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Introiezione del conflitto

Vi racconto una storia. Qualche anno fa stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di contratti – quel paesaggio tristanzuolo che conosciamo. Mi capitò una ragazza, dottorata in antropologia, che era riuscita a strappare una collaborazione part-time in una fondazione che le garantiva 650 euro al mese; il resto del tempo lo impiegava tenendo in vece della sua vecchia pigra professoressa un paio di corsi, esami e altro pseudo-volontariato universitario – retribuito poco più di un rimborso spese (un altro migliaio di euro all’anno). Tra gli intervistati, non era una di quelli messi peggio. Era una tipa in gamba, determinata, fiera della propria indipendenza (non voleva chiedere soldi ai suoi), e soprattutto iperconsapevole delle condizioni di sfruttamento, delle dinamiche baronali dell’accademia etc… Viveva insieme a altre quattro tizie in un appartamento a Tor Pignattara. Condivideva una stanza doppia, per cui pagava 200 euro al mese, un prezzo buonissimo. Più o meno a conti fatti le restavano cinquecento euro, che potevano un po’ aumentare con qualche introito delle ripetizioni (terzo lavoro, dunque). Di questi soldi ne spendeva circa 300 al mese, mi disse, per fare analisi. Ne aveva un assoluto bisogno perché si sentiva piuttosto depressa: a trenta e passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi, non riusciva a prendere sul serio nessuna relazione sentimentale, aveva un desiderio di un figlio che le pareva pura incoscienza, era sempre stanca (la fondazione dove lavorava aveva la sede dall’altra parte della città rispetto a casa e all’università).

Alla fine di quella lunghissima intervista che si era tramutata in un botta e risposta sulle condizioni materiali e morali di vita negli anni zero italiani, me andai a casa triste. Dovevo ammettere che la mia situazione non era troppo differente da quella sua; eppure, oltre questa sorta di empatia e di rispecchiamento, non era scattato nessun senso di identità condivisa, nessun grumo di coscienza di classe, come si potrebbe dire.
Il punto è che lei per provare a stare meglio andava a fare terapia, e con l’aiuto di questo analista cercava di migliorare il rapporto con i suoi, desiderava riuscire a considerare legittimo il desiderio di poter innamorarsi di un uomo, di mettere su famiglia, la sua capacità di credere al futuro, e voleva sentirsi meno in colpa se non arrivava a fare per benino tutto quello che le veniva richiesto tra università e lavoro. Il malessere sociale che l’aveva contagiata, lei se l’era preso in carico proprio tutto tutto. La formazione di una coscienza di classe era stata sostituita da un percorso individuale di ricerca di sintonizzazione psicologica, per cui spendeva quasi la metà dei suoi soldi mensili. Mi sembrò un simbolo perfetto di quello che stava accadendo in giro alle generazioni di quest’età post-comunitaria. Invece di esternare il malessere, provando a generare conflitto sociale o quantomeno affratellamento, il disagio veniva tutto introiettato e si tentava di risolverlo a proprie spese – letteralmente. Del resto questa ragazza non cercava neanche più questo conflitto, cercava serenità.
Vi racconto anche un’altra storia, più breve. C’è un racconto di Nicola Lagioia del 2007 che ha come protagonista una ragazza di nome Sara che lavora all’organizzazione di eventi. All’inizio la troviamo nel pieno di una supergiornata di lavoro mentre, sottopagata, briga perché sono appena arrivati dei finanziamenti per quello che si vorrebbe un grande festival di teatro, letteratura, arte… La sua vita sembra una malinconica routine da animale da stagismo, se non fosse che incontra e si infatua di un tizio che si chiama Mario, e nella scena clou riesce a farsi invitare a cena da lui. Ma mentre le cose paiono andare nel verso previsto, qualcosa comincia a cortocircuitare tra i suoi pensieri: “Volevo tenere la conversazione a un livello decente, ma mentre provavo a concentrarmi sulle sue parole non ho potuto fare a meno di pensare digli degli inviti, digli degli inviti…, così ho cercato di pensare ad altro, volevo godermi la cena ma la vocina di tanto in tanto faceva capolino tra i discorsi, e mi ha seguito nel salotto, dove abbiamo preso un whisky, e mi ha seguito in camera da letto, dove a un certo punto, non so come, stavamo già facendo l’amore, ci sono stati inizialmente questi movimenti goffi, poi lui mi è entrato dentro, e mentre gli dicevo: “Mario…” in una parte della testa continuava a risuonarmi come da un pozzo senza fondo digli degli inviti, digli degli inviti”.
Vi sembra paradossale? Eppure, se ci pensiamo un secondo, questa schizofrenia non è soltanto un sintomo di una versione estrema del capitalismo del terziario avanzato. La schizofrenia è esattamente, precisamente, il modello dei rapporti di lavoro che ci interessano. La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe. Lavoratori dipendenti e autonomi, partite iva e contratti atipici, dottorandi e docenti precari, trentenni depressi e sessantenni che continuano a finanziare la vita dei figli sperando che un giorno questi li ricompenseranno. La distanza tra chi sfrutta e chi è sfruttato passa tutta per un conflitto interiore. E a lungo andare questa scissione – che non diventa mai dialettica – crea una sorta di abituazione, una cronicizzazione del disagio. Ossia: un dispositivo clinico per cui veramente penso possibile, normale, permanere in una situazione paradossale come quella di un quarantenne che vive da adolescente, o come quella di una ragazza che non capisce se l’innamoramento che sta cominciando a provare gli potrà tornare utile per il suo lavoro di ufficio stampa. Un malessere sociale a cui, invece di riconoscerlo come coscienza di classe narcotizzata, diamo alle volte il nome di bipolarismo; in una specie di medicalizzazione della tensione politica.
(Del resto, senza rendercene conto, le patologie della psiche contemporanea sono diventate utili in termini lavorativi. Quanto, per dire, è più efficiente un’ossessivo-compulsiva come organizzatrice di eventi, che telefona per confermare dieci volte che tutte le persone invitate abbiano risposto, che le stanze degli alberghi siano prenotate, che i treni non abbiano ritardi, etc…? Quanto un narcisista all’ultimo stadio può costituire un valore aggiunto come top-manager rispetto a una persona con capacità autocritiche? Quanto una persona in preda ad ansie da prestazione sarà cento volte più disponibile per degli straordinari non pagati? Sarebbe non troppo surreale se un giorno sul curriculum cominciasse a esserci una voce Patologie a sostituire quella Caratteristiche personali o Competenze).
Ma tornando a noi, ci si può domandare perché questo disagio interiore non diventa coscienza di classe, perché questo basso di recriminazione ha raramente un acuto di rabbia, e figuriamoci se si manifesta come ribellione. Una risposta parziale la possiamo ricavare da un’altra piccola storia. Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere una puntata di Ballarò dedicata al lavoro. C’era un servizio di dieci minuti su un disoccupato, un uomo di mezz’età che aveva appena perso il lavoro. Dalla sua casa in penombra raccontava alla telecamera come la sua vita fosse miserabile, priva di dignità ora che si trovava a spasso: si sentiva un verme perché non poteva pagare nemmeno la scuola di calcio a suo figlio come gli aveva promesso da tempo. Alla fine del servizio, gli imprenditori che stavano in studio, tipo la Todini, avevano colto la palla al balzo e avevano subito dichiarato di fronte al pubblico: lasciateci il numero di questo disoccupato, vedremo subito cosa possiamo fare, uno straccio di lavoro in nome della scuola calcio del figlio glielo troveremo. La domanda che mi era posto non era tanto relativa al fatto di come la spettacolarizzazione annullasse in realtà il valore della denuncia, anzi legittimasse immediatamente le parole della Todini & co. Lo sconcerto che provavo era proprio nella mostruosa introiezione di questo meccanismo di sudditanza: anche il disoccupato – una volta avuta finalmente voce – non aveva nessuna capacità di diventare un soggetto politico, finiva col mostrarsi semplicemente un miserabile, non riusciva a innalzarsi dalla sua condizione di sintomo di un malessere impersonale, e a quel punto forse otteneva un lavoro.
E questo rovesciamento, come dire, negli ultimi anni è stato sdoganato. A tal punto che per esempio l’ultima campagna pubblicitaria della Presidenza della Repubblica sulla sicurezza sul lavoro fa leva proprio su questo. Guardateli i cartelloni. Un quadretto di una famiglia felice, incorniciati in un frame di una polaroid, e un inquietante slogan: Non fare che tutto questo diventi solo un ricordo. Chi si vuole bene pretende la sicurezza sul lavoro. Chi si vuole bene?! Adesso se rimango schiacciato da una pressa mi devo anche sentire in colpa? Non era un mio diritto? Non era una tutela di cui doveva prendersi la responsabilità il mio datore di lavoro? Devo farmi carico anche di questo?
Ora – e qui viene la parte difficile – come collegare questa diffusa anestesia rispetto al risveglio di una coscienza di classe con l’aspetto di volgarizzazione radicale, apparentemente folkloristico della politica italiana: che c’entra Pomigliano con le barzellette condite di bestemmie? e i suicidi dei ricercatori con il dito medio che Bossi tira fuori a ogni pie’ sospinto come un pivello gangsta? Come mettere insieme quella politica e quell’altra politica? Si può azzardare qualche ipotesi di lettura?
In realtà non vi sembra come forse il potere stesso oggi si manifesti proprio utilizzando questo bipolarismo di massa come suo referente? Mi faceva impressione mettere a confronto due filmati sorprendentemente simili. Uno è quello famoso della storiella (che è come Berlusconi definisce le barzellette) su Rosy Bindi raccontata a L’Aquila con bestemmia finale. Un altro lo potete trovare in rete (qui) ed è una scena di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini: è appena morta una delle ragazze prigioniere delle torture dei vecchi gerarchi quando uno di loro prende la parola e dice: “E così anche le ragazze invece di nove sono otto. E a proposito dell’otto mi viene in mente una storiella (sic). Si tratta di un tale che c’aveva un amico che si chiamava Perotto. Una notte, tornando insieme durante l’oscuramento, i due si sono perduti. Allora il nostro uomo cerca l’amico. E a tentoni cerca cerca cerca, e finalmente gli sembra di vedere qualcosa che si muove nel buio. Tutto contento, pensando di aver trovato l’amico Perotto, grida: ‘Sei Perotto?’, e una voce nel buio risponde: ‘Quarantotto!’”. E giù risate dei torturatori. Inquadrate in controcampo da Pasolini… Come dal cameraman improvvisato col cellulare a L’Aquila… Anche il contesto dà da pensare. Nel Salò di Pasolini c’è un cadavere appena fresco, a l’Aquila ci sono le macerie ancora da sgombrare. Perché Pasolini aveva scelto di mettere in bocca ai gerarchi repubblichini le barzellette? Perché Berlusconi è così pervicace nel raccontare le sue storielle, scorrette, blasfeme, offensive, puerili in qualunque occasione; o credete che smetterà dopo queste ultime così criticate da Chiesa e comunità ebraiche?
Perché Berlusconi, nel panorama mortifero che ha lui stesso creato, ha deciso d’incarnare ancora il principio trasgressivo, carnevalesco, il rovesciamento di quell’ordine che invece lui stesso dovrebbe garantire?
Perché il potere funziona proprio così: come “trasgressione intrinseca”. Slavoj Zizek lo mostra perfettamente in Pervert’s guide to cinema quando analizza un brano di Ivan il terribile di Eisenstein: c’è un gruppo di boiardi che, dopo aver fatto piazza pulita dei nemici dello zar, rimette in scena una specie di musical carnevalesco che rappresenta il massacro, sfotte e brutalizza chi aveva osato ribellarsi e che è stato trucidato nel modo peggiore. Come ci fa notare il filosofo sloveno, la comicità messa in scena dal potere non è un surplus folkloristico (come non sono folklore il dito medio di Bossi e le corna di Berlusconi), ma è l’espressione più piena dell’energia distruttiva del potere, la juissance, il godimento, l’orgasmo. La risata dell’Aquila sostituisce l’eiaculazione di un filmato su youporn, come dire.
Ma questo gli è ormai del tutto consentito perché ha a che fare con una società in preda a questa schizofrenia di massa. Che di fronte alla questione del terremoto vive un’emozionalità scissa. Da una parte l’indignazione ininfluente. Dall’altra un desiderio legittimo di ritornare a vivere, di ridere, di essere spensierata. Ed ecco allora che il Berlusconi bestemmiatore e barzellettiere soddisfa in un sol colpo in maniera pavloviana entrambi i desideri: li esaurisce. Non facendo maturare né l’uno né l’altro, ne liquida le possibilità di crescita, e li spazza via dalla politica.
Cosa succederebbe se noi evitassimo di risolvere la nostra critica nell’indignazione da una parte (a sinistra) e di ridere delle barzellette di Berlusconi (a destra)? Forse che questi impulsi legittimi a innamorarci di un uomo, a mettere su famiglia, a vedere ricostruita la nostra città, non verrebbero finto-appagati nell’immediato, introiettati, medicalizzati, in pratica rimossi; ma forse riuscirebbero a essere potenti, arriverebbero finalmente a creare qualcos’altro.

