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Jackson Pollock

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Pubblichiamo un racconto di Stefano Sgambati tratto dall’antologia ESC. Quando tutto finisce (Hacca) curata da Rossano Astremo e Mauro Maraschi. Stefano Sgambati oggi alle 21 sarà al Caffè letterario del Salone del Libro di Torino per presentare Gli eroi imperfetti durante l’incontro Emergenti.

 

Nessuno procede dun centimetro. Centinaia di veicoli ammassati,
centinaia di teste diverse: lo stesso rintocco di tragedia.
È così che noi saremo al termine dei giorni,
lapocalisse non già consistendo in fuochi e montagne e onde immani
che rovinano sullumanità, bensì nellesatta collocazione di ciascuno di noi
nel punto di una fila, senza mai più speranza di avanzare o retrocedere,
col motore acceso e la frizione premuta.

Francesco Fagioli, Un certo senso

«Perché siamo qui?»

«Non ho un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata».

Gli occhi di lei sulla tempia destra di lui.

«Un’altra citazione?»
«Sì, un libro».
«Quale?»

Lui si voltò verso il finestrino: non voleva guardarla, non si ricordava nemmeno com’era fatta.

«Non l’hai letto».
«Contento tu».

Sorrise. Il buio dell’abitacolo gli divorò i contorni delle labbra e il bianco, quell’inutile bianco dei suoi denti curati.

«Comunque è pazzesco. Qui dentro si potrebbe camminare!»
«E fare tante altre cose, volendo…»

Provò a risucchiare dentro quelle parole scontate, di ruolo. La donna era tornata a sedergli accanto, il vestito le era risalito oltre ogni soglia del lecito. Lei dovette avvertire il suo sguardo, perché strofinò le cosce tra loro, producendo un rumore tenue, di cosa morbida che rivendicava la propria consistenza. Chissà quante altre volte l’aveva già fatto. Ingranaggi di un automatismo industriale.

Smise di osservare quella carne di femmina. Il mondo esterno non gli appariva nitido, perché sul vetro c’erano i riverberi del mobile bar – etichette di bottiglie costose, distillati pregiati e champagne selezionati – ma quelle dovevano essere le Terme di Caracalla. Il naso gli formicolava e quando si passò sulle narici il dorso della mano la donna lo imitò, come uno sbadiglio che ne tira fuori un altro.

«Sei bionda?»
Lei si toccò i capelli.
«Cosa?»
«Sei bionda?»
«Mi chiamo Teresa».

La guardò interrogativo, ma invece di barattare il suo nome le strizzò un ginocchio con forza. Venti minuti più tardi bussò tre volte, con decisione, sul divisorio scorrevole, ansimando.

«Perché cazzo ci siamo fermati?»
«È tutto bloccato, signore».

***

Osservi Lungotevere Aventino dall’alto: di notte l’Isola Tiberina ha la forma di un grosso fegato adagiato sul letto di un fiume un tempo biondo, oggi marrone. Su Ponte Garibaldi scorgi piccole sagome, ne distingui almeno tre, uomini in costume da bagno che a turno prendono fiato e si lanciano con un grido, sprofondano in quella melma e poi tornano su e chi è rimasto a guardare emette strilli di giubilo e quand’è il suo turno si lancia nel vuoto e urla anche lui, fino a che non incontra l’acqua, o quel che è, e infine riemerge, con uno sbuffo, dice “vittoria” coi pugni, e via così.

Una lunga striscia di traffico nasconde l’asfalto e la segnaletica, imbruttisce le chiome degli alberi e impuzza l’aria. Alcune macchine danno l’idea di essere state abbandonate lì, di traverso sulla carreggiata, come spine di pesce incastrate in gola. Ma forse è l’impressione, forse hai gli occhi stanchi. Hai passato tutto il giorno al computer a rileggere le tue cose, a spulciare i vecchi file, perfino a buttare giù due righe nuove, cosa che si merita un brindisi con questa bottiglia, e che bottiglia: un Glenlivet Cellar Collection del 1964. La conservavi da una decina d’anni, una bottiglia di Glenlivet Cellar Collection del 1964, solo ottocento esemplari al mondo: a che cazzo pensavi che ti dovesse servire? Ma adesso sei contento di brindare a whisky (a Whisky) alla tua ultima notte: tutti in giro come i matti e tu a casa, da solo, con il tuo Glenlivet Cellar Collection del 1964.

Chi sei tu? Uno scrittore? No, non lo sei mai stato, non lo sarai mai, anche perché non ne avresti il tempo: sei un costruttore di bestseller, questo sì, bestseller con la data di scadenza, soprattutto l’ultimo, che nemmeno è uscito e già ne volevano fare un film: sarebbe stato il quinto estratto dalla tua bibliografia del cazzo.

Ti sembra di aver perso gli anni migliori della tua vita? Guardati intorno, non è così: hai presente dove vivi? Tutte quelle stronzate per ragazzini repressi non avranno migliorato la letteratura, ma guarda che casa, cazzo, guarda che casa. Brinda a te, brinda alle scelte che hai fatto: sei solo, hai scelto di essere solo e oggi ti godi i frutti. Nessuna lacrima, nessuno da salutare, nemmeno un’ultima puttana triste con cui spartire il silenzio. Sei l’uomo più fortunato della terra.

