute!’, mi fa Kay. ‘Salute..’, gli faccio io. Tutto di un fiato. ‘Ragazzi se vi serve altro…’.
‘Oi Marisaaa! Non lo vedi che mi intervistano?’
‘Ah l’intervista…E su che?’
‘E su che? Sui B52 che faccio io…’.

Sento un lieve torpore negli occhi, come se affondassero nell’aria. Il teschio sulla T-shirt di Kay, vedo le mandibole muoversi, e sbattere, fare: Click!. Tutto in un fiato. Poi le fiamme si sono spente.
‘Dicevamo dei cocktail…’
‘Si allora, ci devi mettere morfina e benzodiazepine… La morfina ti toglie il dolore. Le benzodiazepine ti creano un effetto ipnotico. Cioè in pratica non hai più coscienza del tuo essere. Nella maggior parte dei casi questo tipo di cocktail porta a una depressione del sistema respiratorio, ipossia…’
‘Cioè?’
‘Ti addormenti e non respiri più…’
‘E per le dosi come ti regoli?’
‘Viene fatto in base al tuo peso, alle tue abitudini di dipendenza o meno dagli oppioidi… I terminali di solito già utilizzano da prima e quello crea una tolleranza, negli stadi avanzati…’
‘Oppioidi, quindi…’
‘Morfina, eroina…si usa anche il Fentanest, che è duecento volte più forte dell’eroina e può essere utilizzato sia in cerotti, sia per via endovenosa. Da poco abbiamo una formulazione pediatrica lecca lecca, per i bambini…’
‘Per esempio se vi arriva una bambina di sette anni, con un morso di vipera già bello che in circolo e sono passate, che ne so, tre ore dall’incidente…’
‘No ma io ti stavo parlando di terminali.. .di persone con un cancro in metastasi, cose così…’
‘Cioè se vi arriva una bambina che l’ha morsa una vipera, voi non ce l’avete il siero?…’
‘Qui a Citerea le vipere sono estinte, non abbiamo mai avuto casi..’
‘Ok ma quando prepari il cocktail, o le dai il lecca lecca, dico per capire, anche se non stiamo parlando di una terminale in senso tecnico….’
‘Sì sì certo, se ci arriva già spacciata col veleno in circolo, e non c’è proprio più nulla da fare…Le faccio il cocktail’
‘Cioè quando prepari il cocktail, tu non puoi stabilire da prima se questo cocktail elimina il dolore o accelera la morte…’
‘No non c’è un margine perché è talmente vario da persona a persona e dall’utilizzo di oppioidi che hanno fatto prima…’
‘E se lei non usava oppioidi, né alcol, né niente? Cosa fate in quei casi là?’
‘Adesso stiamo parlando dei terminali, giusto?’
‘Si scusa, i terminali…’
‘Si appunto quello che ti posso dire è che quando gli prepari il cocktail, questo margine fra il non sentire dolore e il morire è sottilissimo… alle volte non c’è proprio, un margine.’
‘Senti e i tempi sono di ore…’
‘Se si arriva all’Exitus sì, sono di ore. Non si lascia così una persona…’.
Marisa ce ne porta altri due. Un’oncia e mezzo di tequila, mezza oncia di Trepple Seek, un’oncia di succo di Lime e del sale fino. Il Margarita è servito nella classica coppa sombrero.
‘Dopo dovete provare il Raimbow!’
Kay scuote la testa. Ha una faccia lucida, e ferma, quando le mette la mano sul fianco, bella aperta, confidenziale, come con una con cui ha scopato.
‘E com’è che faceva Tom Cruise?’, gli chiede lei. E poi, verso di me: ‘Mi piace tanto come lo imita… Colma il beverage di ghiaccio. Versa Vodka e Blue Curaceau nel teen. E shakeriamo!’

C’è stato un momento, dopo l’intervista, che ho sentito le gambe leggere, e la testa vuota, libera dai pensieri, e sopratutto da quella patina di ‘attenzione verso gli estranei’, o ‘i conoscenti’, o ‘le amicizie dell’età adulta’, che seleziona le cose di cui non parlare, o il modo stesso in cui lo fai, bene attento a non andare troppo in fondo. Perché quando hai una figlia piccola, e non fai altro he incontrarti a coppie, e non c’è modo di pensare a cosa pensi tu, perché adesso non sei più una monade, ma un collettivo di vita domestica con i tempi per farla dormire e il ristorante pagato a turno, arriva un punto che non si riesce a dire nulla di nulla su tutto. Sì, esatto uno stranulla assoluto, al massimo arrivi a una consapevolezza di questo nulla e lo proponi come discorso a sé all’altro collettivo che ti sta davanti, usando sempre il ‘secondo noi’, fino a che il marito dell’amica di tua moglie fa la battuta per troncarla lì, come se bastasse il nulla, per essere vivi.

