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Intorno a uno stagno: i racconti di Claire-Louise Bennett

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di Giorgia Tolfo

“Dipendesse da me, non metterei un cartello vicino a uno stagno con su scritto STAGNO, ci scriverei qualcos’altro, tipo SBOBBA PER MAIALI, o lascerei perdere proprio.”

Difficile non trovarsi d’accordo con la protagonista di Stagno (Claire-Louise Bennett, traduzione di Tommaso Pincio), pubblicato in questi giorni da Bompiani, di fronte a un cartello così tautologico come quello che indica uno stagno accanto a uno stagno. Come si può infatti non provare fastidio per quell’etichetta allarmista, ovvia e posticcia, che toglie al luogo a cui è appiccicata il mistero che altrimenti lo avvolgerebbe e la capacità di parlare da sé?

Dall’infanzia all’età adulta, aggiunge l’anonima protagonista osservando lo stagno e i bambini che ci giocano attorno, siamo costantemente esposti a questo genere di idiota invadenza – cartelli con nomi letterali e avvisi insensati – che indebolisce la capacità di notare davvero le cose e ci priva “dell’arricchente gioia di muoversi in accordo diretto e profondo con le cose”.

Il mondo sensibile, così ridotto quasi unicamente al suo significante, perde in sensualità e mistero, diventa piatto e  temibile. La malinconia prende il posto dello stupore perduto.

Non si può comprendere appieno la portata del lavoro di Claire-Louise Bennett se non si parte da questo punto, dalla rivolta, cioè, contro la perdita della capacità di relazionarsi al mondo sensibile con stupore e immaginazione e contro l’esperienza superficiale e funzionale di questo.

In questa rivolta pacifica – che è di fatto una riappropriazione della capacità di meravigliarsi – si trova il senso intrinseco della vita dell’anonima protagonista del libro.

I venti brevi racconti che costituiscono Stagno – radiografie di una mente in libero movimento – invitano il lettore ad entrare nella sua pelle, a osservare il mondo svincolando il pensiero dal peso della razionalità e a riscoprire il mistero dell’esperienza fenomenologica. La osserviamo defamiliarizzare e riappropriarsi del mondo, riscoprirne la bellezza e l’orrore, erotizzarlo, scomporlo in atomi, “tagliuzzare, sminuzzare tutto, in una sorta di contratto stupore”. Con lei e accanto a lei vediamo costellazioni stellari nei muretti di pietra del giardino, quadri romantici nelle unghie smaltate, preziosi arazzi medievali in pacchiani quadretti a punto croce. Come muti testimoni, assistiamo persino a fantasie di stupro, attacchi di panico, momenti di depressione così perfettamente controllati da essere quasi esperienze gioconde.

Perché mai il mondo doveva crollarmi addosso, per così dire, proprio quel giorno? Ero davvero sospettosa e mi son detta che era meglio non star troppo dietro a ogni idea che mi passava per la testa, dopotutto sentirsi spaventati è abbastanza normale, una cosa cui ci si abitua, e verosimilmente o siamo noi a dimenticarci di lei o è lei a ripiegare. E poi, ogni tanto, come oggi, riappare, solo per rammentarti, forse, con cosa convivi, malgrado te ne sia quasi dimenticata. La trovavo una spiegazione sensata e mi soddisfaceva abbastanza, non sentivo il bisogno di spingermi oltre.

Claire-Louise Bennett non è che la più recente addizione a quell’ormai cospicuo numero di autrici irlandesi – Eimear McBride, Sarah Baume tra le altre – le cui narrazioni dissociate costituirebbero secondo Anne Enright il “nuovo modernismo irlandese” nato dalle ceneri della crisi economica.

Influenzata da Beckett ed esperta di teatro post-drammatico, Bennett, in Stagno, si insinua nei circuiti e cortocircuiti del pensiero di una donna che vive ritirata in un cottage nella campagna irlandese e ne espone le imprevedibili evoluzioni con un linguaggio sospeso, evanescente, infarcito di espressioni demodé e colloquiali (tradotti con grande cura da Pincio), dove ketchup ed esistenzialismo si incontrano con naturalezza.

