Italia Amore: Andarsene

Italia Amore è una rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce ogni mese su Rolling Stone.

di Christian Raimo e Marco Mancassola

Christian Raimo: Alla domanda “Come ti piacerebbe morire?”, la risposta che ho sentito più spesso è stata: “Senza accorgermene”. Nel sonno, senza soffrire, all’improvviso, addirittura sparato. Un colpo e via. È strano, ma quando ci rimugino, arrivo a pensare che no, a me non piacerebbe morire così. È vero però, stando a quello che racconta Philippe Ariès nella Storia della morte in Occidente, che sia proprio questa una delle grandi trasformazioni che si è avuta dal secondo Novecento in poi: la morte è diventata pornografica. Oscena. Si muore in ospedale, nella maggior parte dei casi. Non visti, non ascoltati. E quindi, se nessuno se ne accorge che morirò, perché dovrei rendermene conto io?

Nelle società pre-globalizzate, ci ricordano il libro di Aries o La morte e l’Occidente di Michel Vovelle, la morte era un rito collettivo, parte integrante della vita sociale, fosse in guerra, in un’epidemia, o semplicemente nella routine famigliare. Oggi è un’esperienza solitaria, e francamente a chi va di fare un’esperienza solitaria?

Eppure, quasi quotidianamente, ci capita qualche amico che ci manda un messaggio su facebook, con scritto Hai visto, è morto quello. No, lo ritwittiamo immediatamente ai nostri amici, che a loro volta postano un video in cui quell’uomo era vivo, era felice, completamente diverso da ora. Nel tempo di un giorno, e anche chi non sapeva nulla di quell’uomo appena morto da vivo, adesso che è morto, conosce chi è, lo ricorda, gli dedica due righe su youtube, lo comincia ad amare (non saprei dirlo meglio). Nei giorni seguenti poi, si parla della biografia di quest’uomo, di quello che ha detto, di come ha vissuto, di quanto era solo, e di ciò che lasciato: lettere, soldi, progetti incompiuti. Girano altri video su facebook, si tira fuori la storia di quando…, qualcuno dedica una rivista a suo nome, una canzone lo cita in un modo nascosto… E a un tratto, siamo percorsi da una sorta di brivido epifanico – noi rimasti sull’orlo del mondo dalla parte dei vivi – che ci dice che in fondo è giusto che quest’uomo sia morto, che tutto quello che ha fatto, era chiaro, diceva che doveva andare a finire così, e che da morto è più facile averci a che fare che da vivo.

Finché poi, un giorno qualunque, ci svegliamo nel sonno urlando, rendendoci conto che da quando siamo nati non abbiamo mai visto un uomo morire, dal vero. E ci tornano in mente quei preti salesiani che una volta al mese a catechismo ci facevano fare un esercizio chiamato L’ora della buona morte. Ci portavano in chiesa e ci facevano pensare alla morte, insegnandoci la cosa più preziosa che esiste.

Marco Mancassola: Quando andai a Camden Square, c’erano fiori sotto la casa di Amy W. I fiori venivano ammucchiati sotto un albero e si mescolavano a biglietti, candele, peluche e altri piccoli oggetti lasciati al modo di offerte rituali, donate a un dio capriccioso e remoto. Una bambina si avvicinò con un gladiolo in mano. Un plotone di fotografi iniziò a scattare. La gente depositava il proprio fiore, metteva le mani in tasca e sembrava raccogliersi: in realtà, subito estraeva il telefono e iniziava a sua volta con le foto. Nessuno che non avesse in mano una camera o un telefono. Vidi una ragazza depositare delle margherite, quindi chiedere a un cronista della BBC, che aveva appena concluso un collegamento, di farle delle foto accanto ai fiori.

Popstar ventisettenni che muoiono in una casa di Londra. Vittime di stragi e di attentati. Personaggi famosi che se ne vanno troppo presto. Non c’è dolore senza fotografie, i flash i flash i flash. Sui siti dei giornali, la photogallery della gente che va a commemorare e a lasciare fiori e candele e biglietti è diventata un’appendice tipica della notizia di ogni evento traumatico.

Le società cosiddette primitive con i loro culti dei morti riassorbivano la morte, davano loro un senso. Oggi la comunità di riferimento è quella che condivide i nostri media: il lutto e il trauma si consumano all’interno di una comunità mediatizzata e non possono che essere elaborati per via mediatizzata. Vale per le morti famose e per quelle comuni. Le bacheche facebook degli amici scomparsi si trasformano in pagine della memoria dove lasciare messaggi al defunto. L’applicazione IF i DIE consente di registrare un video di saluto che diventerà visibile in rete dopo la propria scomparsa.

Secondo alcuni, uno dei motivi del nostro distacco progressivo dalla realtà dipende dal fatto che sempre meno persone vivono l’esperienza di vedere un cadavere. Pochi di noi vanno in guerra, i nostri parenti muoiono quasi sempre in ospedale, e avere a che fare con la morte è una specializzazione professionale riservata a medici, operatori di servizi funebri, forze dell’ordine.

