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Intervista a Susanne Bier

Pubblichiamo un’intervista di Lorenza Pieri, uscita su Doppiozero, alla regista danese premio Oscar Susanne Bier.

di Lorenza Pieri

Quiz: quante registe donna riconosciute internazionalmente conoscete, di quelle che hanno vinto un Oscar con un loro film? Forse ai più verrà in mente un nome solo.

Ecco, l’altro è quello della danese Susanne Bier, una delle più importanti registe contemporanee, vincitrice nel 2011 con In un mondo migliore dell’Oscar come miglior film straniero, di un Golden Globe e dell’European film Award, più di un’altra sfilza di riconoscimenti per i suoi film precedenti.

Perché non sia famosa come merita verrà fuori in qualche modo anche dalla conversazione che ho avuto il piacere di fare con lei a Roma, per il lancio del suo nuovo film, Love is all you need, una commedia romantica originale e non priva di risvolti drammatici, con Pierce Brosnan come protagonista insieme alla bella Trine Dyrholm, eclettica musa della Bier.

Susanne Bier arriva in una splendente camicia verde smeraldo e si capisce subito, dallo sguardo più brillante della seta che indossa, che è una persona fuori dal comune. Mentre ci presentiamo, proviamo il funzionamento del registratore e arriva il suo tè verde si toglie le scarpe e si accovaccia sul divanetto, al piede destro porta un tutore nero, perfettamente mimetizzato e non oso chiederle che cosa le sia successo. Inizio con un’affermazione che lei subito mi stronca. Le dico che un mio caro amico danese, quando ha saputo che l’avrei intervistata in occasione della presentazione della sua commedia mi ha detto: “Se è danese, non può essere una commedia”. In effetti quasi tutto il cinema danese che arriva a noi mi sembra caratterizzato da temi forti e tragici, con una particolare predilezione per violenza, depressione, calunnie, abusi, vendette, delitti e castighi. Sarà che quando si pensa al cinema danese è difficile scappare da Von Trier e da Vinterberg.

S.B. : “Non sono d’accordo”, mi dice, “anche in Danimarca siamo in grado di fare commedie pure. Nel mio caso effettivamente l’obiettivo non era una commedia, ma fare un film che avesse in qualche modo a che fare con il cancro. Sia io che Anders Thomas Jensen [il suo co-sceneggiatore] volevamo affrontare questo tema. Entrambe le nostre madri hanno avuto il cancro, sua madre è morta di cancro e la mia ha affrontato due volte un cancro al seno. È un tema con cui abbiamo avuto a che fare per molto tempo e da molto volevamo trattare. Ma ne abbiamo parlato e non volevamo fare un film cupo, troppo drammatico. Per questo abbiamo cominciato a scrivere questo film che effettivamente non inizia come una commedia, ma poi lo diventa.”

L.P. :“Penso che tu sia stata comunque coraggiosa. Voglio dire, dopo aver vinto un Oscar con un film intenso e drammatico come In a better world ti sei cimentata con una commedia, che è comunque un genere considerato molto commerciale. Non hai sentito le pressioni delle aspettative dopo l’Oscar? Avevi già in mente questo film quando è arrivato il premio?”

S.B. : “Sì ce l’avevo già in mente, anzi avevo già iniziato a scriverlo a Los Angeles all’inizio di febbraio. Poi alla fine del mese è arrivato l’Oscar. Quanto alle pressioni, è vero che dopo aver vinto un premio importante fa sempre paura chiederti cosa farai dopo. Ma credo che sia necessario andare avanti e trovare un obiettivo, non continuare a pensare a cos’ho fatto prima e perché ha funzionato e come replicare quel successo. Oltretutto non mi piace ripetermi o replicare me stessa.”

L.P. :“Torniamo al film. Mi è piaciuto molto il personaggio di Ida, una donna molto dolce e al tempo stesso fortissima. Ma ho trovato eccessivamente morbida la sua reazione nei confronti del comportamento del marito. Mi è sembrata troppo tollerante, troppo buona, sempre a giustificarlo agli occhi di tutti, al punto di risultare un po’ irritante nella sua ingenuità. Questa gentilezza totale faceva parte del suo personaggio oppure è stato un trucco della sceneggiatura per rendere più appagante la rivincita finale?”

