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Italia, 2019

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Riprendiamo un post di Marco Giacosa, riadattato per minima&moralia.

di Marco Giacosa

Sono partito da Torino, ho acquistato un biglietto per l’aeroporto al bar di un signore cinese, vicino a Porta Nuova, ho preso l’autobus e sono arrivato a Caselle.
Il volo era perfetto, l’aereo spezzava il blu senza una nube, sembrava immobile nel cielo lungo l’Italia.

A Catania c’era la pioggia, in inversione concettuale ancora difficile da far mia: il sole in Piemonte – il grigio, il nero delle nubi in Sicilia.
L’autobus per Messina arriva in orario, sono le 10.30 e già ho visto due persone addentare un arancino.

Un’amica manda un sms: Come va? Attendo un fornitore, è bloccato in autostrada, dice un’ora e mezza di coda.
Io sono ottimista, massì, ci sarà stato un incidente, sarà tutto già risolto.
Invece a Giardini Naxos c’è un rallentamento, ci fanno uscire.
L’autobus si incolonna, l’autostrada è chiusa, il paese è piccolo e non può ragionevolmente assorbire tutto quel traffico senza esserne sopraffatto: avanti sì, ma – davvero – a passo di uomo.

Sto leggendo da qualche ora Annalisa Camilli, La legge del mare – cronache dei soccorsi nel Mediterraneo, Rizzoli.
Sto leggendo di un ragazzo raccolto nel Mediterraneo, che aveva una serie di numeri scritti sui pantaloni con il pennarello più difficile da cancellare che sia in commercio da quelle parti in Africa: perché se il ragazzo muore nella traversata – così la madre pensa – qualcuno avvertirà la famiglia.

Piove. Una donna non sta bene, va a sedersi accanto all’autista. È una signora molto magra, con i capelli biondi a boccoli, avrà cinquantacinque anni portati bene, dice che ha un forte mal di testa. Chiede se si può abbassare la musica, l’autista dice sì. «Tutto quello che vuole, signora». La donna dice ancora: «Lo sente, cos’è, cos’è questo tic tic, dio mi spacca la testa, ho un mal di testa incredibile, lo faccia smettere la prego». L’autista dice: «Signora, questo? Questo è la freccia». La donna si porta una mano e copre naso occhi e fronte, è mortificata, mi scusi, se avessi saputo non gliel’avrei detto, ma sto proprio male.

Siamo quasi fermi. Una ragazza chiama qualcuno al telefono e dice: «Avevo un appuntamento alle 16, vorrei spostarlo alle 16.30. Sì, devo provare il vestito. No, non ho già il vestito, devo sceglierlo e provarlo». Sono le ore 11.45, a occhio in mezzora due chilometri circa, è il passo dell’uomo.

Leggo intanto la storia di Costance, ventidue anni, una ragazza del Camerun che ha partorito durante la traversata nel Mediterraneo. Ha partorito sul barcone, mezza nuda in mezzo a uomini che distoglievano lo sguardo un po’ per pudore un po’ per non assorbire la sua sofferenza, mentre puntava i piedi e spingeva. Il cordone ombelicale l’ha tagliato Rocco Aiello, un volontario sulla Ong Aquarius. «I naufraghi pregavano, lei si contorceva e soffocava le urla nella gola. Qualcuno da dietro le teneva le spalle e le sussurrava parole di coraggio». Sul barcone. Qualcuno, molto ardito, ha avuto il coraggio di chiamarle crociere.

La donna peggiora. Si era poi sistemata dietro, adesso un omaccione che sembra un giocatore di basket avanza con il grosso del suo corpo, traballa quando il pullman ha uno scossone, ha fretta perché deve raggiungere l’autista e dirgli che la signora del mal di testa ha voglia di vomitare, dobbiamo fermarci. L’autista prende un po’ di tempo, l’uomo e, da dietro, una ragazza che è andata ad accudire la signora con il mal di testa, fanno parole di protesta; l’autista – lucido, manageriale ma gentile – dice: «Signori avete ragione, ma siamo in curva, devo fermare quando sono in sicurezza». Ha ragione: tutti tacciono.

Passa appena qualche secondo e la donna scende e vomita. Attorno ha una ragazza, fino a poco prima sconosciuta, che chiede fazzoletti e acque, ha il Plasil, si sente investita della cura della donna.

Leggo di Evelyn, «slanciata, capelli corti, viso allungato». È nigeriana, porta una fascia al braccio perché se l’è rotto e nessuno l’ha curato. È stata raccolta in mare, quando si tranquillizza, sul ponte della nave, esplode a piangere. Non sa dove sia il marito, erano assieme la sera prima sulla spiaggia in Libia, un mucchio di gente, sperava fosse con lei sul medesimo barcone, erano tantissimi, era buio, qualcuno urlava, faceva freddo, lo chiamava, adesso lei è in salvo ma lui, lui dov’è? Ha il suo passaporto, del marito, in una camicia ripiegata, lo passa di mano in mano, per sapere se qualcuno mai l’ha visto.

