italo-calvino (1)

Il Calvino in fuga

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Questo pezzo è uscito su Succede oggi.

di Paolo Bonari

Quella che è passata di mano in mano e che è stata letta, di solito negli anni che più contano, quelli in cui il nostro immaginario letterario è ancora vergine, è l’edizione del giugno di cinquant’anni fa, e pochi lo sanno, convinti di avere a che fare con il vero primo libro di Italo Calvino, quello che, nell’ottobre del 1947, fece la propria comparsa nei “Coralli” einaudiani, ma così non è: Il sentiero dei nidi di ragno è stato riscritto, e la versione che, in questo mezzo secolo, abbiamo conosciuto è quella “riveduta e corretta”: come e quanto? Bisognerebbe accostare i volumi, operare un raffronto testuale, ma è altrettanto utile spendere altrimenti quel tempo, impiegarlo a meditare sulla corposa prefazione che, scritta in quel 1964, non ha smesso di accompagnare la nuova edizione del libro: essa consente a Calvino di esprimere la voce più autentica, quella che abbiamo avuto modo di ascoltare poche, pochissime altre volte.

«Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l’aspro sapore, il ritmo…»: il tentativo è stato vittorioso, nonostante tutto: cioè, nonostante la superiorità, riconosciuta da Calvino stesso, di un’altra narrazione resistenziale, Una questione privata, di cui la sua prefazione finisce per comporre una delle prime e più appassionate lodi: Beppe Fenoglio riuscì a dare voce ai membri di un’intera generazione, quella dei nati nei primi anni Venti, i quali trascorsero il dopoguerra a desiderare di scrivere il romanzo delle esperienze che avevano vissuto, almeno finché quella pubblicazione (postuma) non ebbe testimoniato che qualcuno, nel silenzio, li aveva preceduti, che quel romanzo già esisteva, che si poteva passare ad altro, finalmente: la prefazione di Calvino segue di un anno e poco più la comparsa di Una questione privata e sancisce, nel suo piccolo, l’inizio di un’altra stagione.

«Io ero della Riviera di Ponente; dal paesaggio della mia città – San Remo – cancellavo polemicamente tutto il litorale turistico – lungomare con palmizi, casinò, alberghi, ville – quasi vergognandomene; cominciavo dai vicoli della Città vecchia, risalivo per i torrenti, scansavo i geometrici campi dei garofani, preferivo le “fasce” di vigna e d’oliveto coi vecchi muri a secco sconnessi, m’inoltravo per le mulattiere sopra i dossi gerbidi, fin su dove cominciano i boschi di pini, poi i castagni, e così ero passato dal mare – sempre visto dall’alto, una striscia tra due quinte di verde – alle valli tortuose delle Prealpi liguri»: proprio come quelli del Pin del Sentiero, i percorsi di Italo Calvino privilegiano i moti ascensionali e le sue orme sembrano rarefarsi; il suo essere un ponentino, il suo contrapporsi al levantino Montale, non saranno più identificazioni sufficienti (né necessarie), allorché si farà largo una tentazione, quella del nulla, o dell’immediato silenziamento: «Forse, in fondo, il primo libro è il solo che conta, forse bisognerebbe scrivere quello e basta, il grande strappo lo dài solo in quel momento, l’occasione di esprimerti si presenta solo una volta, il nodo che porti dentro o lo sciogli quella volta o mai più. Forse la poesia è possibile solo in un momento della vita che per i più coincide con l’estrema giovinezza. Passato quel momento, che tu ti sia espresso o no (e non lo saprai se non dopo cento, centocinquant’anni; i contemporanei non possono essere buoni giudici), di lì in poi i giochi son fatti, non tornerai che a fare il verso agli altri o a te stesso, non riuscirai più a dire una parola vera, insostituibile…»: e se fosse preferibile evitare del tutto di darlo? «Il grande strappo», cioè. Forse, «il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto», perché «finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita, il primo libro già ti definisce mentre tu in realtà sei ancora lontano dall’esser definito; e questa definizione poi dovrai portartela dietro per la vita, cercando di darne conferma o approfondimento o correzione o smentita, ma mai più riuscendo a prescinderne».

Riguardo alle varianti apportate al testo originario, Calvino si soffermerà nel corso di un’intervista con gli studenti di Pesaro, realizzata due anni prima di morire, proclamando tutta la distanza che gli sembrava dividere il se stesso del ‘64 da quello del ‘47: se non un odio, un’estrema disistima di sé sembra dominarlo, guidarne le mosse. «Ma come ho fatto a scrivere queste cose?»: questo l’interrogativo che lo tormentava, nel rileggere Il sentiero dei nidi di ragno; «Ho fatto delle correzioni perché avevo scritto delle cose che mi parevano troppo brutali o troppo esasperate», mosse, nella sua auto-analisi, da «una specie di nevrosi nella quale non mi riconoscevo più…». Se quella era definibile così, come chiamare il sentimento che la segue?, quello che fa di Calvino un falso escursionista – è una fuga, la sua, non una passeggiata – uno che, con insistenza, non smette d’inerpicarsi e di occultare le proprie tracce, per mezzo di una forsennata igienizzazione che riesca a liberare i suoi prodotti – I prodotti del proprio sé – da tutte le contaminazioni autobiografiche che ne inficierebbero la sublimazione e li riporterebbero a terra.