S.B. : “No, il personaggio era così. Ci sono donne così. Lei è una che tende a vedere la vita da un punto di vista sempre positivo. Forse un po’ troppo rigida nel decidere cosa è bene per lei, ma pura. Il personaggio è costruito sulla figura di mia madre. I miei genitori non hanno avuto una storia come quella del film, ma mia madre è sempre stata una donna molto ottimista, che quando le cose non andavano bene diceva sempre ‘dai non preoccuparti che tutto andrà per il verso giusto’. Abbiamo pensato che fosse bello partire dall’idea di una persona così senza volerne fare un personaggio antiquato, ma solo molto positivo.”

L.P. :“Torniamo al senso di vendetta, perché io credo che sul finale Ida si prenda una sorta di meritata rivincita…”

S.B. : “Non parlerei tanto di vendetta quanto del ristabilirsi di una giustizia meritata.”

L.P. :“Giusto. Ma il tema della vendetta e della giustizia sono comunque centrali nei tuoi film. Penso a In un mondo migliore. Penso alla meravigliosa storia che sei riuscita a costruire, con un’architettura impeccabile intorno alla domanda “La vendetta è giusta o no?”. Senza la minima sbavatura narrativa il film riesce a non dare una risposta univoca mettendo sul piatto entrambe le alternative: non è giusta perché innesca spirali di violenza inutile e senza fine, ma in alcuni casi è l’unica via di uscita a quella stessa violenza oltre ad essere catartica e liberatoria. Ti piacciono le grandi domande senza una risposta?”

S.B. : “Sì. Penso che la vita sia così. Penso che la vita sia tutta fatta di grani domande che devi affrontare senza necessariamente darti una risposta, o comunque non una risposta unica. Questa cosa di fare delle domande e dare allo spettatore la libertà di trovare le risposte che preferisce è anche in Love is all you need, anche qui ci sono possibilità di amore, ma mai garanzie sulla sua eternità…”

L.P. :“Certo. Ma nel film il fallimento del matrimonio di Patrick e Astrid è meno drammatico di quello di Ida e Lief, o della vedovanza apparentemente inconsolabile di Phillip, a cui hai dato più spazio. Pensi di privilegiare le situazioni degli adulti? Quelle apparentemente senza grandi vie d’uscita?”

S.B. : “In effetti questo è anche un film sulle generazioni, sul rapporto tra genitori e figli. Penso che il fatto che il fallimento del matrimonio di Patrick e Astrid sia percepito come meno drammatico dipenda dal fatto che i giovani hanno un’intrinseca capacità di credere nella vita, che siano automaticamente in grado di venire fuori dalle situazioni difficili. Penso che Astrid sia comunque una ragazza sana, che sia sana la sua reazione, così come quella di Patrick. Il fatto che il loro fallimento non sia percepito come drammatico sta nel fatto che si tratta di un ostacolo in mezzo alla strada, non la fine della strada.”

L.P. :“Mi piace moltissimo l’idea che dai sempre ai tuoi personaggi l’opportunità di avere un’altra possibilità. Affrontano situazioni dolorose, affrontano vedovanza, solitudine, malattie, tradimenti, ma per loro c’è sempre una speranza. Ho come l’impressione che la speranza faccia parte della tua poetica.”

S.B. : “Sì, è vero. Credo che faccia veramente parte di me. Credo di essere molto fortunata nell’aver ereditato una parte dell’approccio positivo di mia madre alla vita, credo che in ogni situazione, anche la più difficile, anche se sembra di non vederla, sotto sotto ci sia sempre una speranza.”

L.P. :“Hai parlato diverse volte dell’influenza di tua madre nel tuo approccio alla vita e nel tuo lavoro. Cosa mi dici invece del tuo essere madre? La maternità ha inciso sul tuo modo di vedere le cose?”