Rimuovere l’esperienza pratica della morte e trasferirla nella sfera dei media crea un ovvio deficit di realtà. Siamo inautentici quando neghiamo la morte. Il rapporto deviato con la morte è il punto chiave per cui la società ipermediatica diventa automaticamente una società iperreale.

Negli ultimi tempi, sulla tivù britannica seguo un programma intitolato Psychic Sally on the Road. Sally è una medium dall’aria sorniona. Gira incontrando folle di persone ed entrando in contatto con i loro defunti. Lo spettacolo è cinico e insieme straziante. Perché quelle persone piangono sul serio. Anche in tempi di rimozione della morte, sappiamo cosa vuol dire perdere qualcuno: l’impellente bisogno di parlargli, sentirne la voce, e sapere di non poterlo mai più fare. Non in questo mondo.

Così come nessuno ci educa più all’amore, nessuno ci educa più al distacco: un’altra cosa da imparare da soli, uomini e donne del XXI secolo. Per questo, alla ricerca di sentimenti da condividere, qualcuno appena può va a commemorare una morte celebre e spettacolare. Lascia il suo fiore e lo fotografa.

Commenti
3 Commenti a “Italia Amore: Andarsene”
  1. SpeakerMuto scrive:

    Non saprei.

    Effettivamente io ho visto mio padre qualche minuto prima che morisse (cosa che accadde all’interno di un’ambulanza) e qualche minuto dopo, in ospedale: per qualche motivo che non ricordo, mia madre ha voluto che entrassi nella stanza dove si trovava lui.

    Mi colpì l’immagine dei suoi occhi, privi di vita. Non avevo mai visto niente di simile prima. Non era l’occhio di un cadavere in TV (un essere per il quale posso provare pena, solidarietà, ecc. ma comunque estraneo) ma il “non sguardo” di una persona vicina.

    Avevo sempre data per scontata la vita riflessa nelle sue pupille. Adesso conoscevo la differenza tra il “prima” e il “dopo”.

    Ma per certi versi acquisii la morte di mio padre quando lo vidi seppellire: la bara con dentro il suo corpo veniva sotterrata e capii non avrei più rivisto neanche quegli occhi vuoti. Mi misi a piangere come non avevo fatto prima.

    E poi, nonostante io e lui non fossimo mai andati d’accordo (per usare un eufemismo), passavano i giorni e sentivo che mancava qualcosa e che questo vuoto non sarebbe stato temporaneo. Io credo che questo possano provarlo tutti.

  2. maria scrive:

    Io ho visto morire una mia carissima zia, una seconda madre, è un momento di grande dolore ed emozione, sono passati molti anni ma non dimenticherò mai e mi ritengo fortunata di esserle stata vicina fino all’ultimo respiro.

    maria

  3. Francesca Diano scrive:

    Da molti anni mi occupo di folklore e tradizioni orlai irlandesi e dunque anche di tradizioni funebri, che sono un aspetto della cultura irlandese per nulla di poco conto, anche oggi.
    Quando vivevo in Irlanda mi colpì moltissimo l’atteggiamento nei confronti della morte. Un atteggiamento che noi abbiamo perso. Come si sa, le tradizioni funebri che fanno dell’Irlanda un unicum in Europa, ancora oggi, sono la wake (la veglia funebre) e il keen (la lamentazione funebre ritualizzata). Negli ultimi cinquant’anni, soprattutto nelle città, la loro rilevanza si è di molto attenuata, ma non è scomparsa. Ma ancora fino alla prima metà del secolo scorso esistevano luoghi in cui le due cose si svolgevano non diversamente da quanto accadesse sin da un lontano passato, mescolando antiche tradizioni e la visione del mondo celtica al cristianesimo e poi cattolicesimo. Il risultato è un insieme di riti di passaggio codificati e tali da aver mantenuto quel carattere appunto “collettivo”di cui parla Mancassola, ma che non è, evidentemente, proprio delle cosiddette società primitive.
    La wake e il keen, strutturati secondo una ritualità di estrema complessità e raffinatezza, in tutte le loro varietà e declinazioni, che hanno ben poco di cattolico e molto di arcaico, (esiste anche una merry wake, la veglia allegra) segnano la compiutezza di un evento liminale quale è il passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti. Ricompongono il vuoto, lo iato, lasciato nella società dalla morte e hanno il prezioso compito di concludere il lutto. (non il dolore della perdita) evitando fenomeni come quelli da noi sempre più diffusi, di lutto patologico, che giustificano l’esistenza di centri di tanatologia, in cui gli tanatologi aiutano l persone a uscire da un lutto che non sanno superare. Perché appunto, la nostra società ha reso la morte un evento individuale e non più collettivo. Se non nella sua spettacolarizzazione sui media.

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