CALCIO: MILAN-LECCE

Italiano per svedesi

“L’Expressen”, uno dei più importanti giornali svedesi, mi ha chiesto di raccontare l’Italia della vigilia elettorale esaurendo l’argomento in meno di cinquemila battute. All’epoca di un mio precedente giro nei paesi scandinavi, ce ne vollero altrettante per spiegare la parola “condono”, sconosciuta a quei popoli. Dopo alcune riscritture, mi sono costretto a passare sotto le forche caudine di qualche didascalia.

Attendere l’uomo della Provvidenza è uno dei vizi nazionali che l’Italia si è trovata a gestire prima di diventare uno Stato unitario. Già Dante affida a un allegorico “veltro” (I Canto dell’Inferno) le speranze di risolvere una situazione ingovernabile. E Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi non trova di meglio che la mano divina per combattere ingiustizie di fronte a cui i protagonisti del romanzo sono impotenti.

Così, se Pio XI definì Mussolini “l’uomo della Provvidenza”, tempo dopo la tragedia si è riproposta in farsa. Veniamo dal lungo ventennio berlusconiano, una spettacolare serie di errori, inefficienze e derive corruttive (se la condotta sessuale dell’ex premier vi sembra scandalosa, dovreste conoscere la sua politica economica) che ci ha lasciati più poveri, frustrati, e a corto di autostima.

Per parlare un linguaggio caro al leader del PDL: affidereste la vostra squadra di calcio a un allenatore che continua a farla retrocedere? Noi italiani ci siamo riusciti varie volte. Il che è stato possibile perché Berlusconi ha fatto leva sull’attitudine dominante in chi crede a certi tipi di messia: l’infantilismo. Il Cavaliere ha assicurato che benessere e progresso fossero possibili senza pagare le tasse, lasciando intoccati privilegi e rendite di posizione, e questo solo un bambino può crederlo. Da qui a ritenere che uomini in odor di mafia  fossero eleggibili, che il debito pubblico vivesse nella virtualità, che nel rispetto delle istituzioni internazionali non contasse una politica interna che a volte è sembrata un soggetto di Hieronymus Bosch messo in mano ai fratelli Marx il passo è breve. Infatti l’Italia l’anno scorso ha rischiato il default.

L’uomo chiamato a salvare la situazione (ennesimo inviato della Provvidenza) è stato l’ex presidente della Bocconi, ex international advisor per Goldman Sachs nonché attuale Presidente del Consiglio Mario Monti. Neoliberista caro al Vaticano, Monti è un personaggio singolare per l’Italia. Riesce a conciliare il clericalismo con un severo spirito protestante che lo ha portato a evitare il default a colpi d’austerità. Non è un caso che per criticare Berlusconi, Monti ricorra a suggestioni nordiche (“sembra il pifferaio di Hamelin”), il che è però anche il suo limite. Se per aggiustare i conti una dieta luterana può essere efficace, per la crescita sarebbero necessari un entusiasmo e una forza trasformativa che gli italiani sono poco propensi a riconoscere in chi è troppo fedele al capitalismo finanziario per vedere orizzonti più ampi. Ad esempio immaginando un’Europa che sia dei popoli prima che delle banche.

Il favorito delle prossime elezioni, almeno nei sondaggi, è dunque il Partito Democratico. Il centrosinistra di Bersani ha il merito di aver usato le primarie per dare un volto al suo leader, ha aggirato un’odiosa legge elettorale consentendo alla base di scegliersi i candidati, dunque ha i numeri per proporsi come un vero partito popolare. Secondo gli ottimisti Bersani potrebbe farsi promotore di un’efficiente socialdemocrazia. Peccato che a volte la laicità del suo partito navighi a filo d’acquasantiera e che fino all’altro ieri la sua classe dirigente (in buona parte quella attuale) sia stata tra le più deboli e tristi della sinistra europea. Berlusconi non avrebbe vinto tante volte contro avversari di livello.

Lo spettro che attraversa la penisola è tuttavia quello dell’ingovernabilità. Se il PD vincesse di stretta misura, sarebbe necessaria un’alleanza con Monti. Ma Monti e Sel (gli alleati più a sinistra di Bersani) sono difficilmente compatibili. In tutto questo l’ex comico Beppe Grillo cavalca l’antipolitica giungendo a far sentire il proprio fiato sul collo del PDL e Berlusconi riduce lo svantaggio col PD a ogni nuova apparizione tv. Per l’ennesima volta il pifferaio di Arcore si traveste da salvatore della Patria. Paventa l’inesistente “pericolo comunista” (come se oggi in Francia gridassero al “pericolo Proudhon”), promette l’impossibile (l’abolizione della tassa sulla prima casa senza la quale avremmo fatto la fine della Grecia), blatera di rivoluzioni liberali (come credere un paladino del libero mercato chi nel proprio settore ha lottato per una posizione vicina al monopolio?)

Se questa è la situazione, un partito in grado di non fare troppi disastri sembra dunque il PD con Sel (si vota sempre il meno peggio). Comunque vada, il resto (che è molto più della metà) dovrebbe metterlo la società civile: con una compagine politica alle spalle di una qualche decenza, bisognerebbe agire oltre che sui conti sulle mentalità. Le due cose non sono slegate. Corruzione, populismo, familismo amorale, negazione del merito, scarsa giustizia sociale e pluralismo zoppo – vizi endemici che gli ultimi anni hanno rafforzato – sono ostacoli allo sviluppo che solo una cittadinanza attiva potrebbe ridimensionare. Trasformarsi in un popolo che, portato storicamente a credere all’uomo della Provvidenza, impari a credere in se stesso. Essere la terza economia dell’Eurozona (per quanto in difficoltà) serve a poco se non si prova a diventare anche una grande democrazia.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
2 Commenti a “Italiano per svedesi”
  1. Alessio scrive:

    L’IMU ha generato un introito per le casse dello Stato di circa 23 miliardi mentre il debito pubblico è salito oltre i 2000 miliardi (ed è di conseguenza salito il rapporto debito/PIL). L’introito IMU quindi è pari a circa l’1% del debito pubblico: sarebbe questo il mezzo con il quale Monti ci ha evitato la fine della Grecia?

  2. davide calzolari scrive:

    mah,che dire,sta cosa dell”uomo della Provvidenza” è così stra-citata che non credo sia manco così esatta

    il paese è “diviso”in tre parti,nord sud e centro,eh si,esiste anche un italia centrale che ha caratteristiche proprie,e che è l’italia vera e propria (si,quella dove stanno roma e firenze -non sempre gli stranieri riescono a capire questo,tutti presi dall'”issue” nord vs sud),ogni tanto sarebbe bene spiegarlo agli stranieri fighetti sennò molte cose non vengono comprese

    il resto dell articolo( a NOI ) non dice niente di nuovo,per l’estero chissà.

    ad ogni modo,vedo che in italia (“”Corruzione, populismo, familismo amorale, negazione del merito, scarsa giustizia sociale e pluralismo zoppo – vizi endemici che gli ultimi anni hanno rafforzato – sono ostacoli allo sviluppo che solo una cittadinanza attiva potrebbe ridimensionare.)i problemi son stai messi a fuoco….

    …..PECCATO CHE,CETI INTELLETTUALI INCLUSI ,SULLE RICETTE PER OVVIARE A TUTTO QUANTO SOPRA,NON SOLO NON C’è ACCORDO,MA, VEDI GRILLO,SI POTREBBE PURE ANDARE A PEGGIORARE LE COSE

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