Commenti
56 Commenti a “Introiezione del conflitto”
  1. Pasquale scrive:

    :-(

  2. Massimo scrive:

    Molto, molto deprimente ma bellissimo articolo. Incredibile vedere scritte con questa chiarezza e lucidità cose che invece confusamente abitano i miei pensieri da tempo. Davvero complimenti a Christian Raimo.
    Ho paura comunque che non saremo capaci della terapia collettiva auspicata in chiusura

  3. sara scrive:

    Raimo sei la mia terapia personale.

  4. Pasquale scrive:

    a proposito di terapia collettiva mi è venuto in mente che in Argentina con la crisi economica la gente, di tutti i ceti, è dovuta andare in analisi ed il governo offriva gratis lo strizzacervelli a chi non poteva permetterselo…..

  5. Emanuele scrive:

    Ottimo !
    Zizek è vermanete un grande che occorrerebbe leggere e meditare.
    Soggiungo che anche molti lavori a tempo indeterminato possono dare effetti depressivi peggiori.
    Ma questa è un’altra storia…

  6. Nur scrive:

    una delle analisi più lucide ed intelligenti che abbia mai letto su questi orribili anni di storia italiana. Complimenti

  7. cinzia sposato scrive:

    Analisi lucida, condivisibile, espressa con finezza e quel tanto di ironia che accresce la godibilità della lettura. Un articolo davvero apprezzabile quanto a forma e contenuti. Lettrice soddisfatta.

  8. Guido V. scrive:

    Anche se ho letto l’intervento con interesse, come tutte le cose di Christian, non posso nascondere la mia impressione che si tratti di una variazione sul tema del dibattito anni Venti e Trenta su marxismo e psicoanalisi, dove quest’ultima era accusata di convergere “oggettivamente” con la socialdemocrazia (in quanto, interiorizzando i conflitti, ne impediva l’espressione rivoluzionaria). Mutatis mutandis, “l’introiezione del conflitto”, la “schizofrenia come forma psicotica del conflitto di classe”, il “disagio interiore che non diventa coscienza di classe”, sono quella roba lì, che ha avuto una reviviscenza negli anni Settanta e poi si è spenta insieme al panpoliticismo che la animava. Insomma, la cosa che non mi convince è che qui, a differenza di altri interventi di Christian, avverto un retrogusto zizekiano nel senso che meno apprezzo (il miracolo del frivolissimo Zizek, in fondo, è quello di prendere cose più che morte, come leninismo e lacanismo, e allestirvi un cabaret teorico, un “musical carnevalesco”, insomma la “jouissance” del pensiero).

  9. Lucio scrive:

    Complimenti, Christian. E’ uno dei pochi tentativi di riflessione su una questione che, a ben vedere, costituisce una delle principali anomalie italiane: com’è possibile che un’intera generazione immiserita e privata di diritti elementari non riesca nemmeno a gettare le basi di una qualche reazione collettiva? Qualche giorno fa, nella totale indifferenza, sono faticosamente usciti i dati che l’inps voleva tenere nascosti sulle pensioni dei parasubordinati: per chi avrà una vita lavorativa fattadi precariato si parla, nelle più ottimistiche delle proiezioni, di assegni da 600 euro, nelle peggiore di meno di 400 euro (stipendio di partenza: 1200 euro). Il fondo inps dei parasubordinati è in attivo di 8 miliardi e questo surplus viene usato per pagare le pensioni dei dirigenti, il cui ammontare può variare dai 3000 a diversi milioni di euro (fonte: http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_28/pensione-parasubordinati_ca2916fe-e251-11df-8440-00144f02aabc.shtml). In Francia per molto meno è stato messo a ferro e fuoco il paese. Interrogarsi su queste discrasie, spiegarne le ragioni profonde, inserirle nel loro giusto contesto sono delle priorità per capire quello che ci sta succedendo. Può darsi che nell’analisi siano riprese categorie teoriche elaborate qualche tempo addietro (ma è questa una colpa o un limite?): il quadro complessivo, però, mi pare veramente originale, e il contributo euristico notevole. Grazie.

  10. Daniele scrive:

    Grazie Christian. Condivido ciò che hanno scritto gli altri, la diagnosi è molto lucida.

    Ora: come si passa dalla diagnosi alla ricerca di una cura?

  11. silvia scrive:

    Molto interessante, mi è piaciuta molto la similitudine con il racconto di Pasolini e soprattutto l’analisi quasi medicalizzata che fa della nostra società, proprio come di una “psicosi collettiva”.

  12. Simona scrive:

    Qualche tempo fa Curzio Maltese, con tono molto più fastidioso e molto meno argomentato, si poneva più o meno le stesse domande: perché i giovani precari non si uniscono, non lottano. Personalmente, l’articolo di Maltese mi fece molto incazzare, il tuo mi spinge a riflettere. Perché i precari non lottano?
    la butto lì: perché non hanno tempo. perché non hanno mezzi.

    banalmente: ci si può permettere di scioperare sapendo che non c’è legge che tuteli il tuo posto di lavoro? la protesta dei ricercatori universitari rimpiazzati al volo è stata emblematica. eppure l’università offre un minimo di garanzie in più rispetto ad un qualunque lavoro precario di quelli che la gente manco sa che esistono: come, faccio per dire, la correzione di bozze pagata a pagina con contrattini di prestazione occasionale. te la immagini, la protesta dei correttori di bozze precari?

    e ci si può permettere di perdere uno dei due, tre lavori precari che danno da vivere, in nome di un principio? parliamo di gente che ha trent’anni, che vuole una famiglia, e che nella migliore delle ipotesi ha già sperimentato il fallimento delle lotte di piazza quando coi compagni di classe andava a manifestare contro le riforme scolastiche che hanno comunque fatto scempio dell’istruzione pubblica. Gente per cui il lavoro non è più un fine, una nobilitazione di sé, ma un semplice mezzo.