Ho raccolto una quarantina di minuti, compreso il Campo medico di Citerea e gli accanimenti terapuetici sui pvs che fanno là, per motivi religiosi. Nulla che non si sapesse già, per cui perfetto, agile, chiaro, basta inventarsi dei nomi finti come sto facendo adesso, nel mio resoconto minimo. L’ho scritto subito al mio amico giornalista, o forse alla mia ex moglie, non lo so che numero ho fatto. L’sms era troppo lungo e ho dovuto cliccarlo in tre parti. Kay era andato a pisciare e la mia mano digitante lettere sul quadrante accesso, ha urtato l’ultimo Tumbler sul tavolino, con il Toro Seduto immobile, a crollarmi sui pantaloni… Troppo rum per un indiano, figurarsi per me, che non bevevo così dal liceo. Avevo lasciato la coppa a metà, proprio al margine del tavolino e per questo, adesso che mi si era rovesciata addosso, tipo macchia di pipì… Fissavo la patta bagnata e un principio di ghigno represso aveva preso ad agitarmisi in viso, esattamente sul lato destro. La parte sinistra la controllavo ancora, per cui avevo una pezzo di labbro del tutto piatto, e uno rialzato a onda, con i due ponti in evidenza che mi aveva fatto la Biondi il mese prima. Non ero l’Uomo che ride. Né il Jocker di Batman. Ero un principio di encefalogramma, ma incredibilmente vivo, vigile, pieno nel suo piattume. Fino quando il registratore era rimasto acceso, l’effetto dei cocktails funzionava alla grande mentre poi, quando avevo spento…
‘Allora si va al Pachino?’, mi fa Kay. Era tornato dai bagni e la sua patta, a differenza della mia, pareva asciutta.
‘Pachino!’ faccio io indicando la finta pipì con l’indice E poi rido. Sguaiatamente. Il tavolo pare un campo di battaglia: cinque coppe vuote dalla mia parte, e cinque dalla sua, fanno in tutto dieci ombrellini cinesi, ventuno spicchi di Lime, trenta noccioli di olive verdi e un numero imprecisato di cubetti di ghiaccio, impregnati ora di rosso, ora di viola, ora di andare via. Abbiamo bevuto la stessa quantità di alcool. Eppure lui è rimasto com’era al principio, esattamente uguale, come se avesse acquisito una sorta di insensibilità ai cocktails, e alla faccia sorridente di Marisa. ‘Ciao’, ci dice. ‘Ma che ritornate dopo?’.

