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Italia 2015 – Pianeta Opera

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(Fonte immagine)

di Michelangelo Pecoraro 

Il Volo ha vinto il Festival di Sanremo; Stéphane Lissner, Sovrintendente e Direttore Artistico della Scala dal 2005 al 2014, messo alla prova da una giornalista francese nel corso di un’intervista, non riconosce brani famosissimi tratti da La Wally, La forza del Destino, Tosca e Madama Butterfly, riuscendo a salvarsi in zona Cesarini solo con Carmen (sommo gaudio per i francesi, visto che è appena stato chiamato a dirigere l’Opéra National de Paris); nel corso del 2014 sono morti alcuni dei cantanti italiani che hanno fatto la storia dell’opera, nel silenzio quasi assoluto di giornali e televisioni; un approfondimento condotto dal mensile Classic Voice ha rivelato che nel lustro 2008-2013 i teatri lirici italiani hanno perso complessivamente circa 100.000 spettatori; vista la carenza di denari, alcuni famosi direttori d’orchestra hanno fatto i bagagli e se ne sono andati; alcuni sovrintendenti hanno pensato bene di risolvere parte dei problemi licenziando in tronco intere orchestre, o buona parte dell’organico amministrativo e tecnico; il governo, nei panni del ministro Franceschini, fa il gioco delle tre carte: da un lato continua a tagliare il Fondo Unico per lo Spettacolo, dall’altro ripropone parte dei soldi tagliati a patto che i teatri continuino a privatizzare e licenziare; alcuni teatri fanno lavorare artisti e tecnici senza sapere se e quando potranno pagarli, a volte tardando molti mesi prima di effettuare i versamenti; molti teatri, per attirare un po’ di pubblico, annunciano cast e spettacoli in abbonamento che poi cambieranno o verranno semplicemente eliminati. Si potrebbe andare avanti ancora un po’…

Eventi apparentemente molto distanti rivelano, impietose cartine al tornasole, lo stato di un’arte nel Paese che le ha dato vita. Benvenuti nell’Italia del 2015, Pianeta Opera.

Ho scritto e riscritto questo articolo per qualche giorno. Per vari motivi, ci ho messo un po’ a trovare una forma quasi soddisfacente: non mi sono mai piaciuti i De profundis e trovo che palate di vittimismo non siano di grande utilità; non mi piacciono troppo le stroncature del tutto negative alla René Ferretti del “… ma è ‘na merda!”, preferisco non scrivere di uno spettacolo, quando posso, anche perché la forza della pubblicità scorre potente anche nelle stroncature; quando, poi, quella che a me sembra “merda” procura piacere a migliaia, a milioni di persone, mi chiedo chi sia a guidare contromano in autostrada. Stavo per cancellare il file e lasciar perdere.

Per caso, mi sono ritrovato a tu per tu con la settima epistola di Seneca, quella sugli spettacoli dei gladiatori, quella in cui alla voce bacchettona del filosofo si alternano le grida disumane ma del tutto realistiche della folla che incita gli intrattenitori a uccidersi con più verve («Ammazza! Frusta! Brucia! Perché ha tanta paura a gettarsi sulla spada? Perché ammazza con poco coraggio?»), e ho pensato che ogni epoca ha le sue brutture approvate dalla folla e che non è poi così disdicevole sollevare, di tanto in tanto, qualche obiezione, pur sapendo che rimarrà una voce che grida nel deserto.

Quindi vorrei propinarvi qualche parola sui periodi che compongono l’elenco del primo paragrafo. Andando in ordine, comincerò dalla vittoria de Il Volo. L’unica idea di fondo di questo articolo, per chi vuole sempre trovarne una, è che parlare di “declino generale” non serve a una mazza: sono le persone e gli accadimenti a dover essere analizzati. Qui cerco di mettere in fila due pensieri su persone e accadimenti relativi (o no) al mondo dell’opera. La divisione in paragrafi rispetta i salti del ragionamento, non me ne vogliate. 