    E allora forse li si dovrebbe convincere, come dici tu, del fatto che concretizzare i propri desideri in questo modo non è concretizzarli davvero, è lasciare il futuro sempre in bilico, puntellandolo alla bene e meglio. e che, se non hanno la forza, il coraggio e la voglia di scendere nelle piazze, che almeno conducano una lotta privata, silenziosa ma comunque efficace, agli abusi, agli straordinari non retribuiti, alla psicosi da “essere sempre il meglio”. che si riprendano il loro spazio, che diano ai loro datori di lavoro quello che pagano, non quello che vogliono.

  13. paolopatch scrive:

    Pezzo bellissimo, analisi largamente condivisibile.
    Ho solo qualche perplessità sui capoversi dedicati a Berlusconi che avrebbe “creato” il panorama mortifero, sarebbe in grado di “esaurire” e “non far sviluppare” con le sue barzellette i desideri di reazione, spazzandoli via dalla politica. La colpevolizzazione del personaggio Berlusconi – quasi Padre luciferino della deriva sociale e culturale – mi pare oscurare l’altrettanto fondamentale resa, a livello simbolico prima e strategico poi, di tutta un’altra parte politica e dei suoi passati sostenitori.

  14. Cristiano scrive:

    Quindi?

  15. Susi scrive:

    La prima è un’imbecille.
    Se a 40 anni ancora dormissi sul materasso sfondato a Torpignattara insieme ad altre 3 poveracce, manderei affanculo la “ricerca universitaria” e andrei a fare la cameriera ai piani. Negli alberghi a 5 stelle una brava cameriera prende 1200 euro al mese.
    Altro che dare trecento euro a un’analista per farsi raccontare palle.

  16. carola scrive:

    Di grande spessore. Ma la coscienza politica non è affatto il naturale portato dello sfruttamento. Ce lo aspettiamo perché abbiamo come punto di riferimento l’Ottocento e il Novecento. Sembra che la società sia tornata cetuale e picaresca, prerivoluzionaria. Tempi da Grimmelshausen. Da cosa ripartiamo? Come può esserci utile l’epica parentesi del movimento dei lavoratori? Cosa di quella tradizione è ancora una leva che ci può servire?

  17. Elisabetta scrive:

    Un articolo bellissimo. Necessario e doloroso. Grazie, Christian.
    Ma ci chiediamo: “che fare?”

  18. Ale scrive:

    Si, ma cosa impedisce di far tornare collettiva la nostra protesta? di ristabilire i rapporti di conflitto nel lavoro, anche nel lavoro precario, di recuperare la difficile dignità di poterne parlare, di non farla essere solo una scelta di posizione personale e individuale, io mi sento cosi, e io sono più fortunata ma non per questo smetterò di lamentarmi, di come si stanno permettendo di precarizzare le nostre vite, i nostri destini, e di come gle lo stiamo lasciando fare, quasi in silenzio e spesso addossandoci le colpeeeeee…. e infatti sono soprattutto arrabbiata, perchè siamo tanti, siamo tutti precari e forse non chiediamo neanche solo soldi e benessere, ma più diritti per tutti, più equità … o no, forse ognuno li chiede solo per se stesso? questo credo che fino a quando l’esigenza non sarà collettiva e per tutti non riusciremo a travolgere altro che noi stessi.. ma io credo che invece qualcosa vedremo .. non può andare avanti cosi ….deve succedere, proviamo a dargli una mano ognuno nel suo piccolo e precario lavoro quotidiano.

  19. Dersu scrive:

    Bellissimo, Christian.
    Un solo interrrogativo. Riguarda la scena, anche questa aquilana, di Berlusconi che chiede ai muratori dove sono le donne, e si impegna a portargliene lui, la prossima volta. I muratori ridono e salutano. Sarebbe bastato forse dirgli: “Tiettele per te le tue mignotte”. Magari non del tutto politicamante corretto. Ma non mi sembra che il sindacato delle costruzioni abbia protestato.

    Il desiderio di vivere, e spensieratamente, non mi sembra di tutta la società italiana, ma sopratutto degli uomini: presidenti del consiglio, muratori, tifosi della Roma, fasci e compagni.
    Non è solo la destra a ridere della battture di Berlusconi: a sex workers, nel tempo libero, ci andiamo tutti. La tua precaria intanto fa carriera, a suo prezzo, e cerca di capirci qualche cosa di sè.

    Io ho sentito a viva voce, nell’estate del 2001, da un compagno “della presidenza” che chi avesse portato i canotti e indossato le protezioni di gomma – si preparava il Contro G8- non si sarebbe fatto male e un’altro, alla stessa assemblea di movimento a Roma (la squadra stava vincendo il campionato), che quella di Genova l’avrebbero trasformata in zona Giallo-Rossa.

    A volte mi chiedo se quell’oscenita del potere di cui parli non sia, anzitutto, l’occultamento di un non riflesso desiderio maschile di onnipotenza. Questo non “assolve” le donne: pochi politici sono stati amati da loro come Mussolini. Due complicità sono però peggio di una.
    Se cominciassimo a farci carico della nostra?

  20. carmelo scrive:

    Ma tornando a noi, ci si può domandare perché questo disagio interiore non diventa coscienza di classe.
    Domanda quanto mai urgente e ineludibile.
    Perchè tutte le azioni di contrasto e di lotta delle classi subalterne hanno fino al secolo scorso, condiviso con le classi dirigenti il paradigma della della crescita quantitativa dell’economia.

    Vorrei rispondere con le riflession idi giorgio Lunghini (il migliore economista che abbiamo ) su Il manifesto del 28/10/2010.

    ….il capitalismo non è più capace di crescita…..Una delel ragioni per le quali non funziona più è che negli ultimi trent’anni le modalità della crescita capitalistica hanno generato disoccupazione e disuguaglianze:i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri…E questo ha provocato la crisi attuale: se i redditi da lavoro sono bassi, è bassa la domanda effettiva, l’economia non cresce e i capitali si spostano sulla finana, con i risultati che abbiamo visto…….si puo’ dire che tendenzialmente si genera un conflitto tra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale; e che così come ci sono dei limiti allo sfruttamento del lavoro, oltre il quale si danno crisi economiche, così esiste un limite al saggio di sfruttamento della natura…..””

    La domanda ancora più urgente da porsi è: siamo disposti a rinunciare al nostro stile di vita, uno stile di vita alienante e perverso che pretende di misurare la nostra felicità dalla quantità di beni che riusciamo ad acquistare. Uno stile di vita condiviso da tutti e a cui nessuno vuole rinunciare.

    Tornando all’Italia. Che cosa è successo con l’avvento dellera volgare ?
    E’ stata sancita e certificata l’idea che il lavoro non è garantito ne tantomeno è un diritto.
    E’ stata legittimata la via italiana all’affermazione sociale, che non si basa sul merito, nè sulle competenze, ma esclusivamente sulle capacità individuali di trovare un posto al sole, grazie alle amicizie, alle relazion informali, alle clientele alle appartenenze corporative.
    Si accede al lavoro per diritto dinastico (i figli ereditano imestieri dei padri) o per appartenenza a clientele, cricche, corporazioni, amicizie e sudditanze particolari…..
    In questo schema la famiglia funge da unico referente economico e relazionale per chiunque voglia aspirare a un lavoro dignitoso.

    Nel caso del lavoro cognitivo: sarebbe interessante fare un censimento di tutti i giornalisti regolari. e analizzare il loro percorso di carriera, utilizzando come variabile principale i rapporti familiari.

  21. David scrive:

    Non c’è solidarietà e non c’è classe.
    In compenso c’è una bella guerra fra poveri (e anche poveracci)

    Il tizio che viene licenziato dalla società non è una persona che soffre i nostri stessi problemi, ma un concorrente che lascia il campo.

    Le cattiverie che ho visto tra precari per accaparrarsi un posto fanno impallidire quelle di camera cafè. Le ipocrisie, le malelingue e in generale una giustificata sfiducia verso i colleghi fanno il resto. Lotta di classe? Al massimo Royal Rumble.

  22. Carlo scrive:

    Mi permetto di esprimere un certo dissenso con parte delle opinioni espresse dall’autore e dalla maggior parte di quelle espresse dai commentatori.

    E ciò perché mi manca un passaggio logico nell’interessante articolo di Christian, ovvero: perché non sviluppare una coscienza di classe è stonatamente una cosa negativa?
    O meglio, ancor prima: perché i laureati precari iper-qualificati dovrebbero rispondere ai problemi della loro vita tramite la formazione di una coscienza di classe e di una conseguente lotta di classe?

    La logica che mi sembra si affermi nell’articolo – correggetemi se sbaglio – è: tu, laureato precario dovresti unirti agli altri laureati precari, sviluppare una coscienza collettiva della tua situazione e lottare per migliorare la condizione di tutti i laureati precari. Il fatto che tu non lo faccia è sintomo di quanto il sistema sociale in cui viviamo oggi (a proposito: in Italia? In Europa? Nel mondo?) abbia fiaccato in vari modi la nostra volontà e addirittura la nostra cognizione di autocoscienza.