‘Passiamo all’interruzione delle cure. Per esempio uno stato vegetativo che dura da più di un mese…’
‘Qui siamo nell’altra branca, è una cosa diversa dai pazienti in fase terminale… Questo invece non morirà mai. Nel senso che a parte il cervello, il cuore batte, e batte da solo, e funziona bene, gli altri organi funzionano bene, la maggior parte delle volte quello che non funziona bene è la ventilazione…’
‘Quanto tempo possono restare in vita? Giorni? Mesi? Anni?’
‘Possono restare in vita, se non ci sono altri tipi di complicazioni…certo è una condizione molto precaria…’
‘Quali sono gli effetti sul corpo?’
‘È molto variabile. A seconda di dove c’è la lesione, sto parlando di millimetro, ci può essere una risposta diversa…Quindi per esempio puoi mettere le braccia in un certo modo, assumere posizioni strane, innaturali e queste ovviamente contribuiscono al rischio di piaghe, retrazioni tendinee…’
‘Anche perdita di peso…’
‘Tu cerchi di determinare sempre lo stesso tipo di peso. Però solo come tessuto adiposo. La massa magra, invece, il muscolo, quello si autodigerisce e tende ad assottigliarsi, nonostante che lo nutri’
‘E come fate con defecazione, urine?’
‘Allora le urine solitamente viene utilizzato un catetere, o il pannolone’
‘E non tornano mai a casa? Non possono rimanere a casa?’
‘Con la giusta assistenza infermieristica, oppure un familiare che ha delle nozioni di base. Possono rimanere a casa dopo la terapia intensiva… ‘
‘E che cos’è, la terapia intensiva?’
‘Significa che essendo una terapia intensiva e non un reparto normale, ci sono le rianimazioni, le cure fatte per sorreggere il cuore, che sono comunque farmaci di un certo costo… lo stesso letto di rianimazione ha un costo giornaliero elevatissimo, perché è fatto con dei materassi particolari…’
‘E quanto costa?’
‘Fra i duemila e i cinquemila al giorno, in ospedali convenzionati. Mentre un normale letto di medicina costa intorno ai trecento euro… Fino a quando uno è in terapia intensiva, sta in questo range, poi quando ne esce, viene messo in un centro di riabilitazione, quindi ha soltanto bisogno della nutrizione e delle cure igieniche, allora a quel punto il costo è abbattuto, pure di un decimo…’
‘Però dicevi anche che il corpo degenera, con l’andare del tempo…’
‘Allora se tu hai chi mantiene il corpo perfettamente bene, quindi non lo tiene sempre nello stesso decubito, lo sposta ogni due ore, tende a rigirarlo, lo mette dall’altro lato, lo mette a pancia sotto, lo mette certe volte anche in verticale… allora non si formano piaghe, non si formano ferite, non si formano cose che si possono infettare…quindi poi lì dipende dall’assistenza…’
‘Senti, e al Campo medico di Citerea? Che fanno con i pvs?’
‘Allora al Campo funziona così…per lo meno per il tempo stretto… tra virgolette ti dico stretto perché si parla di mesi, in cui uno resta in terapia intensiva, si applicano tutte le cure possibili da un punto di vista farmacologico e nutritivo, fino a quando non si ha una consapevolezza di una irreversibilità delle condizioni. A questo punto si decide se il paziente può essere autonomo o meno, cioè se respira da solo, se gli batte da solo il cuore però ha soltanto il cervello che non va più, allora viene inviato verso centri di riabilitazione…’
‘Questi centri sono pubblici…’
‘Possono esserci pubblici, la maggior parte sono privati. Sono delle associazioni…’
‘Collegate con il Campo?’
‘No assolutamente no. Diciamo che ci sono dei canali preferenziali. Il Campo chiede prima ad alcuni tipi di associazioni se hanno posto, poi si rivolge ad altre…’
‘E nella prassi si tende a mandare le persone in questi centri non convenzionati?’
‘Solitamente si. Perchè là di sicuro ti danno il posto. Gli istituti convenzionati sono quasi sempre pieni…’
‘Senti prima hai parlato della totale irreversibilità di un coma…’
‘Esattamente. E sono queste procedure di accertamento della morte cerebrale. In quei casi il tuo cervello non potrà mai più riprendersi, hai un paziente che non ha più coscienza di sé, non è più vigile, non è più orientato…Allora si è posto il problema morale, etico. Questo corpo devo continuare ad alimentarlo, o no? E quindi ci sono chi pensa che bisogna soltanto apportare quella che viene definito la proporzionalità delle cure, cioè non devo più fargli farmaci, cioè se si dovesse infettare io l’antibiotico non glielo faccio più e semmai morirà per una piaga…Però continuo ad alimentarlo, perché la proporzionalità delle cure per loro è: io non posso lasciare una persona senza acqua e senza pane. Lo si dà a chiunque pure ai carcerati…quindi io continuo a dargli da mangiare e da bere fino a quando non succede qualsiasi altro tipo di evento esterno che possa determinare la morte’
‘E se c’è un testamento biologico, dove uno rifiuta le cure?
‘In quei casi possono dire: io non sto applicando delle cure, non sto applicando dei farmaci, sto soltanto alimentando il corpo…’
‘E quello non è un trattamento medico?’
‘No per loro è una condizione di proporzionalità delle cure. Visto che questo paziente non potrà mai più uscire dalla prognosi, io non gli faccio niente. Lo tengo solo alimentato. E ovviamente in ventilazione, se non respira autonomo’
‘Mi spieghi come si distingue una morte cerebrale da uno stato vegetativo permanente?’
‘Ci sono dei criteri che vanno seguiti, sia dal rianimatore, sia dal cardiologo, sia dal neurologo, esami precisi da fare come l’elettroencefalogramma che va tenuto per numero tot di tempo e deve darti questo tipo tot di onde…Il cardiologo ti deve assicurare che ci sia un numero tot di tracciato per tot tempo…comunque tutto secondo una linea guida prevista dalla legge…Questa procedura poi una volta che viene attivata non per forza significa che si arriva al risultato della morte cerebrale…Può essere accertata oppure no’
‘E di fatto chi decide se attivare o meno la procedura?’
‘Il rianimatore decide se chiamare il cardiologo, se chiamare il medico legale…’
‘E un rianimatore potrebbe anche decidere di non attivare questa procedura?’
‘Può non attivarla, può tranquillamente soprassedere, a meno che non entri in gioco la direzione sanitaria…’
‘E se viene accertata una morte cerebrale?’
‘…si apre tutto l’altro capitolo della donazione degli organi. In quel caso lì vieni portato in sala operatoria tenendo ancora la ventilazione e l’espianto viene fatto a cuore battente. Quindi qui il punto è: allora, se noi abbiamo accertato che c’è una morte cerebrale, cioè questa persona è morta, perché è morta…se lo tengo, tra virgolette, in vita, per togliere gli organi, perché non posso dall’altro lato, se lui non vuole donare gli organi, togliergli la nutrizione artificiale? È la stessissima cosa. Quindi perché continuare ad alimentarla?’
‘E tu lì al Campo, hai fatto un paio di esperienze…’
‘Si due casi importanti in terapia intensiva, li abbiamo tenuto parecchi mesi, uno quasi quattro e uno tre…All’inizio ovviamente non si può mai sapere se uno stato vegetativo può rientrare o meno, quindi uno ci prova sempre, poi però si arriva a un punto…’
‘E che è successo a quelle due persone?’
‘Uno ha riacquistato il respiro, gli altri organi funzionavano, è stato mandato verso un centro. Nell’altro caso non era più possibile staccarlo da un ventilatore, nonostante tutti gli altri organi funzionassero…Qui è stato applicato il protocollo di proporzionalità delle cure, quindi era soltanto ed esclusivamente ventilato…’
‘Cioè non hanno interrotto la ventilazione?’
‘No. Per loro la morte è quando il cuore smette di battere…’
‘Perché al Campo non accertano la morte cerebrale…’
‘Eh non accertano…’
‘Secondo te ci può essere un interesse economico a mantenere in vita una persona a oltranza?’
‘Io non so quanto possa essere legata all’ideologia e quanto poi sfoci nell’interesse economico. Questo non te lo so dire, però l’ideologia spinge anche a superare o a nascondere o a mascherare o a non renderti conto che ci siano implicazioni economiche…Non so fino a che punto era dovuta a questo…Non credo che abbiano mai avuto rimborsi o delle cose, a mandare i paziente nei centri, credo semplicemente che non si avviavano le procedure di accertamento della morte cerebrale solo perché ci poteva sempre essere quella famosa speranza del risveglio…’
‘Invece qui a Cotenna dove lavori adesso? È un ospedale pubblico, no?’
‘Qui il principio è molto diverso…Oltre a esserci ovviamente un’etica, in qualsiasi medico, c’è anche un altro principio fondamentale di ‘economia delle risorse’, nel senso che gli accessi al pronto soccorso, gli accessi agli altri reparti sono enormi, sono tantissimi, i posti in terapia intensiva sono molto limitati rispetto alla quantità di persone che ne avrebbero bisogno. Quindi chi ha una prognosi infausta deve…detto volgarmente…liberare subito il posto. Qui ho visto..sto qui da sei mesi, almeno una decina di procedure di accertamento di morte encefalica…’
‘Quindi le procedure..’
‘Le procedure sono dallo staccare a qualsiasi cosa. Ci sono casi in cui il familiare non vuole… Perché poi finisce così: hai uno stato di coma però tutti i tuoi organi funzionano allora il familiare ti chiede ok, tu lo vuoi togliere dalla terapia intensiva, lo vuoi trasferire, è giusto, non ha più bisogno di cure intensive e io me lo porto a casa, oppure in un istituto di riabilitazione e poi sarà il familiare, a decidere, insieme all’istituto, che cosa farne di questo corpo…Poi ci possono essere casi in cui anche negli stati vegetativi ti viene richiesta, tra virgolette, una specie di palliazione…Ovviamente dipende da medico e medico come la pensa o meno…Si utilizzano quei farmaci di cui parlavamo prima, per i casi di malattia terminale…’
‘Il cocktail di morfina e benzodiazepine?’
‘Si. Si usa quello, ci sono delle diciture particolari che si possono mettere sul diario clinico. Non si può dire: ho applicato il protocollo di cure palliative, perché non è un malato terminale. Si può mettere: aggiungo un’analgo-sedazione in modo tale che non senta più dolore. Che poi, dopo, questa analgo-sedazione possa portare a quel limite che ti dicevo prima, questo è un qualcosa che diciamo è implicito…’
‘Quindi riassumendo: quando lavoravi al Campo medico di Citerea hai visto casi in cui le terapie intensive sono durate per mesi e casi dove non hanno avviato le procedure di accertamento della morte encefalica. Può succedere che una persona in coma resti ventilata a oltranza, poi magari gli viene una piaga, o si prende un’infezione e non la si cura più, fino a che il cuore non smette di battere. Invece qui a Cotenna possono esserci casi in cui uno stato vegetativo permanente e un cancro in metastasi vengono trattati nello stesso modo, cioè con i cocktails, quanto al tipo di soluzione finale richiesta dai familiari… È così che funziona con il tuo lavoro? Ho capito bene?’

