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L’educazione aristocratica di Zerocalcare a Rebibbia

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Pubblichiamo un’intervista di Marco Cubeddu a Zerocalcare apparsa su Pagina 99. Ringraziamo l’autore e la testata.

Oggi, sabato 8 novembre, alle 18 a piazza Indipendenza a Roma c’è Mille candele per Stefano Cucchi, una fiaccolata promossa da ACAD – Associazione Contro gli Abusi in Divisa Onlus. In fondo all’articolo, l’illustrazione di Zerocalcare.

di Marco Cubeddu

«Pensa che in 15 anni sono stato solo una volta fuori da Rebibbia per più di 4 notti. A Gaza. 9 giorni. Un incubo. L’idea di fare un viaggio non è che mi fa schifo eh, ma io proprio non ce la faccio. Fino a qualche anno fa mi venivano le bolle rosse quando dormivo fuori. Anche le presentazioni, per dire, ne ho 18 già programmate per Dimentica il mio nome, e anche se ne ho diverse vicine io vado, dormo fuori una notte, torno a Rebibbia, magari per un giorno, e poi riparto. Ormai ho imparato a conoscermi. Massimo 4 notti posso resistere».
«Ma che ne so, non ti attira l’idea di andare in Cina, in Australia, in America?»
«Sì. Per 4 notti».

Ecco, per raccontare Zerocalcare, che a differenza di quanto credevo non soffre a sentirsi chiamare con lo pseudonimo, anzi, maledice il giorno in cui Makkox in buona fede ha fatto il suo vero nome in una prefazione, bisogna partire da Rebibbia, il suo “Pisolone”, un sacco a pelo che lo tiene al sicuro. Dove anche il suo ultimo libro, Dimentica il mio nome (in uscita per Bao Publishing, 240 pagine, euro 18), è ambientato, e dove tutta la sua famiglia abita ancora («Stamo tutti a Rebibbia, mi madre, mi nonna, mi padre, io avrò cambiato 4 case da quando sono andato a vivere da solo. Tutte a Rebibbia»).

E infatti è a Rebibbia che ci incontriamo. Da neoromano, mi perdo per raggiungere la linea B. Siccome sono in ritardo, gli scrivo: «Ciao Michele io sto per prendere la metro da Tiburtina spero di non arrivare in ritardo». «Azzz no mi sa che arrivi prima di me anzi, tra 15 min stai qua! (se arrivo alle 17.45 mi uccidi?)»

Avevamo appuntamento alle 18.00. Altri elementi necessari per inquadrare Zerocalcare: la premura. La gentilezza. Effettivamente arrivo prima di lui, per uno di quei miracolosi incastri che rendono la viabilità romana imperscrutabile. Impossibile essere puntuali: o in largo anticipo o in drammatico ritardo. Lo aspetto appollaiato su un muretto di mattoni davanti alla stazione. Intorno, famiglie di carcerati al rientro dalle visite. Arriva e si scusa di essere uscito «praticamente in pigiama». Eppure, un’altra sua caratteristica è l’eleganza intrinseca, nonostante l’accento da borgata e il look da redskin a riposo. Siccome nel nuovo libro le componenti autobiografiche, alterate da parti fantastiche, lasciano pensare a un’educazione aristocratica della nonna materna, viene spontaneo ricondurlo ai personaggi di Dickens, cui la vita di strada non ha intaccato il sangue blu che scorre nelle loro vene.

«Ma no, mi nonna è stata educata da dei nobili russi, ma mica era nata nobile, e poi è finito tutto da giovane, ha avuto una vita pazzesca, rocambolesca, tanto che è finita a Rebibbia. Ma tu dove stai qui a Roma?».
«Pigneto purtroppo, un covo di radical chic, sto cercando di scappare».
«Eh, quello è l’inferno. Ma zona isola?».
«No, per fortuna, sulla Casilina, verso Torpignattara, coi cinesi che tengono lontani gli hipster».
«Ah, due giorni fa avevamo occupato un posto da quelle parti, per farci una scuola sociale di fumetto».
Già, eleganza e squotteraggio in lui si conciliano benissimo. Andiamo a bere qualcosa al bar Al vecchio casello («Qua è abbastanza di passaggio, no, sai, farmi vedere che mi fanno un’intervista, da ste parti, poi tutti ci guardano storto, e ch’hanno pure raggione»).

