6a0105351f2394970c0167664e9801970b-800wi

Italia, Amore: lavoro gratis

Questo articolo, uscito sul numero di maggio di «Rolling Stone», è tratto dalla rubrica «Italia, Amore» di Christian Raimo e Marco Mancassola.

di Christian Raimo e Marco Mancassola

Raimo >> Con un po’ di spietata tenerezza uno alle volte si chiede: perché esiste una generazione di persone (in cui potrei essere compreso anche io) che in nome di un fantasma di riconoscimento sociale accetta di scrivere per un giornale a 3 euro a pezzo, insegnare a centinaia di persone all’università per un euro a semestre, si danna l’anima per un dottorato senza borsa, non batte ciglio di fronte alla proposta di pagarsi di tasca propria un tirocinio?

Poi, se alla tenerezza subentra un po’ più di ferocia contro se stessi, ci si può anche chiedere: come campa questa gente? Come va al cinema? Come si compra il cellulare nuovo? Come va in vacanza? L’impressione che si ha, frequentando molti di quei trentenni iperformati di cui l’Istat condanna almeno un 30% alla disoccupazione, è che in Italia esista una sorta di welfare dello status. Una serie di famiglie di pensionati o prepensionati che finanziano finché possono il limbo di questi post-laureati con redditi da fame pur di conservargli una forma in vitro di credibilità. Mamma e papà pagano l’assicurazione per la macchina, la frizione se si rompe, l’Ipad al compleanno, il dentista… alimentando una specie di grande bolla illusoria che le cose andranno meglio, che prima o poi un contratto per loro figlio arriverà, e intanto il loro figlio può non mendicare al lato della strada, chiedendo qualche spiccio per curarsi una carie dolorosa.

E anche questa allucinazione di massa che ha fatto sì che oggi rivendicazione di diritti, sindacalizzazione siano pratiche obsolete, se non inimmaginate. Quello che si vuole spesso non sono i soldi, ma uno status. Si vuole essere giornalisti, ricercatori universitari, psicologi… e poco importa se tutto questo non porta reddito. Ci si convince di essere dei professionisti, si inanellano attestati su attestati, ci si lamenta, si va da uno psichiatra (pagato dai genitori anche questo), si guarda una puntata di Presa diretta che ci fa sentire simili a molti nostri coetanei; mentre organizzarsi costerebbe fatica, denunciare a un giudice del lavoro che il contratto come partita Iva in realtà è solo una copertura per un rapporto di dipendenza ormai decennale sarebbe una grana che nessuno si vuole accollare. Eppure qualcuno, che preferisce a questo limbo un purgatorio in cui allo sconto della pena corrisponda almeno un passaggio del tempo, c’è. Non è un caso che negli ultimi mesi stiano nascendo varie piccole associazione di difesa del lavoro precario, della condizione free-lance: l’Associazione dei Consulenti del Terziario Avanzato, l’associazione dei giornalisti Errori di stampa, il sindacato traduttori Strade, i lavoratori dello spettacolo al Valle… Un sacco di gente che invece di inveire contro il destino ha deciso di prendere una macchina del tempo e tornare alla fine dell’Ottocento, a parlare di cassa di mutuo soccorso, diritti per la maternità, no agli straordinari fatti sulla stanchezza. Forse non sarà per questa generazione, ma magari alla prossima viene fuori qualcuno che butterà là parole tipo sciopero, lotta di classe, o addirittura, rivoluzione…

Mancassola >> …e ricordo quando la gente si iscriveva in massa a Scienze della Comunicazione. Le università offrivano corsi di laurea dai nomi esotici e fantasiosi e c’era chi contava di vivere facendo il ricercatore in cultural studies, discipline della moda o quant’altro. Scrivere per un magazine patinato. Iscriversi alla Scuola Holden e sfornare romanzi postpostmoderni. Fare carriera in uno studio di progettazione creativa o più classicamente essere un archeologo, un filologo, un professionista di una disciplina umanistica.

Mentre attendeva l’inizio di una carriera, la maggioranza viveva grazie ai sussidi dei genitori o all’appartamento affittato di una nonna. Altri si mantenevano nei call center, sperando di restarci poco. Il verbo della creatività di massa dominava e il capitalismo avanzato prometteva che tutto era possibile: un tenore di vita decente, e l’espressione delle proprie aspirazioni. Succedeva trenta, venti, dieci anni fa. Oggi sappiamo che non era per nulla capitalismo avanzato – era il rantolo finale e illusorio del capitalismo avariato.

Un sistema economico in panne, in costante assetto d’emergenza, non sa che farsene di masse di giovani intellettuali. Non ha tempo, non ha risorse, non ha progetti. Nonostante le belle parole e i richiami periodici sull’importanza di cultura e ricerca, la produzione sembra essersi scollata dalla cultura. Intere generazioni di lavoratori cognitivi e di creativi, di persone preparate a lavorare con il cervello, sono diventate superflue. Ed è sempre un pessimo segno, quando masse di persone diventano superflue.

Ora, sapete com’è la crisi. È una signora dai modi un poco bruschi. La crisi chiede agli operai di rinunciare a parte dei loro stipendi e tutele – ovvero di ricordarsi che sono solo miseri operai, non parte del ceto medio come a lungo erano stati illusi. Mentre in parallelo chiede ai lavoratori intellettuali, sempre più, di lavorare gratis. Proprio gratis.

Il problema passa dunque dalla parte degli intellettuali precari. I ricercatori, i giornalisti, i creativi, i giovani architetti, i redattori e tutti gli altri. Perché in tanti accettano di lavorare in assenza di reddito o in condizioni impossibili? Per passione o disperazione. Perché non si vede alternativa possibile. Perché continuando a fare ciò che sono cresciuti desiderando di fare, sperano di resistere come soggetti. Anche se ormai l’unica ricompensa è il numero di like quando linkano a Facebook il loro ultimo lavoro.

