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Italia Evolution: narrazioni interdette

Pubblichiamo un estratto da Italia Evolution. Crescere con la cultura (Meltemi) di Christian Caliandro, ringraziando autore ed editore.

Le zone interdette che caratterizzano e costellano il posto in cui abitiamo viviamo lavoriamo non sono solo e semplicemente fisiche, ma anche psichiche: a essere interdette, proibite, negate sono intere narrazioni, racconti storici, versioni di come sono andate le cose davvero: di come siamo arrivati a questo punto.

E d’altra parte, il sequestro è il concetto-guida che ci accompagna regolarmente e che ci ossessiona segretamente da più di un trentennio: questo periodo inaugura se stesso con i due fantasmi rimossi che continuano a ritornare, Aldo Moro e Alfredo Rampi, le due figure della costrizione in spazi claustrofobici: una cella che è un interstizio e un pozzo profondo che è un cunicolo percettivo, le due capsule spaziotemporali in cui siamo rinchiusi ancora oggi, da cui stiamo tentando con fatica di uscire.[1] Il nostro – il luogo una volta conosciuto come “il Belpaese”, in cui il paesaggio aveva un ruolo così importante nella costruzione dell’identità individuale e collettiva, nel suo rapporto stretto con il contesto architettonico e urbanistico, al tempo stesso quinta teatrale su cui rappresentare l’io e proiezione dell’altro – è divenuto incredibilmente e indubbiamente un Paese “claustrofilico” (Giorgio Vasta[2]).

Siamo intrappolati all’interno di narrazioni che ci sono state consegnate, ma che non ci appartengono. Versioni che conosciamo bene come finzionali e soprattutto semplificanti, ma che non sappiamo ancora esattamente come disinnescare. Versioni imposte da generazioni precedenti, e presentate come le uniche esistenti, le uniche valide per interpretare il passato e soprattutto il presente (perché autocelebrative, autoassolutorie). Nessuna immaginazione narrativa dell’Italia è possibile all’interno di questa cornice: i racconti sono già tutti pronti, confezionati, ready-made. Il racconto del precariato; il racconto dell’Aquila; il racconto della crisi; il racconto delle migrazioni; il racconto della “fine della cultura”, della “fine dell’arte”, della “fine della letteratura”, della “fine della civiltà”.

Si fa molta fatica in genere a considerare il fatto che il tuo declino non è un torto che qualcun altro ti fa, non è un furto, né una maledizione divina, ma è proprio… il tuo declino. Del resto, il pensiero apocalittico de “l’Italia sta fallendo; è tutto finito” è in fondo la consolazione ultima. Definitiva.  È la più articolata – e al tempo stesso la più semplice – delle retoriche con cui ci avvolgiamo, nelle quali ci imbozzoliamo come in coperte sbrindellate e marcescenti. Perché permette di rimuovere il pensiero atroce e semplicissimo che tu sei finito, tu stai finendo, mentre il resto va avanti e andrà avanti, in forme che neanche riesci a immaginare. Che il nuovo inizio non ti riguarderà in alcun modo – come è perfettamente naturale che sia.

E invece, in questa maniera molto italiana ci si illude (soprattutto certi “giovani” si illudono, il che è davvero straordinario) che il vecchio sistema possa sopravvivere intatto, tale e quale, incapsulato all’interno del nuovo, dell’epoca successiva: ma che razza di cambiamento sarebbe? Un cambiamento, ancora una volta, molto italiano. In questo momento, è come se un linguaggio, un codice, un intero sistema di convenzioni elaborate in e da un’altra epoca (chiusa, conclusa per sempre) stesse cercando di raccontare un presente totalmente alieno, inedito, oscuro. Così facendo, se ne colgono ovviamente solo gli elementi terribili, spaventevoli, inquietanti, mai quelli interessanti.

Un unico punto di vista, per giunta incredibilmente piatto e noioso, non è in grado per definizione di generare nuove prospettive sulle situazioni che stiamo vivendo giorno per giorno, e che intessono a loro volta la nostra esperienza. Occorre imparare molto in fretta a fessurare costantemente questo presente e i racconti mainstream che lo dominano e lo imprigionano rendendolo inerte, paralitico.

Una delle cose in assoluto peggiori che ci è stata insegnata è che occorreva e occorre a tutti i costi evitare ogni forma di conflitto. Ma senza conflitto, senza scontro culturale – che è scontro di visioni, di punti di vista, di prospettive, di interpretazioni, di sistemi morali – non esiste nulla: esistiamo solo noi in questa distopia realizzata, in questo spazio mentale claustrofobico e asfissiante. Esistiamo noi con questa persistente sensazione di sospensione, di estraneità. Finora essa può essere stata interessante (perfino divertente a tratti): adesso va infranta, lesionata, sbriciolata.

Il sequestro, di nuovo, è la cifra e la figura-chiave di questo Paese. Le nostre vite professionali, affettive, cognitive sono sequestrate da narrazioni elaborate prima che noi nascessimo o durante la nostra infanzia, e che abbiamo cominciato a fruire come praticamente immutabili mentre facevamo il nostro ingresso nell’età adulta. Narrazioni storiche, sociali ed economiche edificate da un paio di generazioni a uso e consumo di tutte le altre – precedenti e successive.

Narrazioni per lungo tempo, e in larghissima parte anche oggi, indiscutibili, inattaccabili. Narrazioni che imprigionano, oltre a noi, anche i loro stessi autori e costruttori. La distopia realizzata che è divenuta progressivamente l’Italia dell’ultimo ventennio è un luogo che rinchiude e blocca non solo le vittime, ma anche gli stessi carcerieri. Ad aver bisogno di essere liberati non siamo solo noi e quelli più giovani di noi (gli “sfigati” o, seguendo la terminologia derisoria coniata di recente da Michele Serra: gli “sdraiati”[3]), ma anche e forse soprattutto loro, i responsabili, i privilegiati e in definitiva le vittime ultime di questa situazione insostenibile.

Un’incomunicabilità fondamentale divide le nostre generazioni e le loro: non c’è nessun linguaggio, codice, sistema morale in comune. Quelle precedenti sono talmente calate nel racconto autoconsolatorio e autocelebrativo che si sono create da rifiutare categoricamente di considerare la realtà esistente, quella prodotta socialmente e storicamente, da qualunque altro punto di vista.

[1] Cfr. in proposito G. Genna, Dies Irae, Rizzoli, Milano 2006 e C. Caliandro, Italia Revolution. Rinascere con la cultura, Bompiani, Milano 2013.

[2] Cfr. infra, Parte terza, nota 96.

[3] Cfr. M. Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013.

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea e studioso di Cultural Studies. Insegna “Media e narrative urbane” presso l’Università IULM di Milano. Nel 2006 ha vinto la prima edizione del Premio MAXXI-Darc per la critica d’arte italiana. Ha pubblicato La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83 (Mondadori Electa 2008) e Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011), scritto con Pier Luigi Sacco. Sempre con Pier Luigi Sacco, ha curato l’edizione italiana di: Simon Roodhouse, Cultura da vivere. I centri di produzione creativa che rendono le città più vivibili, più attive, più sicure (Silvana Editoriale 2010). Dal 2003 al 2011 ha collaborato con “Exibart”, dirigendo le rubriche Inteoria e Essai; dal 2011 collabora per “Artribune”, su cui dirige le rubriche Inpratica e Cinema. Collabora regolarmente con Il Corriere del Mezzogiorno, alfabeta2, minima&moralia, doppiozero.
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