S.B. : “Sì certamente, assolutamente. Credo che una volta che diventi genitore ti accorgi che la tua vita è cambiata per sempre. È veramente un momento cruciale dal punto di vista esistenziale. Ti rendi conto che sarai preoccupato per sempre. Per sempre vedrai delle cose dalle quali non potrai proteggere i tuoi figli, per sempre ci saranno cose che non potrai controllare. Sai che inevitabilmente soffriranno nella vita ma vuoi tenerli il più lontano possibile dal dolore. Fin da quando sono piccoli e vanno a scuola avresti la tentazione di andare con loro e proteggerli, magari da un bullo che li picchia, ma sai che devi rimanere adulto e che devono imparare a difendersi da soli. È una sfida continua contro la tua stessa impossibilità a difenderli dalla vita. E penso che Love is all you need parli anche di questo, per esempio Phillip, il personaggio di Pierce Brosnan, prova a proteggere il figlio Patrick, ma ovviamente non ci riesce.”

L.P. :“Mi dispiace molto farti questa domanda perché devia dalla discussione sul film ed è una domanda che non farei a un regista maschio. Ma dato che vivo in un paese tendenzialmente maschilista in cui una regista che vince un premio Oscar sembra ancora un’idea fantascientifica, te la faccio lo stesso: hai mai avuto la sensazione che essere un donna ti abbia ostacolato in qualche modo nel tuo lavoro?”

S.B. : “No. Ma devo dire che all’inizio della mia carriera mi sono ritrovata in certi Festival seduta in tavole rotonde accanto ad alcuni registi maschi molto più sicuri di loro stessi, molto più pretenziosi, che parlavano del loro lavoro tutti pieni di sé, in maniera molto pomposa. Poi vedevi i film e pensavi, “be’, tutto qui?”. Penso che le donne siano molto meno abili nel vendersi, nell’autopromozione. Penso che invece per i registi maschi sia una cosa che viene molto spontaneamente non stanno a programmarla o a pensarci tanto su. Si sanno vendere meglio, senza dubbio.”

L.P. :“Un’ultima domanda: quali sono le tue scene preferite del film? Sono sicura che ne hai. Personalmente ho apprezzato molto il pezzo in cui Phillip tiene a Ida la sua mini lezione di botanica nella limonaia, spiegando che il limone tecnicamente non è un frutto ma una bacca e tutta quella cosa sui parassiti maschi talmente inutili che non hanno nemmeno la bocca per mangiare e non servono neanche a riprodursi (mi ha stupito moltissimo questa totale inutilità biologica), ma soprattutto mi è piaciuta molto la scena in cui Ida nuota completamente nuda e calva nella baia di Sorrento, lei è bellissima e la scena totalmente liberatoria.”

S.B. : “Sì è un scena centrale del film. Anzi è la scena centrale. Se c’è un motivo per cui ho fatto il film è quello, se si può dire che una scena può essere il motivo per fare un film. Ed è anche il momento in cui viene fuori che lui la ama per quello che è davvero non per quello che pensa potrebbe o dovrebbe essere, che è la cosa essenziale. Poi mi piacciono altre scene divertenti, come ad esempio quando lei torna a casa e trova tutte le rose e il marito con i fiori in mano che le chiede “mi riprendi con te?”, e poi ci sono altre scene che mi piacciono, come quella di madre e figlia insieme che parlano a letto.”

L.P. : “È vero è molto bella. Puoi anticiparmi qualcosa sul tuo prossimo progetto?”

S.B. : “È un film americano. Una storia d’amore molto cupa. Un thriller con una storia d’amore molto molto sexy, molto dark.”

L.P. :“Me l’avevi detto che non ti piace ripeterti…”

Commenti
Un commento a “Intervista a Susanne Bier”
  1. Antonella Bucca scrive:

    Sono felice di aver conosciuto la regista Susanne Bier attraverso i suoi film,ma mi renderebbe estremamente felice conoscerla personalmente,perché mi fa stare bene ,ha un animo sincero.
    Spero mi rispondiate
    Grazie

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