Per anni ti è stato detto: è tuo destino e diritto avere un lavoro legato alle tue passioni. Poi c’è il mare in tempesta e devi restare a galla: economicamente, emotivamente. Le dinamiche di quello che viene chiamato capitalismo cognitivo si mescolano in realtà a un capitalismo emotivo, abilissimo nel ricatto e a sfruttare passioni, paure. E senso di smarrimento.

 
Commenti
40 Commenti a “Italia, Amore: lavoro gratis”
  1. All About scrive:

    Scusate. Ma cominciare (dico proprio fisicamente) a dare qualche calcio in culo ai caporedattori, o spaccare il desk di in quotidiano?

    Nulla è più lontano da me del terrorismo – mi son sempre state sul cazzo terribilmente le BR, anche presi come singoli erano inguardabili e inascoltabili.

    Ma, come dire, al centesimo “non ti pago” anche un bel calcio nel culo potrebbe essere l’inizio di qualcosa. Magari se si uniscono le scarpe…

    Ma cazzo, voglio dire, se addirittura quel tale ha avuto il coraggio di togliersi una scarpa e lanciarla in faccia a Bush! Qua non dobbiamo avere il coraggio di fare la stessa cosa con dei padroncini supponenti?

    Eccheccazz… Raimo e Mancassola, grazie delle bellissime analisi, ma mo’ perché non ci rimbocchiamo tutti insieme le maniche dei pantaloni?

  2. MaxTode scrive:

    Non bisogna farsi prendere per il culo. Facile a dirsi, senz’altro. Ma concordo con il commento precedente: davanti all’ennesimo “non è prevista retribuzione, ma GRANDE visibilità” è forse il caso di farsi qualche domanda o, ancor meglio, rispondere per le rime con un “per quale motivo, mentre Lei incassa, io dovrei lavorare per la Sua azienda ottenendo in cambio la sola gloria?”. Accettare le miserrime condizioni di questi datori di lavoro che, se hanno successo, lo ottengono solamente stringendo all’osso i costi del personale, è un modo indiretto per fomentare un sistema malato.

  3. Sipperò scrive:

    Si, però, che fai, rifiuti la proposta seppur bassa e minima? Cosa ottieni? Di perdurare in questo stato di niente, di disperazione, di paura dei sensi di colpa di aver rifiutato che pure ti fa schifo ma ti permette di galleggiare.

    C’è tantissima verità in questo articolo, nè del resto i nostri politicanti faranno molto per risolvere il tutto. A me di idee geniali per dar vita a un business non mi sono venute, non posso che provare ad avere speranza nel futuro e manifestare quando c’è da manifestare, ma tanto non succede mai un cazzo.

  4. viki scrive:

    oh!! O dicevamo noi che il lavoro non c’è perché non vogliono rimboccarsi le maniche! andassero a fa’ i muratori e rimandiamo a casa gli invasori rumeni, cazzo!

    vogliamo l’ABOLIZIONE IMMEDIATA di scienze della comunicazione: tutte panzane per checche! e d’altrode se dio t’ha fatto nasce in una faglia de non laureati un motivo ci sarà, no?

    perfettamente d’accordo su tutto con ‘sti due.

    [ok, altrimenti detto: spero di aver male interpetato l'articolo. non ci si ribella, è questo è vero, ma non so se è la ragione dello stato attuale delle cose. poi il resto degli argomenti mi sembrano solo perifrasi di luoghi comuni]

  5. Val scrive:

    Grazie Viki, è proprio grazie a persone come te che l’Italia è un paese migliore…magari se facevi Scienze della Comunicazione almeno scrivevi in italiano…

  6. Ali scrive:

    Grazie Val, per il commento sopra..
    Tornando a noi, ritengo che tutti debbano studiare perchè la cultura è importante e perchè è un nostro diritto.
    Io studio da sempre, per mantenermi e pagare l’affitto faccio la cameriera e oramai sono diventata super professionale nel mio secondo lavoro che faccio da 10 anni circa.
    Ma il problema persiste…Nel mio secondo lavoro trovo una competizione che arriva al limite della decenza dove ritrovo sempre più persone ignoranti che per accapparrarsi una mancia ti ammazerebbero il cane.
    è in questi momenti che capisci che tutti i soldi che hai investito nella cultura non sono soldi buttati, io non ho l’iphone, ho un computer normalissimo che mi da un sacco di problemi ma non mi vergogno perchè ho qualcosa che altri non hanno. Ho imparato a collaborare e a lavorare in gruppo, a saper ascoltare a dare unformazioni e riceverne altre, perchè sempre c’è qualcosa da imparare.
    Ma sopratutto ho smesso di dire dire SI hai tirocini non pagati perchè è una cosa che deve partire da NOI, e se tutti si prendessero questa responsabilità e rifiuto qualcuno inizierebbe a pagarci.

  7. manuela scrive:

    “Hai tirocini non pagati”

    Se questa frase è frutto di anni e anni di studio allora forse fan bene a non pagarti. Bisogna vedere anche quali siano poi le competenze effettive di questi fantomatici plurilaureati.

  8. Giack scrive:

    Io ho una laura triennale in beni culturali, sono felice di averla presa, sono stati 3 anni spesi bene per la mia personale formazione culturale… ovviamente non interessa a nessuno sapere che ho questa laurea, quando faccio un colloquio di lavoro, ma beh.. non si può avere tutto…

    dal canto mio ho smesso da un po’ di accettare stage e tirocigni dove ci si trovi a lavorare gratis. Ora, se decido di fare un lavoro gratis, lo faccio perché fa parte di un progetto, altrimenti declino gentilmente. forse sbaglio, ma non ho mai visto nessuno che lavora gratis passare venire assunto con un contratto che lo paghi adeguatamente.. quindi preferisco passare… e così sarà finché me lo potrò permettere.
    Poi probabilmente emigrerò.

