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It Follows indica la strada all’horror in crisi

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1.

Se siete di quelli a cui piace lamentarsi delle malefatte dei distributori italiani e scrivere tweet polemici che comprendono le locuzioni “periferia dell’impero” e “se mi lasci ti cancello”, non dovreste farvi sfuggire l’occasione dell’uscita di It Follows per fare un po’ di esercizio di pubblica indignazione.

Distribuito in Italia con due anni di ritardo e mandato nelle sale a luglio come un gore balneare qualsiasi, nel 2014 il film di David Robert Mitchell è stato in realtà un piccolo evento cinematografico, ottimamente accolto a Cannes e acclamato dalla critica americana come uno degli horror più originali e interessanti degli ultimi tempi. Su Vulture David Edelstein intitolato la propria entusiastica recensione “Raramente ho avuto tanta paura quanto guardando It Follows” e sul Washington Post Micheal O’Sullivan ha scritto “It Follows è uno dei film più spaventosi che io abbia mai visto. E anche uno dei più belli”. Vice USA ha parlato del “miglior film horror da un bel pezzo” e lo ha paragonato a un ipotetico episodio di Hai paura del buio? diretto da John Carpenter.

Tanto clamore ha attirato persino l’attenzione di Quentin Tarantino, che sempre parlando con Vulture ha definito It Follows “un film talmente buono che dopo un po’ inizi ad arrabbiarti con lui perché non diventa grande”, e poi ha spiegato nel dettaglio cosa avrebbe cambiato lui per farne un capolavoro. Ne è conseguito un divertente dissing in cui Mitchell ha twittato: “Ehi QT, perché non ci vediamo davanti a una birra e parliamo di questi tuoi appunti. Anch’io ne avrei alcuni per te” e ha fatto incazzare cosi tanta gente che poi ha dovuto scusarsi e dire che scherzava e – per carità – Tarantino è assolutamente il suo idolo.

2.

Lo spunto alla base di It Follows è semplice, e apparentemente immediato nei suoi portati metaforici. C’è una cosa malvagia, un’entità mutaforme che dà la caccia agli adolescenti, ed è possibile liberarsene soltanto venendo uccisi in modo violentissimo oppure “passando” la maledizione a qualcun altro attraverso un rapporto sessuale.

La vicenda si svolge nelle periferia residenziale impoverita di Detroit, in un mondo di adolescenti nel quale gli adulti sono ombre silenziose che si muovono dietro le finestre molto presto al mattino, scomparendo di nuovo nelle proprie camere prima del tramonto. Più che in un classico teen horror ci muoviamo quindi nelle coordinate estetiche e ambientali del filone più impegnato del cinema indie americano. I viali silenziosi e le villette a schiera, le ore dilatate dentro cui i giovani protagonisti di It Follows si muovono come pesci in un acquario, ricordano un film di Gus Van Sant piuttosto che uno di Wes Craven o Sam Raimi.

Mitchell, che non viene dall’horror ma da un film di formazione come The myth of American sleepover, riesce a proporre una regia virtuosistica ma non invadente, in cui la forza delle immagini proposte è sempre al servizio del racconto. It follows è fatto di lunghe inquadrature fisse e movimenti di macchina lenti e fluidi, che lo collocano al nadir stilistico della perniciosa moda della camera a mano traballante di tanti horror di cassetta.

La protagonista Jay (Maika Monroe) è una  una reginetta del liceo lo-fi, bella in modo realistico e un po’ stropicciato, matura per la sua età e quindi in qualche modo malinconica. Contrae la maledizione da un misterioso ragazzo con cui sta uscendo da qualche tempo, che però prima di scomparire si prende la briga di spiegarle le “regole” e raccomandarle di trovare qualcuno con cui fare sesso il prima possibile. Jay invece parte con sua sorella e tre amici in cerca di una soluzione.

Quello di It Follows è orrore a bassa intensità, e Mitchell si mantiene fedele alla vecchia idea della golden age hollywoodiana per cui nessuna mostruosità che possa irrompere sullo schermo è terrificante quanto ciò che la nostra immaginazione può farci temere nell’attesa. La pulizia estetica del film, la composizione curatissima delle immagini, diventa così qualcosa di più di una piega stilistica: Mitchell mette ordine nel nostro campo visivo per rendere ancora più terrificante l’idea di quello che potrebbe nascondersi fuori.

Tra i pregi del film c’è anche una scrittura ellittica e piuttosto raffinata – ad esempio: “la mamma non sa che fumi?” “certo che lo sa, ma comunque se mi vedesse ne morirebbe” è lo scambio apparentemente insignificante tra la protagonista e sua sorella, che invece introduce alla grande la questione centrale del film: quanto a lungo possiamo distogliere lo sguardo da quello che più ci fa paura, cioè dalla morte? – una scrittura che gioca con più di un’eco letteraria – Dostoevskij, T.S.Eliot – senza prendersi troppo sul serio e soprattutto senza allentare la tensione.