Puoi passeggiare per le stanze, frugare nei cassetti e negli armadi: calzini, pantaloni, completi di alta sartoria, certo, ma nessun ricordo, nessuna trappola, niente da stringere forte nei pugni. C’è il tuo computer acceso, ecco, è vero: anche tu hai un piccolo fantasma nell’armadio, ma in fondo sei umano, sei fatto di carne, altrimenti non dovresti morire: qualche vizio di forma ti è concesso. Il tuo nuovo romanzo, mai cominciato ma tutto in testa: che bravo, proprio oggi hai deciso di buttarlo giù e quanto hai scritto finora? Due righe. Hai in mente una storia discreta, forse un po’ ombelicale, derivativa, con una pretesa di originalità che fa a cazzotti con il tema che vuoi affrontare, la morte. Parlare di morte è un cazzo e tutt’uno, perché per quanta fantasia puoi vantare, la morte è qualcosa che non conosci. Perciò hai aspettato l’ultimo istante, o almeno così ti ripeti: hai aspettato di essere il più vicino possibile a qualcosa di cui tutti gli scrittori hanno scritto ma che nessuno ha mai raccontato davvero. Hai atteso di essere immerso in un liquido fino al collo prima di dire agli altri (quali altri?) l’effetto che fa. Forse è una scusa, ma almeno è una buona scusa, bravo: come scrittore è un esercizio interessante. Se non fosse che anziché scrivere ti stai ubriacando in terrazzo: questo come lo spieghi? Forse non c’è niente di così originale da dire a proposito della morte? Forse sta in questo il tuo romanzo più ambizioso? In questo non-dire? Be’, almeno è avanguardia. Forse.

È vero: non sei mai stato molto bravo neanche con la vita, ecco perché oggi sei un privilegiato. Tutta Roma ti invidia questo terrazzo e tu non ci hai mai organizzato nemmeno una grigliata. Le piante sono scheletri. E il tavolino arrugginito? Vogliamo parlarne? Te lo eri fatto portare da Cuba, nemmeno il salnitro dei Caraibi era riuscito a ridurlo come ha fatto la tua incuria: trenta o quarant’anni a Plaza de la Catedral senza un graffio e guardalo ora. Quanto avevi pagato per il trasporto? Ma tanto adesso non ha più importanza.

Sei un privilegiato e questo momento sta qui a dimostrarlo. La tua serenità, questa assoluta mancanza di condivisione: la solitudine. Non c’è nessuno meglio di te.

Il tuo problema adesso è uno soltanto, sempre lo stesso: davanti agli occhi lo spettacolo del Tevere, l’Isola Tiberina, Via dei Genovesi, Via della Renella, potresti soffermarti sulla bellezza del mosaico della Basilica di Santa Maria in Trastevere, e invece non riesci a staccare gli occhi dal solito traffico.

La gente. Le persone.

L’hai sempre pensato e oggi finalmente ti dai ragione: per un verso, almeno, domani sarà migliore.

***

Cascasse il mondo, io l’ultimo giorno della mia vita non lo voglio passare chiuso dentro a una Golf scassata. Il contentino del “mal comune mezzo gaudio” non mi basta: sono troppo scomodi questi sedili sformati dal culo di mio padre. Va bene, ci siamo scampati malattie e dolori, solitudini e rimpianti, perché una morte del genere prende tutti insieme e in un colpo solo, ma non mi piace lo stesso. Anzi, non mi piace proprio per questo: io non sono “tutti gli altri”.

Dove sarebbe la consolazione?

Davvero non si può fare meglio di così, soprattutto arrivati alla fine?

Ecco perché ho deciso di dare l’esempio, ecco perché da cinque minuti sto camminando. Sono uscito dall’auto, l’ho abbandonata, non senza un piacere liberatorio, ho lasciato la portiera aperta, e adesso sto camminando.

A me piace lasciare indietro la gente.

Lungotevere, Isola Tiberina, direzione Flaminio: non mi dispiacerebbe un panino, magari primosale, crema di olive e speck, il mio preferito. Nello zaino ho tutto il necessario tranne un panino come dico io. I panini come dico io li fanno a Piazza del Risorgimento: quante cose andranno perdute, se uno si mette a pensare. Pazienza: non si può ottenere tutto da questo brandello di vita che resta.

Comunque nello zaino ho tutto il necessario.

D’altra parte se non si cammina verso una destinazione, che si cammina a fare?

***

«E tu perché sei qui?»

La sagra delle domande inutili.

Sperò che Teresa sparisse, che non rispondesse, che non fosse mai nata, cercò di ricordarsi dove si fossero incontrati e perché fosse venuta via con lui, ma tutto quello che gli tornava in mente era il ristorante in zona Prati da cui era scappato, lasciando una tavolata immensa a guardarlo da dietro bottiglie magnum di Moët & Chandon. Come si chiamava il ristorante? Come si chiamava la via? Dove erano tutti adesso? Perché non riusciva a ricordarsi nemmeno un discorso? Teresa al suo fianco era una questione vaga, sfumata: odiava ritrovarsi a guardarle le gambe ogni volta che si voltava verso di lei, rimanere ancorato alle pretese medie dell’uomo. Avrebbe preferito restare da solo.

Teresa si toccò i capelli, perdendo interesse per le colonne di auto che si stavano accumulando sul Lungotevere. Si avvitò una ciocca intorno all’indice e tornò a guardarlo prima di rispondere.

Ora sorriderà con un solo lato della bocca, pensò lui un secondo prima che lei sorridesse con un solo lato della bocca.

«Sono stata l’unica a seguirti, quando sei fuggito da lì».
«Dove eravamo?»
«Cosa?»
«Dove eravamo? In che ristorante?»
«Ai Cavalieri dell’Hilton. Cos’hai, un’amnesia?»

Insisteva a essere seduttiva, ma non c’era bisogno di quell’esercizio retorico fatto di ghirigori sensuali, di tutti quei gesti barocchi di corteggiamento: il sesso c’era già stato.

La odiò.

«Allora, me lo dici come ti chiami?»

Fece segno di no con la testa, stringendosi le narici con pollice e indice. Voleva tenere per sé quell’ultima informazione: già si era pentito di esserle entrato dentro, di aver ceduto a quella coreografia di rito, già avrebbe voluto rimangiarsi quell’idiota ostentazione di sé che aveva messo in scena da quando le aveva aperto lo sportello, da quando l’aveva invitata a entrare – ora si ricordava – sottraendo la più bella del gruppo al resto della tavolata, mosso non tanto dal desiderio, quanto dal pensiero che proprio lei fosse la più desiderata: ciò che si era scopato, in quel loft su ruote, era l’ammirazione che gli altri dovevano aver provato, mentre affrontavano il lento lavorìo della masticazione, infierendo su aragoste e caviale, molluschi e tonno rosso, sushi e scampi cotti sottozero, tartare di ricciola, piramidi di olive taggiasche, prodotti di una qualità suprema per cui avevano pagato cifre irragionevoli e già un anno prima, perché se neppure Heinz Beck poteva scampare alla morte, anche lui aveva voluto godersi il presente che gli rimaneva.