«Quando cominciai a scrivere storie in cui non entravo io, tutto prese a funzionare: il linguaggio, il ritmo, il taglio erano esatti, funzionali; più lo facevo oggettivo, anonimo, più il racconto mi dava soddisfazione»: ma non basta, bisogna andare oltre, giungere al punto dal quale è difficile fare ritorno: «Cominciai a capire che un racconto, quanto più era oggettivo e anonimo, tanto più era mio». Farsi sottili, impalpabili: sbaglierebbe chi reputasse Calvino uno spregiatore dei vissuti e della difforme punteggiatura del tessuto primario, quello dell’esistenza: riottosa a tutto, specialmente alla sua volgarizzazione letteraria, causa di tante perdite e di ben poche acquisizioni: l’excipit conclude ogni nostra incomprensione, inaugura il tempo in cui il Calvino triste e fallimentare (curatore di se stesso) conquista tutte le simpatie: «Un libro scritto non mi consolerà mai di ciò che ho distrutto scrivendolo».

Scrittura distruttiva, allora, e non creativa, come vorrebbe il contemporaneo: ma che cos’è che, scrivendo, si rischia di distruggere? L’esperienza, filosoficamente intesa e con tanto di articolo determinativo, o qualcosa di più modesto, singolare e personale, ma altrettanto prezioso: una fonte di sostentamento immaginativo che ci fa sentire meno soli: un’esperienza, quella di uno qualsiasi di noi, quella che, «custodita per gli anni della vita», a Calvino «sarebbe forse servita a scrivere l’ultimo libro». La letteratura, la storia della letteratura, sono anche la storia di una paura: che l’esperienza ci sfugga, trasferendola sulla carta, che non ci faccia più compagnia: sarebbe servita più parsimonia: avremmo dovuto lasciarla depositare, nel corso dei decenni o dei secoli, in pagine minerali, raggrumata in scisti, ed esserne paghi, osservarla accumularsi: un’esperienza che avrebbe potuto fecondare menti lontane, ma geologicamente raggiungibili, prefigurare testi definitivi, espansi e dinastici, regionali… Quanti usi per un’esperienza sola, e quanti libri possibili. «E non mi è bastata che a scrivere il primo».

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto.
Commenti
2 Commenti a “Il Calvino in fuga”
  1. Anna Russo scrive:

    La parola di Calvino ha sempre levità ed eleganza, qualunque argomento affronti. Si tratta di una rarefazione che mi colpisce perché non diventa mai vaghezza ma conserva lucidità e puntualità argomentativa.
    Ho trovato interessante questo articolo perché mi ha fatto riflettere su due situazioni problematiche, comuni non solo a uno scrittore ma a chiunque racconti qualcosa: la difficoltà di conciliare il vissuto e la sua narrazione; la necessità di modificare il racconto col passare degli anni perché – crescendo e cambiando- muta il modo di ripensare all’ esperienza originaria.
    Certo, il libro pubblicato è la morte di tutti gli altri possibili, tuttavia non so vedere in questo aspetto un dramma. Lo considero piuttosto, nella sua parzialità, il segno distintivo del suo valore. È la provvisorietà di un’impressione che ha trovato l’immortalità della pagina scritta. Proprio perché non mi identifico più in quella impressione e non la riconosco, essa guadagna in universalità e grandezza.

  2. adriano scrive:

    “ Mercoledì 16 febbraio 2005 – Ancora una volta mi capita fra le mani quel libro di Calvino che so avere una particolarità – una curiosità. Il libro è Il sentiero dei nidi di ragno – è l’edizione 1947, nei « Coralli » Einaudi -, la particolarità è che sulla copertina della copia che ho fra le mani l’illustrazione – un disegno policromo di Ennio Morlotti – è stata appiccicata a testa in giù. È una rarità bibliografica, ma, penso io, è soprattutto una coincidenza. Anzi, un progetto, un’astuzia, un disegno – del disegno. Che, capovolto com’è, mi costringe a guardarlo meglio – con più attenzione, con l’intenzione di capire che cosa raffigura – di come avrei fatto se fosse stato attaccato nella maniera giusta. Vedo: sono due figure, un uomo e una donna, una coppia, e, per sfondo, un pezzo di panorama urbano, due palazzi alti, anonimi, diciamo « sironiani », di periferia. La scena ha un taglio fotografico, dei due si vede solo la parte superiore, le facce, la metà del busto. Non ci sono sentieri, né boschi, né ragni. Però poi guardo meglio: alle spalle di lei c’è qualcosa – capisco: è la canna di un fucile. Ho capito: sono due partigiani – ecco perché erano vestiti di verde. Due partigiani, una coppia, discesa dalle montagne, arrivata in città. Ecco dove portava il sentiero. Dove si andava a finire. In città. Fra i palazzi. In periferia. In un disegno. Penso: il « mondo non scritto » la sa lunga, l’ha sempre saputa lunga, fin dall’inizio. Penso anche: più paratesto di così… (Furbo anche il ragno, con la sua tela, non so se mi spiego… ) “.

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