truth

Ipotesi della relatività poetica

Pubblichiamo un estratto da “Damnatio memoriae” (Interlinea Edizioni, 2020) di Samir Galal Mohamed.

I

La poesia è questione di impostura: ecco perché occorre ridurre lo spazio della finzione e, al tempo stesso, disciplinare quello della confessione. Non siete peccatori, e i lettori, per fortuna, non sono preti: non assolvono, né intercedono per voi. Al limite, inibiscono.

Di fronte alla propria incapacità di prospettare visioni che non siano di morte, o soggezioni, farneticate nella fraseologia del lettore. In una qualsiasi: chi legge, non vuole ancora morire. Ma ditegli chiaramente una cosa: dite chiaramente se avete intenzione di scrivere ancora oppure, al contrario, se intendete farla finita, e con la scrittura e con la vita. Ormai, glielo dovete.

Quando non indispensabili, moderate i riferimenti personali: questi, andrebbero a costituire le condizioni per una messa in discussione, globale, della vostra scrittura. Si è soli. Diversamente, passate ad altro. Nessuno, in proposito, vi ammonirà.

Lasciate che gli amici, e in generale i vostri cari, leggano ciò che producete. Tuttavia, nel giudizio, è bene ricordare che la loro verità – ammesso che per questa si intenda la corrispondenza, piena, tra una comprensione soddisfacente del materiale, e una valutazione disinteressata e leale – non serve. Se la subordinata è troppo lunga, ripetere la proposizione reggente: la verità non serve.

II

Rileggete sempre ad alta voce. Naturalmente, con questo esercizio non si vuole accreditare la superiorità cognitiva o disciplinare, presunta o reale, dell’oralità sulla scrittura – la questione è talmente annosa da meritare il nostro biasimo; si tratta di un problema di dominio esistenziale, non cognitivo. Ascoltarvi pronunciare le vostre parole dovrebbe servire, esclusivamente, a mettervi in ridicolo. Se non ottenete l’effetto positivo, catartico, di sentirvi ridicoli, significa che siete praticamente morti. Morti che scrivono. In tutta la faccenda del ridicolo, è l’unica buona notizia.

Senza il livore non si scrive una parola. D’altra parte, gli scrittori prolissi non sono necessariamente i più livorosi. Il livore necessita di una buona punteggiatura; la piaggeria, di un’ottima.

Segretamente, ogni scrittore si crede superiore, e di gran lunga, dei contemporanei. Certo, non si arrischia in paragoni scriteriati con i grandi del passato, ma la sua boria nei riguardi del presente è tale da risultare commovente. E motivata. Nessuno scriverebbe altrimenti.

III

La poesia è incompatibile, quando non apertamente contraria, alla fitness. Pertanto, l’ansia della riproduzione è del tutto ingiustificata: la creazione del testo letterario è agamica per definizione.

Quello che senti alla stesura di ogni parola si chiama dolore; giunto a rilettura, passa allo stato di sollievo. Non ti ci abituare.

Il male è una via come un’altra. Scrivere vi terrà impegnati.

IV

Se si è fedeli, alla maniera del salafita, a una sistemazione testuale severamente cronologica, è fondamentale accettare un fatto: quella stessa distribuzione, che si voleva non assiologica, e che lotta, oltranzista, per il mantenimento di una sequenza avulsa da ogni dinamica gerarchica, si denuncerà intimamente valoriale.

In tal senso, un certo brutalismo è anche un fatto poetico: qui, trovate moduli abitativi di testo, vi trovate soltanto caselle – e null’altro.

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