    Questo ragionamento dà per scontati alcuni assunti che se esplicitati fanno sorgere delle osservazioni e delle domande:

    1. Si può definire classe l’insieme dei laureati precari?

    I laureati precari. D’Italia? Europei? I laureati precari…con una laurea umanistica? Solo quelli sottopagati? Solo quelli molto bravi ma sottopagati? Solo quelli che soffrono per questa condizione?
    Mi sembra che alla fin fine, anche se non detto, il gruppo che dovrebbe dar vita a questa di lotta di classe sarebbe formato per la maggior parte da:

    Laureati in materie umanistiche con contratto a progetto scarsamente retribuito

    (a scanso di equivoci, il sottoscritto è laureato in materie umanistiche)

    Ora, mi chiedo quanto questo sottogruppo ristretto possa essere realmente una classe. Potrei sbagliarmi, ma penso che una classe sociale sia in realtà un’entità accomunata da tratti di più alto livello. Ad esempio, la classe operaia di fine ‘800 era formata da operai non dotati di abilità e/o conoscenze che li rendessero in grado di svolgere altri lavori al di fuori di quello operaio – si dice infatti che fossero proletari o sottoproletari, con null’altro “possedimento” che la prole.

    Il punto importante qui è che gli appartenenti alla classe proletaria erano accomunati da almeno due tratti di alto livello, che ai tempi era possibile rintracciare in ampie fasce di popolazione non solo in Italia ma in tutta Europa:

    1. la mancanza di conoscenza e;
    2. il fatto di fare lo stesso lavoro in fabbrica (con delle varianti a seconda del tipo di produzione).

    In altre parole, loro non avevano scelta e facevano bene o male gli stessi compiti, mentre i laureati ultra-bravi precari sottopagati con grandi conoscenze hanno molte possibilità. Che poi queste possibilità non siano sempre in linea con la loro formazione è un altro discorso. Un laureato in lettere può fare il professore universitario, il copywriter, l’insegnante, il venditore di aspirapolvere e l’operaio; l’operaio di fine ‘800 poteva fare solo l’operaio. E senza possibilità di scalata sociale.

    Ora, la presunta e auspicata classe dei laureati precari non presenta alcuno dei tratti che caratterizzavano gli operai di fine ‘800. In realtà, mi pare di capire, l’unico problema e l’unico collante di questa ipotetica classe è in fin dei conti il basso guadagno rispetto agli anni spesi in formazione.

    Ma ecco che se le condizioni lavorative del laureato precario migliorano egli non ha più alcuna ragione di promuovere coesione con gli altri.
    Ed è normale che sia così, in quanto ci sono probabilmente milioni di differenze tra i vari lavori che vengono fatti dai laureati precari, milioni di differenze in base ai valori condivisi, aspirazioni, desideri etc. (a meno che non si pensi che tutti i laureato brillanti e sottopagati votano a sinistra…ma penso proprio di no).
    Perché mai un laureato in Scienze della Comunicazione che sta man man progredendo nella sua carriera all’interno di un’agenzia pubblicitaria dovrebbe sentirsi sodale con un neolaureato in Filologia classica che stenta a iniziare una carriere? O perché un ricercatore in Storia Contemporanea, che sta brillantemente facendo carriera all’estero, dovrebbe abbracciare i problemi di un laureato in Lettere che si incaponisce a vuoto con la ricerca di un lavoro nell’insegnamento senza considerare altre possibilità?

    In definitiva: non mi pare possibile poter creare un sentimento di classe in un gruppo di persone che in realtà è estremamente eterogeneo (percorsi formativi, idee, desideri e aspirazioni diverse) che ha come unico fattore comuni i problemi di sussistenza materiale che probabilmente saranno superati nel tempo (o che comunque saranno vissuti in maniera molto diversa dai singoli). Una classe dovrebbe essere più omogenea di così e quindi essere caratterizzata da tratti più stabili.

    2. Ambiente vs. singolo

    Pur essendo molto dispiaciuto per la ragazza di Tor Pignattara mi chiedo se in effetti non ci si possa chiedere quanto effettivamente ella stia considerando altre strade. Estero? Oppure restare in Italia, altro settore lavorativo anche non coerente con i propri studi? Nel resto di Europa e in US gli antropologi cominciano ad essere assunti in azienda (per gli interessati: cercate su Google i nomi di “Grant McCracken”, “Genevieve Bell” e “Jan Chipchase”)…non dico che questa sia la strada ma è una possibilità. Chiaro che poi ognuno abbia i propri vincoli che orientano la scelta.
    Credo profondamente in una cosa: se si ama quel che si fa alla fine si emerge, poiché ciò che per gli altri è sacrificio non lo è per chi ama. Bisogna però essere anche molto accorti nel capire come poter incanalarsi nella strada giusta e lasciar perdere situazioni che sembrano promettenti nel breve termine ma che possono rivelarsi un vicolo cieco nel lungo periodo.
    Credo inoltre che una persona che ha ricevuto una formazione possieda delle capacità (nota bene in potenza non in atto!) per poter incidere nel modo in cui si colloca nell’ambiente circostante.

    Mi sembra invece che nell’articolo l’autore tenda a dare un po’ troppa peso all’ambiente onnipotente che schiaccia l’individuo, il quale nulla può contro il sistema. Mi sembra sinceramente una visione un po’ riduttiva della realtà e soprattutto sminuente nei confronti della stupenda varietà umana. Le persone sono molto diverse tra loro, e mai come in questi tempi, è stata data loro possibilità di esprimere tutta la loro specificità. Tornando per un attimo alla classe: come tutti i concetti di collettività esso in realtà tende ad azzerare la diversità dei suoi appartenenti; il “contratto collettivo” è un qualcosa che fa molto comodo al più debole, ma che non riconosce giustizia a quello che più lavora o più ama il suo lavoro. Il contratto collettivo va bene per chi fa lavori seriali, ripetibili e senza responsabilità. Non è invocabile per chi fa lavori diversi tra loro con gradi diversi di impegno, sforzo mentale e responsabilità.

    In definitiva: più l’essere umano è istruito o comunque formato in qualcosa, più esso ha possibilità di esprimere la sua diversità e più esso ha strumenti per poter trovare un lavoro o inventarsi un lavoro. Il successo non dipende allora solo dalle condizioni ambientali (comunque importanti) ma anche dalla pressione messa dal singolo nella ricerca della sua strada.

    3. La precarietà: un male?

    Altro assunto dell’articolo è che la precarietà sia un male. Davvero? OK è una provocazione, ma in realtà non troppo. La vita stessa è molto precaria, appesa a un filo direi. E ancora una volta, ho sempre più l’impressione che pretendere che il signore chiamato “datore di lavoro” debba garantire a me “dipendente” lo stipendio a vita sia sminuente del valore dell’uomo. Come dire, al momento dell’assunzione: “Eccomi, ti dono tutto me stesso, ma tu garantirai a me e alla mia famiglia di che vivere fino a che morte non ci separi”. In fin dei conti, la ricerca di un contratto tempo indeterminato sembra andare nella direzione di firmare una delega sul controllo della propria vita. Senza considerare che le cose per l’azienda possono sempre andar male: si può legare il proprio destino di vita a un qualcosa del genere allora?
    E provate a pensare questo: chi dà lavoro (l’imprenditore) è in realtà il soggetto più precario che esista visto che nessuno prende responsabilità per lui, ma il rischio è tutto a suo carico.
    Mi rendo conto che quest’affermazione può dipendere dal fatto che al momento non ho una famiglia…l’istinto paterno potrebbe farmi cambiare idea. Ma per il momento mi sembra un’osservazione abbastanza ragionevole.

    In definitiva: la precarietà può anche essere vista in una maniera positiva, come estrema responsabilizzazione di sé e rifiuto della delega all’altro sulla propria vita.

    Concludendo e tornando al punto iniziale: mi sembra che non esistano i presupposti per poter anelare a una coscienza di classe per i laureati precari e che spesso si attribuisca all’ambiente circostante cattivo la colpa della mancata realizzazione individuale della persona. Inoltre metto in dubbio anche la connotazione negativa della precarietà.

    Spero di non avervi annoiato troppo e mi piacerebbe conoscere le opinioni di altri lettori.

    Grazie per l’attenzione e un saluto,

    Carlo

  23. andrea scrive:

    L’articolo è molto bello ma come al solito manca di proposte e secondo me perche’ alla fine neanche i critici e le vittime credono ormai nelle forme tradizionali di lotta, Perche’ non esistono sistemi di valori condivisi alternativi a quelli che producono questi effetti e la cultura di molti precari li rende consapevoli di cio’. Il fatalismo e l’opportunismo individuale sono gli unici mezzi rimasti a chi vive emergenze lavorative, e le “psicopatologie” effetti e risorse dell’adattamento, in attesa che si formi una nuova concezione della vita. Quella vecchia e logora antistorica non potra esser riesumata da nessun seppur lucido e geniale detrattore sloveno o polacco che sia. Siamo al tardo impero e si tratta di capire se lo sbocco sara’ un nuovo umanesimo o il medioevo

  24. christian raimo scrive:

    Il disfattismo sulle forme di lotta che non ci sono, sul vuoto del che fare per me fanno parte della stessa introiezione. Non propongo ricette? Questo tentativo di una elaborazione di una coscienza diversa è per me la risposta. Una cultura messa al servizio dell’umano. Se non c’è prima questo riconoscimento comune, la coesione diventa tutta supposta: firme in calce a una petizione qualunque. Mi serve una nuova dialettica, non una nuova prescrittività.
    Se la ferita è quella che tocca la coscienza, la vera rivalsa partirà da una lotta che sottragga la conoscenza al capitalismo nichilista. Per questo, per dire, il discorso tutto letterario che fa oggi Nicola non è un discorso di nicchia, ma è parte della stessa lotta. Le retoriche della prassi, del ‘fare’, dell’esibizione, hanno ridotto il ruolo della liberazione a un teatrino di attori.
    Oggi appunto ci si sente liberati cliccando su Sakineh libera su Facebook, non conoscendo per nulla la situazione dell’Iran. E Sakineh magari viene giustiziata uguale.

