cemento

Io urlo

Mimmo Beneventano viene ucciso la mattina del 7 novembre del 1980. Viene crivellato di colpi sotto casa. Sta entrando in macchina per andare al lavoro, la madre è ancora alla finestra che lo saluta. Mimmo ha 32 anni. Fa il medico di base nel suo paese alle pendici del Vesuvio, Ottaviano, ed è chirurgo all’ospedale San Gennaro di Napoli. Ma Mimmo è anche molto attivo politicamente. È consigliere comunale del Pci: è stato eletto una prima volta nel 1975, ed è stato rieletto nel giugno del 1980.

In consiglio, è il più strenuo oppositore della cementificazione selvaggia dell’area vesuviana. A Ottaviano, prima ancora che a Napoli, si sta sviluppando un nuovo intreccio tra politica e camorra nella gestione degli appalti e del cemento. Ottaviano è il paese del potente sindaco socialdemocratico Salvatore La Marca (ex assessore provinciale tra i più votati d’Italia, poi espulso dallo stesso Psdi). Ed è il paese di Raffaele Cutulo, il boss della Nuova Camorra Organizzata. Sono in pochi a capirlo, sono in pochi a capire che quella camorra è profondamente mutata nel giro di pochi anni. Mimmo, stando in prima linea, è tra i primi a intuirlo. E per questo viene ammazzato.
Benché il suo omicidio sia chiaramente riconducibile alla Nuova camorra organizzata, mandanti ed esecutori del delitto, dopo essere stati condannati in primo grado, sono stati assolti in appello. Il suo è sostanzialmente un delitto impunito. Eppure è un delitto politico, come un delitto politico è quello di un altro consigliere comunale di Ottaviano, questa volta del Psi, Pasquale Cappuccio (ammazzato nel 1978), e politico è l’omicidio di Marcello Torre, sindaco Dc di Pagani ucciso l’11 dicembre del 1980, un mese dopo Beneventano, e 18 giorni dopo il terribile terremoto dell’Irpinia, che sconvolse il Mezzogiorno continentale. Sono stati tutti ammazzati dalla Nuova camorra organizzata.
E sono tutti morti dimenticati, benché il loro sangue segni potentemente un nuovo corso della criminalità organizzata in Campania (e delle sue infiltrazioni nella politica, nell’economia, nella società) da cui molte delle metastasi attuali discendono. Tra l’altro, in quel 1980 in cui cambia il rapporto tra criminalità organizzata e politica, anche in Calabria vengono ammazzati due consiglieri comunali del Pci: Peppino Valarioti a Rosarno, e Giovanni Losardo a Cetraro.

Chi si ricorda oggi di Mimmo Beneventano? In Il passato davanti a noi, bel romanzo di Bruno Arpaia edito da Guanda, l’omicidio di Beneventano segna la fine del libro. Protagonista collettivo del romanzo è un gruppo di ragazzi della provincia di Napoli che attraversano le speranze e le disillusioni dei politicizzati anni settanta. La morte di Beneventano costituisce l’inizio del riflusso, della sconfitta: volevamo cambiare il mondo, e intanto la camorra si è presa Ottaviano, la nostra città… E Mimmo è quello che l’aveva capito, perché era medico, ed entrava nelle case della gente. E perché era intransigente.
Beneventano era anche un poeta, oltre che un politico e un medico. Anzi, l’unica traccia del suo pensiero che ci ha lasciato sono una sessantina di poesie sparse, che la piccola casa editrice Rce ha raccolto nel volume Rabbia e destino. Sono poesie che colpiscono per la loro densità, e per il velo di pessimismo e di sconforto che le attraversa, unito a un forte anelito per l’impegno che in lui ha profonde radici cristiane (“gli ideali del nazareno”, dice a un certo punto). Le sue ricordano alcune poesie di Rocco Scotellaro, il sindaco-poeta di Tricarico, morto anche lui giovanissimo, in un’altra epoca, nel 1953.
Non poche poesie di Beneventano ricordano le sue origini lucane, la sua famiglia proveniva da un piccolo paese in provincia di Potenza, Sasso di Castalda. Come questa, Le mie radici: “Penso ai miei morti dei quali / nemmeno le ossa o la polvere, / ma solo la memoria è rimasta. / Falliti pure essi. Mi restano / ritratti sbiaditi tratti da foto / di gruppo. / Passarono senza fare grandi cose: / si ammazzarono per un moggio di terra / più avara di loro. / Si giocarono tra / i cespugli la loro giovinezza o / in grossi letti di noce beffarono / il lungo inverno in Lucania. / Morirono senza poter pagare / un medico: finirono in manicomi / cedendo ai più dritti di loro, / conobbero le schegge e i fili / spinati e nella gavetta immaginavano / soppressate paesane, formaggio e vino rosso.”
Pare che Beneventano amasse ricordare spesso una frase di Aldo Palazzeschi, autore da lui molto amato: “Non fare che la morte ti trovi già cadavere, fa che ti colga in piena danza”. A giudicare da molte poesie, si potrebbe dire che Mimmo fosse pienamente consapevole che poteva essere fatto fuori dalla camorra. Che i giochi erano cambiati, e che la mutazione avrebbe ammesso anche l’eliminazione fisica (non solo la minaccia o l’intimidazione) per chi aveva il coraggio di gridare la propria denuncia.
Non si è ritratto, come tanti altri umili eroi, al pari di lui, nel Sud degli ultimi trent’anni. Ma per quanto la morte ti isoli nel ricordo, separandoti dalle cose cui sei appartenuto, Mimmo Beneventano non era un isolato. La sua, proprio come hanno rilevato Bruno Arpaia nel suo romanzo e Isaia Sales, ricordandolo, è la biografia di una generazione alle porte di Napoli, stretta tra due fuochi. L’immobilismo della società da una parte, la violenza e il controllo del territorio della camorra dall’altra. E Mimmo non voleva farsi isolare, non voleva affondare nel pantano, come testimoniano questi versi: “Io lotto e mi ribello. / Mi sono votato ad un suicidio sociale. / Non nella droga, come molti, / troverò il rimedio per un / mondo più giusto. Non parlo / per me, sono così poca cosa. / Grido per coloro che non / han più voce perché l’han / persa urlando e piangendo / o per quelli che han dimenticato di averla.”
La poesia citata è Io urlo. Grazie all’impegno di chi ha raccolto il testimone lasciato da Mimmo Beneventano, si è arrivati quindici anni dopo la sua morte all’istituzione dell’area protetta del Parco Nazionale del Vesuvio. Oggi, proprio quell’area rischia di essere aggredita dalla costruzione di nuove discariche. Ci hanno già provato con la Cava Vitiello, vicino Terzigno; probabilmente in futuro lo faranno con altre cave, in altri siti. Che dire? Il cerchio sembra richiudersi sopra la memoria di Mimmo. Eppure le poesie sono ancora lì, basta rileggerle.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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