Camminando verso la macchina, mi era caduto a terra il cell e si era illuminato tutto, con quel ‘Messaggi’ sul disegnino della buca delle lettere e il costo totale di spedizione: 0,61.
‘Hai fame? Al Pachino fanno pure da mangiare…’, mi fa Kay, oppure il teschio sulla t-shirt, non lo so, mentre l’auto si accende e partiamo. Al Pachino, un grande locale su due piani in stile baita, che dà sul Parco degli Olmi – siamo a Cotenna Est – mi pare come di vedere le persone doppie. Ma non solo perché sono già sbronzo da due ore. Il fatto è che qui sono loro, i vivi e i morti, ad essere doppi. È come se assumessero una continuità spaziale, reiterati nell’eternità di un’esistenza media, e in sé finita. Tutta questa gente che vaga sulla terrazza col suo doppio, a ridosso degli avvisi di ‘passaggio cervi’ e chiacchiera, abbraccia, rutta… I due ragazzini che sembrano usciti fuori da un disegno di Andrea Pazienza, per esempio, magri come grissini e con la barba incolta, uno sui diciannove e l’altro sui ventiquattro, li avevamo già incontrati sul corso. Spariscono e riappaiono in continuazione, mentre vado a pisciare fuori, dietro agli olmi, e loro continuano uno a ‘ripetere che con Moira non ci è uscito ancora’ e l’altro a fissare il suo pacchetto di MS sul tavolino, come se il semplice stare zitti e non guardarsi in faccia, fosse un sintomo di intelligenza. In mezzo ci sono i baristi-zombie, i lady killer modificati, gli assaggini di mortadella, e questa tipa di cinquant’anni, dai capelli lunghissimi e dal fisico ancora abbastanza snello per potersi mettere le gonne corte.