  25. christian raimo scrive:

    Scusate, innanzitutto volevo dire grazie a molti per l’interesse e per le repliche che mi avete postato, mi propongo di rispondere ai vari interventi che sollecitavano una interlocuzione. In particolare a quello di Guido e quest’ultimo di Carlo, che sollevano obiezioni non di poco conto.
    Ma vorrei farlo con un po’ di tempo e un po’ di spazio.
    Grazie, intanto.

  26. andrea scrive:

    Anch’io ho fiducia nella “elaborazione di una coscienza diversa”, nella “cultura messa a servizio dell’uomo”come unica strada percorribile ma credo che le possibilita’ di successo di questa forma di lotta passino per una trasformazione talmente radicale del nostro modo di vivere che concetti come precariato o non precariato non avranno piu senso. Voglio dire che va messo in conto, nella nostra scelta di lottare, che il “capitalismo nichilista” è giunto a questo livello d'”introiezione” culturale e sociale perche’ ha vinto/concluso la sua partita con la storia, e solo il superamento in blocco di questa “storia” puo’ aprire ad un esito positivo reale e duraturo. E non ci si potra’ arrivare senza traumi.
    Grazie per gli spunti di riflessione e di discussione.

  27. carmelo scrive:

    mi pare che andrea abbia in qualche modo centrato il punto da cui partire:
    “credo che le possibilita’ di successo di questa forma di lotta passino per una trasformazione talmente radicale del nostro modo di vivere che concetti come precariato o non precariato non avranno piu senso”
    come appunto rileva Lunghini, “il capitalismo non è piu’ capace di crescita”, non è capace cioè di generare piena occupazione e – tramite il welfare e la funzione redistributiva che nei paesi europei più avanzati, le socialdemocrazie sono riuscite, nella seconda metà del secolo scorso, in qualche modo a metetre in atto – e contemporaneamente migliorare le condizioni del lavoro dipendente e ridurre le disiguaglianze.
    Perchè con lo sviluppo di paesi come Cina India e Giappone ( paesi che in termini demografici son odi dimensioni impressonanti) lo sfruttamento delle risorse è giunto al limite.
    Perchè il processo di delocalizzazione sottrae al lavoro dipendente ogni capacita contrattuale e di lotta.
    Perchè la politica di compressione dei salari e dei diritti che le imprese stanno perseguendo paradossalmente riducendo la capacità di acquisto e quindi la domanda acutizza ancorpiù la crisi.

    Insomma gli operai Fiat devono rinunciare ai loro diritti, piegare la testa per scongiurare che le produzion ivengan otrasferite altrove..
    ma devono anche sperare che si vendano più auto (ricordo che il nostro paese è secondo dopo gli stati uniti nel rapporto auto/abitanti).

    Un’ultima annotazione.
    Va tanto di moda oggi parlare di “precariato cognitivo”.
    Intanto mi sembra alquanto discutibile porre l’accento su una specifica categoria (e non una classe come Raimo da da intendere). Il precariato investe tutti i settori e tutte le categorie del lavoro dipendente.
    Nel nostro paese il lavoro irregolare, nero, precario, flessibile, è sempre esistito.
    L’unica differenza è che si esteso anche alle grandi imprese, anche allo Stato, anche ai settori fin ora tutelati.
    L’altra differenza è che fin ora, grazie al ruolo ammortizzatore della famiglia e alla spesa pubblica-clientelare-improduttiva (che nella seconda meta del 900 ha prodotto un debito mostruoso) questo fenomeno è stato in qualche modo controllato.

    Bisogna allora come dice andrea radicalmente i fondamenti su cui si basa l’economia di mercato, e quindi il benessere, e quindi lo stile di vita (al di la delle credenze) e quindi l’idea di sviluppo. Come ?
    smascherando la presunta razionalità delle culture ufficiali, adottando un punto di vista “barbaro” come dice Lagioia sul suo bellissimo intervento che impone piu’ di una riflessione.

  28. carmelo scrive:

    scusate, bisogna “mettere in discussione” i fondamenti…..

  29. Laura scrive:

    Davvero stimolante (alla riflessione, dico)…

    Quando accettai un contratto presso l’Università di Urbino nel 2004 (due anni di massacranti trasferte pagata pochissimo), mi colpì subito una cosa. Il contratto mi arrivò in una busta dove l’intestazione “Ufficio Personale” era stata rimossa e sostituita da un timbro “Servizio Risorse Umane”.

    Emblematico, credo.

  30. egidio scrive:

    il motivo per cui il conflitto interiore non si trasforma in conflitto di classe consiste nel fatto che il meccanismo di soggettivazione oggi vigente è fondato su un’idea di libertà che troviamo icasticamente espressa in questo video:

    http://www.youtube.com/watch?v=vXZPwSdsDuo

    il ricercatore di “euforie perenni tra coca e minorenni”,la escort e la cameriera del PD sono tutte espressioni di un medesimo concetto di libertà che illumina pressoché l’intero campo politico.

  31. Simone Ghelli scrive:

    @Carlo:
    la precarietà può tornare utile da giovani, certo, ma non ti auguro di ritrovartici a 40 anni.
    @Carmelo:
    il “precariato cognitivo” va tanto di moda perché è quello che più rappresenta una generazione a cui hanno raccontato un sacco di balle, a cui hanno detto che a prendere la laurea e a fare i master e gli stage si trovava un lavoro migliore di quello dei genitori, per poi scoprire che era meglio forse prendere solo il diploma e lavorare subito. E meno male, dico ,che va di moda, perché forse significa che stiamo prendendo coscienza della situazione, che ci stiamo disilludendo (non nel senso di perdere ogni speranza).

    Probabile che tutto questo non definisca una classe, ma senz’altro una condizione comune, un malessere diffuso, che proprio perché non trova coscienza comune esplode di tanto in tanto in gesti individuali. Eppure: in un call center non ci sono le stesse condizioni materiali di lavoro? Direi di sì, con la differenza, giustamente sottolineata, che si hanno più competenze di quelle di un operaio che sa fare solo il suo lavoro (ma questa omogeneità sarà sempre meno diffusa). In un call center, direi, la classe è definita non dal segno della solidarietà, ma da quello della frustrazione (dall’idea che si è laddove non si dovrebbe essere). Tutto questo ingenera molto spesso dinamiche perverse (le cosiddette guerre tra poveri) all’interno di uno stesso ambiente di lavoro regolato da un contratto sempre sottoposto al vaglio del rinnovo. Certo, il precario non consegna la sua vita a tempo indeterminato, ed idealmente pare davvero una bella cosa questa. Peccato che viviamo in una società dove senza lavoro non si ottiene nulla, non si costruisce nulla. E’ il pieno controllo di una vita non riconosciuta, la libertà che ci concede il precariato.

  32. carmelo scrive:

    @simone ghelli
    credo che basti solo intendersi. E io credo di essere d’accordo con te, che vada presa in considerazione
    la condizione di lavoro dei “giovani” che hanno un titolo di studio, delle competenze qualificate, cui corrisponde un lavoro, dequalificato (per niente cognitivo), irregolare, nero a volte, e precarissimo. Io cambierei quel termine.
    Ricordo anche che la condizione giovanile, specie delle donne e specie al sud è stato sempre un problema strutturale nel nostro paese
    Questo vale per l’aspirante maestro, o giornalista o bancario o ingengnere di sistemi etc etc. con l’aggravante che è venuta meno la funzione dello stato, diretta (assunzioni nella scuola etc etc) e indiretta (investimenti nella ricerca nella cultura bassissimi e che vengono ulteriormente ridotti)
    nei paesi piu’ avanzati (ma anche li ora la crisi si fa sentire) la competizione schizofrenica-depressiva delle nuove generazioni che aspirano a conquistare posti di rilievo in ogn iambito della società, se non altro è basata su criteri che in qualche modo premiano il merito e le competenze. nel nostro paese straccione non abbiamo nemmeno uno straccio di competizione, cio’ che conta sono le relazioni, le clientele, la famiglia.

  33. Carlo scrive:

    Innanzitutto grazie Simone per il commento. Troverai una replica alla tua posizione più sotto ma ti invito a seguire tutto il ragionamento insieme agli altri lettori.

    Secondo me è il caso di fare un po’ di precisione sulle unità di analisi della discussione o meglio precisare il modello mentale che mi sono fatto della discussione.

    Mi pare che esistano 2 categorie di precari:

    1. Precario per scelta:

    Il titolare 40enne di una pizzeria ha un’attività precaria: il suo guadagno non è assicurato da nessuno. Se fa la pizza buona e riesce a venderla allora le cose vanno bene. Sennò vanno male. E nessuno gli garantisce comunque un fisso mensile. Lo stesso vale per l’artigiano 65enne e per il consulente freelance 30enne di marketing online.

    2. Precario forzato

    Chi sceglie il lavoro dipendente ma ottiene ad esempio un contratto a progetto mentre vorrebbe un lavoro “fin che morte non ci separi”.

    Ora, mi pare che ci siano 2 sottocategorie di questa tipologia di precario:

    – Lavoratore con contratto a progetto mal pagato e che viene effettivamente sfruttato dall’azienda, senza garanzie di continuità.

    – Lavoratore con contratto a progetto pagato equamente, che non viene sfruttato dall’azienda e con garanzie, per quanto legalmente non dimostrabili, di continuità di collaborazione (e di aziende in cui queste cose avvengono ce ne sono non poche).

    Ora, mi pare chiaro che sia la prima sottocategoria quella più sofferente per la situazione in cui si trova. I fattori che in realtà lo affliggono sono:

    – la bassa paga e;
    – la mancata sicurezza circa la continuità.

