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Istruzioni per l’uso del futuro: ius soli

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Tomaso Montanari torna in libreria con Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà. Ne pubblichiamo un estratto e vi invitiamo oggi alle 17.30 allo Spazio Alfieri di Firenze: con Tomaso Montanari e Sergio Staino intervengono Cinzia Scaffidi e Gianni Cuperlo.

I compagni di classe dei miei figli si chiamano Lorenzo e Tommaso, ma anche Vincent e Pawan; si chiamano Elena, Caterina o Mattia, ma anche Whalidh e Danna. E i loro nomi fanno subito capire che alcuni sono nati in Italia, altri no. Ma vanno tutti alla stessa scuola: una scuola pubblica (cioè di tutti, e per tutti), che si chiama «Francesco Petrarca». Per andarci, camminano in una strada antica, e di fronte alla scuola c’è una chiesa costruita trecento anni fa, piena di quadri e di statue in parte anche più antichi. È un quartiere decisamente popolare, ma, se prima di entrare a scuola alzano lo sguardo, quei piccoli vedono la collina verde di Monte Oliveto, con i suoi cipressi e il campanile svettante di San Bartolomeo, la chiesa cui appartenne l’Annunciazione di Leonardo da Vinci, oggi agli Uffizi.

Quando questi bambini usciranno da quella scuola saranno tutti cittadini italiani. Lo saranno di fatto, anche se non per legge (una legge sbagliata). Lo saranno grazie al lavoro delle loro maestre, che sono bravissime (anche se quasi nessuno lo scrive, e anche se sono pagate pochissimo). Lo saranno perché impareranno a parlare l’italiano di Francesco Petrarca. Lo saranno perché ogni giorno avranno camminato per quella strada antica, e avranno visto (anche se magari distrattamente) quella chiesa, quelle statue, quei quadri, quei cipressi.

E non è questione di «identità», né tantomeno di nazionalismo fuori tempo massimo. Non siamo mai stati una nazione «per via di sangue»: non c’è nazione più meticcia di quella italiana, eterna preda dei più diversi conquistatori. Semmai lo siamo stati, e lo siamo, per cultura.

Negli stessi versi dell’xi canto del Purgatorio in cui Dante mette in chiaro che Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti e poi soprattutto lui stesso hanno la gloria di aver fondato la lingua italiana, vengono esaltati i padri dell’altra lingua degli italiani, Cimabue e Giotto.

La lingua monumentale dell’arte è quella che ha reso unico al mondo, e inconfondibile, il suolo, cioè il territorio, dell’Italia: e che, lungo i secoli, ha reso noi tutti «italiani» per purissimo ius soli culturale. D’altra parte, una delle pochissime volte che la Costituzione utilizza la parola nazione è proprio quando prende atto, all’articolo 9, che questa preesiste alla Repubblica proprio grazie al «paesaggio e al patrimonio storico e artistico». In questo modo la Costituzione ha spaccato in due la storia dell’arte italiana, assegnando al patrimonio storico e artistico della nazione una missione nuova al servizio del nuovo sovrano, il popolo. La storia dell’arte è in grande parte la storia dell’autorappresentazione delle classi dominanti, e per un lungo tratto i suoi monumenti sono stati costruiti con denaro sottratto all’interesse comune. Ma la Costituzione ha redento questa storia: le ha dato un senso di lettura radicalmente nuovo. Il patrimonio artistico è divenuto un luogo dei diritti della persona, una leva di costruzione dell’eguaglianza, un mezzo per includere coloro che erano sempre stati sottomessi ed espropriati. Entrando nei musei, le opere del passato hanno perso la loro funzione originaria (politica, religiosa, dinastica…) acquistandone una puramente culturale (forse più alta, forse più libera: certo diversa). Esse sono uscite anche dal flusso degli scambi economici, e dalla arbitraria disponibilità dei potenti: ora non sono più in vendita, e grazie alla Costituzione appartengono a tutti i cittadini italiani, e, in maniera più lata, a tutta l’umanità.

Se impareranno a parlare la lingua di Palazzo Vecchio o della Cappella Brancacci, Pawan e Whalidh non abbracceranno la storia delle istituzioni occidentali o la religione cattolica, e nemmeno la storia dell’arte italiana, ma i valori inclusivi, tolleranti e aperti della Costituzione. Non si vincoleranno alle «radici» della identità collettiva italiana, ma accetteranno di fluire nelle acque – felicemente impure, mescolate, contaminate – della tradizione culturale italiana. [1]

I grandi e i bambini che cercano disperatamente di toccare la terra di Lampedusa, e di entrare in Italia, vogliono far parte di questa comunità, camminare nelle nostre strade, frequentare le nostre scuole, vivere nel nostro paesaggio. Vogliono mescolare le loro acque con le nostre.

Lampedusa è bellissima: ma quella bellezza non ha alcun senso, cioè non serve a nulla, se non diventa la porta di una terra capace di accogliere nuovi cittadini. Un filo diretto lega ciò che accade sulla spiaggia di Lampedusa a ognuna delle opere d’arte che amiamo, a ognuno dei tramonti sul nostro paesaggio preferito: se ce lo dimentichiamo, non abbiamo capito niente di quella bellezza.

Mai come oggi questo suolo unico al mondo può, e anzi deve, generare nuovi cittadini.



[1]. Per la scelta della metafora si veda l’ottimo pamphlet di Maurizio Bettini, Contro le radici. Tradizione, identità, memoria, Il Mulino, Bologna 2011.

 

Tomaso Montanari (1971), storico dell’arte, ha pubblicato per Einaudi i saggi A cosa serve Michelangelo e Il barocco; per Skira, il pamphlet La madre di Caravaggio è sempre incinta. È editorialista per la Repubblica. Con minimum fax ha pubblicato Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane (2013) e Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà (2014).
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