Gli faceva male la testa. Si sentiva trascinato in una trama e non riusciva a svincolarsi.

«Quanto costa affittare una di queste?»
Stava sfiorando con le dita gli interni in pelle Frau.
«Non l’ho noleggiata. È mia».
«In che senso?»
«È mia».

***

Non sento clacson, non sento proteste: tutte le destinazioni hanno perso importanza e se qualcuno rimane in giro non è per andare o per tornare, ma solo per esserci. Un affollamento da concerto rock, un rito di partecipazione, l’adesione a un culto. Non sento clacson, ma gli sguardi degli altri sì, e sono tutti addosso a me, le teste negli abitacoli girate verso di me, mentre passo come un Cristo senza croce, perché la mia è già stata piantata; gli occhi puntati su di me, piccoli e bianchi come perle, negli specchietti retrovisori: mi osservano avvicinarmi senza saper dire perché.

Quanto amo essere una novità.

Quanto amo non essere loro.

Mi fermo per togliermi scarpe e calzini. La terra è ghiacciata come la pelle quando incontra la paura. Non sembra la fine di una festa, sembra l’inizio: sono tutti in ghingheri. Camicie, completi, gilet: tante minigonne, calze e tacchi altissimi. È un bel vedere, almeno questo. Ho addirittura superato una limousine.

È vero, sono abituato ad avere un pubblico, ma a tanto non ero ancora arrivato: non solo gli sguardi, adesso mi sto lasciando dietro anche uno stuolo di portiere che si aprono e che non si richiudono. È un rumore che fa paura, una sequenza di scatti che sa di responsabilità. Assomiglia all’applauso di un pubblico di plastica, come ogni pubblico.

Mi impongo di non pensare a quante persone mi stanno seguendo e proseguo: le piante dei piedi, nere, mi dicono che ho fatto già molta strada. L’orizzonte ha assunto contorni più chiari, vedo la sagoma di un ponte, quello laggiù è un semaforo. Forse ci siamo, forse non manca molto. Ogni volta che mi fermo per dare una scrollata allo zaino tutti si fermano con me, non mi volto a verificare, ma so che è così, me lo dice il silenzio.

Mi imitano perché io sono l’Artista e perché sarò il primo.

***

«Aspetta…»

Trattenne con rabbia un’eiaculazione che poteva anche essere l’ultima ma che non voleva sprecare con lei. Teresa aveva gli occhi chiusi e mostrava le palpebre dipinte di nero: per l’occasione si era truccata con cura, chissà quante ore c’aveva perso, ma d’altronde l’aveva fatto chiunque, tutti al loro meglio: non indossava forse, anche lui, un completo Hugo Boss e il suo miglior paio di Mont Blanc?

Si ritrasse, mettendole una mano sulla testa, sperando che non fosse tardi: il cazzo le scappò dalla bocca con uno schiocco ridicolo. Gli ci vollero alcuni secondi di contrazione addominale per trattenere l’orgasmo, ma alla fine ci riuscì. Teresa provò un paio di volte a riabboccare ma lui glielo impedì:

«Aspetta, ti prego…»

La guardò passarsi il dorso della mano sulle labbra, un gesto così cheap, così ancorato all’estetica porno che di nuovo gli venne voglia di uscire dalla macchina, di scappare via, di non farsi mai più trovare, tanto sarebbe stata una latitanza breve. Invece la guardò negli occhi, stavolta dischiusi:

«Mi chiamo Guido».
«Non hai l’aria di uno che si chiama Guido».
«Magari non mi chiamo così».
«Perché la stai facendo tanto lunga con questo fatto del nome?»
«Chiedimi invece perché sono così ricco».
«Dovrei?»
«Di sicuro vorresti. Ma prima rifletti: ti rendi conto che non lo potrai raccontare a nessuno?»

Teresa si allungò la gonna, che corta com’era non si allungò granché: lui fu contento di sentirla a disagio. Il suo cazzo si era rannicchiato nei pantaloni, ma in compenso l’eccitazione stava montando altrove. Continuò:

«Dimmi la verità, ti prego, almeno tu, almeno oggi. Ci avevi pensato?»
«A che cosa?»
«Al fatto che nessuno saprà di questa tua notte brava col miliardario famoso. Né i tuoi amici né soprattutto i tuoi nemici. Cosa te ne farai di questa esperienza? Perché è per questo che sei venuta, no? Non parli? Almeno guardami, cazzo! Ti sembro ancora così appetibile? Hai ancora voglia di scoparmi?»

Teresa incrociò le braccia e accavallò le gambe, ma per la prima volta da quando erano in quell’auto a lui non sembrò di scorgerci alcunché di provocatorio, di artefatto.

«Vuoi sapere che lavoro faccio? Vuoi sapere perché sono tanto ricco? Vuoi capire perché hai scelto me anziché qualsiasi altro?»
«Non me ne frega niente».
«Certo che non te ne frega niente! Non te ne frega niente perché non avrai nessuno a cui dirlo».
«Stai delirando…»
«Sono stato ospite a “Le Invasioni Barbariche”, l’anno scorso. Mi hai visto?»

Fece segno di no con la testa, ma troppo presto, anticipando il gesto con un rumore di deglutizione.

«Peccato. Mi hanno fatto un trucco e parrucco pazzeschi e avevo un completo Ermenegildo Zegna che mi hanno fatto i complimenti perfino i costumisti. Dice che gli ospiti li devono sempre rivestire da capo a piedi e che invece io andavo benissimo così».