    Quanto queste caratteristiche sono tipiche di un lavoratore con contratto a progetto?

    Bassa paga:

    Molti dipendenti a tempo indeterminato hanno una bassa paga.

    Mancata sicurezza circa la continuità:

    I licenziamenti avvengono anche a causa di ristrutturazioni aziendali.
    Non solo gli operai vengono licenziati.
    Anche i manager di un’azienda che produce occhiali.
    Anche i commerciali che piazzano articoli di termoidraulica.
    Anche i tecnici di una società di trivellazioni.

    Una critica al ragionamento appena fatto può articolarsi così:

    – Spesso la paga di un contratto a progetto è eccezionalmente basso;
    – Il dipendente a tempo indeterminato quantomeno parte dal presupposto di mantenere il suo lavoro per sempre (sempre che abiti in Italia e la sua azienda abbia più di 15 dipendenti).

    Critiche valide. La domanda allora diventa: come contrastare questi problemi che esistono?

    Provo umilmente a fornire la mia visione:

    Il lavoratore dovrebbe valutare quali sono le possibilità di avanzamento all’interno dell’azienda che lo ha assunto e quali quelle di stabilità – ricordando che la stabilità assoluta, per sempre, non è garantita a nessuno.

    Tre domande ad esempio:

    “Ci sono i presupposti per guadagnare di più e fare carriera?”
    “Non c’è nessuno che ha iniziato come me e poi ha cambiato la sua posizione?”
    “C’è un alto tasso di licenziamenti e assunzioni?”

    Se le risposte sono “sì” allora la reazione a mio avviso dovrebbe essere:

    Dedicare tutto il proprio tempo libero a cercare un’altra migliore situazione lavorativa e considerare davvero temporanea la situazione in cui ci si trova al momento.

    A meno che altri fattori non siano più prioritari (ed è del tutto legittimo): vicinanza agli affetti, voglia di restare nel settore specifico in cui si lavora eccetera.
    Ovviamente, il campo delle possibilità è maggiore per chi ha meno vincoli. Un giovane single avrà più facoltà di scelta rispetto a un 40enne sposato con prole.

    E qui si arriva al cuore del commento di Simone:

    “la precarietà può tornare utile da giovani, certo, ma non ti auguro di ritrovartici a 40 anni.”

    Anch’io me lo auguro ma in un senso diverso dal tuo

    A mio avviso l’unico modo per non essere precari è: tagliare il legame tra sé stessi e ciò che è l’entità precaria per antonomasia: l’impresa o azienda, fragile vascello esposta ai marosi del mercato globalizzato – che può e deve essere mitigato ma che le molotov di un (vero) Black Bloc non scalfiranno.

    Ciò vuol dire avere una fonte di garanzia di continuità lavorativa in sé stessi, aldilà dell’azienda.

    Dove sta questa fonte? In noi stessi, o meglio nelle capacità, abilità e conoscenze sviluppate tramite lo studio e tramite le esperienze di vita e lavorative precedenti.

    Detta pane e salame: essere talmente validi, che da qualche parte ci sarà sempre un’azienda pronta a cercarci.

    Non penso che sia un caso, che il mercato del lavoro è molto attivo nella fascia più alta. Si prendano i bravi tecnici, i talentuosi copywriter e i manager brillanti: le grandi aziende se li contendono, essi cambiano spesso datore di lavoro. Chi ha valore viene cercato.

    Chi è valido non può sprecare il suo valore per un’azienda che lo maltratta.

    Ma allora il problema diventa: sviluppare valore dentro di sé.
    E questo può costare lacrime e sangue.

    Ma Roma non è stata fatta in un giorno.

    Un saluto

  34. Carlo scrive:

    Errata corrige

    Scusate, un errore (tra i tanti di disattenzione) che può inficiare la comprensione del mio ultimo intervento:

    tra le 3 domande la prima è:

    “Mancano i presupposti per guadagnare di più e fare carriera?”

    sorry

    Un saluto

  35. urbano scrive:

    @ Carlo: Il problema ha varî apetti.
    1) Quanto sia giusto sacrificare tutta la vita alla carriera, quando altri hanno migliori risultati prostituendosi, siamo l’Italia berlusconiana, non gli USA. La destra predica di meritocrazia, ma la realtá é diversa.
    2) Collegato al primo: come dimostra Santoro non é che essere meritevoli sia una garanzia che un’azienda ti prenda, i criteri prevalenti sono differenti. Non volere vedere la realtá significa mentire sapendo di mentire.
    3) Puoi essere anche mooolto bravo, ma se in Italia non c’è un’impresa che faccia ricerca in quel campo, perché la politica non fa il suo mestiere favorendo la ricerca, non hai speranze, nessuno ti prenderá
    4) puoi essere il piú bravo, se c’è qualcuno che fa il lavoro al nero prendendo la metá di te, anche se tu hai una produttivitá il 25% piú alta la tua retribuzione scenderá. Usciamo dalla pretesa supermistica che siamo indispensabili e ganzi come noi non c’é nessuno. Fa bene all’ego ma é una penosa bugia.
    5) Abbiamo esperienza di brullanti manager che distruggono aziende e vengono spostati da un posto all’altro e si aumentano gli stipendi. Il merito nella nostra societá é come la verginitá per molti cattolici…
    6) Il vero problema non sono il 5% della societá dei migliori, dobbiamo dare una prospettiva anche alla cassiera ed alla shampista (con rispetto) se vogliamo rimanere una democrazia e se non vogliamo diventare una societá di immigrati (io non ho alcun problema in proposito, ma tu???)
    7) L’errore, come riportato nell’articolo, é voler risolvere a livello personale problemi politici. Come si faceva nel medioevo.

  36. Carlo scrive:

    Ciao Urbano,

    grazie per i commenti. Provo a continuare la discussione:

    1) Mi sembra che escludi l’esistenza della meritocrazia in Italia. Si può discutere all’infinito su questo senza arrivare a una dimostrazione oggettiva – o quantomeno una dimostrazione oggettiva che le conoscenze e le amicizie in Italia contino più che in altri Paesi. Ognuno può tirar fuori le sue esperienze personali o i letto e sentito in giro, ma senza basi validabili.
    Il mio punto di vista è: esiste chi va avanti con le raccomandazioni, esiste chi va avanti per merito. Anche in Italia.

    2) Penso di non aver capito la frase.
    In che modo Santoro dimostra che i criteri prevalenti sono diversi? Ritieni che una trasmissione televisiva politica possa dimostrare effettivamente qualcosa?
    E poi: è vero che il merito non basta, bisogna saperlo vendere (e a questa affermazione non do nessuna accezione negativa, sempre che si rimanga nel lecito). L’intelligenza è nulla senza pressione. Potenza, ma non atto.

    3) Concordo con te che il governo dovrebbe favorire la ricerca. Al 100%. Ma questa tua osservazione non mi sembra molto pertinente all’argomento che mettevo in discussione: la necessità di una lotta di classe per i laureati precari ultra bravi. Sennò possiamo metterci a discutere di tante altre cose che non vanno bene in Italia e ce ne sono tantissime.
    Il mio focus è: cosa dovrebbero fare i laureati precari ultra-bravi invece della lotta di classe? Quindi faccio una distinzione tra questo e la politica. Ad esempio, il mio personale voto politico vuole cercare di fare in modo che in Italia vadano al governo persone che condividono le mie stesse idee – che probabilmente sono anche le tue.
    Ma ancora: c’è la politica che si cerca di indirizzare col voto e la realtà del presente sulla quale si può agire. Aziende private che fanno ricerca in campi sconosciuti ai più nascono grazie a quella meravigliosa cosa chiamata iniziativa privata.
    Non so perchè ma mi sembra molto facile trovare una giustificazione di tutti i mali nella politica in particolare nell’attuale governo (chiarimento: non sono un elettore di Berlusconi)

    4) Mi sembra un’affermazione molto forte e alquanto generica al tempo stesso quella sul lavoro nero, che mi sembra si applichi a lavori prettamente manuali. Hai qualche esempio più chiaro?
    Comunque hai ragione quando dici che non siamo tutti indispensabili, verissimo. Non lo ha detto mica la mamma che nella vita dobbiamo trovare per forza un lavoro corrispondente alla nostra formazione.
    Non siamo tutti ganzi. Ma è anche vero che non siamo tutti disperati. O conosci solo disperati? Possiamo essere disperati e poi cambiare nel tempo. O sei un convinto determinista che nega qualsiasi possibilità di evoluzione all’individuo?
    Per quanto riguarda il mentire al proprio ego: è una penosa bugia per chi? Per chi pensa di essere ganzo e contento e non lo è. Ma chi si impegna, costruisce e progredisce può a buon diritto considerarsi sempre più valido.

    5) Mi sembra che tu stia prendendo solo esempi negativi: è chiaro che esistono manager che fanno solo il loro tornaconto: è chiaro che esiste il tassinaro a Roma che ti rapina con la tariffa 2 dentro il GRA; è chiaro che esiste l’idraulico che non ti fattura; è chiaro che esiste il baronetto all’Università che non ti riconosce il merito; è chiaro che avvengono terribili incidenti sulla strada.
    Quindi: va bene i manager sono facilmente additabili come cattivi, potremmo eliminarli tutti. Ma allora anche i tassinari e gli idraulici e i professori e le automobili. Cos’altro?
    E soprattutto: non è un commento logicamente pertinente. Nel mio intervento dicevo che la mobilità del mercato del lavoro tende a concentrarsi nelle fasce più alte. Stop.