Se non dovessimo parlare d’altro parleremmo tutto il tempo di politica. Quella è la parte della sua vita che lo interessa davvero. L’unica cosa che chiede venga riportata con attenzione: «Perché a me se dovessi perdere il rispetto della mia gente, mi farebbe troppo male».
Occupazioni, cineforum, presentazioni di libri sono stati per lui molto più formativi del liceo classico. I centri sociali sono il solo ambiente in cui Zerocalcare si sente veramente a suo agio. Oltre alla sua cameretta. Per lui sono mondi distinti, quello del suo successo editoriale (oltre 200.000 copie vendute, tutti che lo vogliono sui giornali e sulle riviste, tutti che lo vorrebbero in tv) e quello delle locandine, delle copertine dei cd autoprodotti, che continua a fare. Eppure, nelle sue storie è molto autoironico sulle idiosincrasie politiche, sulle contraddizioni del suo antagonismo.

«Sì, con me stesso mi viene facile. Ma sugli ambienti che frequento non faccio mai ironia, è una parte troppo importante della mia vita, e l’ironia potrebbe venire fraintesa, strumentalizzata da chi vuole raccontare quelli dei centri sociali come stereotipi, alieni fuori dal mondo. E non mi va».
Ci sediamo a un tavolino metallico. Intorno a noi gridano due gruppi di vecchietti, parlano della sconfitta della Roma con la Juve («Ma che parlamo a fa coi laziali de carcio»). Prendo una birra. Lui prende un succo di frutta. «Astemio?».
«Sono un punk straight edge: non bevo, non fumo, non mi drogo, non assumo nessuna sostanza che alteri la coscienza o che dia dipendenza. Forse ho iniziato perché avevano delle felpe fighe. Una volta eravamo in tanti. Mo’ praticamente del mio gruppetto semo rimasti solo io e Secco, l’amico mio».
«Quello del poker on line delle tue storie?».
«Quello«.
«E lui come l’ha presa la fama?».
«Sai che non ne parliamo mai? Lo sa di essere un mio personaggio. Ma non è mai venuto a una mia presentazione. O, che so, su Facebook, non ha mai condiviso un mio link».
«Timidezza?».
«Ma no, è che a lui, ma a tutti gli amici miei, in realtà, è che non gli frega niente di ste cose. Noi parliamo di risse, di arresti, chi è stato menato da chi».
«Cioè, non è cambiata la tua vita?».
«Ma sai che no. Cioè, lavoro un botto più di prima, ma per il resto no».
«Beh, ma anche economicamente, direi che ti è cambiata per forza. Ora, ho capito che non ti trasferirai ai Parioli, però insomma, una villa a Rebibbia?».
«Ma io più che altro ero convinto, e lo sono anche adesso, che non durerà. Per me era strano fare delle storie su riviste che non chiudessero dopo due settimane. Quindi la stabilità è una cosa pazzesca. Ma sono sicuro che arriverà il giorno in cui dovrò cercarmi un lavoro. E i soldi mi serviranno per tirare a campare. Quindi niente lussi, anche se ho comprato diversi videogiochi, uno tipo quelli vecchi da bar, che era il sogno mio avercelo in casa da regazzino».