Molti melomani sono scandalizzati: Il Volo ha vinto il Festival di Sanremo. Nella piena di commenti sui social, “mediocri ragazzini saccenti” non è certamente tra le definizioni più aggressive elargite dai tanti novelli Giovenale. E non basta. In questa edizione del festival, un altro momento da alcuni considerato “dissacrante” è stato l’apertura dell’ultima serata, con la PFM e la Banda dell’Esercito che rifanno un breve frammento del Nabucco.

L’ironia del web per eventi mediatici di rilievo è un riflesso incondizionato e fa sempre il paio con la rabbia. All’insieme dei commentatori che, tra le varie cose, chiedono la data in cui uscirà il cofanetto “Il Volo canta Puccini e Verdi”, anche questa volta non sono mancati i contributi di realtà ben note come la piattaforma satirica Lercio che se la gioca facile («Sanremo – Sacco pieno di gatti che rotola giù da un burrone vince al televoto»). Il melomane commentatore, poi, sembra sempre un bel po’ incazzato e pignoletto; spesso lo è sul serio, ma ci sono alcuni motivi che lo spingono ad avere questo atteggiamento.

I problemi sono diversi e, dato il tempo succinto della lettura online, potrò sviscerarne solo alcuni. Partiamo sgombrando il campo da alcuni fraintendimenti: il motivo principale di scandalo, per un melomane non troppo chiuso, è dovuto alla superficialità dei giornalisti. Nel Paese che ha donato al mondo una forma d’arte come l’opera e tanti eccelsi compositori di musica classica, è tremendo apprendere che un’enorme quantità di giornalisti non conosca il significato delle parole “tenore”, “opera”, “lirica” e non abbia intenzione, prima di scrivere un articolo, di dedicare dieci secondi ad aprire il vocabolario o qualsiasi pagina online che dia due righe di spiegazione. Alla lunga ci si fa il callo, probabilmente, e molti commentatori si limitano a laconici e carontiani “Non isperate mai…!”.

Per chi se la fosse persa, suggerisco una rapida occhiata alla conferenza stampa del gruppo disponibile anche su Youtube: i tre ragazzi spiegano con molta lucidità (ma, forse, poca scaltrezza) che la loro presenza a Sanremo è stata un’ottima “operazione di posizionamento”. Posizionamento per cosa? Per arrembare il mercato italiano con un’offerta di «pop lirico, perché si chiama così; in effetti anche su Google, se cercate “pop lirico”, esce Il Volo», proseguono. Certo, non è molto difficile far inserire il nome di un cantante o di un gruppo nell’insieme di esempi che Wikipedia cita per le varie categorie artistiche, però il dato sembra essere chiaro: non ci sono rivendicazioni di liricità, o almeno non più.

Continuano i ragazzi: «Noi non abbiamo mai fatto lirica, non abbiamo mai fatto opera. Infatti è questo il problema: tantissimi italiani pensano che noi facciamo solo quello. Innanzitutto è un po’ presuntuoso, da parte nostra, tentare di cantare lirica perché siamo tre ragazzi di vent’anni e ancora dobbiamo studiare, abbiamo tanto da studiare». E tutto sembrerebbe agilmente chiarito. Eppure…

Eppure sono loro stessi ad alimentare l’idea che ci sia qualcosa di operistico, comunque, nella  musica che fanno. «Il nostro genere musicale cos’è? È il connubio tra musica classica e musica pop. Infatti siamo versatili: facciamo La mattinata di Leoncavallo in una maniera molto più fresca, perché siamo tre ragazzi di vent’anni, però cantiamo anche brani pop, infatti nel secondo album abbiamo due duetti; uno con Placido Domingo e uno con Eros Ramazzotti». Lo stesso Domingo che ha già inciso brani con loro e, prossimamente, si esibirà con loro dal vivo; lo stesso Domingo che li ha sponsorizzati sul palco di Sanremo; lo stesso eccellente e ormai storico tenore che, da anni, si ostina a girare il mondo nelle vesti di baritono, con prestazioni canore al limite del decente ma alimentando un circuito monetario di grande rilievo. I ragazzi a volte, nel corso della conferenza stampa, ripetono i concetti quasi con le stesse parole, quasi fossero stati istruiti su come rispondere ad alcune domande strategiche “per il posizionamento”.