Ha cominciato lei a parlarmi. Con Kay si vedono quasi tutte le sere ma qui, insieme agli altri, non a casa. Il suo uomo la bacia e mi fissa, mentre va via, come per avere conferma che non ci proverò. La prima cosa che mi dice, quando viene a sapere che sto lavorando a questa cosa sull’eutanasia… ‘Ah io una volta sono stata in coma, da ragazzina…’.
Si era messa a raccontarmi la sua storia, con il Fragolintass che le colava dal labbro, come se dovesse interessarmi per forza, quel libro di Susan Sontag che aveva letto all’università…’Capisci? Non è che la lotta a una malattia, in sé, è un’immagine della guerra al male, o al dolore, o di quello che vuoi tu, uno sta male e punto, secondo me le malattie vanno laicizzate dalle allegorie…’
Ho dato un’occhio al Nokia, mentre finivamo il discorso. Il quadrante luminoso, con la scritta T-Phone e la modalità silenzio. Chissà se poi è arrivato, il mio sms, e soprattutto a chi.

…parliamoci chiaro avevo scritto
tu sai benissimo che a Farinetti non gliene
frega niente di farsi le seghe su chi ha fatto cosa .
Però se i nastri li sbobìna Farinetti,
se il riadattamento per lo stampato lo fa tutto Farinetti,
e sopratutto se è stato Farinetti, a farsi il culo per mezzo paese,
allora sulla copertina del tuo libro ci devi scrivere anche: Farinetti
ma in stampatello no in corsivo hai capito o no?
Quanto al fatto che tua sorella scopa con uno che potrebbe
essere suo nonno, beh allora vorrei essere suo nonno anch’io.
Senti allora ti mando tutto per la prossima settimana.
Ho anche il Campo medico, pare che non accertino.
Per favore non mandarmi più messaggi niente.
Ci sono stato di merda anch’io che ti credi? Che eri solo tu la disperata?
Un abbraccio da Farinetti

Si erano fatte le undici e mezza di sera e ci era venuta fame. Così dopo che Kay aveva salutato tutti i doppi del locale, ci siamo seduti a un tavolo e abbiamo chiesto i menu. Siccome i piatti sono di carne e ossa, o al massimo pollame, o questi gamberi rossi privi di encefalo, invertebrati, ci portano subito il rosso sangue della casa. Kay versa. Io bevo, lui continua a starmi di fronte, col suo muro di lucidità confusa e il teschio sulla t-shirt, stavolta immobile, fermo a fissarmi sulle illusioni e i costi come se fossi io il cazzone…