  9. Pietro scrive:

    La mia sensazione è quella di una generazione, quella dei trentenni/quarantenni per intenderci, che ha conosciuto i tempi d’oro dello studio per passione e della ricerca del lavoro sognato, una vita da favola che ora si sta rivelando un incubo, un incubo che rischiamo di tramandare di generazione in generazione, con dosi massicce di pessimismo e nichilismo, perché in tempi grami come questi si finisce per accettare tutto e badare al sodo. Fa un po’ tristezza dirlo, però la crisi e, soprattutto, la proletarizzazione della società (qualche giorno fa ero a Milano e sono andato al Museo del Novecento e sono rimasto letteralmente scioccato dalla visione de “Il quarto stato”, che visto da vicino fa una certa impressione, perché ti costringe a chiederti: quanti siamo, adesso, a marciare lì in mezzo?) stanno stravolgendo tutto. Forse riusciremo a capire quello che sta succedendo e a raccontarcelo solo dopo che sarà – se mai sarà! – tutto finito.

  10. dìmuà scrive:

    ci volevano due menti per sentenziare che la colpa è degli sfruttati e non degli sfruttatori!

  11. Lucia scrive:

    In effetti sarebbe interessante capire come siano nate aspettative tanto alte. Anche questa pretesa, del tutto campata in aria, che i figli abbiano un futuro superiore o almeno pari a quello dei proprio genitori. Ma quando mai è stato così, storicamente? Quando mai questa è stata, non una speranza (come è naturale che sia), ma una cosa data per scontata, un diritto acquisito?

    Una delle caratteristiche che definiscono l’intelligenza è l’elasticità, l’adattabilità alle mutate condizioni. In Italia arrivano migliaia di extracomunitari diplomati o laureati o più che si adattano al lavoro che c’è. Quanti degli intellettuali (lavoratori della conoscenza) sotto- o non-pagati, che tanto dicono di ammirarli e stimarli, seguono il loro esempio?
    Ma tanto adesso c’è Internet e tutti siamo diventati critici letterari e cinematografici, e reporter e fotografi collaboratori dei maggiori quotidiani, e opinionisti e polemisti.

    Che la cultura abbia ben poco valore sociale lo dimostra la vicenda del Teatro Valle Occupato (lunga vita: lo dico senza alcuna ironia). Se il più antico teatro di Roma ancora in funzione avesse contato qualcosa, il giorno dopo l’occupazione avrebbero mandato i celerini.

  12. W scrive:

    Queste sono analisi vecchie.
    In Italia non si è parlato di precariato per anni, e poi se n’è parlato fino alla nausea quando ormai il problema non era più quello, erano i finti stage non retribuiti. Ora finalmente si parla di stage non retribuiti, e va da sè che è troppo tardi.
    è troppo tardi per difendere il diritto ad andare dal dentista privato, o il diritto a comprarsi surplus tecnologici: la classe sociale in grado di garantirsi questi “diritti” muore coi nostri genitori, con le loro pensioni che slittano in avanti e coi loro tumori fulminanti.
    Per quanto riguarda noi, è vero, non siamo pagati, ma non è un problema dei lavoratori della cultura, è un problema degli umani. Il sistema in cui abbiamo vissuto era già marcio, e quello che è cambiato è solo che siamo passati dalla parte degli sfruttatori a quella degli sfruttati.
    Il nostro problema, ora, non può essere chiederci come tornare dall’altra parte della barricata: abbiamo avuto bisogno di provare la parte guasta per renderci conto che il sistema non andava, siamo stati superficiali ed egoisti. Ora, quanto meno, inventiamo un sistema nuovo.

    In questa prospettiva, sono felice degli studi umanistici che ho fatto, del tempo speso a prendermi cura del mio cervello (e non è che gli studi umanistici siano l’unico modo per farlo, tra l’altro).
    Non ho studiato lettere perché volevo fare le interviste con la libreria bianca alle spalle, o avere la foto con la mano in faccia sulla quarta di copertina del mio libro. Non mi sono iscritta alla Holden perché volevo arrotolarmi le maniche come Baricco, avere i suoi soldi o i suoi capelli.
    Ho fatto queste cose perché tengo alla mia capacità di pensare.
    E in questo nuovo stato di cose, nel nuovo mondo cui andiamo incontro, credo questa sia una risorsa, non la prova che sono stata un’illusa.

    Vedete un po’ se riuscite a fare degli spostamenti di categoria.
    C’è la possibilità che le persone di cui parlate abbiano altri orizzonti mentali completamente diversi rispetto a quelli che immaginate per loro.
    Ve lo dico oltre il risentimento, quasi con una punta di affetto:
    Siete passati.