A un certo punto, trattando con superficialità i superficiali giornalisti, uno dei ragazzi si lancia in un caloroso inciso: «Una cosa importante da dire, tecnicamente parlando, per tutti voi che magari non lo sapete: non siamo tre tenori. Questo è importante dirlo. Come ha detto Piero sarebbe presuntuoso, e poi non siamo tre tenori: siamo due tenori e un baritono!» e si indica. Prosegue: «Tra l’altro il mio idolo è Frank Sinatra, è Dean Martin. Li ho sempre ascoltati da quando ero piccolo, e quindi… Bublé, mica dici “il baritono Bublé” o “la soprano Laura Pausini”… sì, magari certo noi cantiamo anche un repertorio più classico, per quello magari… però, sai… ci tenevo a puntualizzare questa cosa» e sorride, forse rendendosi conto di non aver chiarito troppo la questione. Manco a dirlo, i quotidiani e i blog titolano “I tre tenorini” eccetera, o al massimo “Gli ex tre tenorini”.

Da una parte, dunque, il manager-dominus Michele Torpedine (più volte ringraziato dai tre) si prepara a seminare guadagni per i prossimi anni, grazie a “operazioni di posizionamento” come quella di Sanremo, a eventi insieme ad altre celebrità del calibro di Bocelli o Domingo (già appartenenti alle sue scuderie o facilmente reclutabili per eventi mediaticamente significativi) e, soprattutto, alla mistificazione pubblica sulla differenza tra opera e non opera, dall’altra la stampa non ha tempo e voglia per capire il significato della parola “tenore”, né l‘auctoritas sufficiente a stigmatizzare operazioni commerciali al limite del decente, artisticamente parlando.

In mezzo, la canzone che ha vinto Sanremo; sulla quale si può avere qualsiasi opinione, ma va presa per quello che è: una canzone pop che con l’opera non ha nulla a che spartire. Tenere una nota a lungo, ingrossare la voce o inserire nell’orchestrazione di un brano violini o pianoforte non vuol dire cantare opera: queste caratteristiche sono presenti da molti anni in generi musicali assai differenti e, per cominciare a farsene una vaga idea, si può per esempio consultare la pagina Wikipedia dedicata alla parola “crossover”, ma sarà solo l’inizio di un lunghissimo viaggio di scoperta. Il viaggio, oltretutto, potrebbe portarci ad ascoltare autori “pop-lirici” che con i nostri tre beniamini hanno assai poco in comune, ma si entrerebbe così in un altro argomento che ora non abbiamo lo spazio di svolgere.

L’irritazione dei melomani anche per prestazioni che di operistico non vogliono avere nulla, come il rifacimento rock del Nabucco fatto da PFM e Banda dell’Esercito (PFM che, negli anni, ha meritoriamente proposto più volte il proprio rock progressive con riprese classiche e operistiche), si fonda in gran parte su un certo andazzo che ha trovato più volte sponda, giova ripeterlo, nella televisione e nei quotidiani generalisti: ammiccare al mondo dell’opera e di quello che (più o meno impropriamente) viene chiamato “Bel canto” o “Belcanto” da parte di artisti che nulla hanno a che spartire con tale mondo.

Dicono: ci rifacciamo alla grande tradizione di canto italiana che affonda le proprie radici nell’opera, ma siamo proiettati verso il futuro. Balla colossale, anche perché dando una sbirciata alla storia dei generi crossover si scopre rapidamente che Il Volo non fa altro che ripercorrere, abbastanza pedissequamente, strade già battute e ribattute.