Il successo di Zerocalcare viene dal suo blog, dove ogni maledetto lunedì su due ha raccontato la sua vita.
«Io non pensavo potesse interessare a qualcuno. Quelle erano paranoie mie e basta, credevo. Poi, facendole leggere agli amici, ho capito che interessavano anche ad altri, così ho messo su il blog».
«Che nonostante gli impegni continui a portare avanti, gratis».
«Sì, anche se ho smesso di considerarlo un patto di sangue, non lo aggiorno più con la regolarità di un tempo, perché non ce la faccio proprio. Però è un mio punto d’onore continuare a fare delle cose gratis su internet, non voglio che la gente pensi che ho usato il blog come un trampolino, che poi lo è stato, ma non è solo questo, è una cosa a cui tengo davvero».
«Eppure i tuoi numeri sono impressionanti. Nessuna tentazione mondana?».
«È proprio l’informalità dei lavori creativi che non sopporto. Quando lavoravo normalmente facevo le mie ore e fine. La mia vita era fuori. Invece nei lavori creativi il lavoro è fatto di feste, di cene, di aperitivi, di socialità. Io l’ho fatto all’inizio, ma poi ho capito che non lo volevo più fare. Anche perché se cominciassi a fare quella vita lì poi non potrei più raccontare le mie storie, non mi sentirei pulito. Però è chiaro che, vendendo bene, sono nella posizione per non farlo. È un privilegio potermelo evitare. E poi mi fa veramente schifo, ti rendi conto che quest’ambiente è perfettamente in grado di assorbire tutto, dalla guardia al black block».

«E da un punto di vista creativo, sei cambiato?».
«Ho il terrore di non approcciare le cose con lo stesso spirito di quando le ho cominciate. Non voglio vivere facendo qualcosa solo perché so che ha consenso. Anche se c’è una parte di me che mi dice…».
«Tipo l’Armadillo che rappresenta la tua coscienza nelle tue storie?».
«Esatto, che mi dice daje Calcà, che te frega, però ecco, ad esempio, io questa storia la sento molto diversa dalle altre cose fatte, infatti c’ho un botto de paura, però mi sentivo che si è chiuso un ciclo con questo libro. La profezia dell’armadillo lo sento datato di tre anni, la mia visione degli affetti, delle cose, si è evoluta, era il momento di raccontare questa storia, anche se mi terrorizza a morte».
«Perché?».
«Perché ho paura che la gente dica Che palle, ma che frignone questo».
«Io l’ho trovata più adulta, con parti divertenti che funzionano e lasciano prevalere i sentimenti, raccontati in maniera sofisticata ma col pregio della banalità, in senso buono. Quelle esperienze che abbiamo vissuto tutti e che fanno sentire i tuoi lettori così dentro la storia».
«Ma l’hai letto? Ti è piaciuto? Io non ho manco visto il pdf ancora, è la prima intervista che faccio con qualcuno che l’ha letto e mi interessa capire che ne pensi perché io sono terrorizzato a morte».
«Sì, ho ricevuto il pdf. Tra l’altro, fra parentesi, mi hai fatto vivere un’esperienza surreale. Il tuo libro si chiama Dimentica il mio nome. Ma su tutte le pagine del pdf che mi hanno mandato stava scritto il mio in obliquo, che era come non poterselo scordare mai. Ho pensato che nell’ufficio stampa di Bao o fossero dei geni della metacomunicazione, o fossero pazzi: pdf criptato, nome impresso su tutte le pagine, manco fossero documenti della Cia, tipo che temono un Calcareleak».
«Ahahahaha, così se lo metti su eMule sanno che sei stato tu».
«Comunque, a parte gli scherzi, non c’è un altro modo per dirlo, è molto bello».
«Dici? Ma non è sdolcinato?».
«No. È tenero. Il rapporto con tua nonna, con tua mamma, con tuo padre…».
«Eh, quella è una mia altra paura. Da una parte il patto che ho fatto con mia mamma è che non dico a nessuno pubblicamente cosa è vero e cosa no. E dall’altra che mio padre magari se la prende, che lo faccio passare come un cojone».
«Io l’ho trovato delizioso il modo in cui racconti delle difficoltà tra padre e figlio di darsi affetto, che lo fanno con le mosse delle arti marziali praticamente. E in generale, l’inizio soprattutto, chiunque ha perso un nonno non può che immedesimarsi, quando tieni la mano a tua nonna, il modo in cui ti senti in imbarazzo in ospedale».
«Io avevo molta paura perché per la prima volta non raccontavo solo i fatti miei, ma anche quelli della mia famiglia, anche il lutto, il dolore, cose che mi mettono in imbarazzo».
«La parte sull’oscenità del dolore è stupenda».
«Mi sento in colpa ma il dolore mi fa schifo, mi ripugna, mi repelle. Proprio le fragilità del dolore scomposto, io posso venirti a prendere in macchina alle tre del mattino, pure in bici dall’altra parte del mondo, ma non ti so dare assistenza al dolore, sono impreparato».
«In generale c’è un grande pudore nelle tue storie. Penso che questo contribuisca a rendere il tuo mondo accogliente, vero, ma allo stesso tempo finto, non so, penso alle storie di Topolino, Topolinia e Paperopoli che praticamente mettono al bando cose come la morte».
«Nelle mie storie, ad esempio, il sesso non c’è perché non lo so raccontare. E perché coinvolge un’altra persona. Io sono un’orsolina, quella roba non mi va di darla in pasto ai lettori. Pensa che nella mia vita non ho mai disegnato neanche un paio di tette».