Si tratta paradossalmente di un linguaggio che tanto più cerca di essere aderente e mimetico alle infinite mutazioni di un pensiero che si vuole liberare di ogni forma di imposizione e razionalità, tanto più diventa artificiale e costruito. Ma di fronte al dilemma di come raccontare un’esistenza intima, porosa e fluida come quella della protagonista usando un mezzo – la scrittura – che per sua stessa natura è il risultato di convenzioni, non resta che accettare le limitazioni del compromesso e usare quel che si ha a disposizione.

a voler essere esatti, l’inglese non sarebbe la mia prima lingua. Non ho ancora scoperto qual è la mia prima lingua, sicché al momento mi esprimo servendomi delle parole inglesi. Mi aspetto che dovrò cavarmela sempre così; purtroppo non credo sia possibile scrivere nella mia prima lingua. Non sono certa che possa essere esternata vedi. Credo debba restare dov’è; a covare nell’elastica oscurità dei miei organi tremolanti.

Della protagonista dei racconti non sappiamo molto: è una accademica che si è ritirata a vivere in un cottage nella campagna irlandese, molto probabilmente sulla costa occidentale dato l’alto livello delle precipitazioni di cui costantemente si lamenta pur affermando di ignorarle. Ama cucinare nonostante abbia solo un fornello a due fuochi, passeggia spesso tra i campi dopo la pioggia, non è benvista da tutti gli abitanti del villaggio ma viene spesso invitata a casa dei vicini, è estremamente appassionata quanto cinica, ha un vivace appetito sessuale e spesso ha profondi momenti di sconforto.

Nei racconti non succede quasi nulla, ma proprio in questa assenza di eventi si trova quella meraviglia che Bennett va cercando. Nell’esistenza solitaria della protagonista, che per certi versi rispecchia quella reale della scrittrice nel ritirarsi a scrivere Stagno, svanisce infatti la necessità di fare impressione sul mondo e si ravviva al contrario la possibilità che sia il mondo a fare impressione sulla coscienza e che questa entri così in osmosi con esso. In questa condizione di coscienza aumentata, la deliziosa ossessione per l’arrangiamento delle insalatiere o la paura di non trovare il ricambio per l’unica manopola di regolazione del miniforno rimasta intatta, la preoccupazione per la disposizione dei ribes sulle “pance screziate” delle pere o la bellezza delle bretelline di un reggiseno appese a una sedia posta vicino al chiarore smorto di una vasca da bagno, diluiscono l’esperienza umana nel mondo circostante e attenuano qualunque forma di visione antropocentrica.

C’è qualcosa di intrinsecamente corporeo e – si conceda – femminile nel ritiro della donna nel suo cottage: non c’è la volontà di isolamento assoluto, di sopravvivenza e dissidenza dell’illustre predecessore Walden, c’è al contrario una totale desiderio di abbandono, la volontà di penetrare l’essenza delle cose, di svanire nel mondo fisico circostante, anche se questo può significare semplicemente nascondersi dietro al bucato che sventola o a un oggetto in casa. Si tratta di una sparizione che non ha nulla dell’annullamento nichilista; al contrario è una forma di affermazione di sé, perché rappresenta un momento di liberazione dal bisogno di performare un ruolo sociale.

Nell’isolamento della sua tana (“forse ogni casa, ogni casa, col tempo, poteva diventare una tana? e accogliermi nella sua penombra, benigna, tiepida, rassicurante?” Natalia Ginzburg, La casa) la donna riscopre il mistero di sé, ma soprattutto è affascinata dai suoi stessi pensieri, tanto da volerli raccontare a quel tu misterioso che ricorre continuamente nella narrazione, un tu che può essere allo stesso tempo un amante, il lettore e il compagno silenzioso di Rubasciov.

E devo provare, con tutta me stessa, a non dire qualcosa di supplichevole e privo di finezza, tipo: vorrei solo che tu potessi stare per cinque minuti sotto la mia pelle e sentire cosa si prova. Sentire la magia del formicolio selvaggio che sento io.

In questo dialogo si  dissolve così l’ultimo limite, quello tra mondo della finzione e quello della lettura. Il brivido selvaggio che scorre sotto la pelle della protagonista dilaga sulla pagina e per qualche istante si diffonde lungo i polpastrelli lasciandoci così crogiolare assieme a lei “nel caos ritmico dell’esistenza, svincolati da contratti sociali e liberi di godere nel magnifico mistero del tutto”.

(cfr. Claire-Louise Bennett on Writing Pond).

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Giorgia Tolfo è nata a Marostica (VI) nel 1984 e vive a Londra. Ha conseguito un dottorato in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l’Università di Bologna, scrive su varie testate online ed è programmatrice del Festival di Letteratura Italiana di Londra (FILL).

Giorgia Tolfo è nata a Marostica (VI) nel 1984 e vive a Londra. Ha conseguito un dottorato in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l’Università di Bologna, scrive su varie testate online ed è programmatrice del Festival di Letteratura Italiana di Londra (FILL).
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