Per Sanremo nulla di nuovo sotto il sole. È una tradizione invalsa che il festival venga contaminato dal mondo dell’opera: in passato voci importanti come quelle di Giuseppe Di Stefano, Mario Del Monaco e Mina hanno prodotto brani definibili come “pop-lirici” con risultati degnissimi di considerazione o hanno portato l’opera vera e propria su quel palco; recentemente, il soprano Daniela Dessì ha perpetuato la tradizione insieme a Francesco Renga. Ma anche i rifacimenti ironici o rockettari, a parte la PFM, hanno visto momenti di alta musica sul palco dell’Ariston; ricordiamo solo, di sfuggita, la versione umoristica di Largo al factotum musicata dagli Elio e Le Storie Tese nella serata finale del 2008. Accanto a queste contaminazioni virtuose, però, nel 2010 abbiamo assistito all’orrore di Italia, amore mio perpetrato, pur sempre con canto operistico, dal tenore Luca Canonici assieme a Pupo e Emanuele Filiberto.

La novità, o per meglio dire la novità che irrita di più i melomani e tende a renderli suscettibili riguardo all’uso di sintagmi come “cantante lirico”, è rappresentata dai sedicenti “cantanti lirici” presentati come tali nei vari talent show in giro per il mondo e poi, visto che tali programmi vanno per la maggiore, ripresi e riproposti acriticamente da spregiudicati produttori come portenti vocali. Su youtube è un fiorire di titoli come “Sensational!!!”, “Phenomenon!!!”, “Incredible!!!” e via con aggettivi più o meno sproporzionati riferentisi a esibizioni di voci bianche (e, come tali, dotate di caratteristiche che poi si modificheranno con il passare dell’età) o a esibizioni ben al di sotto del limite della decenza nel genere operistico, ma spacciate come grande arte a persone che, sfortunatamente, non hanno mai avuto occasione di ascoltare una vera voce operistica.

Una cosa divertente e, se qualche musicologo ne avesse voglia, meritevole di studi appositi, è il fatto che vengano scelte sempre due arie pucciniane, rese celebri da film, pubblicità e battage mediatici nonché molto orecchiabili già dal primo ascolto: Nessun dorma dalla Turandot e O mio babbino caro dal Gianni Schicchi. Ecco un brevissimo elenco di spezzoni da talent show con i dati sulle visualizzazioni: Paul Potts stacca tutti di gran lunga, con il suo obbrobrioso Nessun dorma da oltre 130 milioni di visualizzazioni (per capirci: il Nessun dorma più visto del Luciano nazionale ne ha 19); a seguire eccovi un tremendissimo O mio babbino caro che “stupisce i giudici”, cantato da un uomo in falsetto (oltre 36 milioni di visualizzazioni); qui un bulgaro barbuto strazia la carcassa di Puccini con un Nessun dorma di rara bruttezza (10 milioni di volte); qui una bimba, sempre con un pessimo Nessun dorma, trionfa in un talent olandese nel 2013 (oltre tre milioni di visite); e via così, in una lista lunghiiissima…

In Italia, negli ultimi anni, ci siamo onorevolmente difesi facendo vincere alla quasi cantante lirica Carmen Masola (qualche studio non sufficiente alle spalle) la prima edizione di Italia’s Got Talent. La vicenda ha avuto un epilogo non proprio da grande talento. Incursioni pseudo-operistiche varie si sono sprecate nel corso dei talent, ad esempio citiamo per il genere “pop lirico” il soprano cinese Bing Bing e il suo (momentaneo) record di ascolti a X-Factor. C’è stato addirittura un talent sull’opera dal titolo Mettiamoci all’opera la cui prima edizione è stata vinta, udite udite, da un tenore che in finale ha cantato il Nessun dorma e i cui partecipanti poi – chi l’avrebbe mai detto? – non hanno trovato molto spazio nei teatri lirici.

