mafalda

Italia media


Questo pezzo è uscito per il Manifesto

C’è una vecchia striscia di Quino nella quale – vado a memoria – Mafalda riflette sull’importanza del dito indice, a livello personale ma soprattutto politico. L’indice – come del resto il suo stesso nome chiarisce – indica, dunque orienta, si assume la responsabilità di proporre una direzione. L’indice è un dito fiducioso e pragmatico, un dito che crede nell’esistenza di un telos e nella sua raggiungibilità. Inoltre nei bambini piccoli l’indice è quella parte del corpo che precede di qualche tempo la parola, una specie di protolinguaggio non verbale finalizzato a discriminare e a individuare (sebbene in una forma ancora grossolana) qualcosa nello spazio circostante. L’indice, potremmo dire, fa le veci della lingua, ne anticipa la funzione.

Nell’ultima vignetta della striscia – sempre se non ricordo male – Mafalda concludeva amara che l’indice è anche il dito che preme i bottoni. Quelli fatali. Dunque è il dito che prende le decisioni (la striscia in questione è degli anni Sessanta e il fantasma di una stanza dei bottoni, collocata al di qua o al di là della cortina di ferro, aveva una sua concretezza).
Se diamo per buono il punto di vista di Quino, ma dalla sua Argentina ci spostiamo in Italia, l’ipotesi di una supremazia digitale dell’indice viene confermata anche dalla statuaria. Da quella classica fino a quella ottocentesca e novecentesca: un complesso di forme tridimensionali in cui un determinato canone informa di sé gli innumerevoli monumenti presenti in tante piazze nazionali: l’indice bronzeo o marmoreo sistematicamente sguainato, veicolo di coscienza e di intenzione, un confrontarsi razionale con lo spazio. O meglio con uno spazio che serve a dare concretezza fisica al tempo. Perché quando un eroe risorgimentale indica un punto lontano, la sua esortazione non è perimetrabile, non si contiene nello spazio ma lo trascende. A dover essere attraversato è il tempo, la storia, certi di una meta e di un senso.
E dunque prendendo spunto da Quino, dalla statuaria e dall’indice cerchiamo di comporre, nelle continue metamorfosi di questi decenni, una brevissima storia d’Italia tramite le dita, o meglio tramite le diverse morfologie assunte dalle mani tutte quelle volte in cui sfuggono alla misura rigidamente protocollare dell’ufficialità e si rivelano in una dimensione privata ed emotiva.
Lasciandoci subito alle spalle le dita unite e tese, solenni e marziali, di Benito Mussolini impegnato nel saluto romano (il braccio che scatta come un coltellino a molla, la mano che si fa antenna e sciaboletta – il futuro come una cosa da intercettare e lacerare), soffermiamoci su Giovanni Leone, sesto presidente della Repubblica italiana, che per ben due volte al rigore orgoglioso dell’indice accompagna l’estroflettersi del mignolino a comporre il gesto di scongiuro delle corna rivolte a terra. Il 7 settembre del 1973, a Napoli, durante l’epidemia di colera, e due anni dopo, il 18 ottobre 1975, a Pisa, di fronte alla contestazione studentesca, Leone esorcizza il pericolo facendo della mano amuleto.
Permettiamoci un salto di vent’anni e arriviamo al 1995, quando Striscia la notizia circoscrive ed enfatizza il gesto di Massimo D’Alema, allora segretario del Pds, che si riscalda le mani soffiandoci dentro. Un livello privato e irrilevante di esistenza del corpo, qualcosa di interstiziale, viene messo in rilievo (coerentemente con le consuete strategie pseudosituazioniste della trasmissione di Antonio Ricci) e offerto come immagine finalmente ed eccezionalmente umana di una corporeità politica che invece risulta perlopiù fredda e cerimoniale.