  13. Andrea S. scrive:

    Sciopero, lotta di classe. Bisogna contestualizzare prima di scrivere lotta di classe, bisogna capire i rapporti di forza, bisogna rendere consapevole la classe a cui fai riferimento. Lotta di classe, di quale classe si parla, di quale capitalismo. Prevedo tempi amari.
    Le analisi fatte da intellettuali con mezzi atti a capire gli eventi di natura politica e sociale risultano solo semplici lamenti di una condizione di quasi-disagio di un gruppo sociale indefinito.
    S’evince che non basta scrivere “lotta di classe” per essere nella cerchia, a pieno titolo, degli intellettuali, ci si deve un attimo sforzare di contestualizzare, di capire le problematiche riguardanti il lavoro, di capire che alla fine l’asservimento prima di tutto è, appartiene all’intellettuale, soggetto ai poteri forti, all’economia liberista che ammazza le fasce sociali deboli e allo stesso tempo lamentosamente (gli intellettuali) chiedono a questi stessi poteri (ai banchieri o se volete ai colletti bianchi o chi per loro) una forma di finanziamento per reggere una editoria spenta, per reggersi. A liberarsi in sostanza dovrebbero essere gli intellettuali in cima a tutti, i quali hanno i mezzi, si spera ma a quanto vedo, teorici per mobilitarsi verso l’azione, la contestazione, la “rivoluzione” ma non mi si venga a dire che l’occupazione del teatro Valle, scivolata nell’oblio (come del resto i TQ), è stata una reale contestazione, neanche una proto-contestazione, neanche… solo un lamento, basta.
    Le lamentele sono in grado di metterle su anche le comari, i reietti, quelli che d’intelletto non sono granché dotati. Allora sì che s’è tutti uguali.

  14. uqbal scrive:

    Difficile ricorrere al sindacato, al caro vecchio sindacato istituzionalizzato, quando per loro sei puntualmente carne da macello.
    Difficile anche sbattere la porta quando non hai alternative.

    E’ un bene che si comincino a creare dei “sindacati” alternativi, ma sarebbe anche bene rendersi conto di ciò che si vuole davvero. Io vedo in giro anche tanto rivendicazionismo gratuito.
    Sono un insegnante e con le associazioni dei precari non riesco ad avere granché a che fare, perché vedo che le richieste dei precari sono irrealistiche quando non proprio sbagliate: come si fa a chiedere di assumere in blocco 250.000 persone DI RUOLO? Eppure questa è la richiesta, così velletaria che a) ci si condanna alla sconfitta sicura, b) non si riesce mai a proporre un modello realistico che forse non sarà l’ideale, ma almeno permetterebbe di rimettere in moto il mercato del lavoro scolastico.
    E si rimane lì, a lamentarsi, ripetendo gli stessi schemi rivendicazionisti dei padri e dei nonni, senza però più avere le risorse da distribuire.

    Cmq, infine, c’è anche una considerazione più semplice: i pensionati sono più dei precari. Non succede niente anche perchè la maggioranza non ha interesse a cambiare niente, se non in senso ancor più conservativo.
    Oggi ho visto un cartellone di un sindacato confederale, sezione pensionati. Il motto era “Il futuro è davanti a noi”. Vabbè…

  15. Ali scrive:

    manuela scrive:
    12 giugno 2012 alle 14:54
    “Hai tirocini non pagati”

    Se questa frase è frutto di anni e anni di studio allora forse fan bene a non pagarti. Bisogna vedere anche quali siano poi le competenze effettive di questi fantomatici plurilaureati.

    Strano perchè domani andrò a firmare un contratto per una ditta Americana, con un ottimo stipendio, erano molto soddisfatti del mio portfolio hanno insistito per una prova, ho accettato. Ho chiesto una cifra e mi è stata data! ciao

  16. sarah scrive:

    @Lucia la cultura ha pocco valore sociale? e poi, ancora il discorso che gli italiani non si adattano a fare i lavori sotto-pagati che fanno gli immigrati? scusa, non ti va bene che faccio il mio lavoro “intellettuale” per quattro lire, però se facessi la badante in nero per altrettanti soldi allora si che eticamente sarei un soggetto stimabile. Veramente ci stiamo ancora propinando queste stupidaggini, veramente?
    Grazie a dio l’articolo non dice questo. Comunque credo che i compensi bassi e i lavori gratis facciano parte della fase iniziale del percorso lavorativo di chiunque si occupi di creatività e cultura in Italia (ma anche all’estero, forse meno, ma non è un problema solo nostro. Ci sarà un motivo se la maggior parte delle serie comedy americane nate negli ultimi 3 anni descrivono inetrazioni fra 25/30enni senza lavoro ma con tanto carisma). Bisogna avere i mezzi e le capacità per insistere e arrivare a capire come far funzionare la cosa. In certi paesi i mezzi li fornisce lo stato, da noi no, da noi li forniscono le famiglie, e questa è una cosa disperatamente antidemocratica. Poi però un po’ alla volta la cosa comincia a funzionare, magari diversificando molto il tipo di attività “cretive/culturali” che si svolge, accettando compromessi ecc…, facensossi un gran mazzo fondamentalmente, e dopo qualche anno lo stipendio ce lo si guadagna da soli, altrimenti si torna a fare lavori con un valore sociale moooolto più alto, tipo la commessa o il manovale.
    Insomma, penso che il problema fondamentale sia che non siamo un paese democratico, e basta. Senza democrazia reale ogni altro meccanismo viene distorto, non c’è merito e non c’è giustizia che tenga.