Tutto questo spazio mediatico donato a chi scimmiotta un’arte dalla tradizione secolare fa scaldare i motori del melomane medio come i titoli su Stamina o sul metodo Di Bella fanno incazzare un medico: chi ne capisce qualcosa sa che si stanno raggirando le persone con la complicità dei mezzi di comunicazione di massa. Il parallelo con i casi di pseudo-sanità prosegue, purtroppo, anche sul piano istituzionale: là alcuni medici e alcune strutture si sono prestate alla frode e hanno avallato la pratica di metodi sconosciuti, qua figure di primo piano a livello internazionale come Stéphane Lissner si rivelano del tutto ignoranti riguardo a ciò che dovrebbero dirigere.

Qualcuno si è già affrettato a scrivere che a Lissner, in quanto Sovrintendente, compete la gestione della parte finanziaria e organizzativa. Giustissimo. Peccato che Lissner, alla Scala, abbia svolto negli stessi anni il ruolo di Direttore Artistico.

Sulla morte di molti cantanti illustri dirò poco, anche perché il quadro è già abbastanza completo. Prenderò come esempio Bergonzi, ma quello che dico per lui valga anche per altri che ci hanno lasciato nel 2014 e in questo inizio di 2015.

È morto Carlo Bergonzi. Per qualsiasi melomane, questa breve sentenza è sufficiente: uno dei più grandi tenori della storia ci ha lasciati. Per un amante del canto italiano, il giudizio è ancor più netto: Donizetti, Puccini e soprattutto Verdi hanno ricevuto dalla sua voce rinnovati prestigio e plausi nei teatri del mondo.

Non bisogna cedere alla smania di fare classifiche; a ciascuno le proprie predilezioni, infatuazioni e i primi amori. Comunque la si pensi, non si può negare a Bergonzi il possesso di una tecnica elevatissima: è lecito dire che egli abbia raggiunto, in alcuni ruoli, vertici esecutivi vantati da pochi altri interpreti nella storia del canto registrato.

Carlo Bergonzi, dunque, apparteneva a quell’insieme di persone che possono vantare una caratteristica: l’essere riconosciuti tra i migliori al mondo in qualcosa. Un obiettivo che raramente viene raggiunto, pur dedicando all’oggetto del proprio amore un’intera vita di pratica e studi.

Tv e giornali hanno dedicato alla notizia ben poco spazio, come avvenuto anche per la recente dipartita di un pianista italiano la cui eccellenza (per usare una parola à la page) è stata riconosciuta e ben apprezzata in tutto il mondo: Aldo Ciccolini. Un po’ di spazio in più, per fortuna, è stato dedicato a questi artisti da radio e siti web.

Per proseguire il paragone con un genere musicale come il pop che, invece, gode di ottima salute, possiamo mettere le fin troppo succinte rimembranze pubbliche per la dipartita di Bergonzi, Olivero e Ciccolini accanto ai collegamenti infiniti e alle folle oceaniche per la dipartita di un altro grande musicista come Pino Daniele.

Questo ci riporta, per concludere, all’inchiesta di Classic Voice sulla diminuzione del numero di spettatori in Italia.

Certo, la diminuzione generale dei visitatori è innegabile. Ma leggendo tra le pieghe dei dati si può osservare come la diminuzione sia molto disomogenea. Alcune realtà come la Fenice di Venezia, addirittura, hanno incrementato gli spettatori, mentre altre come il Regio di Torino si mantengono su ottimi livelli di afflusso. Un giorno, forse, quando “trasparenza” non sarà più solo uno slogan-foglia di fico ma comincerà a essere una pratica, potremo discutere con dati freschi e reali i numeri dell’opera in Italia (per chi avesse obiezioni a questa affermazione: provate a chiedere qualche dato – ufficialmente pubblico – alle fondazioni liriche di qualche città e vediamo quante risposte avrete, e in che tempi), al momento gli addetti al settore sono quasi costretti a navigare tra grandi annunci di uffici stampa e sovrintendenze che poi, con uno o due anni di ritardo, vengono spesso smentiti.