    6) Cosa intendi con prospettiva? Far cambiare alla shampista il suo lavoro di cui magari è contentissima? Chi deve dare esattamente prospettive a chi?
    Cosa dovrebbero fare loro stesse in quanto individui?
    E cosa dovrebbe fare il governo per shampiste e cassiere?
    Imporre un salario minimo nazionale?
    Imporre il contratto a tempo indeterminato?

    Mi sembra che ci sia molta confusione e che in confini del problema di cui si discute vengano continuamente ridefiniti: io parlo dei laureati precari ultrabravi. Mi pare invece che qui la discussione tenda a estendersi all’universo mondo.

    7) I problemi vanno risolti a un duplice livello. Politico e individuale. Non credo che la politica abbia la colpa di tutto. Altrimenti non mi spiego perchè intorno a me vedo tanti esempi di persone che emergono in Italia senza conoscenze.

    L’individuo conta e come. La lotta di classe, secondo me, va lasciata a chi davvero manca di capacità e conoscenze individuali: l’unione in quel caso fa la forza. Mi rendo conto però che nascondersi nella massa può essere molto comodo anche per chi ha tutte le possibilità di realizzarsi.

    A proposito: nel Medioevo si facevano le Crociate che erano molto collettive.

    A chiusura: segnalo un interessante post sull’ “opinione depotenziante”.

    http://gianlucagiansante.com/2010/08/11/il-merito-in-italia-le-conseguenze-di-unopinione-depotenziante/

    Un saluto

  37. Eva scrive:

    Carlo,
    ho l’impressione che si confonda il concetto di “mobilità” con quello di “precarietà”. Mi spiego. In uno stato in cui l’economia funzioni e i lavoratori siano tutelati dalla legge, alla pari dei datori di lavoro, la mobilità e la flessibilità del mondo lavorativo possono essere dei propulsori di crescita economica. Un datore di lavoro intelligente ha infatti tutti gli interessi a mantenere alle sue dipendenze operai ultra specializzati, o ingegneri particolarmente in gamba, o personale d’ufficio particolarmente efficiente. Allo stesso modo, io dipendente, ho maggiori possibilità di scegliere ed eventualmente di diversificare negli anni la mia attività lavorativa, e non necessariamente all’interno dell’azienda presso cui attualmente lavoro. Il datore di lavoro sa che è esposto al rischio di perdere quella risorsa specializzata, per la quale ha investito tempo e denaro. In altre parole: datore e dipendente hanno una certa “forza di ricatto” l’uno sull’altro (al di là degli eventuali rapporti di stima e fiducia che si instaurano) e questo può avere una serie di positive ricadute sul tessuto economico di una nazione. Purtroppo non è questo il clima in cui è immerso il mercato del lavoro italiano in questi anni di grave crisi economica: le aziende chiudono o delocalizzano, i rapporti di forza fra le parti in gioco a questo punto non sono più equilibrati. Il datore di lavoro lo sa benissimo a può alzare la posta in gioco; il dipendente ha a quel punto ben poche possibilità di scelta: in un momento come questo, il mancato rinnovo del contratto può significare la morte lavorativa, quindi finisce con l’adeguarsi ad ogni richiesta (ricatto?). E’ quanto da anni avviene nelle nostre università, dove i contratti di lavoro sono una realtà per pochissimi e anche la sola ricerca non retribuita (quella splendida invenzione dei “cultori della materia”) diventa il terreno di lotte fratricide fra colleghi di studio pur di continuare a fare (gratis) ciò che amano. La meritocrazia non è una realtà italiana. I meritevoli che riescono ad andare avanti, solo assai raramente lo fanno al di fuori di dinamiche clientelari e nepotistiche: in quel caso, sono persone straordinariamente fortunate.
    Ancora: si parla di “precariato” e lo si associa inevitabilmente alla figura del laureato superbravo e iperspecializzato, in qualche modo colpevole del suo status di sfigatomortodifame perché incapace, secondo una strisciante mentalità, tipica di chi ha già le terga al sicuro, di riciclarsi in altri ambiti lavorativi (chessò, la cameriera ai piani, per esempio, o la shampista…). Il problema è però di ben più vaste proporzioni e coinvolge praticamente ogni settore della vita economica, sia nel pubblico che nel privato. Sono precari i dipendenti delle piccole, medie e grandi aziende, assunti tramite contratti anche giornalieri; sono precarie le shampiste che hanno giornate lavorative massacranti, magari “inquadrate” come part-time; sono precari gli insegnanti che continuano a saltare (quei pochi fortunati) da un incarico annuale all’altro, dopo aver vinto svariati concorsi; sono precari i dipendenti della Pubblica Amministrazione e quelli della Sanità…Di conseguenza, forse dovremmo iniziare a superare anche il concetto di “lotta di classe”perché davvero troppo limitante: il problema del precariato ci riguarda tutti, perché una società più instabile è una società più fragile e, a lungo termine, le conseguenze cui andiamo incontro potrebbero essere drammatiche. Ah, un’altra cosa: il lavoro nero non è affatto un fenomeno limitato ai soli lavori “manuali”: basta guardare un po’ più attentamente come funzionano i “tirocini “ e i “periodi di praticantato” presso gli studi di commercialisti, architetti, avvocati.
    Per concludere, Carlo, è vero: la vita stessa è precaria, ma scusami, io non rinuncio a mangiare e bere solo perché, tanto, potrei morire già domani. E, soprattutto, non costruisco certamente la mia esistenza partendo dal presupposto che poi tutto finisce, ma vorrei avere l’opportunità di vivere, quel poco o tanto che mi è dato, nella speranza di costruire qualcosa che rimanga, un domani, oltre me (un figlio? Quattro mura? Un ricovero per gatti randagi?…). Il problema del precariato, oggi è che è riuscito a toglierci quella speranza.

    Christian Raimo e Nicola Lagioia, bellissimi articoli!

  38. Carlo scrive:

    Eva,

    il tuo intervento mi è piaciuto molto e condivido molte delle cose che dici.
    Un paio di osservazioni:

    1) Sull’università hai ragione: la situazione della ricerca è vergognosa e come ho detto chi governa dovrebbe investire di più e in generale i ricercatori dovrebbero avere degli stipendi più degni.
    Sostengo i ricercatori che scioperano e protestano. è sacrosanto. Così come do ragione ai lavoratori dell’Eutelia finiti in mano a un manager (se tale si può chiamare un killer d’aziende) criminale.

    Sul fatto che però la meritocrazia non sia una realtà italiana continuo a nutrire i miei dubbi: anch’io vedo una marea di cose negative, però vedo anche delle persone pulite che emergono. Nonostante le difficoltà. E quando vedo questo inizio a chiedermi: sono persone straordinariamente fortunate o c’è altro?
    Non so perché ma mi sembra che in Italia quando le cose vanno bene a qualcun altro allora è merito dell’ambiente e non della persona. Se invece le cose vanno bene a me è merito mio e non dell’ambiente. Esattamente l’inverso se le cose vanno male. Probabilmente la verità sta nel mezzo allora e cioè: l’ambiente italiano è sì peggiore rispetto ad altre situazioni ma probabilmente chi agisce può comunque avere margini d’influenza. Non sempre gli altri sono raccomandati o particolarmente fortunati. Non sempre noi siamo solo sfigati.

    2) Si parlava di precariato cognitivo (espressione popolare ma che non riesco a mandar giù, come se i processi cognitivi fossero appannaggio solo di certi lavori…) nell’articolo di Christian ed è su quello che mi sono focalizzato. Io sinceramente non colpevolizzo nessuno né critico in maniera indiscriminata chi effettivamente si trova in situazioni problematiche nonostante l’impegno che ci mette.
    Come dici molto giustamente tu la precarietà è a un livello molto più esteso. La società è instabile, liquida e ci pone sfide nuove che i nostri genitori non potevano neanche immaginare. Se gli esiti saranno drammatici non lo so. Penso però che ci avviamo decisamente verso forme nuove di rapporti sociali – e non verso una loro semplice distruzione.

    E ti dico: appunto perché la vita è precaria io mangio e bevo e tanto più intensamente la amo. E non ho nulla di nichilista nella mia visione e mi auguro molto anche io di costruire un qualcosa e lasciare un qualcosa dietro di me.
    La speranza siamo noi a non dovercela far togliere proprio da nessuno, perché è lei, con l’amore, il motore di ogni cosa.

    Un saluto

  39. Eva scrive:

    “E’ nostro compito capire – di noi che abbiamo, e magari sappiamo, di più – dove ci collochiamo concretamente, tutti i giorni, in rapporto a quelli che non hanno, come realizziamo l’antico dovere di aiutare il prossimo, chi ha più bisogno, chi soffre di più. E’ nostro compito, per cambiare questo stato di cose, farci rivoluzionari di tipo nuovo, adeguati a questi tempi e a quelli che verranno; è nostro dovere ragionare e definirci in relazione a questo compito nuovo. (…) A me pare che le modalità di intervento siano molto antiche: dalla tradizione cristiana a quella socialista, si è trattato e si tratterà sempre di alleanze tra gli “intellettuali” e gli “oppressi”. (…) Per “intellettuali” bisognerebbe intendere coloro che, avendo la possibilità di pensare e di agire in conseguenza, scelgono di pensare e agire insieme per e con i “perdenti” e i “sommersi”. (Goffredo Fofi, “La vocazione minoritaria”)
    E quindi, Carlo, alla tua domanda: “Perché mai un laureato in Scienze della Comunicazione che sta man man progredendo nella sua carriera all’interno di un’agenzia pubblicitaria dovrebbe sentirsi sodale con un neolaureato in Filologia classica che stenta a iniziare una carriere? O perché un ricercatore in Storia Contemporanea, che sta brillantemente facendo carriera all’estero…”,ecc.ecc., rispondo assai semplicemente: e perché no? Cosa impedisce a questi brillanti laureati in carriera quanto meno di provare solidarietà nei confronti di chi non ha avuto le loro stesse possibilità? Fra le due categorie qual è la più forte, quindi quella in grado di essere più influente sullo stato delle cose: quella di chi è già “sistemato”, o quella di chi, praticamente, esiste per la società solo fino alla scadenza dell’ultimo contratto?
    Farci carico anche noi, che siamo “al sicuro”, del malessere di chi non riesce neanche ad immaginarlo, un mondo con le coperte, è l’unica via d’uscita al nichilismo che rischia di divorarci, l’unica possibilità, per quanto mi riguarda, di dare un senso a questo pervicace bisogno di continuare a mangiare e bere.

