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Inventario delle città: la cartografia di Milano di Buzzati

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Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti.

I palazzi ammassati, le case moderne, le vie che aprono a una Milano nascosta, gli appartamenti, le stanze: raccontare una città è raccontarne i materiali, le planimetrie, gli incroci e i vicoli ciechi. Talmente accurato da trarre in inganno – perché davvero possiamo davvero percorrere quelle strade? Quelle vie esistono sul serio? –  Dino Buzzati in “Un amore” (1963) celebra la sua Milano con un lavoro da cartografo innamorato.

Consultare la mappa. Un indice dei punti di interesse:

VIA della MOSCOVA, l’appartamento di Dorigo. Dove ogni luogo è un luogo qualunque: «lavorava in pieno la città, a quell’ora, sopra, sotto e intorno a lui, nella medesima casa uomini come lui lavoravano, e nella casa di fronte lavoravano e nella casa vecchissima di via Foppa che si intravedeva in uno squarcio tra le case, e dietro ancora, nelle case invisibili e più in là, più in là, nella caligine, per chilometri e chilometri lavoravano». Tutto è ordinario, pieno di decoro, come Dorigo, che è «complessivamente tranquillo, forte e sereno. Era infatti una mattina come tante altre. Il cielo, fuori, si manteneva grigio e uniforme. […] Tutto sicuro e propizio per un borghese nel pieno della vita, intelligente, corrotto, ricco e fortunato

Buzzati cita continuamente di oggetti, «carte, registri, moduli, telefonate, quietanze, mani ingombre di penne, di arnesi, di matite, intente a una vite, a un incastro, a un’addizione, a un innesto, a una saldatura, a un estratto conto, a un fissaggio», non c’è nessuna possibilità di elevazione sopra il materiale ordinario: gli spazi sono ricostruiti a partire dal concreto – un orologio elettrico, la borsetta che la signorina Maria Torri tiene sul grembo, una radiolina giapponese, un vestito quasi elegante «un completo di grisaille, camicia bianca, cravatta in tinta unita rosso magenta, calze pure rosse, scarpe nere lavorare, quasi che». Quasi, appunto.

Via Velasca, 25: la casa di appuntamenti della signora Ermelina. «Lo sterminio di formichine frenetiche assetate di benessere eppure i loro pensieri oh, gli veniva da ridere, tutto intorno, per i chilometri e chilometri suddetti, pensieri simili ai suoi, sconci e squisiti, per la misteriosa voce che chiama alla propagazione della specie transumanata in vizi strani e brucianti, perché mai nessuno aveva il coraggio di dirlo?»: al di sotto di questa patina opaca, all’interno di questi complessi abitativi, casellari di esistenze più o meno indifferenti, continua a proliferare – quasi spora, quasi pianta nel cemento – un’altra Milano, più antica, misteriosa. Una Milano dei pensieri sconci e squisiti di uomini banali, che si nasconde nelle case di appuntamenti – come quella della signora Ermelina, «emiliana, cordiale, bonaria ancora una bella donna, di stampo familiare, senza niente di equivoco. A sentirla parlare, sarebbe detto che facesse la ruffiana solo per aiutare quelle povere ragazzine». Il suo appartamento, «al sesto piano di una grande casa nelle vicinanze di piazza Missori», è un luogo in qualche modo indecidibile, che per il suo contegno illude gli uomini che lo frequentano sulla sua natura, illude le ragazze che vi lavorano, perché come usare le parole bordello e postribolo in mezzo ai «mobili cosiddetti moderno, tipo Svezia, abbastanza semplici, [al] vago senso di pulizia. Stupiva la presenza, sui muri, di due grandi riproduzioni di Brueghel il vecchio: le famose scene di contadini. Chissà se erano capitate là, o erano state scelte» sarebbe ben strano. Ogni cosa conferma il gioco delle parti – che il bordello sia una boutique, come ci si racconta; così Antonio può credere che la maschietta Laide lo ami, nonostante e non perché lui la paghi, e lei di essere solo una ballerina della Scala, che, attendendo il successo, gioca a concedersi a uomini più ricchi e potenti di lei, uomini che raramente, tra l’altro, lo sono. «Io sono abituata a qualcosa di meglio, sai?» racconta all’inizio Laide, ma non ci prendiamo neanche il disturbo di crederle.

La Scala, le prove. Persino la Scala è più simile a una palestra che a un teatro, con le ragazze struccate, e quasi brutte: simbolo – eppure concretissimo – delle eterne prove collettive per uno spettacolo, quello della vita sognata, che non andrà mai in scena, in cui loro, alla fine, non sono che ballerine di fila.