A gratificare oltremisura, in un’onda di piena, il bisogno italiano di informalità tarata verso il basso è Silvio Berlusconi (al quale fu proprio Leone, durante il suo mandato, a conferire il titolo di Cavaliere del Lavoro). L’uomo dello sdoganamento di ogni irritualità concepibile, l’incarnazione suprema del ritorno del rimosso (temutissimo, sì, ma altrettanto desiderato), colleziona molteplici occasioni, manuali e non solo, di liberazione di quel magma istintuale che ribolle dentro ogni corpo in teoria costretto al rispetto delle convenzioni formali. Per limitarsi a un emblema – e fare il paio, in assetto rovesciato, con gli scongiuri di Leone – ricordiamo soltanto quando il 28 febbraio 2002 l’attuale presidente del Consiglio ornò con la sua mano minotaura il capo di un collega convenuto in Spagna per il G7.
Eppure, avviandoci alla conclusione di questa microscopica rassegna, è molto probabile che a sintetizzare il presente italiano non sia più il dito indice – accompagnato dal mignolo o in solitaria – bensì il medio. Se ancora una volta dobbiamo a Berlusconi di avere svincolato il gesto (durante un comizio a Bolzano nel 2005) da quei contesti nei quali per tanto tempo, come in un’insopportabile cattività, era stato obbligato, colui il quale lo ha perfezionato scollegandolo da qualsiasi contingenza fino a renderlo pura atemporale manifestazione trascendente è stato Umberto Bossi. Il suo medio sempre più reiteratamente proteso – vivace come il pupazzetto che sbuca dalla scatola, indistruttibile come un misirizzi – è di fatto, adesso, il vero portavoce della Lega e del governo tout court: un dito che nell’occupare ormai il primo piano di ogni inquadratura televisiva scaglia la testa di Bossi sullo sfondo e sostituisce il suo discorso con una mimica brutale. Un portavoce muto, ammutolito. Perché quel dito è un punto esclamativo di carne apposto a conclusione di un ragionamento politico scomparso. L’essenziale gestualità bossiana, sintesi di una regressione dal linguistico al non linguistico (“regressione”, è chiaro, solo se si ritiene che collocare buona parte della propria prassi politica nel linguaggio sia un valore e non un limite), è un manifesto programmatico, la registrazione di un dato di fatto: con buona pace di Mafalda e della statuaria non c’è più nulla da indicare, nulla da decidere, non c’è direzione né progetto. C’è la polverizzazione di ogni obiettivo e il tentativo di neutralizzare in chiave farsesca il trauma del disorientamento. Privo di telos – in tutti i sensi “senza fine” – il politico non può fare altro che perpetuare se stesso. Nel medio sguainato di Bossi non c’è più dunque – nonostante l’apparenza di una lancia in resta proiettata contro un nemico – né provocazione né sfida. C’è, semmai, ripetizione compulsiva, ossessione nevrotica, azione sottratta a ogni consapevole intenzionalità e mortificata al rango di tic incontrollabile. C’è chi apre e chiude ostinatamente la porta di casa, chi verifica fino alla disperazione se la manopola del gas è girata da una parte o dall’altra, chi si lava ferocemente le mani fino a escoriarle, come se lavare e cancellare coincidessero; e c’è chi ostenta il proprio dito medio, aggressivo e inconsapevole. E c’è ancora chi – un intero paese – si osserva riflesso in un’unghia rosa, lucida, padana.
In un tempo post linguistico nel quale passando dall’indice al medio abbiamo probabilmente rinunciato al linguaggio come esperienza delle complessità, c’è ancora un ultimo rischio con il quale fare i conti: quello di trovarsi – contemplandosi in questo specchio della straripante mediocrità italiana – neppure tanto male.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
Un commento a “Italia media”
  1. pessima scrive:

    Ricorderei anche il dito medio di Cattelan, oggi come oggi, comunque lo si voglia leggere.
    http://www.ilgiornaledellarte.com/articoli//2010/10/104421.html

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