  40. Pierluigi scrive:

    Christian ha avuto il pregio di mettere insieme, nel suo breve saggio, molti aspetti della società attuale. Bello sentire qualcuno che ancora parla di lotta di classe, anche se per rendersi conto che è stata trasformata in una psicosi generazionale. E’ ora che i colpevoli vengano fuori, i precari, i disoccupati e i sotto-occupati non sono una calamità naturale, non lo è neanche il terremoto, tanto per restare all’Aquila citata anche da Christian, che può essere innocuo se non vi sono negligenze umane (gli edifici giapponesi sono rimasti, quasi, tutti in piedi nonostante la scossa del IX grado… in Italia non ne sarebbe rimasto neanche uno…). E’ora che al malessere che molti di noi vivono, sono costretti a vivere, si dia un autore. Non la ‘crisi’, che è un feticcio usato come paravento, ma questa evoluzione perversa del capitalismo che deve essere combattuta con tutte le nostre forze. Che porta alla contrapposizione fra chi ha un lavoro garantito (ma comunque ‘salariato’) e chi non lo ha. Se entrambe le categorie si unissero contro il nemico comune, se fossero unite in un comune progetto politico di asservimento del capitale alle risorse umane e non il contrario, come è ora, il nostro sarebbe un altro mondo. Finora, invece, vincono le forze disgreganti, e i lavoratori (che sono la maggioranza), divisi, si lasciano governare da una esigua minoranza che fa solo i propri interessi di classe e di parte. Se tutti smettessimo di accontentarci dell’uovo e cercassimo di mettere le mani sulla gallina grassa?

  41. Fiastro scrive:

    Sembrerebbe una considerazione parziale sui rapporti di produzione in periodo di contingenza; la sensibilità dell’autore si spreca nel delineare prospettive di una speranza futura in cui la sovrastruttura sia conciliabile alle aspirazioni di una non definita classe di sottopagati. Difatti cita abbondantemente servizi televisivi. Bah…

  42. Francesco C scrive:

    Bellissimo intervento, che condivido al 99 per cento. Quell’1 per cento di disaccordo riguarda la mia utopia per cui una terapia (qualunque sia la scuola) – se veramente ben fatta – dovrebbe liberare la persona, spingendola nel corso del cammino a comprendere l’origine, molte volte esogena, dei propri problemi, non favorire l’adattamento a circostanze esterne insostenibili.

  43. Paolo scrive:

    Vorrei portare alla vostra attenzione una riflessione che riguarda l’organizzazione dell’università (umanistica) italiana che a mio avviso è uno dei motivi fondamentali della situazione del lavoro in Italia.

    Potrei anche dire che chi è causa del suo mal pianga se stesso…e non mi riferisco a chi sceglie di intraprendere un percorso di studi umanistici, anzi credo che in azienda attualmente servano in molte funzioni persone con cultura umanistica, grazie alla loro attitudine a pensare ai processi in generale (e quelli produttivi quindi) in maniera più aperta e non condizionata dal “si è sempre fatto così”.
    Infatti nelle aziende in cui ho lavorato ho sempre visto valorizzate e ricercate (anche se talvolta dopo lunghe discussioni e non poca fatica) le idee capaci di innovare i processi produttivi e funzionali per portarli a essere più snelli e efficienti. Bisogna però tener conto che l’idea una volta pensata discussa e approvata va realizzata e il cambiamento risulta per le persone una delle cose più difficili e sgradevoli da affrontare. E’ perciò fondamentale pensare anche alle modalità e tempistiche con cui un’idea innovativa può essere realizzata (anche dal punto di vista teorico), elaborando quello che viene definito project plan (parola roboante ma che non vuol dire altro che questo: mi piace la tua idea, dimmi che devo fare per applicarla e farla funzionare e quanto tempo e risorse mi occorrono). E’ qui nascono le dolenti note per i laureati (umanisti soprattutto) italiani rispetto a quelli nord-europei o anglosassoni che hanno questi concetti stampati nel DNA (secondo me per motivi storico-culturali).

    Il problema enorme è il tipo di università umanistica che c’è in Italia, che si compiace di se stessa non volendosi aprire all’esterno, che si autoreferenzia in quanto a suo modo di vedere è portatrice della Cultura e per questo considera la Tecnica come una sottocultura che rovina il mondo.
    Inoltre potrei lungamente parlare del modo di insegnare umanistico che porta a far sì che tutti si laureino anche senza aver capito una sola parola del corso di studi che si è fatto e di ciò che quel corso dovrebbe apportare alla società (di nuovo si pensa solo a quello che il corso di studi deve apportare all’umanista fine a se stesso che spesso è autopromozione a detentore della Cultura).

    Per concludere ciò che manca totalmente agli studi umanistici italiani è dare basi di logica, concretezza e principi di funzionamento del sistema socio-culturale (anche e soprattutto aziendale) presente (è come se noi ogni mattina ci svegliassimo sapendo ciò di cui abbiamo bisogno ma non sapessimo dove andare a comprarlo e quanti soldi ci occorrerebbero). Solo capiti questi in maniera profonda si può cominciare a pensare (anche astrattamente) a come cambiarli e a che strada occorra intraprendere.
    Al contrario l’università umanistica italiana tende a creare degli adulti-bambini-bamboccioni (per citare Padoa-Schioppa) capricciosi, slegati dalla realtà, portatori solo di pretese e presunzioni.

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  1. […] il testo di questa canzone sul web, anche quello è calzante. Suggerisco inoltre la lettura di questo articolo di Christian Raimo. […]

  2. […] introiezione del conflitto (anche se io onestamente non ho tempo per l’analisi, in quanto mi è noto che devo morire, […]

  3. […] È la stessa generazione di Christian Raimo che sulle pagine del Manifesto [l'articolo è anche su minima et moralia], giorni fa, poneva una domanda cruciale. Perché un popolo di trentenni precari e sottopagati, […]

  4. […] [Continuo la riflessione cominciata nella prima parte. In quell'occasione il mio interesse era quello d’identificare un soggetto collettivo e i suoi tratti caratteristici (se ci sono) non in termini di generazione anagrafica, ma di cesura epistemologica; mi è stato fatto notare giustamente che il termine "generazione" nasconde una forma di narcisismo – e direi anche un'autoreferenzialità che minerebbe qualsiasi analisi – e questo è vero. Mi dispiace aver dato l’impressione di insistere sulla generazione come fattore anagrafico (anche se il termine l’ho usato una volta sola e per di più zavorrato da “vasta” e “di transizione”), non era quella la mia intenzione. Quello che ho provato a schizzare (sono riflessioni personali, non hanno alcuna velleità euristica) sono i contorni di un universo (in senso statistico) di persone che sta esattamente a cavallo di quella cesura, con un piede di qua e uno di là. Piuttosto, ho esordito parlando di un “sentimento di appartenenza” che è un’approssimazione più includente di “generazione”; si tratta pur sempre di una approssimazione, non di una definizione, certo, ma essa chiama in causa soggetti diversi, uniti da e in una rete simbolica. E’ quella rete che secondo me bisogna capire, delineare, tracciare: non per chiuderla, ma perchè nel suo sistema di relazioni si nasconde la possibilità di narrazioni epiche di grande forza, di grande calore. In quel sistema di relazioni simboliche, io sospetto, si nascondono anche molti rimossi, che premono e spingono per uscire, e che sarebbe bene trovassero una via di espressione (una narrazione, di nuovo) piuttosto che lasciarli esplodere o implodere nel singolo.] […]

  5. […] punto di partenza sono state le parole di Christian Raimo: questa schizofrenia non è soltanto un sintomo di una versione estrema del capitalismo del […]

  6. […] È la stessa generazione di Christian Raimo che sulle pagine del Manifesto [l'articolo è anche su minima et moralia], giorni fa, poneva una domanda cruciale. Perché un popolo di trentenni precari e sottopagati, […]

  7. […] volte il nome di bipolarismo; in una specie di medicalizzazione della tensione politica. Leggi Introiezione del conflitto di Christian Raimo su minima et […]

  8. […] nostra generazione, anzichè parlare, somatizza (come dice Raul Cremona). C’è un bel articolo di Christian Raimo che parla di “introiezione del conflitto”: “Vi racconto una storia. Qualche anno fa stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: […]

  9. […] vero con la sua immagine, non ho più parole per descrivere la condizione delle cose. Leggo questo lungo articolo di Christian Raimo sull’introiezione del conflitto. In pratica racconta di una sua inchiesta nel tristanzuolo […]

  10. […] psicosi (“La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe”, Christian Raimo, qui), e questi solo per citare gli aspetti più […]



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