Maika Monroe, a cui non è difficile pronosticare un futuro da star di prima grandezza (la vedremo a breve nel suo primo blockbuster, Independence Day 2) è perfetta in una parte che richiede un lavoro di sguardi e silenzi ben più impegnativo di quello della classica scream queen. Ma è tutto il giovane cast a fornire un’ottima prova, con una menzione particolare per Keir Gichrist nei panni di un adorabile nerd con una cotta per Jay.

3.

Sebbene lo spunto alla base del film faccia pensare ad un’allegoria delle malattie veneree, It Follows porta a galla un coagulo molto più complesso di paure sessuali, al centro del quale c’è quella molto contemporanea – soprattutto negli USA, nella fascia di età dei protagonisti – dello stupro. Jay viene attaccata da un maschio predatore – che non si ritiene tale perché ritiene di aver fatto quello che doveva per sopravvivere, e si aspetta che Jay faccia la stessa cosa a qualcun altro – ed è costretta ad scendere nelle proprie tenebre per cercare una soluzione prima che i segni di quell’attacco la uccidano. I suoi amici possono starle vicino ma non possono davvero vedere l’ombra che la segue.

Coerentemente, la mostruosità delle forme umane assunte dal kinghiano It del titolo non risiede in una esplicita deformità, ma in qualcosa di più sfuggente che allude ad un macabro subconscio sessuale, di ispirazione apertamente lynchana: la nudità, la vecchiaia, la malattia, la morte. Le apparizioni sono centellinate con sapienza, sempre di grande effetto e discretamente terrificanti. La violenza esplicita è rimandata in modo talmente estenuante che alla fine la lentezza dell’inseguimento diventa la violenza stessa.

Per trovare qualche difetto al film bisogna rifarsi alla paternale di Tarantino, che ha rimproverato Mitchell di non essersi mantenuto “fedele alla propria stessa mitologia”. In effetti in diversi passaggi narrativi – soprattutto nella parte finale – il comportamento e la forma della cosa non appaiono del tutto coerenti con le premesse che ci sono state fornite. Sono dettagli magari fastidiosi, che comunque non compromettono la fruizione complessiva di un prodotto di qualità molto superiore alla media.

4.

Da anni di parla di “crisi” dell’horror, ma sarebbe forse più giusto parlare di marginalizzazione culturale. L’horror continua ad incassare ed attrarre una fetta significativa di pubblico, ma raramente produce film la cui “vita pubblica” si estenda al di là della curva breve dell’intrattenimento. È tornato ad essere un genere di serie B -non lo era negli anni Settanta e Ottanta – in un periodo storico in cui gli altri generi principali sono stati sdoganati e rimodellati dal cinema “d’autore” al punto di rendere quasi impossibile la distinzione.

Ci sono molte possibili spiegazioni: già all’inizio degli anni Ottanta, nel saggio Danse macabre, ripercorrendo la storia recente americana Stephen King osservava come l’horror avesse conosciuto periodi di grande popolarità e fioritura creativa durante le crisi economiche, ma anche fasi di profondo declino nei periodi in cui, per un motivo o per l’altro, l’orrore reale si era insinuato nelle vite quotidiane degli americani. Se King aveva ragione, è probabile che il senso di incertezza e violenza diffusa che tutti bene o male percepiamo impedisca il pieno dispiegarsi della funzione catartica dell’horror. L’idea di un’escursione agli estremi della violenza e del male non ci diverte poi molto, perché non siamo sicuri di riuscire a rinchiuderla in una specifica esperienza di intrattenimento. Abbiamo che quella violenza e quel male continuino a seguirci e riappaiano nella nostra vita o nelle immagini del telegiornale.

Inoltre, l’horror ci colloca lo spettatore in un ruolo totalmente antitetico a quello interattivo e social a cui la nostra generazione è abituata: l’esperienza horror è antagonistica, perturbante e soprattutto totalmente individuale. In altri termini: a noi piace tenere il dito sulla pulsantiera e sentirci padroni di quello che guardiamo, mentre nel caso dell’horror è quello che guardiamo a prendere il controllo e premere pulsanti della nostra emotività che magari nemmeno sappiamo di avere. Abbiamo – anche giustamente – paura della paura, perché sappiamo che il più potente meccanismo di manipolazione al mondo.

It Follows indica la via di un horror contemporaneo, progressista nel richiedere la piena presenza emotiva ed intellettuale dello spettatore, potente nel proporre l’esperienza paralizzante della paura ma intransigente nel rivendicare la possibilità di combatterla. Non è necessario essere fan del genere o avere lo stomaco forte per andare a vederlo. E ne vale la pena.

Stefano Piri è nato a Genova nel 1984, ha studiato a Torino, da qualche anno vive a Bruxelles dove lavora per i sindacati europei.
Collabora con diverse riviste online tra cui “Pandora” e “L’Ultimo Uomo”.
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