Seguì un silenzio rotto a stento dai lievi rumori dei corpi.

«Teresa?»

Teresa lo guardò con occhi secchi e fermi. Avevano scopato, si erano interrotti, poi lei gli aveva fatto un pompino, lui aveva interrotto pure quello, sedevano in quella macchina da almeno quattro ore e si erano fatti un grammo a testa, eppure lei sembrava appena uscita da un’ora di massaggio thai. Perfetta, decorosa: un totem.

«Anche Daria Bignardi ce l’ha rasata, sai?»
«Smettila, cazzo…»
«Te lo giuro. Flirtava con me già durante l’intervista. Vatti a vedere il filmato su Youtube, è palese. Ah, già… Be’, dovrai fidarti. Abbiamo scopato nel suo camerino. Mi ha fatto venire a chiamare da un collaboratore, magari era l’addetto alle sue fregole: mi ha accompagnato fino alla porta ed è andato via. Ho bussato, mi sembrava tutto talmente ovvio. La Bignardi ha dei piedi meravigliosi, glieli ho leccati tutti, mentre lei si masturbava seduta sulla scrivania. Urlava, nemmeno si preoccupava di farsi sentire. Quando siamo usciti da lì l’autista incaricato dalla Rete se n’era andato, perciò mi ha pagato il taxi. Lei. Capito? Si è fatta scopare in camerino e poi mi ha pagato il taxi. È stato bellissimo, ma ammetto che non sarebbe stato tanto bello se non avessi potuto raccontarlo in giro. Ormai lo sanno tutti, penso anche suo marito. Vedi, lo sto raccontando pure a te e anche se fai finta di niente so che stai impazzendo dalla voglia di sapere altro, di sapere chi sono, di sapere perché ero lì ospite in trasmissione. Teresa, dimmi la verità. Perché non dici la verità? È la tua ultima occasione per essere veramente chi sei, qualunque cosa tu sia».
«Non me ne frega un cazzo di sapere chi sei».
Lui rise. Batté le mani.
«Né di sapere chi sei tu, a quanto pare».
«Non me ne frega un cazzo di niente».
«Perché sei qui?»
«Perché sei un figo, perché ti sei alzato da quel tavolo che tutto il ristorante ti guardava. Perché c’era una limousine che ti aspettava e perché mi hai fissato tutta la sera».
«Not too bad…»

Entrambi si voltarono verso la fila di finestrini alle loro spalle. Un uomo aveva appoggiato la mano sul tetto della limo: lo osservarono compiere dei piccoli gesti familiari.

«Che cosa sta…?»
«Si sta togliendo le scarpe».

***

“L’ultimo giorno” ha titolato «la Repubblica»: non lo leggerai, ma lo compri comunque, sorridendo insieme all’edicolante dello scarso senso che quelle due monete hanno prodotto passando da una mano all’altra. La consuetudine dei gesti, le abitudini, creature che non si possono uccidere, figuriamoci dimenticare, arginare.

A domani dotto.

“L’ultimo giorno”, e un ultimo numero di oltre centocinquanta pagine, con una tiratura di trenta milioni di copie pro bono; la più approfondita serie di gallery fotografiche mai organizzata, tutte riportate anche online. Peccato che oggi Internet sia fuori servizio, troppa densità di traffico a quanto pare, soprattutto di mail, la gente si manda le mail quando sta per crepare; Facebook è saltato alle tre di pomeriggio e da ore c’è una pagina bianca con un logo che si scusa per il disservizio: davvero un tecnico dall’altra parte del mondo si prenderà la briga di fare qualcosa?

Tutte le meraviglie dell’umanità, i capolavori, tutto quello che è stato fatto nel mondo, e che è rimasto e che non rimarrà, una gallery infinita, quasi mille foto sul cartaceo e oltre undicimila online – specie di animali, grandi attori, morti e morituri, canzoni, frasi storiche, monumenti, citazioni, il fondo di Scalfari sul paradosso della morte globale senza funerale, senza sepoltura o ricordo: la morte della morte.

Una volta un tuo fan su Facebook aveva commentato una foto notando che non esisteva uno scatto che ti ritraesse in compagnia. Gli avevi risposto che c’era un album intero di foto tue coi fan, ma il tipo aveva replicato che non era quello che intendeva dire, al che gli avevi messo un “mi piace” senza aggiungere altro.

L’amore è una truffa e se non lo sai tu che ci hai fatto i milioni. Non invidi chi in questo momento sta facendo l’amore, baciando o abbracciando qualcuno, né chi semplicemente sta parlando: già l’idea che non potrai mai più bere un whisky del genere ti rende la dipartita fastidiosissima, figuriamoci il resto.

Tu sì che sei un uomo fortunato: vatti a staccare dallo sguardo di qualcuno che ami per l’ultima volta, vallo a fare, se hai il coraggio! Alla maggior parte di quelli lì fuori non riesce di farlo alla stazione: tentennano perfino salutandosi al telefono e si dicono “chiudi tu”, “no prima tu”, figuriamoci adesso, quando non c’è mai stata una creatura mitologica tanto paurosa, in giro, un ibrido metà “per sempre” e metà “mai”, che si nutre del tempo residuo.

Sei il più fortunato degli uomini.

Goditi la presenza esclusiva del tuo sguardo che glassa questo terrazzo meraviglioso: se domani non fosse il giorno che è, potresti schioccare le dita e ritrovarti tutte le stanze piene di gente. Sai che è così e proprio perché così è hai scelto la solitudine.

Il gorgoglio del liquido ambrato nella gola: oltre la ringhiera Roma, il Tevere. Ti ricordi quando sono venuti quelli di “Architectural Digest”? Gli americani in persona in casa tua a fare le foto: c’era anche l’interprete. Hai appeso la rivista alla parete, sta ancora lì: in bella vista le cose belle diventano più belle. Ma per la vista di chi? Godere di qualcosa per il solo fatto che è tua: non hai mai sentito il bisogno di condividere niente. A differenza di tanti tuoi colleghi non ti è mai servita la claque per goderti i successi.

