soli

Italia, amore: solitudini

«Italia, Amore» è una rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce tutti i mesi su «Rolling Stone».  Questi due articoli sono apparsi sull’ultimo numero della rivista, febbraio 2012.

MM >> Sono uno scrittore, essere solo è il mio lavoro. Ci sono attività in cui la solitudine è uno strumento attivo di lavoro. E la solitudine in realtà ha una varietà di sfumature, dalla più scura alla più esaltante. Ci vorrebbero decine di termini diversi per nominare tutte le solitudini possibili, proprio come in quella leggenda secondo cui gli Inuit avrebbero cinquanta parole per indicare la neve.
L’inglese distingue tra loneliness e solitude. La prima è una sensazione cattiva, sofferta, la seconda è più costruttiva – frutto di una scelta. Il teologo Paul Tillich scrisse che “loneliness esprime la pena di essere soli,solitude la gloria di essere soli.” Ma ovvio che il confine tra i due stati è vago, molto permeabile. È questa ambiguità a rendere interessanti le professioni solitarie, esposte più di altre alla verità emotiva del mondo, che è sempre duplice e scivolosa, epica, miserabile, profetica e al tempo stesso ridicola. Scrivere è sentirsi tutte queste cose insieme.
Come un problema di fisica quantistica, la solitudine è una faccenda multipla, legata al punto di osservazione.
Nel mondo insonne e illuminato dai bagliori di mille schermi, la gente oggi pare particolarmente terrorizzata all’idea di restare sola con se stessa. Per questo sfugge alle responsabilità e alle opportunità della propria solitude e si getta nel mercato delle connessioni, del brusio perenne, del flusso di dati. Beh, non si torna indietro dalla società della connessione. Ma è comico il modo in cui, così facendo, per sfuggire allasolitude si finisce spesso per gettarsi in pasto alla loneliness. Ed è comico il modo in cui, sempre di più, gli altri diventano nient’altro che un rimbombo del nostro pensiero, mentre leggiamo un messaggio sul telefono o un commento sulla schermata di Facebook.
La società della connessione crea forme effettive di comunione. Ad esempio quando la rete serve, come accade negli ultimi anni, a organizzare manifestazioni facendo convergere insieme sulle strade migliaia di cani sciolti. Molte altre volte, lo sappiamo, la rete non è che un laboratorio di desolazione. Una macchina della banalità, del commento automatico, dello spam furioso, del flusso isterico. Una macchina, appunto. Un giorno chatteremo e scambieremo commenti in rete senza sapere se lo stiamo facendo con una persona o con un software. E tutto sommato non ce ne importerà.
La solitudine di cercare su google qualcosa di introvabile. La solitudine dell’ennesima richiesta di amicizia da parte di qualcuno che non conosci, né mai conoscerai. La solitudine di fingersi amico di tutti. La solitudine di fingersi nemico di tutti. Alla fine chiudi le connessioni. Sei solo, ma in un modo più interessante. Non hai bisogno di far sapere a tutti cosa stai facendo: è un momento glorioso proprio perché appartiene soltanto a te. Apri il programma di scrittura. Sei uno scrittore, è davvero il tuo lavoro.