  17. Eva scrive:

    (Io direi che prima di tutto si dovrebbe lottare per avere diritto ad andare da un dentista pubblico e non da uno privato, che magari t guarda in bocca, ti spilla il tuo centone, arrivederci e grazie. Ah, vuole la ricevuta? Scusi, fanno 180, come dice? Le va bene senza? Sicuro? Se proprio insiste…)
    Non capisco perché si debba ridurre la questione del precariato al solo ambito cosiddetto “intellettuale”: non esiste praticamente settore della vita economica italiana, né relativa classe sociale (ma dobbiamo ancora usare questi termini?) che non siano toccati da questa piaga. Un sistema economico in panne non sa che farsene non solo degli intellettuali, ma anche degli operai di Termini Imerese, o dei lavoratori dei furono “wagon lits”, per esempio: lo scorso autunno un gruppo di donne ha perso la vita nel crollo di una palazzina in Puglia. Lavoravano come operaie del tessile per 3 euro 50 all’ora, in un locale privo dei permessi necessari a svolgere quel tipo di attività.
    Inoltre, se il nostro è un “sistema economico in panne” ciò è dovuto anche al fatto che in Italia si è smesso di contare sul sapere iperspecializzato e sulla ricerca da tantissimi anni: non è un caso se quegli stessi “intellettuali” che qui in Italia si sono trascinati da un tirocinio non retribuito all’altro, dilapidando le risorse di papà e mammà, poi magari si son catapultati all’estero e adesso fanno il lavoro che hanno sognato e per il quale hanno sudato e combattuto dal liceo in poi. Non è Madama la Crisi che non sa che farsene degli intellettuali: è un Paese rozzo, retto da ignoranti e da predoni quale il nostro che non sa che farsene. In Italia, l’intellettuale è visto come il classico perditempo che ha preferito “le carte” al sudore della vita pratica, è colui che avanza pretese economiche e di carriera, non è la risorsa che può risollevarti l’azienda con idee e progetti opportunamente finanziati. Schiacciare l’intellettuale, asservirlo, ricordargli a ogni istante che senza quell’ennesimo stage non retribuito non sarebbe nessuno è il solo modo che le classi dirigenti hanno per reprimere il dissenso “ragionato”, la critica, e per continuare a garantirsi privilegi medievali. Ma sbagliano: senza il punto di riferimento di una classe intellettuale propriamente detta restano solo le masse disorganizzate e sempre più arrabbiate.
    Poi, a parte, possiamo discutere della mentalità, tipicamente italiana, per cui il babbo, la mamma, il nonno e la nonna devono intervenire economicamente per la piena realizzazione del proprio pulcino: un conto è sostenere il giovane in un momento di difficoltà economica, un altro è continuare a pagargli le vacanze, il corso alla Holden e l’I-phone di ultimissima generazione. Ma tutto questo è ormai passato. La realtà è già un’altra: le famiglie sono al collasso, psicologico prima che economico. I ragazzi sono cresciuti abituati a un benessere per il quale non hanno mai dovuto impegnarsi seriamente, i loro genitori li hanno svezzati nella piena fiducia delle magnifiche e progressive sorti dell’umanità e adesso che il capitalismo mostra la sua vera faccia, nessuno sa più come fermare questa macchina che finirà col mangiare se stessa.

  18. Federico scrive:

    Abbastanza triste questa analisi.

    nel senso che qualcuno possa pensare certe cose mette tristezza.

    Sindacati? ma chi dove come quando?

    Ho lavorato da ricercatore in Italia facendo tutta la trafila, da tesista non pagato, dottorando pagato una miseria, assegnista pagato poco più di una miseria.

    E sai qual’è la cosa buffa? Che se tralasci gli intellettuali, la ricerca va avanti grazie ai tecnici che si dividono in due categorie:
    - quelli con contratto a progetto rinnovato a sei mesi o a un anno, che si spaccano il culo con la prospettiva nulla di entrare (concorsi bloccati, se anche il dipartimento fa richiesta di un posto, ci sono liste lunghe così di gente che aspetta)
    - quelli statali ufficialmente assunti che lavorano per il primo anno, anno e mezzo, poi vedono i colleghi anziani sempre in malattia, oppure al telefono o in pausa caffè per mezza mattinata senza che NESSUNO possa dirgli nulla, grazie ai sindacati, e smettono di lavorare pure loro.

    per cui piantiamola di parlare dei sindacati, che difendono ormai gli interessi di una fascia ridotta di lavoratori, fottendosene degli altri. una grossa responsabilità del precariato in Italia è proprio loro.

  19. Esther scrive:

    Il discorso è molto complesso, e mi pare che Raimo e Mancassola ne abbiano dato una sintesi intelligente.
    Sulle cause dello sfacelo si è discusso in abbondanza – il degrado politico e culturale che perdura da decenni, il liberismo sfrenato che ha salvato il culo di gruppi aziendali in sfacelo, una legislazione miope e criminale che ha mandato in tilt il mercato del lavoro senza proporre un modello alternativo efficiente sul lungo periodo. E’ vero, come dice Eva, che il precariato è pervasivo, ma nel campo del lavoro culturale tra corsi di specializzazione costosissimi, stage non retribuiti, e tariffe da fame ha raggiunto vette di perversione imbarazzanti.
    Sulle cause, diciamo così, psicologiche e sociologiche che hanno prodotto questo esercito di lavoratori intellettuali che campano sulle pensioncine presenti e future di mamma e papà ci sarebbe altrettanto da dire. Io credo che il benessere (culturale, economico, forse perfino affettivo) in cui siamo cresciuti (mi ci metto dentro anch’io che ho appena compiuto trent’anni) abbia contribuito a generare un pericoloso miscuglio di aspettative altissime (si aspira a lavorare per passione e non per guadagnarsi da vivere, una specie di rivisitazione aberrante del ‘si vive per lavorare’), ambizioni esagerate, autoindulgenza e fatalismo.
    Io di rispose non ne ho, posso portare la mia esperienza concreta di redattrice e traduttrice che ormai da alcuni anni lavora autonomamente, sforzandosi, tra mille fatiche, soddisfazioni e frustrazioni, di sbarcare il lunario senza pesare sulla famiglia. I compromessi ci sono stati: ho dovuto lasciare una città che amavo per andare a vivere in una cittadina più sonnacchiosa ma decisamente meno cara (non pago l’affitto, ma il dentista, l’assicurazione, la macchinetta usata, le bollette e le vacanze sì), ho dovuto metabolizzare un’idea del lavoro editoriale decisamente meno romantica di quella costruita in anni e anni di studio (più bianciardiana che bazleniana, perché per cavar fuori uno stipendio decente un traduttore deve necessariamente battere su un determinato numero di tasti al mese, è più cottimista che filologo), devo adeguarmi alla precarietà esistenziale ancor prima che a quella economica, perché di certezze, salvagenti e indennità non ce ne sono.
    Poi per bravura, per fortuna, o per entrambe, ho fatto anche tante esperienze che mi hanno fatto crescere umanamente e professionalmente, dandomi la forza di portare avanti le mie scelte con dignità e convinzione. Sono l’ennesima vittima del capitalismo emotivo? Non ci metterei la mano sul fuoco ma non mi sento tale, visto che di visibilità le mie sudate carte me ne danno ben poca, riconosco tutte le falle di questo sistema, sono iscritta a un sindacato e manifesto quando c’è da manifestare (a questo punto forse bisognerebbe rimboccarsi le maniche dei pantaloni, o imbottirsi di tritolo in redazione come suggerisce All About.)
    Credo semplicemente che la dignità del lavoro culturale si alimenti della dignità delle persone che, a ogni livello, lo fanno, e se uno a più di trent’anni si fa pagare il dentista e le vacanze da papà per poter vedere il proprio nome scritto su un giornale, per scrivere una tesi di dottorato, o per fare foto agli aborigeni della Papuania, non sceglie di farlo (soltanto) per passione o per disperazione. Una punta di vergogna, e di cattiva fede, c’è per forza. E una società che induce o costringe a lavorare in questo modo non è un bel posto in cui vivere.