Forse perché avevi previsto tutto?

Te lo potevi giocare alla Snai, allora; oppure infilarlo in un libro, tanto per variare un po’ il refrain.

E invece.

La verità è che in questo preciso istante non senti alcun bisogno, meno che mai. Stai per tornare di là a scrivere il tuo romanzo di morte, ma una delle tue chaise longue di Le Corbusier ti distrae: hai dimenticato il motivo per cui le hai comprate. Non ricordi se sono comode e quanto. Non ricordi nulla, a parte il fatto che non sono mai state occupate tutte e due contemporaneamente.

Ti sei goduto tutti i guadagni, ma hai sempre odiato questo tuo galleggiare tra ricchezza e impotenza, perciò per molti anni hai speso a caso: in cucina hai un set di coltelli da ottomila euro, ma a che serve essere il più ricco di tutti i tuoi coetanei se non potrai comunque permetterti un Jackson Pollock originale?

Tiri un sospiro profondo perché questo sì che è un argomento tabù.

Crepare osservando un autentico No. 5.

Altro che amore.

***

Sono Rocky che corre per allenarsi e tutti gli vanno dietro e gli urlano dài campione, forza Rocky, spaccagli il culo ad Apollo. Solo che qui nessuno dice niente, tutto avviene a livello inconscio, nessuno osa superarmi, se mi fermo si fermano, vedo i nostri riflessi nella teca dell’Ara Pacis mi ricordo che qui sono stato felice, qui all’Ara Pacis, qui ho avuto modo di sentirmi arrivato, almeno per un momento, e poi capisco che una scena così non si vedeva dai tempi di Cesare e che tutti mi stanno seguendo solo perché sono stato il primo e solo perché si illudono che io ne sappia più di loro, che sappia dove portarli: insomma, mi seguono per egoismo, mica per altro. Il problema è che non sono Rocky, non sono niente, ma come glielo dico? Come faccio a girarmi e a disperderli? Soprattutto, lo voglio? Toglierei il sapore di una speranza a mille e il gusto del controllo assoluto a uno soltanto, cioè il sottoscritto? Non ho gli strumenti per fare così male a nessuno, né il coraggio per farlo a me. Già mi sembra troppo sentire i loro suoni corporei, avvertirne l’odore, sapere che siamo tutti ancora pesantemente vivi, fare due conti e ricordare a me stesso che durante un dicembre di tre anni fa io qui sono stato felice. Qui all’Ara Pacis.

Dove mi sono sentito arrivato e dove adesso sono arrivato di nuovo.

Anche allora avevo paura, anche allora ero guardato da tutti, ma in quel caso gli sguardi si erano presto spostati da me ai miei dipinti, e perciò era stato più facile. Oggi è diverso. L’autore di un’opera, per quanto grosso possa essere il suo ego, è sempre subordinato all’opera stessa e io non faccio eccezione: forse se tirassi fuori un mio quadro, da questo zaino, anziché la corda con cui tra poco mi impiccherò, qualcuno mi riconoscerebbe. Il fatto che la mia figura umana passi inosservata significa che sono un bravo pittore: l’opera d’arte si deve bastare da sola, il suo autore è un’appendice necessaria e al contempo sacrificabile.

Qui sono stato felice: il più giovane artista italiano con una personale al Museo dell’Ara Pacis. Qui sono stato fermo, saziato. È durato pochissimo ma è stato.

“Il Jackson Pollock italiano”, aveva titolato il «Corsera Magazine», col richiamo all’intervista di Giancarlo Dotto. Se la gente sapesse quanto mi sono vergognato di quell’appellativo: io non c’entro niente con l’indisciplina di Pollock, coi suoi tormenti. Il mio agente ha anche chiamato la redazione per avere chiarimenti, ma ci hanno detto che l’informazione oggi è solo così che arriva, con dei paragoni, con dei confronti. La gente ha bisogno di sapere a chi assomigli, non chi sei.

A qualcosa assomiglierò anche adesso, mentre sulla cima di questo muretto, vicino al posto dove sono stato più felice, sto legando una corda al ramo perfetto; forse non a qualcuno, ma di sicuro a qualcosa assomiglio, forse a una statua, a un dipinto (non uno dei miei, va bene, “un’accozzaglia variopinta di insostenibile casualità”, per citare uno dei miei detrattori più accesi, che così si pronunciò su «l’Espresso»), a una pianta, a un atteggiamento, a un cibo, a un piatto, devono pur pensare a qualcosa i miei spettatori mentre mi guardano, senza nemmeno fingere di volermi fermare, devono per forza avere in mente un pensiero, anche miserrimo, che gli dia conforto, che gli dia una spiegazione, o forse davvero credono che io sia una specie di Cristo che non tra tre giorni, perché non c’è tempo, ma tra due ore risorgerà per iniziarli ancora a un nuovo percorso?