Io? Be´ io mi sono fatto l’idea che ciascuno del proprio corpo debba essere libero di fare ciò che vuole, quindi è giusto che possa decidere come e quando possa essere curato, se vuole o non vuole donare gli organi e soprattutto che le cure del suo corpo non devono gravare sulle risorse che possano servire ad altri. Quindi io sono perfettamente d’accordo se uno decide di porre fine alla sua vita se è in condizioni che…insomma che non campa più e se dovessi trovarmi un giorno di fronte a qualcuno che ha fatto testamento biologico, non credo che esiterei ad assecondare le sue richieste…Certo cercherei di farlo nel modo più delicato e più dolce possibile perché quello, poi, non lo si nega a nessuno…

C’è stato un momento quando sono arrivati i dolci, e un sms piccato della mia ex moglie (‘Sergio ma ti senti bene? E comunque per chiarire: mia sorella un nonno ce l’ha già, hai capito stronzo?’), che i ruoli si sono invertiti. Kay aveva tirato fuori un piccolo registratore nero e lo aveva acceso accanto al mio, spento. ‘In ospedale abbiamo un archivio e stiamo raccogliendo le testimonianze dei prossimi congiunti, così uno impara un minimo a regolarsi, quando deve dirgli le cose. Sai lavorandoci tutti i giorni… Non ti dispiace vero se ti chiedo qualcosa io a te?’, mi ha detto. Il teschio sulla t-shirt annuiva, compassato e al contempo partecipe, di tutti quei vuoti a perdere della memoria, strasicuri che non si ripeterà mai più, e che tanto non ci rivedremo. Era rimasto lucidissimo, dopo tutto quel bere e mangiare e registrarsi a vicenda come statistiche. Anche in macchina, al ritorno in Hotel, aveva frenato a tutti i semafori, e agli autovelox, e alle strisce senza pedoni. Aveva riflessi incredibili, finanche potenziati, da ubriaco.
‘E domani mattina ospedale, sveglia alle sei!’, sentenziò nel silenzio assoluto delle tre di notte. Mai che gli fosse venuto un tremore alle mani, o un improvviso colpo di sonno, si esatto una cosa da pubblicità progresso, di quelle vecchie e terroristiche del tipo: ballano e bevono come spugne, a ritmo di tamburi house, fino allo stacco sul volante, e al rombo dell’autostrada, al buio finale col crash…
Era come ci fossero due volontà contrapposte, adesso, in quell’auto ferma, una della sua faccia e una del suo teschio, fino a che la mia non è crollata a terra, davanti alla portiera aperta, e all’insegna luminosa dell’Hotel Sambuco. Il fatto è che ero rimasto vigile, razionale, non mi ero smollato proprio, nemmeno da sbronzo, anche quando siamo passati un attimino solo all’altro locale che conosceva lui, il Fonclea, e abbiamo incontrato di nuovo quei due ragazzini usciti fuori dal disegno di Andrea Pazienza, sul selciato gremito di sassi lunari, e il barman con il codino e la crapa pelata ci ha proposto un Sex on the Beach di sua invenzione, modificato con la Pepsi, e sono mezzo svenuto ancora, devastando di vomito i bagni… Adesso era ora di scendere. E andarsene tutti a dormire, adesso era finito tutto. ‘Adesso ti fai una bella doccia e domani starai una favola!’, mi fa dall’auto. Gli ho risposto che no, non avevo bisogno di assistenza per risalire in camera. Tutto quello che sembrava volere da me, anche dopo i saluti e le strette di mano finali era che andassi fino in fondo alla faccenda. ‘Loro possono arrivare a me, loro se vogliono qualche danno me lo possono fare, ma tu scrivi tutto, per cortesia, fallo, è giusto così…’. Me lo aveva ripetuto per tutto il tempo, di scrivere tutto. E adesso che mi ero sentito pure male, e che la confidenza si era fatta vomito, piscio, vertigini, mentre sterzava quel volante rimanendo in terza, all’angolo di qualche piazza ai caduti di tutte le guerre… Non aveva fatto altro che versarmi cocktails per tutta la serata, come per anestetizzarmi, creare un cuscinetto di memoria persa, al di fuori del tempo reale, che col passare dei giorni avrebbe allentato le forme, e il senso stesso di quella sgraziata, greve sincerità, tanto lontana dalla veritas del proverbio, quanto dalla menzogna e dall’assuefazione. Adesso i cocktails erano scomparsi, e anche Kay lo era, e il suo teschio sulla t-shirt. Ero in strada davanti alla hall dell’Hotel. Ho aperto le due grandi H della porta a vetri, barcollavo tutto.
‘Buona sera è libero?’, bofonchio roco verso la reception. Schmitt pare rimasto sveglio apposta per aspettare me, da quel bancone a mezzo busto fisso. ‘Buona sera…’, mi sa annusando l’aria. La sua faccia era cambiata, e anche il modo di trattarmi in pubblico, in quella luminosa e vuota hall. Quando mi ha visto tirare dritto fino alle scale ha detto solo: ‘Scusami puoi pagarmi la notte adesso per cortesia?’. Poi, mollandomi la ricevuta, ha preso le chiavi dal gancio d’oro, e me le ha lanciate. Non sapevo davvero che altri dirgli a quel Schmitt. ‘Senta ma la rumena è su?’, gli ho fatto attaccandomi alla ringhiera come una scimmia, poi non mi ricordo più. Sono arrivato in camera, anzi in bagno ho vomitato l’anima e a letto, su quel materasso ad acqua… Era buio era tutto nero. Nelle orecchie sentivo ancora le cazzate di Kay. Comparate a quella ‘brava donna’ che avevo intervistato su in Austria, il mese prima, Kay pareva il dio della gente comune.
Quell’oca invece, un’ancella della gente normale. Si era preparata tutto come a un’interrogazione, e parava i colpi evitava i problemi, la stronza, andava tutto benissimo nel loro piccolo eden delle terapie intensive… Certe volte invece che con me, parlava direttamente al registratore: ‘Ho capito cosa intendi sai?’, Come in un quiz. ‘Si. No. Forse, chissà può darsi…’. Quando le ho chiesto se sapesse che in alcuni ospedali di ispirazione religiosa non accertavano la morte cerebrale, mi ha detto che comunque da loro la accertavano, e che quando i morti sono in ventilazione e non gli fai nulla durano pochi giorni, non mesi o anni come sosteneva Kay. E che è una cosa contro legge, sia non accertare la morte, sia applicare l’eutanasia attiva. Chiaro, conciso, rassicurante, mi era venuta voglia di ricoverarmi lì da loro, per quanta ovatta ci aveva messo nelle nozioni ripassate su Wikipedia.
