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Io odio John Updike: un estratto

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Pubblichiamo l’incipit del racconto DB9 dalla raccolta Io odio John Updike di Giordano Tedoldi (minimum fax) e vi segnaliamo che lunedì 15 febbraio alle 19 l’autore presenta il libro da Giufà a Roma con Nicola Lagioia e Francesco Pacifico.

DB9

Di notte, quando non ho sonno, mi piace soprattutto guidare. Guidare è forse l’unica attività fisica che faccio. Un tempo nuotavo, poi ho smesso perché mi sono preso un fungo, la piscina era triste, troppi occhi rossi, pelli rovinate, solo le ragazzine intorno ai vent’anni erano allegre, ma quelle erano sempre per conto loro, non potevi nemmeno parlarci. Comunque erano molto maleducate, o troppo timide, o entrambe le cose. Allora mi sono dedicato alle macchine sportive. Non spendo mai, spendo solo per le macchine. Dopo sei mesi le do indietro e ne prendo un’altra. Per un certo periodo compravo le macchine in società con un tizio. Ogni volta che le riportava puzzavano di mezzo toscano. Ho smobilitato un po’ di investimenti e ho cominciato a ordinare le macchine da solo, senza coinvolgere nessuno. Negli affari, come nella vita, avere un socio mi mette a disagio.

Ora ho la Ferrari Maranello, una bestia difficile da domare. Mi ha riacutizzato un dolore al ginocchio. È un vero e proprio sforzo fisico. Me l’hanno consegnata due settimane fa e dopo il primo giorno già ero deluso. Ero abituato all’affidabilità, alla maneggevolezza, diciamo pure alla comodità della Porsche turbo, una macchina con cui non rischi minimamente il dolore al ginocchio e al polpaccio, perché i freni sono morbidi e sensibili come la guancia di Enrica, non devi spingerli a fondo come con la Maranello. Poi però mi sono accontentato, tanto tra sei mesi la cambio. Quella del dolore al ginocchio per via dei freni duri non è una fisima, anche se di fisime ne ho molte, essendo un vero e proprio trentenne triste.

Quando guido, una fisima è che non mi piace farmi vedere dalla gente – questo no, l’ho sempre detestato – ragion per cui guido soprattutto a notte fonda, quando le strade sono più libere, posso correre, le persone non m’invidiano, è questa la vera emozione che cercavo. La Ferrari ha la carrozzeria grigia e i sedili da corsa in pelle rossa, avvolgenti, con le cinture di sicurezza a x, che ti fasciano completamente. Peccato per i freni: sono durissimi. Il ginocchio mi fa davvero male. A volte si gonfia tutta la gamba.

Mi feci male al ginocchio a casa di Enrica, stavamo sdraiati sul divano ed eravamo mezzi spogliati. Io avevo i pantaloni sbottonati e lei era in mutandine. Prima mi aveva invitato a salire dopo il cinema – all’epoca la scarrozzavo con la Porsche – poi ci eravamo allungati sul divano, lei aveva messo la testa sulla mia spalla, le carezzavo i capelli lisci biondi e pensavo al parabrezza della Porsche sporco di guano. I capelli glieli arricciavo dietro l’orecchio, poi lei mi aveva infilato una mano sotto il boxer per scaldarsela e io le avevo sfilato le mutandine per cominciare a leccargliela.

Ci eravamo sdraiati per fare l’amore, e io, calcolando male le distanze, per farle spazio, per farla stare più comoda sul divano, ero rotolato a terra battendo il ginocchio. Ora quando freno con la Ferrari, specie dopo una bella stirata, devo stringere i denti, e sembro un attore in una scena d’inseguimento. Quando la notte non ho sonno, mi vesto male, e alle tre del mattino vado in garage con la Smart, passo davanti al gabbiotto dai vetri polverosi del guardiano, gli chiedo a che ora vuole che torno, lui risponde quando mi pare, e prendo la Ferrari. Una volta in strada, giro senza meta e parlo da solo, mi compatisco, prendo a pugni il volante e bestemmio. A volte incontro un tizio. Guida un’Aston Martin DB9. Quest’uomo, le poche volte che l’ho incrociato, ho avuto modo di sbirciare dentro l’abitacolo come attraverso il vetro di un acquario buio. Dai brandelli che ho visto della sua faccia, deve avere qualche problema anche lui.

L’uomo che guida l’Aston Martin DB9, un seimila di cilindrata con quattrocentocinquanta cavalli che fa da zero a cento in meno di cinque secondi, ha sempre i denti di fuori. Un po’ perché li ha sporgenti, un po’ perché mi sembra che digrigni. Anche lui è senz’altro un appassionato di auto sportive come me, perché anche lui circola di notte, quando le strade sono sgombre e i burini che dicono «anvedi che macchina» stanno dormendo. L’ho incontrato, o incrociato, piuttosto spesso. A volte corre come un dannato, sembra quasi che voglia fare una gara. Altre mi si affianca lento come un’imbarcazione in porto. Mi giro dalla sua parte, e vedo un testone con le zanne. Gli occhi sono sempre nascosti dal buio. Ogni tanto scuote la testa, contrariato.