***

«La vita è una stronzata».
«Facile dirlo adesso…»
«Se dire le cose adesso è facile, confessami tu qualcosa».
«Che cosa ti dovrei confessare?»
Le prese il mento con due dita. La guardò negli occhi ma non aleggiava un bacio, né niente, nell’atmosfera, nell’imminenza delle cose. Non più. Era uno sguardo definitivo, che non presupponeva altro.
«Confessami qualcosa».
«Ma che senso ha?»
«Scoprire quanto siamo banali. Spararci addosso i nostri luoghi comuni…»
«Non ho nulla da…»
«Sono quindici anni che non pago le tasse».
«Capirai…»
«Perfino lui è in nero».
Indicò il divisorio davanti a loro.
«Sei un uomo d’affari?»
«Perché un uomo d’affari dovrebbe andare dalla Bignardi?»
«Hai inventato qualcosa di pazzesco?»
«Niente che possa salvarci».
«E allora?»
«E allora che importa?»
«Non lo so. Sei tu che sembri tutto preso dalla voglia di dirmelo».
«Siamo fermi nel traffico. Facciamo finta che sia un traffico normale. Un traffico di tutti i giorni. Di cosa parleremmo?»
«Peggio del traffico c’è solo ritrovarsi in macchina in compagnia di qualcuno con cui non sai cosa dire».
«Bella massima… E tu di cosa ti occupi?»
«Pubblicità».
«Pubblicità? Cioè lavori nel marketing o qualcosa del genere?»
«Poso per le pubblicità. Cartelloni, riviste, un po’ di tutto».
«Ecco dove ti avevo già visto».
«Forse».
«Cosa hai fatto ultimamente?»
«La Conad, Banca Generali e Ikea».
«Roba grossa».
«Pagavano bene».
«Capisco».
«E tu, invece? Sei un politico?»
«Acqua».
«Uno scrittore?»
«Mai scritto una parola in vita mia».
«Parli tanto di confessarci questo e quello e poi fai il misterioso».
«Va bene, senti…»
«Cosa?»
«Ho qualcosa nel bagagliaio che dovresti vedere».

***

Non è proprio delusione: i gesti estetici totali non puoi mai dire come saranno accettati e se lo saranno. Però pensavo che almeno uno mi avrebbe fermato, vedendo la corda: in fondo sono stato io a portarli tutti quanti qui. Come la volta scorsa, solo che stavolta è gratis. Mai un po’ di gratitudine.

Doveste passare qui sopra, dall’alto, non so, caso mai foste uccelli: vedreste quest’uomo, che sono io, arrampicato su un muro, che lega un cappio a un ramo, che si lancerebbe di sotto già adesso, sul selciato della Passeggiata di Ripetta, se quest’altezza esigua non implicasse il rischio di sopravvivere. Vedreste nella mia mano destra una bottiglia di vodka che serve a darmi coraggio: è stata la seconda cosa che ho tirato fuori dallo zaino, subito dopo la corda.

Loro? Tutti fermi. La tribù dei piedi scalzi a naso in su verso il loro padrone cannibale. Silenziosi, sì, quasi tutti, e comunque chi parla non lo fa per commentare o per organizzare una spedizione di salvataggio. Mai visto tanta gente immobile in vita mia. Mai visto tanta gente inutile. Vedreste anche questo, caso mai passaste a volo d’angelo su questa scena: seguireste la scia lunghissima di auto abbandonate con le portiere aperte; percorrereste con lo sguardo le curve del Tevere fino a noi, osservereste i miei gesti sicuri fino a un attimo fa, adesso l’alcol è entrato in circolo e in qualche modo balbetto, pur senza parlare; mi riconoscereste, magari, forse eravate anche voi a quella mostra. Ne parlarono in tanti, anche se per la maggior parte furono critiche.

Dicevano che non avevo sostanza, qualcuno mi aveva definito il “Giovanni Allevi dell’espressionismo astratto”, non so se vi dice qualcosa. A me comunque importava farmi conoscere: chissà dove pensavo di andare? Al MoMA, alla Tate. C’ha esposto Yoko Ono al MoMA, perché lei sì e io no? Chissà se riconoscereste anche il famoso nodo dell’impiccato: io mi ci sono impratichito per forza di cose nelle ultime settimane. Resiste allo strappo, ha enormi doti di scorrevolezza ed è esteticamente meraviglioso con quelle spire perfette (il mio ne ha nove).

Se doveste passare, caso mai foste uccelli, fermatevi sopra alle chiome, non considerate tanto se questo è un uomo ma se lo siamo tutti, il sottoscritto col mento già appoggiato alla corda (pizzica), mille occhi più in basso che mi guardano e cinquecento bocche aperte. Godete anche voi di questo spettacolo patibolare, il secondo che offro da queste parti, forse migliore del primo, perché stavolta gli spettatori non sono compresi: ecco cosa scoprireste con me, se passaste qui sopra, scoprireste che nessuno contempla, nessuno fruisce di niente, che è attesa questa fissità, che ognuno sta solo aspettando il proprio turno.

Formano file ordinate, sembrano opliti, al massimo qualcuno spinge per guadagnare una posizione, come succede davanti ai musei. Non mi guardano, né hanno mai voluto fermarmi: anzi, se potessero mi spingerebbero, hanno capito che siamo arrivati e che la miglior risposta alla morte è la morte, cioè la volontà, ultima e irrevocabile.

Personalissima.

Così è l ’arte.

Si crea qualcosa – va bene anche la morte – e da lì il manierismo. Si daranno tutti un giro di corda, a questo ramo o a un altro. Le loro braccia mi cingeranno le gambe, adageranno il mio corpo per terra, invidiosi perché io avrò già dato, mi sarò tolto il pensiero, e altri cumuli saranno fatti dopo di me: si coordineranno e lavoreranno insieme per organizzare una fossa comune a cui daranno il mio nome.

Soltanto uno resterà appeso a dondolare da solo finché non sarà finita per tutti e mentre mi lancio nel vuoto sento che sono felice di non essere io.

***

«Me lo dici cos’hai lì dentro? Un cadavere?»
«Come no. Aldo Moro… No, niente di umano, qualcosa di molto più bello».
«Tanto non mi dirai mai cos’è».
«Giuro».
«Scommetto che è una roba costosa».
«Una cifra che non sapresti nemmeno scrivere».
«Quanto?»
«Tantissimo. La casa più grande e costosa del mondo non vale tanto».
«Mi prendi per il culo».
«Non oggi».
«Perché è nel tuo bagagliaio?»
«Ironia della sorte».
«Cioè?»
«Be’, diciamo che si tratta di un oggetto che una volta comprato non è così facile da ottenere».
«Ma se lo hai comprato… è tuo, no?»
«Sì, in linea di massima sì. Ma tra il comprare e l’avere c’è di mezzo un po’ di burocrazia».
«Perciò mi stai dicendo che tu l’hai acquistato tanto tempo fa ma che ti è arrivato solo oggi».
«Non l’ho proprio comprato. L’ho vinto».
«Vinto? Quindi non l’hai pagato».
«Fino all’ultimo centesimo».
«E allora come… ?»
«L’ho preso a un’asta».
«A un’asta».
«Sì».
«E adesso sta dentro al tuo bagagliaio».
«Sono andato a ritirarlo questa mattina».
«È un’arma?»
«No».
«È legale?»
«Legalissimo».
«Può fare male a qualcuno?»
«Si porta dietro il suo carico di morte, questo sì».
«Senti, mi arrendo. Non è aria».
«Se vuoi te lo faccio vedere».
«Tanto ormai…»
«Vieni fuori».
«Aspetta!»
«Sei pronta?»
«È un gioco che hai iniziato tu…»
«Lo sai chi è Jackson Pollock?»