Forse è inevitabile che su questa terra la vincano sempre i normali. E questa cosa dei ‘normali’ dovrò metterla, quando sbobino il pezzo…Ma il fatto, almeno per me, è che Kay, Cotenna, i cocktail, quella sera era tutto vero, ecco, vero, più che strano. E sopratutto loro, i cocktail, molto più veri e umani, non lo so, forse avevo sbagliato tutto e mi stavo sbagliando ancora, forse era solo per stanchezza logora, che fra Kay e l’oca austriaca, avrei scelto Kay per tutta la vita. Per tutta la sua vita. Me la immaginavo nei fumi d’alcol, la sua fuga dal paesino d’origine. Pareva come un bisogno di giustificarlo, un riassunto delle cause generative del suo teschio sulla t-shirt, come se uno stesse dicendo al pubblico: ‘Dai perdonatelo non è stata colpa sua se è diventato un infermiere alle terapie intensive, e quando stacca dal lavoro cerca di vivere’.
Al supermercato sotto casa dei suoi, quando stava ancora al paese e faceva le superiori in un qualsiasi Gabriele D’annunzio o Pascoli, c’era sempre la moglie di qualche boss pienamente integrata nel via vai delle casalinghe scema (‘Passava avanti alla fila e tutti zitti, muti…come incantati dal suo essere ciò che era, dalle sue regali e fognesche prerogative’). Oppure i barocchi amici d’infanzia modello Scugnizzi al teatro Imperiale, quelli che per avere il crack fai prima da palo, poi la seconda volta che non hai soldi ti mettono una pistola in mano, fino all’avvento degli studi universitari “in città”, l’iscrizione al Campo medico per puro caso, perchè alla Statale avevano bloccato i test di entrata, e questo impatto soft con i fanatici della morale cristiana, le loro categorie alimentari, il loro giudicare tutto, e il bisogno di sentrisi assolti nei confessionali, altro che laicizzazioni e Rousseau! Il loro era un impolitico, quotidiano progettarsi settimane bianche con sei mesi di anticipo, e avere paura di tutto quello che non capiscono, senza chiamarlo mai, vita, al massimo normalità, o guerra. All’inizio, al primo anno, gli era sembrato tutto per quel che era. Una mensa ottima, il campo di pallone in erba, con tutte quelle squinziette che giocherellavano alle infermiere nelle pause pranzo, i pompini davanti ai cadaveri sezionati, all’istituto di medicina legale… Cominciarono a proporgli di venire a queste riunioni della catechesi, il sabato sera. C’era il titolare della cattedra di Bioethics che se lo prendeva per le orecchie quando arrivava mezzo fatto di canne a lezione, o i voti bassi che gli davano agli esami, perché poco propenso ad adeguarsi al Manuale, oltre che poco preparato. Li sentivo risalire su nella mia bocca con un rimbombo, i suoi anni giovani, e mi era venuta la nausea, lentamente la sbronza mutava in un violento mal di testa, tenevo le mani sopra agli occhi, strette e immobili in quel buio pesto della mia camera all’Hotel Sambuco. Chissà come sarebbe finita, pensavo quasi lucido, se al posto di Kay ci fossero stati i primari del Campo medico a fare il giro dei bar di Cotenna est. Forse con ‘giusto’ o ‘sbagliato’, con ‘bello’ o ‘brutto’, con ‘dannoso’ o ‘utile’ , con ‘amico’ o ‘nemico’, con ‘legale’ o ‘illegale’, con ‘bene’ e ‘male’, con ‘beneficenza’ e ‘maleficenza’, con ‘ragionevolezza’ e ‘razionalità’. E con ‘normale’ e ‘strano’, ovviamente. Forse sarebbe finito tutto con molto ritardo sulle aspettative e con molta, moltissima ipocrisia. Avrei dovuto vederne uno due giorni dopo, a Citerea nella loro sede, ma tanto quelli avevano già controllato su internet il mio profilo, e di sicuro la facevano saltare con qualche ritardo imputabile alla mia non presenza in loco e ai loro equivoci con la segretaria. Per mail avevano voluto un elenco delle domande, gli avevo chiesto, ad esempio, come si distingue scientificamente un trattamento medico da una forma di sostegno vitale e che cosa fosse per loro il dolore, visto che stavano preparando un ddl da mandare alla camera dei deputati, per una disciplina completa del come si ‘deve’ entrare e uscire da questa terra, le cornici invalicabili di tutto quello che rimane in mezzo, e della durata umana. Dovevano essere davvero normalissimi quelli, normali da far paura, crocifissi viventi e ricchi, impaccati di soldi come non mai. Se c’era un posto perfetto dove spedirli tutti, quando impattavano con trauma cranico alle terapie intensive, beh quello era senza dubbio il loro Campo. Mandarli in cura dai colleghi più giovani, del tutto ‘normali’, gli Ivan Il’ic eterni, che non periranno mai, di una morte puramente cerebrale. Non si meritavano nemmeno l’oca, quelli, e la sua normalità minore, il suo cuore battente, e quasi di massa.
Essere persone comuni secondo me è diverso, è molto più impegnativo di un cervello che non pensa, o di un cuore che non batte. Ecco ho acceso il registratore, non riesco a aprire gli occhi, sbobino tutto nel sonno, e butto già due parole di commento e le mando subito in stampa ok? No, il cellulare lo tengo acceso…senti non lo so più come finire il pezzo, sto cercando di fare la fine giusta ok? Né troppo lirico nè troppo retorico… Sobrio e misurato e che funzioni bene, forse non è nemmeno così importante, trovare la fine adesso, forse è meglio non pensarci proprio…magari domani, con più calma, magari al risveglio… Tutto quello che c’era da sapere, tanto, lo sapevano già tutti, sia i vivi che i morti, era la stessissima cosa, in fondo, la stessissima cosa…