  20. Lanfranco scrive:

    Ma smettere di fare corsi a pagamento no?

  21. Lucia scrive:

    I collaboratori sottopagati, o non pagati, della “cultura” potrebbero sì organizzarsi, andare dai sindacati, fare vertenze ai datori di lavoro (e perdere così le collaborazioni e non trovandone di nuove). Ma se gli stessi datori di lavoro (case editrici, giornali, spesso anche molto progressisti eh) cominciassero a pagare con tariffe adeguate i propri collaboratori…beh non sarebbe più semplice? Preferiscono le vertenze a collaborazioni equamente retribuite? Preferiscono scrivere articoli sul precariato e sui giovani d’oggi che non s’impegnano a fare la rivoluzione? Certo quello è un argomento che attira un sacco di like su facebook

  22. manuela scrive:

    @ali

    non mi stupirei se anche loro fossero sgrammaticati

  23. Alessandro scrive:

    Avrei delle obiezioni da muovere, obiezioni che però partono a monte del vostro discorso e riguardano la piattaforma culturale su cui sono pubblicate. Mi spiego meglio. Concordo con voi sul fatto che il capitalismo nel suo stadio avanzato ha costruito lentamente un “discorso” che si è fatto sempre più astratto, capillare e pervasivo. Questo discorso ha colonizzato a tal punto l’immaginario collettivo che i trentenni di oggi con velleità intellettuali o artistiche, sono disposti a continuare a lavorare ( gratis o quasi) per riviste, università, blog et similia, facendosi mantenere dai propri genitori pur di conservare il proprio status di intellettuali, o creativi o che dir si voglia, che almeno gli conferisce legittimità sociale: Meglio un intellettuale mantenuto, piuttosto che un operatore di call center che con il proprio lavoro si paga le bollette e il dentista . Allo stesso tempo però mi chiedo la natura della vostra riflessione non trova già la sua negazione nel Magazine su cui viene pubblicata ? Voglio dire Rolling Stone non fa altro che veicolare quei discorsi del tardo capitalismo – successo, riconoscibilità, status sociale – che voi stesso criticate?

  24. christian raimo scrive:

    Alessandro tutto è tardo capitalismo, in parte. Il fatto che tu possa commentarla qui spero che trasformi questo articolo in una cosa diversa rispetto a un intermezzo tra due pubblicità. E penso che anche leggendolo su Rs tu ne possa ricavare una sensazione simile.

  25. mtteoB scrive:

    del resto però molti intellettuali o artisti del passato erano dei “mantenuti”, si mantenevano col eredirà o beni di famiglia….

  26. behemoth scrive:

    I commenti che stiamo facendo mostrano il problema.
    Condivido l’analisi, in parte. Io mi sono sentito abbastanza denudato da questo articolo.
    I commenti però mostrano la nostra incapacità di rappresentarci come qualcosa-che-abbia-un-vago-senso-di-unità.
    Qualcuno scriveva Classe. Ma siamo individui, borghesi-piccoloborghesi, con tanti libri sul groppone e tanta competizione tra di noi.
    La Classe non esiste se non si percepisce come tale (la classe per sè e non in sè, diceva qualcuno nell’800).
    Il problema del cambiamento politico è che avviene con dolore, lotta, rischio di perdere tutto. E questa pasta mi sa che non ce l’abbiamo. In senso profondo intendo. Lamentarsi, fare una petizione o una manifestazione garbata non risolverà nulla.

  27. Lucia De Santis scrive:

    Concordo con mtteoB: queste geremiadi mi sembrano un po’ prive di prospettiva storica. Gli artisti e gli intellettuali del passato erano o ricchi di loro, o mantenuti da mecenati, o impiegati presso potenti, o si dividevano fra l’arte e un’altra professione che gli dava da vivere, oppure lavoravano aggratis e facevano la fame sognando la gloria. Da sempre fino al dopoguerra, fino alla “generazione fortunata”, dal Boom agli ’80, dei supergarantiti in tutto, salute istruzione lavoro pensione sogni aspirazioni, e finanziamenti pubblici alla cultura. (E’ vero, sogni e aspirazioni sono diventati pure un dovere oltre che un diritto, come il sesso, e questa è una scusante). Per quanto si può capire adesso, da qui, era QUELLA la bolla, l’anomalia. Poi può darsi che interverrà un cambiamento di paradigma o la divina provvidenza: speriamo. Ma la storia la fanno i numeri. Nell’età dell’oro, dal Boom agli ’80, i giovani erano tanti, erano la maggioranza. Ora i tanti sono gli anziani, i pensionati, e i cinesi.