Forse gli dà fastidio il rombo del motore, che in effetti nella DB9 è troppo simile a una Formula Uno, suona eccessivo anche per un appassionato. La notte dopo l’Immacolata ci ho parlato. Di mattina presto ero andato a scocciare mia sorella, e lei mi aveva portato a fare una passeggiata con il suo cane. Eravamo andati a mangiare una torta di pasta di mandorle al forno del Ghetto, un forno gestito da tre donne grassocce che invariabilmente bruciano le torte e i dolci che sfornano, probabilmente perché hanno un forno antico, comunque mangiammo questi dolci bruciacchiati e Gloria, mia sorella, mi chiese se quella sera, come spesso capitava quando mi vedeva nervoso, avevo voglia di dormire da lei, ma dal momento che l’ultima volta, da lei, non avevo dormito per niente, rifiutai. Forse ci rimase male, ma mi sentivo in colpa all’idea di tenerla sveglia.

Ero nudo e avevo la pelle di un colore più scuro del normale. Non so bene dove mi trovassi, sembrava un appartamento disabitato, in alto, come un sedicesimo piano o così, con molte finestre dai vetri rotti, e le schegge di vetro sparse sul pavimento. Ricordo che avevo paura di ferirmi ai piedi, ero anche scalzo. Le finestre davano su una città che cambiava continuamente, i palazzi circostanti sembravano fate morgane, ricordavano i palazzi dei fumetti di fantascienza tipo Buck Rogers, fumetti che non ho mai letto, ma di cui forse qualcuno mi deve aver parlato fino alla noia. Ero seduto su un divano e abbassavo lo sguardo sul mio ginocchio malandato e gonfio. Ma non gonfio per il trauma della caduta a casa di Enrica. Il gonfiore era dovuto a una cosa che se ne stava appollaiata sul mio ginocchio.

C’era una specie di insetto, un insetto che non credo possa essere classificato da alcun entomologo. Era del colore dell’ambra, grande quanto… non saprei dire, un palloncino di medie dimensioni. Le zampe, numerose come quelle di un centopiedi, erano corte, seghettate e dorate. Il torace, se così si può chiamare, dell’insetto, era liscio e lucido, e in realtà sembrava che il tipico colore ambrato derivasse dal suo sangue, un sangue che però non circolava lungo vene e arterie, ma come imbottiva l’insetto all’interno di quel sottile rivestimento lucido. Se alzavo un poco lo sguardo, nel mio campo visivo, in basso, vedevo l’ombra dell’insetto appoggiato sul mio ginocchio, con le sue zampette che mi punzecchiavano la pelle. Stava in equilibrio sul ginocchio e non mi faceva male.

Nel sogno non facevo niente per sbarazzarmi di quella specie di palloncino ambrato, con due lunghe antenne dalla parte della testa, le zampette dorate, che aveva deciso di sostare sul mio ginocchio. L’unica cosa che mi preoccupava era che il ginocchio cominciasse a farmi male, ragion per cui guardavo nervosamente fuori dalle finestre senza vetri per capire la situazione del tempo, perché se avesse cominciato a scurirsi, a tirare quel vento freddo che poi porta pioggia, sarebbe stato un guaio, con l’insetto sul ginocchio, tentare di scacciarlo per spalmarmi il Voltaren e massaggiarmi.

Non ricordo come finisce il sogno, che comunque ho già fatto diverse volte. Forse, alla fine, l’insetto si muove o sono io che lo mando via. Il giorno dell’Immacolata il clima era molto rigido. E le farmacie di turno erano piene di gente. Avevo atteso che la processione si allontanasse, quindi ero entrato in una farmacia affollata quanto una sala corse a comprare aspirine e una nuova crema antidolorifica che veniva consigliata addirittura per lievi interventi chirurgici. Chissà chi mi aveva detto che il mio ginocchio ne avrebbe tratto benefici insperati. Io non ci credevo ma, passata la mia fase naturalistica, in cui non prendevo nemmeno un antinfiammatorio quando mi scoppiava la testa, ora ero nella fase in cui provavo di tutto, meno le cose con le erbe, perché mi facevano regolarmente rimettere.

Uscii e fui salutato da alcune gocce di pioggia sugli occhiali. Il mio campo visivo divenne come il parabrezza di un’auto in Polonia, a novembre. Pensai che guidare, quella notte, sarebbe stato ancora più piacevole. Le strade ancora più libere, quella luminosità ferrosa sull’asfalto, i cordoli come acciaio lucido, perfino le macchine della polizia e dei carabinieri di pattuglia hanno un che di più denso, di meno petulante, con la pioggia.

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Un commento a “Io odio John Updike: un estratto”
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  1. diggita.it scrive:

    Io odio John Updike – un estratto del libro in ristampa

    In estratto per la lettura l’incipit del racconto DB9 dalla raccolta Io odio John Updike di Giordano Tedoldi (minimum fax) – lunedì 15 febbraio alle 19 l’autore presenta il libro da Giufà a Roma con Nicola Lagioia e Francesco Pacifico. DB9 Di notte, q…