***

E così hai finito il whisky, bravo. Una bottiglia intera di whisky non l’avevi mai bevuta, forse nella tua vita precedente quando eri una rockstar dell’Illinois, ma adesso?

Com’è casa tua? Non l’hai mai guardata tanto come stanotte. Ti sembra perfetta, ma non hai voglia di viverla nemmeno un secondo di più: va bene così, hai reso tutto facilissimo. Questo andare che ti aspetta tra poco, più che altro ti sembra un ritorno. Senti come se qualcuno fosse “là ” ad aspettarti e potessi finalmente raccontargli le cose, cos’hai fatto in tutti questi anni, cos’hai scoperto.

La chiamano “fine del mondo”, ma se fosse un inizio?

In terrazzo va meglio: l’aria è meravigliosa. Forse è l’aria la cosa che più ti dispiace lasciare, dovessi fare una lista. Di certo non è una persona.

Devi pisciare, ma non è facile dirigersi al cesso, perché ogni secondo che perdi adesso nel fare qualsiasi altra cosa è un secondo sprecato.

Osservi il gomito disegnato dal Tevere: finirete insieme, questo è sicuro, ma per il resto non vedi bene. Stringi gli occhi, hai dimenticato gli occhiali sulla scrivania, vicino al computer, dove il tuo romanzo aspetta di essere cominciato: ti sembra di individuare qualcosa, a mollo nell’acqua, ma forse è soltanto l’ennesimo fesso che nuota. Un grosso topo, un pezzo di legno, una frasca, semplicemente immondizia. Ti stai per girare, hai quasi deciso di dare retta all’uretra, ma è impossibile scegliere le priorità. Potresti andare a prendere gli occhiali, ma non vuoi perdere di vista l’oggetto che galleggia sul pelo dell’acqua. Ti sembra importante. Qualcosa ti dice che devi restare, che questo è un momento che aspettavi da tanto, ma forse è soltanto la solita melma che scorre: in fondo oggi è una specie di ultimo dell’anno, chissà a quanti sarà venuto in mente di liberarsi di oggetti lanciandoli altrove. Può darsi che pensino di salvarli, di liberarli, come ostaggi che hanno perduto il loro valore di scambio.

Vuoi rientrare in casa, ma lasciarti quella cosa alle spalle è difficile: galleggia a stento, è indecisa se affondare o resistere. Come tutti. Per un momento la luna ti viene in soccorso disegnandoci sopra un reticolato di luce che ti fa sporgere più del dovuto dalla ringhiera, come se sottrarre quei pochi centimetri alla distanza possa servire a qualcosa.

Non sapresti dire perché, ma sorridi e hai gli occhi pieni di lacrime.

***

«Allora, ti piace?»
«Non so, sì, mi piace. È bello, ma non ho…»
«Sì, immagino, non hai elementi per…»
«Comunque è bello. Tutti questi colori… È… allegro».
«Allegro? Allegro Pollock? Pollock è disperazione, tragedia. È morto guidando ubriaco, dipingeva con tutto il corpo, probabilmente tra questi schizzi ci sono tracce della sua merda e della sua urina, vallo a sapere. C’è la morte qui dentro e secondo te è allegro?»
«Per me è allegro, sì. Ho il tuo permesso?»
«“Ogni buon artista dipinge solo ciò che è”, l’ha detto lui».
«Stai sempre a citare qualcun altro…»
«Lo vuoi? Te lo regalo, è tuo».
«Utile».
«Non lo vuoi?»
«E che me ne faccio?»
«Sapere di avere posseduto il No. 5 di Pollock ti farà morire meglio, credimi».
«Ah ecco…»
«Ci hai pensato bene?»
«A cosa?»
«A questa possibilità? A morire meglio».
«Credi davvero in questa roba?»
«In Pollock?»
«Non lo so, in… tutto questo!»
«Credo in un sacco di cose, credo che dovremmo essere altrove, con altre persone, sia tu che io. Credo che morirò senza aver imparato dove mettere la mano quando qualcuno mi prende sottobraccio e che non ho mai avuto – dico mai!, con tutti i miei lussi – un bar sotto casa. Credo di aver sempre invidiato tutti, il che è assurdo detto da uno che tiene un Pollock nel bagagliaio, ma mi piace invidiare, mi piace la sensazione che mi dà, mi suggerisce che non è vero che ho tutto, che c’è sempre qualcosa di meglio da desiderare: per esempio io ho sempre invidiato le donne degli altri, anche se brutte. Quando le vedo baciate per strada mi viene voglia di afferrare per il gomito lui e di scansarlo e di prendere il suo posto, anche se in quello stesso momento sono anche io in compagnia di una donna, magari più bella. L’invidia è vita, sei morto se non invidi e infatti tra poco…»
«Perché mi stai dicendo queste cose?»
«Guardati intorno. Non c’è più nessuno nelle auto. Sono tutti andati avanti, da qualche parte, tranne noi».
«E allora?»
«Non lo so. Come si fa… voglio dire, come si fa a venire fuori da una cosa del genere? C’è un modo, secondo te? A me viene in mente solo di parlare. Parlare e parlare».
«Anche io ho qualcosa nel bagagliaio».
«Cioè?»
«O meglio, lo avevo».
«Ti avverto: io non giocherò agli indovinelli».
«Ho abortito un figlio di cinque mesi».
L’autista era venuto fuori dalla limo pure lui e se ne stava appoggiato al cofano a fumare, fermo.
«Quando?»
«Cinquanta giorni fa».
«Perché l ’hai fatto?»
«Me lo chiedi?»
«Be’, sarebbe… cioè, in un certo senso avresti dovuto abortire in ogni caso».
«Non…»
«Hai voluto essere tu a decidere…»
«Non è questo…»
«Se stai cercando consolazione da me…»
«Volevi una confessione? Te l ’ho data».
«Non mi sembra questa gran…»
«Volevo entrare nel vestito di stasera».
«Che cosa?»
«Volevo entrare in quest’abito. Intendo… senza pancia. Per questo ho abortito. Contento?»
«Be’, almeno è una motivazione».
«Credi?»
«Richiedimelo domani».
Sorrise solo lui.
«E il padre?»
«Il padre».
«Sì, avrà avuto un padre questo… bambino».
«Davvero tu hai usato preservativi negli ultimi mesi? Davvero hai amato qualcuno? Senza futuro a me è venuto a mancare tutto l’amore».