  28. spartaco scrive:

    La realtà è che lo status è già insito nel fatto che , chi non ha famiglia agiata ,non può permettersi di diventare giornalista venendo pagato 3 euro a pezzo.
    Come dire , i poveri lavorano, i ricchi stanno nella cultura.

  29. Alessandro scrive:

    Christian
    credo che tu abbia ragione. infondo penso che dietro la mia critica si celasse ( ma questo è un problema personale) la testimonianza di una persona che in un certo senso ha perso la fede

  30. Antonio Gallenga scrive:

    Fuori tempo osservo che forse ha ragione W: l’analisi è seducente, ragionevole ma un po’ vecchia; in giro ci sono poche risorse, non è ritirandosi a vita privata che si risolve il problema, ma facendo le cose. Ho insegnato all’università gratis per dieci anni, con parecchio sforzo perché ho un altro lavoro pagato, ma sono contento di aver dato una mano a formare parecchi studenti. Certo, i migliori si trovano adesso all’estero, dove ci sono più risorse. Ma sono all’estero anche perché qualcuno gli ha dato una mano a imparare qualcosa.

  31. Ale manetz scrive:

    La quantità dei commenti credo che offra una buona misura dell’entità del problema, colgo l’analisi di Christian e Mancassola, condivido parte dei commenti e neanche vi racconto le mie vicissitudini lavorative nel mondo della ricerca prima e dell’associazionismo dopo (scelte vincenti, non c’è dubbio…). Scelte che mi hanno portata dopo gastriti, nervi, cause legali infinite a cambiare lavoro, cambiarlo radicalmente ed essere serena e soddisfatta, tardi, ma meglio tardi che mai. In questo senso, vorrei solo aggiungere un tassello a questa analisi, dicendo cioè che siamo anche un po’ i figli delle aspettative di una generazione di genitori che vedeva nel liceo e nell’istruzione accademica il bene più alto per i propri figli. Tenendo ben ferma la critica ai disastri generati da questo sistema, da un po’ di tempo ho cominciato anche a riflettere sul fatto che il mito dell’acquisizione di uno status superiore grazie agli studi accademici si è costruito di pari passo con lo svilimento e l’oblio per le professioni manuali, l’artigianato e le scuole di avviamento professionale, perché? Perché anche coloro che avevano sentito e vissuto la lotta di classe e criticavano il sistema borghese in realtà lo hanno riemulato e ritenuto il bene più alto per i propri figli? Alberto Sordi ne Le vacanze intelligenti diceva “se al mondo diventassimo tutti SCEnziati,’e casse qui ai mercati chi ‘e scarica più?!”.

  32. Enrico Marsili scrive:

    “erché in tanti accettano di lavorare in assenza di reddito o in condizioni impossibili?” Perche` gli (vi) piace la semi-schiavitu`, sembrerebbe.

  33. denisocka scrive:

    Nell’elenco di chi si è rimboccato le maniche oltre 5 anni fa manca Rerepre, la Rete dei Redattori Precari.
    Grazie per questo articolo, e sì, è vero, i colleghi in questi anni, mi duole dirlo, sono quelli che più hanno remato contro ogni forma di rivendicazione, ribellione a una situazione illegale ormai paradossale. Per paura e per bisogno nel migliore dei casi, per menefreghismo e per opportunismo nel peggiore. Ne usciremo in qualche modo?

  34. Giacomo scrive:

    Per alimentare ulteriormente il dibattito: http://www.eschaton.it/blog/?p=7947 . Il problema è la scalabilità di certe professioni: chi vince prende tutto. E questa è una ragione economica.

  35. costanza scrive:

    penso che l’articolo che stiamo commentando vada approcciato, non come analisi, non vengono citati cause, sviluppi o gap di questo sistema; ma come la descrizione veritiera di una fetta di realtà: lavoratori intellettuali-creativi
    che si devono muovere in un sistema che non sta collassando (questo avveniva 4-5 anni fa) ma oramai già collassato.
    il ragionamento vizioso che sta ala base del 99.99 % di tutte le discussione che si fanno riguardo disoccupazione e sfruttamento è che si focalizzano sempre su una problematica alla volta, ma trattandosi si un SISTEMA questo tipo di approccio non ha senso nè logica.
    non sono in grado di fare un’analisi socio economica della situazione, sono una stilista, ma mi rendo conto che è necessario che più soggetti sociali intervengano in sincronia.
    io sono una stilista, vengo da una famiglia borghese, sono legata ad uno status, ancora più del normale visto che per svolgere il mio lavoro apparire in una determinata maniera è fondamentale ( un medico certo non può presentarsi in ospedale sporco).
    visto che sitamo parlando di un determinato segmento della società: intellettuali-creativi, che hanno un background economico che gli permette di poter sopravvivere senza un’entrata fissa e costante, credo non abbia minimamente senso poter cercare la soluzione in un’idea di “classe” come si fa parlando di scioperi, sindacati e simili. Non appartiene alla nostra formazione culturale/sociale. Siamo individualisti sia in quando di estrazione borghese sia in quanto intellettuali-creativi, la nostra scelta di vita di basa sul presupposto che le nostre personali capacità di singolo individuo siano un capitale e uno strumento che può creare un mercato.
    chiarito questo sono assolutamente d’accordo sul dover combattere lo sfruttamento di chi, col ricatto, pretende che si lavori senza retribuzione. Bisogna mandarli a cagare e farlo con convinzione e decisione!
    il lavoro gratis è davvero completamente inutile, ti sfruttano quanto gli serve e non segue mai un avanzamento e miglioramento delle condizioni di lavoro.
    se si parla invece di retribuzioni minime già è tutto un altro discorso: C’è chi non può permettersi di rifiutare. qui il sacrificio dovrebbe farlo chi ha un minimo di possibilità di poterselo permettere, ma l’unica condizione per cui questo approccio funzioni che che a farlo dovrebbe essere una numerosa quantità di persone…..
    fondamentale è anche che il governo e le istituzioni ( e qui me viè da piange) creino delle strutture di sostegno economiche sia per i lavoratori precari sia per le aziende.
    Penso che a breve termine e a livello personale la cosa più concreta che si possa fare, oltre ad impegnarsi a mandare a cagare certe persone e situazioni, sia veicolare e promuovere l’idea che il lavoro è un diritto dell’individuo, e che si è necessario svegliarsi, smetter un po’ di lamentarsi a vuoto e creare una comunità che dia quanto meno un sostegno umano e morale, che si concentri su ciò che è possibile fare, davanti alla disperazione qualsiasi tentativo di agire apparirà sempre inutile.

