Italia, amore

Gli ultimi interventi di Christian Raimo e Marco Mancassola nella rubrica Italia, amore, tutti i mesi su Rolling Stone.

CR >> Crono che divora i suoi figli, Medea che li uccide per vendicarsi del padre, il conte Ugolino, Pollicino, Hansel e Gretel… il nostro immaginario ha da sempre dato forma alle nostre peggiori paure infantili. I nostri genitori ci faranno a pezzi, ci regaleranno a un orco, ci abbandoneranno nel bosco. Chi sembra proteggerci in realtà ci farà violenza. La mia memoria di lettore è piena di scena del genere. Come quella all’inizio del più bel racconto degli ultimi vent’anni, Piccoli animali senza espressione di David Foster Wallace: due bambini vengono fatti scendere dalla macchina in mezzo a una strada deserta del Midwest, di fronte a loro c’è una mucca che li scruta, finché scende la notte.

Ma, a rifletterci un secondo, anche all’interno di questo scenario terribile di paure ancestrali, vive un elemento di solidità: l’adulto è ancora sempre per il bambino la Legge. Quello forte. Un dio che divora i figli come Crono appunto ma sempre un dio. Una legge che può diventare anche incomprensibile come un ordine, o minacciosa come una violenza improvvisa, ma che ha il suo fondamento in una gerarchia che mai sapremmo mettere in discussione. Del resto, non ci piace essere anche essere coccolati dai nostri genitori proprio perché sappiamo che invece potrebbero essere violenti, severi o indaffarati, e invece si dimostrano dolci e comprensivi?

Quest’ordine simbolico ci preserva, da piccoli, da un vuoto di senso. È probabilmente questo il motivo per cui non esistono bambini che si suicidano (secondo le statistiche mondiali, i primi suicidi si possono datare a undici, dodici anni). E per questo c’è la scena iniziale di un film di due anni fa, Daybreakers, un thriller fantapolitico del 2009 dei fratelli Spierig che ancora oggi mi riporta un senso di angoscia: una bambina vampiro che non trova più il sangue per nutrirsi, esce di casa e si lascia bruciare alla luce del sole. 

Ma. La storia dei due padri di Teramo e Perugia che si distraggono e lasciano i figli in una macchina parcheggiata sotto il sole ci devasta emotivamente per vari motivi. Da una parte mette in questione un tale ordine. Ci rivela che gli adulti sono più deboli di quello che pensavamo. Ansiosi, distratti, in crisi. Ma una crisi diversa da tutte quelle che abbiamo affrontato fin adesso. In un mondo, come quello in cui viviamo, dove le attenzioni per i bambini sono ipermoltiplicate, dove sappiamo benissimo quanta importanza hanno i nostri figli quasi sempre unici, capita un momento di distrazione, ed ecco, ci dimentichiamo nostro figlio sul retro della macchina, a cuocere sotto il sole.

E dall’altra però ci pone una domanda che non è psicosociale, ma di teodicea. Ed è: perché ci può capitare di compiere un male così terribile che mai la nostra volontà consentirebbe? Chissà. Se esiste, se è possibile un male così grande, alle volte viene da immaginare, allora dovrà esserci un Dio capace di consolarci anche di questo.

MM >> Come tante persone (ancora) senza figli, penso spesso al figlio o alla figlia o ai figli che avrò, che potrei avere. Verrà il figlio e avrà i tuoi occhi. Guardo i bambini dei miei amici, li guardo scavare nella terra in giardino o disegnare case su fogli volanti o giocare a pallone nel campetto lungo il fiume mentre noi, i padri e gli amici dei padri, sorseggiamo una birra tenendoli d’occhio. Una volta un amico mi disse, con un sorriso sereno, di aver compreso qualcosa della morte soltanto dopo aver avuto un figlio: una manina rugosa che ti stringe il dito e ti fa capire che non sei infinito, perché tu morirai e lui eredita il mondo. È una tua continuazione e insieme qualcuno di perfettamente altro. Per questo lo ami ed è una forma paradossale di amore, così paradossale da risultare assoluta.