Vieni, le disse, e raggiunsero il marciapiede opposto, lui con il Pollock in mano, lei col vestito arrotolato sulle cosce, con il perizoma rosa in evidenza.

Tanta fatica per non indossarlo.

Intorno a loro era rimasto solo l’autista. Fumava, immobile, senza espressione, vecchio abbastanza da non avere rimpianti. L’ultimo pacchetto di sigarette della sua vita.

Lui prese Teresa per i fianchi e la aiutò a sedersi sul muretto: dieci metri più in basso c’era il Tevere. Quel gesto che pareva romantico si ruppe contro un opposto fatto del vuoto che il quadro di Pollock trovò subito dopo: zavorrata dalla cornice, la tela non volteggiò, ma planò sul pelo dell’acqua delicatamente e i suoi colori “allegri”, accesi dai barlumi di luna, produssero in effetti, sul verdastro del fiume, una fantasia contenta.

Guardàti dall’alto, senza un commento da parte dei due esseri umani, gli oggetti sembravano cose solide a contatto, il peso del dipinto non gravava sul liquido e questo si limitava a trasportarlo secondo una semplice logica di gravità e corrente.

«Ora siamo pari».

Teresa lo guardò, guardò lo sconosciuto che forse si chiamava Guido, e sentì una distanza incolmabile, abissale. Sentì anche dell’altro, il sapore rancido del suo cazzo, i capelli disordinati, le ciocche sconvolte dal sesso frugale. Si accorse di essere scalza. Anche lui lo era, ma aveva i calzini.

Sentì che quello era tutto. Che niente si poteva correggere.

Avrebbe voluto dirgli la verità, che aveva deciso di entrare nella macchina del più bello e ricco del locale non per vanteria ma per dare una motivazione a quel bambino mai nato, una conseguenza a quel gesto. Avrebbe voluto confessargli, visto che insisteva tanto, che scopare con quello che era il miglior uomo possibile in quel dato momento avrebbe riempito di significato un assassinio, quello di suo figlio, già grande abbastanza da avere palpebre e dita. Aveva scelto di essere magra e bella e appetibile per quella serata definitiva e non poteva permettere che un simile compromesso cadesse nel vuoto. Perciò l’aveva scelto. Perciò era andata con lui. Per rispetto del sacrificio di suo figlio.

In fondo era stato un gesto da madre.

Non le venne mai da piangere, nemmeno più tardi, ma non poté più resistere alla visione di quel cimitero di macchine. Quando si voltò nuovamente verso il Tevere Pollock si era già arreso al fiume.

***

Tornando in terrazzo non ti eri dimenticato gli occhiali: ce li hai sul naso. Non hai nemmeno tolto lo screen saver, una sequenza dei tuoi quadri preferiti, quasi nessuno figurativo: anche sulle tele, per quanto possibile, hai sempre preferito non scorgere sembianze umane.

La sbronza è calata e il fiume è tornato deserto. Potresti ricominciare ma non hai un altro whisky all’altezza e vuoi tenerti caro ciò che hai pensato di vedere per un momento: bere ancora potrebbe cancellare il ricordo già vago. Torni al computer: davvero vuoi riprovare a scrivere? Con la mano sul mouse osservi passare Kandinskij, Mondrian, Malevic, Delaunay, Kupka, il tuo Pollock e di nuovo non hai il coraggio di sconfiggere quella rassegna, non hai il coraggio di paragonarla al bianco della tua pagina. Assomiglia tanto alla parete dietro al divano, quel bianco, la parete che aspettava il quadro assoluto che non ti sei mai potuto permettere: provi a fissarne il vuoto, cercando di tracciarvi un centro geometrico, ma i fallimenti non si fanno inquadrare.

Non sai dire quanto altro tempo trascorra, ma quando senti un suono potente, assurdo, che ti squarcia le orecchie e ti cuce i polmoni, pensi ecco, è la Fine. La Fine è fatta così.

Invece sono io che sto suonando alla porta.

Stefano Sgambati è nato a Napoli nel 1980, ma ha sempre vissuto a Roma. Attualmente abita a Milano e si occupa di giornalismo e letteratura. Ha pubblicato un libro di racconti e due saggi narrativi. Gli eroi imperfetti (minimum fax) è il suo primo romanzo.
Commenti
Un commento a “Jackson Pollock”
  1. binarie scrive:

    Ciao a tutti,
    che ne dite del concetto di Marketing Etico?
    Ho pensato di farne una pagina fan su Facebook se aderite possiamo concorrere a togliere di mezzo un pò di cialtroni che non fanno altro che rovinare la opinione che la gente ha del web marketing e essendo dieci anni che me ne occupo la cosa non mi fa certo piacere

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