  36. Anna78 scrive:

    Avete tutti ragione, ed apprezzo molto questo articolo perché profondamente concreto. Dalle mie parti c’è un adagio popolare che recita (in traduzione italiana): “Finirono i prosciutti anche a Sorbo e ne aveva sette stanze piene”. Ovvero: fino a che ci saranno le generazioni dei nostri nonni e dei nostri genitori che “ci copriranno le spalle” si continuerà a ‘sopravvivere’. Ma i nostri genitori non sono eterni, purtroppo, un giorno non ci saranno più, le riserve finiranno e …probabilmente sarà la fine. Io immagino mio nipote che dovrà andare in qualche Paese dell’Est a fare il badante, tanto per essere chiari. Chi è di noi “”giovani”" che può mettere da parte qualcosa oggi? Gonfiamo i nostri curricula come palloni sonda, perché questo ci è stato insegnato a fare. Ci formiamo, ci super-specializziamo, ci addottoriamo, ci masterizziamo…. E poi? Per farne la collezione!
    Il pubblico ormai è alla fine e – di contro – il privato peggiora sempre di più… Io per problemi famigliari non posso emigrare… Ed anche lì…Uno su mille!! E con quali prospettive?? Fare il lavapiatti fino a 78 anni?
    La nostra generazione sta pagando a carissimo prezzo gli sprechi e la sedentarietà del nostro sistema.
    la spesso scarsa produttività. Andate negli uffici pubblici e osservate come siano stati, nel corso degli anni, utilizzati come ‘sgabuzzino delle scope’ per sistemare coloro che dovevano essere “sistemati” nel pubblico impiego, luoghi in cui tante, troppe persone potessero fare il minor danno possibile, prendendosi il loro stipendio senza troppe difficoltà. E così la produttività, la professionalità, la passione per il proprio lavoro…. Lasciamo perdere……
    E così oggi abbiamo privatizzazioni spesso poco chiare, maree di volontari e stagisti plurilaureati e plurispecializzati… Ed allora io mi chiedo: ha più senso il guadagno concreto oppure la passione per un lavoro che ami e che faresti a qualunque costo?….Ma questa è un’altra storia.

  37. Marco Zampetti scrive:

    I problemi sono tanti, la soluzione è una: alzare il proprio livello di coscienza e di consapevolezza, progredire, se gli studi umanistici, se la cultura in generale non insegna questo, allora è completamente inutile.

    In tanti vi confrontare con i problemi e le soluzioni dei nostri padri, dei nostri nonni, e ancora prima. Guardate invece in avanti e dentro di voi.

    Sviluppate la capacità di immaginare voi stessi diversi, la vita è pur sempre l’unica occasione che abbiamo per essere felici, se i titoli e gli studi accumulati, l’etichetta che ci cuciamo addosso diventa un peso o restringe le possibilità verso strade senza uscita, basta riaprire la mente e immaginarsi diversi, cambiare, è l’unico potere che abbiamo perché il nostro mondo finisce dentro di noi, i limiti in cui viviamo sono esclusivamente nostri.

    Suona troppo spirituale? Detta in un altro modo: le scimmie sono salite sugli alberi, ma poi sono anche scese.

  38. maria rita scrive:

    Io sono maria rita. Ho 43 anni e mi sono potuta permettere adesso una laurea in beni culturali perche’ i miei non potevano mandarmi all’ universita’. Ho fatto la tata, l’operaia e la segretaria. Oggi faccio ripetizioni, scrivo articoli a 10euro il pezzo ma nulla di piu’ soddisfazione di guardare un dipinto o leggere un testo e capire qualcosa che prima non capivo. Io sono Silvia, mi sono laureata con M.Rita, ho 25 anni, ho perso il lavoro perche’ o lavori il giorno della discussione della tesi oppure vai a casa be’ … non ho avuto dubbi mi sono laureata. Oggi cerco un impiego pero’ collaboriamo insieme allo studio di alcuni affreschi sperando di pubblicare. Noi la chiamiamo: l’ unione fa la forza e non la disperazione !!!! Grazie

Trackback
Leggi commenti...
  1. [...] L’articolo incriminato è sostanzialmente uno squittio vagamente supponente di acida riprovazione nei confronti di chi accetta di lavorare gratis, o di fare lavori intellettuali a tariffe stracciate. È farcito di luoghi comuni, e piuttosto irritante*. [...]

  2. [...] försäljning, Ingenjörer och tekniker, administratörer och slutligen arkitekter.  Arkitekterna? Det är en lite underligt därför att Den Allmänna Opinionen säger att arkitekterna är ”humani… (Okej: jag vet det är en idiot idé). I Italien ingen behöver humanistiska yrkesmän så vi [...]



Aggiungi un commento