Dimentica il mio nome è un libro delicato, che affronta il tema della crescita e dell’identità con umorismo e paradossi, ma senza dimenticare la commozione, la nostalgia, i rimpianti. Un impasto generazionale che attraverso i miti degli anni ’80 e ’90, personaggi pop, nel senso di popolari, ma con una grande profondità, dei grandi valori («Prendi Ken Shiro, un modello», «Io ti confesso che da bambino stravedevo per Sauzer, il malvagio imperatore di Nanto», «Ma che infanzia c’hai avuto, ahò»), tratta sentimenti comuni a tutti con visioni originali e un’eleganza data dalla cura dei testi e dalla scelta dei colori (bianco, nero e arancione).

Prima di salutarci facciamo due passi per Rebibbia, al tramonto («Mica è il Bronx»), dietro un campetto, tra stradine minuscole, kebabbari, sovrastati dal bianco e nero dei palazzi sui cui si attarda un sole arancione dalle sfumature nucleari, parlando delle avances delle major, dell’hip hop, del punk, della bellezza delle scritte Acab, dell’autoproduzione, del rapporto coi fan («Il fatto che passo ore a fare disegnini alle presentazioni a me sembra un dovere nei confronti di chi viene a sentirmi, poi certo, ai lettori gli fa piacere comprare i miei libri anche per quello, e certi colleghi mi vedono male perché i lettori si aspettano che lo facciano anche loro») dei fan, delle critiche («cerco di leggere tutto, a volte rosico proprio, mi è pure capitato di beccarmi con qualcuno che mi insultava pesantemente e mi hanno portato via perché volevo mettergli le mani addosso»), di graffiti.

«Uno per cui c’ho una grande stima, artisticamente e politicamente, è Blu. Vorremmo fargli fare un pezzo su quella facciata… lo conosci?».
«Ho un tatuaggio tratto da un suo disegno».
«Eh, io ho due tatuaggi. Ne ho fatto uno su un braccio senza pensare che poi mi si poteva riconoscere alle manifestazioni, così ne ho fatto poi uno anche sull’altro, tanto se devo mettere la maglia a maniche lunghe per non farmi riconoscere… però ho tenuto puliti i polpacci così posso mettere i pantaloncini. Che disegno hai fatto di Blu?».
«Un nastro di Möbius fatto di carri armati e ruspe, sta su una fabbrica di Praga».
«Eh, a Praga devo andarci».
«Non è che poi ti vengono le bolle se stai troppo fuori da Rebibbia?».
«Ma no, basta che faccio tutto in quattro giorni».

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Commenti
2 Commenti a “L’educazione aristocratica di Zerocalcare a Rebibbia”
  1. Ale scrive:

    che strano imbattermi in questa intervista alle 3 di notte! Molto bella, complimenti, non ti sei limitato ad intervistarlo ma hai messo un po’ di te. ZC è una delle persone che stimo di più in assoluto, soprattutto nel lato umano.

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