C’è anche chi non vuole saperne, di bambini. Ci sono motivi per non avere figli tanti quanti ce ne sono per averne. Perché sei povero. Perché sei gay e la questione sembra troppo complicata, perché sei un mistico, perché secondo certi racconti alla notizia della nascita del figlio il Buddha disse, in modo significativo: “Ecco, è nato un vincolo”. Nel romanzo Libertà di Jonathan Franzen, una delle libertà cui allude il titolo è proprio quella di non riprodursi. Un personaggio, la deliziosa Lalitha, americana con famiglia originaria dell’India, si consacra all’attivismo contro la sovrappopolazione del pianeta e dichiara: “Sono il tipo di ragazza che non vuole bambini.”

A volte, mi chiedo perché sogno tanto la paternità. Quale sia il motivo intimo, in un presente come questo. Un tempo facevamo figli perché eravamo meravigliati dal mondo e volevamo che qualcun altro lo vedesse e si meravigliasse con noi, dopo di noi… Adesso, non sarà che facciamo figli perché siamo disgustati dal mondo e vogliamo che qualcun altro lo veda e condivida il nostro disgusto?

Poi, perso in queste ipotesi, finisco per dirmi che non importa. Chi se ne frega. Guardo i figli degli amici correre sull’erba col moccio al naso o sprofondare in un divano davanti a un videogame. Qualunque sia il motivo per cui sono nati, sono qui – reali quanto me, qualunque cosa significhi ormai essere reali. Respirano. Assorbono amore e contraddizioni. Assorbono il bollore di un mondo sempre più caldo e sempre più inquieto e restano a guardarci, sgranando gli occhi, come fatti di una strana materia infiammabile. Bambino bruciato si intitolava un superbo romanzo di Stig Dagerman, ormai difficile da trovare, basato sull’idea che ogni figlio è destinato a bruciare, metaforicamente, nel fuoco del mondo che nulla risparmia.

Ci sono anche bambini, nelle cronache, che bruciano fuor di metafora. I bimbi rom che bruciano vivi ciclicamente nelle baracche. I piccoli che vengono dimenticati in macchina dal padre e muoiono per un colpo di caldo. Tutti da piccoli abbiamo provato il terrore di essere dimenticati da qualche parte: da bambino al luna park non volevo salire sulle giostre, nel timore che nel frattempo mia madre andasse via. Vorrei promettere a mio figlio che nulla di questo potrà accadere. Non ti dimenticherò. E tu non brucerai, mai, anche se il pianeta intero si scalda, come una macchina sotto il sole, come una piccola stanza infuocata. Il clima che arde e i deserti che avanzano. Ma per te ci sarà sempre un rifugio fresco, vorrei essere in grado di promettere.

Sali pure su questa giostra. Qualunque cosa accada, resterò ad aspettarti.

Commenti
Un commento a “Italia, amore”
  1. magomant scrive:

    Isacco e Abramo. Ma al contrario. Un Isacco comandato da Dio che porta Abramo sul monte Moria. Esiste un’ambivalenza, una possibile contemporaneità di condizioni, si è padri e si è figli, e si è sempre la stessa persona, e sempre si cambia non siamo fatti a compartimenti stagni. Ci sono figli che si dimenticano i padri in ospizio e in qualche modo se li mangiano. C’è l’immagine lorchiana del padre-dio e del figlio in missione per salvare il mondo, in qualche modo distrutto dal dover essere. E c’è l’immagine rothiana della figlia terrorista che distrugge il mondo, con il padre in missione per capirci qualche cosa. C’è una generazione senza figli. Ci sono caterve di figli unici. CI sono le colpe dei figli mai divenuti padri. Tutte queste frasi, voglio dire, prese da sole non hanno senso. Non hanno senso alcuno e in parte sono vere tutte.

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