È lecito immaginare che alcuni teatri italiani mantengano più o meno intatte le loro riserve di pubblico grazie a scelte accorte sul piano qualitativo? O è la capacità promozionale di alcuni sovrintendenti a far sì che certi teatri abbiano un aumento di spettatori? Di sicuro, alcuni spettacoli richiamano visitatori e melomani da tutto il mondo, a dimostrazione che, quando ben organizzata e adeguatamente stimolata (non ultimo, sul piano economico), una delle arti che hanno fatto grande l’Italia nel mondo continua a far brillare, per poche ore, una grande bellezza sui fortunati che hanno trovato la via per avvicinarvisi.

Michelangelo Pecoraro è nato a Roma nel 1986. Formato accademicamente alla Sapienza come classicista e antropologo del linguaggio, durante gli anni dell’università ha fondato e diretto Il Giornale di Lettere e Filosofia, collaborando con Rainews24 e MicroMega su temi relativi all’istruzione e ai movimenti studenteschi. Ha contribuito a fondare l’Associazione culturale Laudes, di cui è attualmente Presidente. Critico di teatro, teatro musicale e musica classica, fa parte della redazione del quotidiano online di settore Operaclick.
Commenti
7 Commenti a “Italia 2015 – Pianeta Opera”
  1. RobySan scrive:

    E tu prova a leggere, su YouTube, i commenti a un “Nessun dorma” di [rullo di tamburi] AlBano! Prima, però, prendi il Valium.

  2. Piccola, ingloriosa appendice:

    qui c’è il filmato di quello che è accaduto alla Juniororchestra, chiamata a suonare alla manifestazione “La buona scuola” alla presenza di Renzi.

    https://www.facebook.com/video.php?v=10204925842638662&pnref=story

  3. Ste scrive:

    … spiace constatare come la dipartita della grande MAGDA OLIVERO sia stata taciuta e ignorata, mentre Pino Daniele e Mango hanno suscitato un’eco incomprensibile (per me)…

  4. Caro “Ste”, purtroppo vista la già eccessiva lunghezza del pezzo non ho potuto soffermarmi sul punto delle dipartite celebri (in campo operistico) come avrei voluto. Non ho potuto fare a meno di citare, almeno di sfuggita, la grande Magda, e versare una lacrimuccia, pensando a come artisti di tale calibro non abbiano lasciato che pochi brandelli di memoria in una cultura che ha dato al mondo una tale arte.

    Ciò detto, il senso del confronto con le esequie di Pino Daniele o di Mango, altro esempio che tu giustamente citi, è proprio quello di dare la plastica rappresentazione di come l’audience di un genere musicale e dell’altro sia vertiginosamente differente, parlando di numeri. La cosa dovrebbe far meditare molti “addetti ai lavori” oppure va ritenuta “normale”? A questa domanda ancora mi riesce difficile rispondere.

  5. RobySan scrive:

    L’indifferenza della quale l’orchestra di ragazzi viene fatta oggetto è insultante come una carica di polizia agli studenti. Altro che Čajkovskij; dovevano suonargli Richard Strauss!

  6. Vulfran scrive:

    Trattasi del cosiddetto operatic pop, che ha il suo affezionato pubblico ovunque. Fa parte di quel kitsch della cultura pop internazionale di cui troviamo esempi per ogni dove: acuti conclusivi a simboleggiare una specie di eiaculazione trionfale, sentimenti sbattutti in faccia a tutti, giri armonici triti e ritriti, testi imperniati su amore nostalgia per sempre patria amici etc. Il tutto magari associato a immagini innocentemente erotiche (luielei che si baciano sullo sfondo di un tramonto) o da pubblicità turistica, con mare prati farfalle gabbiani. Su YouTube se ne trovano tanti esempi, dalla Germania alle Filippine. È una specie di format estetico-esistenziale, come i quiz televisivi e i tanti got talents che imperversano ovunque.
    L’opera, soprattutto quella tardo ottocentesca e pucciniana, ha momenti che con il cantante e/o il regista sbagliato diventano ridicoli, per questo alcuni suoi elementi sono passati nell’operatic pop, che va oltre il ridicolo. Arrendiamoci.

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