Commenti
4 Commenti a “Intervista sulla morte”
  1. Fabio scrive:

    Uhm.

  2. Cornetta Maria scrive:

    E’ solo una mia opinione, ma non mi piace. E’ blasfemo discutere sull’opportunità o meno di mantenere in vita una persona, a prescindere dalle sue condizioni: non ci si può sostituire a Dio. Non sono sola, per fortuna, a pensarla così. Mi rattrista soltanto che si abbia la pretesa di proporne il dibattito, in un’Italia ancora fortemente cattolica, una cosa che ci salva da tante dannose ideologie.

  3. marco mantello scrive:

    Gentile Maria Cornetta, credo che lei non possa stabilire in base a una religione e a un dio di cosa sia lecito discutere e di cosa non sia lecito discutere. Se vuole proporre degli argomenti contro o a favore di qualche cosa, e discuterne, sono disponibile a farlo. Cordiali saluti.

  4. Cornetta Maria scrive:

    Lei ha perfettamente ragione. Ho peccato di presunzione. Le mie idee propongono una visione parziale della verità, ma questo è valido per tutti, NESSUNO escluso.Questa volta sono stata assolutamente obiettiva, giusto? E’ per lo stesso motivo che non ritengo di dover prolungare una discussione che probabilmente non approderebbe a nulla. Ognuno di noi due resterebbe ancorato alle sue PARZIALI verità.

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