CR>> Nelle ultime settimane ho letto/riletto tre libri incredibili: Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, Gli anelli di Saturno di W. Sebald, L’onda del porto di Emanuele Trevi. Sono tre reportage che raccontano qualcosa che dovrebbe essere un viaggio tra i luoghi inconsueti (dieci giorni in crociera ai Caraibi, un pellegrinaggio nell’Inghilterra del Sud, un vagabondare nella Thailandia post-tsunami) e che si rivela invece un’erranza labirintica e inesausta nella propria testa. Gli scrittori sono così: persone sole che oscillano tra il desiderio di eremitaggio e la voglia di parlare a chiunque, di dissolversi nelle proprie stesse parole in una infinita conversazione con il lettore. Se Paul Celan considerava i poeti gli ultimi custodi delle solitudini, se Emily Dickinson poteva scrivere versi come Forse sarei più sola senza la mia solitudine, nella famosa intervista rilasciata a David Lipsky, Wallace raccontava più volte di come venisse angosciato dalla sensazione di essere da solo a pensare o provare certe cose e a non riuscirle a comunicare a nessuno. Frase che è, credo, una buona definizione della vocazione alla letteratura e, insieme, della depressione vista dalla parte di chi la vive.
È cambiato qualcosa oggi, all’epoca della comunicazione globale rispetto a questa percezione di solitudine che ha attraversato l’umanità, dai lirici greci al Qoelet agli scritti di Giovanni Della Croce sulla “notte oscura” a Beckett? Forse sì. Forse questa solitudine non è più una rivelazione, forse siamo tutti più consapevoli di una cosa: dell’abisso che esiste tra quello che in teoria possiamo comunicare a qualcun altro e quello che di fatto riusciamo a comunicare. Per questo magari, se vi andate a leggere il rapporto Osmed anche quest’anno, vedete come è aumentato anche quest’anno il consumo di psicofarmaci in Italia. Per questo, recentemente, di fronte a delle morti così consapevoli come il suicidio assistito di Lucio Magri o quella raccontata per filo e per segno da Christopher Hitchens si è scritto così tanto: ci si può confrontare con la solitudine che ci porta la morte e riuscire a non impazzire? E per questo le persone che passano dieci ore al giorno su facebook o twitter, ci sembrano normali e mostruose al tempo stesso: gli riconosciamo un nostro stesso bisogno, ma gli vorremmo dire che stanno sbagliando strategia, dando onore a un simulacro di condivisione, non a un’autentica empatia.
Ma quale, poi, di fatto, è un’autentica empatia? Qual è quella volta che ci siamo sentiti veramente accomunati a qualcuno? Nella Morte di Vladimir Jankelevitch o nella Stella della redenzione di Franz Rosenzweig o anche nella Morte di Ivan Ilic di Leo Tolstoj si parla di come la vita umana abbia una specie di regolarità: crescendo si passa da osservare come turisti quello che ci sta intorno a sentire che questo ci riguarda, fino ad arrivare a ammettere che tutto questo ci tocca nel profondo. Se ripercorreremo come miliardi di persone questo cammino, vuol dire che in un certo senso ci saremmo salvati, interpretando ancora una volta la parte che ci è toccata: quella degli esseri umani, soli e incredibilmente pieni di desideri.

Commenti
4 Commenti a “Italia, amore: solitudini”
  1. SpeakerMuto scrive:

    “essere da solo a pensare o provare certe cose e a non riuscirle a comunicare a nessuno”

    Pensa un po’, io ho sempre creduto che lo scrittore fosse quello bravo a comunicare le emozioni. Piuttosto, DFW era un autore particolarmente pignolo con sé stesso, sempre spinto dall’ansia di non essere abbastanza chiaro.

  2. maria (v) scrive:

    Solitamente apprezzo molto gli articoli di Marco Mancassola, questa volta non tanto, invece. Trovare il solito trito pregiudizio sul mondo delle connessioni, da uno scrittore stimato, mi deprime.
    Non m’ interessa scrivere l’apologia del software e sarei la meno indicata, per altro, m’interessa invece mettere il dito nell’altra piaga: perché un mondo privo di uno strumento dovrebbe essere più esaltante? La mia solitudine è cominciata molto prima di avere un computer, me lo ricordo molto bene quando vivevo in una stanzetta senza quasi avere nessun altro contatto col mondo esterno, salvo casi sporadici che accoglievo secodno il grado di eccezione e diversità. Era il mondo in cui dell’11 settembre, in diretta, m’informava con una tortuosa e fortuita concatenazione di gesti e altri sistemi, la casalinga (su cui avevo dei pregiudizi perché sprecava il suo tempo con le telenovele) che avvisava qualcun altro di telefonarmi, o messaggiarmi nell’eventualità, remota, che io avessi dimenticato, almeno per una volta, il telefonino acceso o che nel caso che il segnale, una volta tanto, giungesse fino alla feritoia della porziuncola che avevo scelto come domicilio. Era il mondo in cui la mia solitudine era completamente ottusa: non concepiva altre solitudini all’infuori di sé, aveva un’idea molto distorta del resto del mondo. NOn che l’immagine del resto del mondo che mi proviene da internet sia stata un’illuminazione che rende tutto più chiaro, e però si tratta di un’informazione aggiuntiva che io non capisco proprio come si possa ripudiare e soprattutto “perché”.
    Parliamo, che ne so, di quell’ennesimo amico che ti chiede l’amiciza e non conoscerai mai: ok, d’accordo, ma forse uno su mille, dopo un anno di scambi e dibattiti quasi quotidiano, dopo che ti ha fatto ridere, incazzare, riflettere, che ne so, dopo un bel po’ di “quotidiano” che in altro modo, chissà, ed è comunque molto raro, chissà…forse forse E perché, invece, se uno ti abborda per strada, mentre passeggi, solitaria, immersa nelle tue solite tristezze e ti chiede “scusa ti posso conoscere?” cosa rispondi invece? “Sì perché questo non è internet e il mondo qui fuori è troppo bello e interessante come te?”
    No, lo dico sul serio, perché questa cosa mi è capitata e mi ha messa in crisi perché ho dovuto fare di nuovo i conti col mio lato aggressivo e desolato che non mi fa onore, di cui non vado molto fiera, che però esiste (sia su facebook che a piedi). E al ragazzo che mi tallonava ho risposto, seccata, con aria di sufficienza: “No, non puoi conoscermi, mi dispiace, perché questo tipo di approcci mi irrita oltre a trovarlo ridicolo” E lui, giustamente che mi fa notare:”Perché come dovrebbe fare qualcuno invece per conoscerti? Quale sarebbe il modo più giusto di provarci?” Domanda cruciale che mi ha zittita completamente perché nonostante tutte le mie obiezioni mentali (perché mi fa incazzare a morte oltre ad offendermi il fatto che tu mi abbia individuata in una folla anonima solo perché stamattina ho scelto minigonna e tacchi a spillo e questa cosa ti basta, presumi possa bastarti per avere intenzione di conoscermi e che io abbia o meno un cervello è talmente superfluo da non ostacolare minimamente il tuo proposito di “conoscermi” e poi perché potremmo star qui a parlare un anno intero e non conoscerci affatto e perché mi vivo accanto da 33 anni e io stessa dubito di conoscermi e allora come potresti farlo tu piccolo prepotente sbucato dal nulla e non capisco perché io dovrei invece essere interessata a conoscerti, a parte la mia disperazione, cosa dovrebbe colpirmi di te per muovermi nella tua direzione oltre a passivamente subirti…ecc ecc ecc ecc) un cumulo di nembi che non serviva a scavalcare la sua unica obiezione davvero valida nella sua nuda semplicità: “perché? Dimmelo tu: cosa dovrebbe fare qualcuno per conoscerti?”
    sono filata via, con la coda tra le gambe e tutta la mia presunzione, per la vergogna, di non riuscire a rispondere alla più elementare delle domande.

  3. Lucia scrive:

    Maria (v). Ho l’impressione che ciò che ti ricordi dell’11 settembre sia proprio quella signora che te ne ha parlato, e il modo (accidentato, ritardato, incasinato) in cui l’hai saputo. Ho l’impressione che ciò che ti ricordi dell’incontro con quel ragazzo sia la tua esitazione, la tua impuntatuta, il non avere una battuta di risposta bella precisa editata cristallina.
    “Cosa dovrebbe fare qualcuno per conoscerti?” Cosa deve fare qualcuno in rete per conoscerti? Frequentare i tuoi siti, imparare la tua lingua, avvicinarsi un po’ alla volta, direi… oppure colpirti, provocarti. Ma non è così anche dal vero?
    Sarebbe stato meglio se avessi saputo dell’11 settembre 1 minuto dopo che era successo? Se avessi visto subito le immagini, e avessi potuto commentarle subito, con qualche mente affilata e brillante che rubava tempo al lavoro d’ufficio per risponderti (come me ora)? E perché mai, cosa ti avrebbe dato di più?