Via Vincenzo Monti, la casa dell’amico Corsini. Il bell’appartamento dove si vedono è il luogo dei desideri della ragazza: «alla Laide piacque molto, tutto ciò che in qualche modo la innestava come partecipe, alla agiata e rispettabile vita borghese, le faceva un piacere immenso. E benché i mobili fossero moderni, si intuiva subito che l’inquilino era una persona molto chic e nello stesso tempo solida»; la spider che un altro amico presterà a Dorigo, invece ne farà «un uomo in gamba, ricco, sportivo, disinvolto, moderno, giovane, come i fusti dei film di moda. […] Laide non potrà più considerarlo un intellettuale, uno sparuto, un povero borghese», sarà il suo ingresso nel mondo, un mondo da cui sia lui che lei sono degli esclusi, sia chiaro.

Via Schiasseri, da qualche parte, al terzo piano, Città degli Studi. Il nuovo appartamento di Laide è come la ragazza: pieno di mobili banali, lettere miserabili piene di sentimentalismo, boccette di creme e profumi, abiti; pretenzioso, un po’ squallido: il tentativo di entrare nel mondo di quella Milano rispettabile che la paga ma non la vuole.

Via Squarcia, le attese. Laide non arriva. O arriva tardi: «i dubbi, le telefonate che non vengono, quel punteruolo infisso qui, le notti bianche, l’infelicità al mattino». Cosa ci fa uno come Dorigo qui, ancora? I tergicristalli scandiscono la disperazione come metronomi.

Vicolo del Fossetto, la Milano popolare. Tra il numero 72 e il numero 74 di Corso Garibaldi c’è un passaggio sormontato da un arco: la porta per una vecchia Milano, «un gruppo di vecchissime case addossate le une alle altre, in un groviglio di muri, di balconi, di tetti, di comignoli. Dove lo spirito della città antica, non quella dei signori ma quella dei poveri, sopravviveva con una singolare potenza». Laide è «il simbolo di un mondo plebeo, notturno, gaio vizioso, scelleratamente intrepido e sicuro di sé che fermentava di insaziabile vita intorno alla noia e alla rispettabilità dei borghesi. Era l’ignoto, l’avventura, il fiore di un’antica città spuntato nel cortile di una vecchia casa malfamata fra i ricordi, le leggende, le miserie, i peccati, le ombre e i segreti di Milano» – i budelli, i cani che abbaiano chissà dove, gli edifici decrepiti, l’animazione che pare di certi quartieri di Napoli, tutto produce l’impressione di una vita «popolaresca, gaia, non misera» che lui, con fastidioso paternalismo, ama come attributo della giovane, proibita e perduta, che sostanzialmente neanche pensa mai di salvare. La narrazione si fa meno precisa, tutto è favoloso, una selva, una palude, in cui Dorigo non si sa muovere: è un escluso, è un uomo a cui questo non interessa nella sua concretezza quotidiana. Non si sogna con la cruda luce del giorno.

Il Due, le esibizioni notturne. Dorigo fantastica sulla Milano perduta e misteriosa, ma non vuole assolutamente farne parte: là non è presente il decoro borghese che salva le apparenze. Un uomo perbene non va al Due: «era in centro, nel sotterraneo di un bar: era una di quelle sale da ballo cosiddette esistenzialiste, decorate con stramberie macabre o astratte un po’ di gusto goliardico», così come un uomo perbene paga Laide perché non si può mica amarla sul serio una quella che fa quella vita lì.

Milano, Laide. È lei, è la città. La ami e non ti ama. «In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città, dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli animi e delle cose, fra i suoni e luci equivoci, all’ombra tetra dei condomini, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore». «Ma intanto lei, portata via dal sonno, inconsapevole del male ce ha fatto che farà, si libra sotto i tetti i lucernari le terrazze le guglie di Milano, è una cosa piccolissima e nuda […] ma la città dormiva, le strade erano deserte, nessuno, nemmeno lui alzerà gli occhi a guardarla».

Sara Marzullo è nata a Poggibonsi (SI) nel 1991. Si è laureata in Arti Visive all’Università di Bologna con una tesi sul rapporto tra città e romanzo. Collabora con varie testate, tra cui il “Mucchio Selvaggio”.
Commenti
2 Commenti a “Inventario delle città: la cartografia di Milano di Buzzati”
  1. adriano scrive:

    “ 15 giugno 1994 – Dire che ora ripenso a Buzzati è profondamente falso. A Buzzati ci ripenso sempre, anzi ripenso a un libro che, senza che fosse particolarmente memorabile, non ho più dimenticato. Un amore lo lessi quando uscì, nell’indimenticabile 1963. Il fatto che non fosse « bello », non vuol dire niente. Si leggono anche i libri brutti, che, per qualche misteriosa ragione, piacciono. È una storia vecchia. Talmente vecchia che, notai qualche anno fa, la sapevano anche i giornalisti, la sapevano anche i pubblicitari. Perché sono le storie vecchie quelle che riescono a farsi leggere sempre. “

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  1. […] P.S. Se volette saperne di più sulla cartografia milanese di Buzzati vi rimando all’inventario delle città su Minima &Moralia. […]



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