A Taormina non si rientra. L’incidente è stato questo: un TIR è uscito dalla corsia e si è messo di traverso sulla carreggiata. La pioggia. Per fortuna sembra che nessuno si sia fatto male. Questo dicono i siti, questo si scambia al telefono tra chi sta sul pullman, al caldo, e chi sta altrove e deve posticipare quando scolare la pasta o spostare la scelta dell’abito per le nozze. Ho sete, ma non bevo perché non saprei dove fare pipì.

Molti arrivano in Libia perché…così. Non c’è la consapevolezza che ha chiunque di noi: parlo di consapevolezza del sé, che domani andremo al lavoro, passeremo a prendere i pasticcini, lasceremo l’auto dal carrozziere per quella riga, prenderemo a piedi nostro figlio dal tempo pieno, a casa a festeggiare il primo anniversario della prima vacanza all’estero. In Africa molti scappano da regimi che hanno le squadracce che saccheggiano e uccidono, molti salgono su carovane che attraversano il deserto per andare in Libia a lavorare e mandare soldi a casa, poi scoprono che quando qualcuno muore, siccome sono in cento in pochi metri, quelli che organizzano il viaggio ci mettono niente a lasciare il corpo lì, a seccare al sole del deserto.

Allora capiscono che qualcosa non va. Quando poi in Libia vengono trattati come i cani o le pecore nelle campagne del secolo scorso, picchiati e torturati e stuprati, vogliono tornare indietro, e a quel punto scoprono che non è possibile. Non si può cambiare idea. Sei prigioniero.

A Sant’Alessio l’autobus si muove, piano ma si muove. Ma si muove lungo strade che non sono sue, strette e curve, in salita e in discesa, è la litoranea, il mare non è molto rabbioso, però il cielo ti guarda come se volesse schiaffeggiarti. Prendiamo una curva troppo stretta, qualcosa raschia; c’è chi dice il sotto, qualcun altro la carrozzeria, forse il pullman ha girato troppo stretto.

Qualcuno messaggia su whatsapp lamentandosi della signora che non sta bene, che va ogni tanto a chiedere di fermarsi, e quando chiede, ovviamente, ci fermiamo. È bianca come se si fosse data la cera dei mimi che giocano a fare spettacolo nelle piazze dello struscio il sabato pomeriggio. «Ho troppo mal di testa, troppo, si spacca, ho un ictus», dice. «Stia tranquilla, se fa così peggiora soltanto la situazione», dice la ragazza che sente di aver presa in consegna la sua salute.

Siamo usciti a Giardini Naxos alle 11.15, sono oltre le 13 e forse, tra una deviazione e l’altra, tra un ponte crollato e un lavori in corso – tra poco arriveremo all’ingresso in autostrada di Roccalumera. Si sentono gli aggiornamenti telefonici, una specie di mappatura dell’orario in cui si pranzerà, modulato a seconda della velocità, degli ingorghi nuovi, del traffico locale in aggiunta a quello nostro, autostradale per genesi, che portiamo a questi placidi paesi.

«Come sei finito su quel camion?». «Non lo so». «Da dove sei partito?». «Non me lo ricordo». «Quanti anni hai?». «Sono minorenne».

Questo scrive sulla Stampa, oggi, Niccolò Zancan. È stato trovato un ragazzo – quelli che leggono il polso dicono: di 17 o 18 anni – in un camion, racchiuso in una scatola di 30 centimetri per 40. Trenta centimetri per quaranta. È partito da Tunisi, in un container, è finito a Novi Ligure. Senza cibo, né troppa aria, per trenta ore, in nave e poi su un camion, con una bottiglia d’acqua soltanto. Trenta ore. Ancora un po’, dicono i medici, e ci avrebbe lasciato le piume.
Trenta ore in trenta per quaranta, centimetri. La bottiglia d’acqua
prosciugata.

Sono le 13.28 e rientriamo in autostrada. Due ore e venti minuti è durata la gitarella per i paesi del mare in fronte a Reggio Calabria, acque gelide d’estate, figuriamoci ora in questo prolungato inverno. «Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune», dice il Manzoni. In altri tempi il piano doppio di lettura, del viaggio mio nell’irritante disagio e del viaggio loro dove ogni minuto ci si gioca la vita e non un appuntamento saltato, sarebbe accolto, indipendentemente dalla mia capacità di raccontare, in un modo che ora non è più. Adesso, con il senso comune modificato in maniera così impressionante, cambiano i confini entro i quali si rischia di essere retorici. Per quelli che scrivono il senso comune è una delle variabili fondamentali, occorre farci i conti per dare alle parole potere persuasivo.

Quando arriviamo a Messina faccio i complimenti all’autista. «Ha gestito benissimo la situazione, e non era facile», dico. «Grazie, si figuri. Ma mi dispiace per voi», risponde. Ecco, che abbiate sempre qualcuno che si dispiace per voi, alla fine, è un buon augurio.

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