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Il passato è un bel posto dove stare: Judith Schalansky e l’Inventario di alcune cose perdute

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Scrittrice, tipografa e designer tedesca, Judith Schalansky conosce bene la nostalgia che si può provare nei confronti di qualcosa che non si è mai conosciuto, la mancanza fantasmatica che si avverte talvolta a dispetto dell’esperienza. E se davvero ciò che chiamiamo “tempo” non è nient’altro che una convenzione che utilizziamo per ordinare il mondo e provare a trovare un posto al suo interno, il suo Inventario di alcune cose perdute (nottetempo, traduzione di Flavia Pantanella) è un esercizio di memoria retrospettiva.

«J’ai plus de souvenirs que si j’avais mille ans», scriveva Baudelaire aprendo il suo settantesimo spleen. Ma di questo mondo che possiede davvero miliardi di ricordi – una quantità maggiore di quanto saremmo mai in grado di quantificare – conosciamo appena una storia parziale, fondata su un’enorme mole di rovine che testimoniano l’esistenza di un passato inconcepibile nelle sue reali e totali fattezze; un passato a cui questo libro-amuleto prova a riconnetterci.

L’Inventario è un osservatorio portatile che illumina e riscopre i movimenti di un universo in continua dissoluzione e trasformazione, in cui sono seminati miriadi di indizi di un tempo che, se non è più nostro come spazio abitabile, ci appartiene comunque da sempre: un’eredità esoterica.

La scrittura ibrida di Schalansky, a metà tra il saggio e la prosa immaginifica, prova a svelarne alcuni segreti utilizzando il fascino dell’antichità per penetrare in una serie di fascinazioni: animali estinti, oggetti andati smarriti, edifici corrosi e umiliati dal tempo, poesie dimenticate o distrutte. Ma è anche una guida per esploratori del passato che non temono di abitare dimensioni parallele, uno strumento che permette di esplorare regioni remotissime, a patto che si accetti la «totale irrilevanza» del ruolo dell’uomo nel generale contesto.

Se il presente, come i coralli, si fonda sempre su qualcosa che sta affondando, quest’Inventario dimostra che è utile e necessario che qualcosa si smarrisca definitivamente, o vada perduto come le informazioni che il nostro cervello distrugge e sostituisce di continuo nel tentativo di sgombrare ciò che non ha più ragione di esistere, affinché la memoria resti uno spazio rinnovabile.

«La distinzione tra presenza e assenza può essere marginale finché esiste la memoria», scrive Schalansky, che nella sua mappa sviluppa questo concetto e traccia le sembianze di un passato perduto nel tentativo di rivitalizzarlo. Così, come ci aggiriamo tra i marmi antichissimi che un tempo non erano bianchi ma colorati, riviviamo nell’arena dei gladiatori della Roma imperiale per assistere al combattimento dell’ultima tigre del Caspio, siamo coinvolti nel tumulto generato dalle scandalose poesie di Saffo in una piccola isola a largo del Mediterraneo, o assistiamo impotenti alla dissoluzione di edifici progettati per accogliere il passaggio di importanti famiglie nobiliari, cancellato in tutta fretta dai capricci della natura. E in questa combinazione di cartoline di un altrove e di un momento “altro”, l’Inventario ricrea una combinazione che frantuma il tempo.

E se la memoria del mondo è più remota ancora del nostro approssimativo concetto di “antichità”, questo libro ci insegna come smagliare e deformare la nostra, come esercitare la nostalgia ma anche come guardare al futuro con curiosità; ci concede il mistero intrigante di qualcosa che non può tornare e ci ricorda che niente è perduto davvero per sempre.

Gaia Tarini è nata a Perugia nel 1989 e vive a Roma. Nel 2019 ha frequentato il corso principe per redattori editoriali Oblique. Scrive su minima et moralia, Limina e altre riviste online. Fa parte della giuria delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto.
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