    Mi pare, adesso, che la questione del bello o brutto della socializzazione virtuale ruoti intorno a due (piuttosto orribili) modi di dire: Mettere in sicurezza – Metterci la faccia.

    (Ma tu “scegli” minigonna e tacchi a spillo proprio per poter poi dire “presumi possa bastarti”? O ti racconti la storia che vuoi piacere a te stessa?)

    Chi incontri per strada (che cerchi di parlarti o meno) ha fretta, è distratto, è sudato, ha i brufoli, ha paura di te, ha paura di non essere all’altezza, ha paura di sbagliare: esattamente come te, e me, e tutta l’altra gente. E è così tutto insieme, non ha la possibilità di farsi conoscere un po’ per volta, e non dà a te questa possibilità. Ma ci mette la faccia.

    “Buona strada”, come dicono gli scout.
    (Non sono mai stata scout, e mi stanno pure abbastanza antipatici). Lucia.

    Letture consigliate: Bernard-Marie Koltès, “Nella solitudine dei campi di cotone” (un testo teatrale):

    “La sola vera crudeltà in quest’ora del crepuscolo in cui tutti e due ci troviamo, non è che un uomo ferisca l’altro, o lo mutili, o lo torturi, o gli strappi le membra e la testa, o anche lo faccia solo piangere; la crudeltà vera, e terribile, è quella dell’uomo o dell’animale che rende l’uomo o l’animale incompiuto, che l’interrompe come puntini di sospensione in mezzo a una frase, che gli volta le spalle dopo averlo guardato, che riduce l’uomo e l’animale a un errore dello sguardo, un errore del giudizio, un errore, come una lettera appena iniziata e brutalmente stracciata subito dopo aver scritto la data.”

    Qui dovrebbe esserci l’originale radiofonico, regia di Mario Martone, voci di Carlo Cecchi e Claudio Amendola:
    http://www.mediafire.com/?q75ukmcqbg3hz

  4. maria (v) scrive:

    Lucia, quello che volevo dire era che il mondo “reale” dell’11 settembre era quello in cui la tv aveva un ruolo non indifferente al punto che tutti hanno subito lo shock di una perdita d’orientamento: cosa sto guardando? dove mi trovo? dalla fiction e alla realtà più sconcertante con uno zapping? cosa significa? e gli strumenti d’interpretazione consueti, all’improvviso, non bastavano più.
    Adesso il baricentro si è ulteriormente spostato e definire il reale è diventato ancora più complicato e ha poco senso questa linea di demarcazione ideale tra la rete e il mondo là fuori, se il mondo là fuori non solo è popolato, in buona parte, dagli stessi utenti, ma si modifica di pari passo. Ma, al di là di queste osservazioni a proposito delle quali molti altri hanno scritto meglio di me, quello sui cui volevo soffermarmi era questa perplessità di fronte ad un ipotetico universo relazionale più autentico, più vivo, privo di automatismi, terribilmente più interessante, fuori dallo schermo.
    E’ un mondo in cui, se vogliamo escludere internet, indossavamo già altre protesi molto invasive: il telefono, ad esempio, io lo detesto profondamente come poche altre cose, ma il numero di telefono non è la prima richiesta automatica di un principio di relazione (autentica)? IO preferisco di gran lunga la mail, certo, perché le parole hanno un altro peso e internet allora mi ha regalato la possibilità di rifletterci di più e quello che viene generalmente considerato una presa di distanza che ci isola a me è sempre sembrato una messa a fuoco che ci avvicina, riprendendo qualcosa di antico: una salutare, vecchia abitudine che avevamo quasi perso, come quella epistolare, con l’immediatezza dei tempi che corrono, tanto per fare un esempio

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