problems

Jade Sharma e i problemi di Maya

di Stefano Friani

Tutti gli ingredienti di Problems – Stupefacenti complicazioni: Maya, una protagonista «marrone» q.b., figlia di due genitori indiani omette le sue origini perché non ha idea di che spiegazione darebbe quando le chiederebbero inevitabilmente perché le vacche siano sacre, piacente eppure con l’autostima di uno scrondo, lèggi bulimica, tossica di eroina e mille altre droghe, scrittrice velleitaria e libraia che legge Lorrie Moore e John Updike, maritata a un tranquillizzante alcolizzato che spaccia la sua dipendenza per enofilia ma con un professore ultrasessantenne per amante che la fa stare bene perché la tratta come una «cosa», la camminata e lo stile di uno zibaldone in cui succedono cose (tante!) nonostante il semininterrotto e lussurioso flusso di coscienza della sua protagonista.

Maya è infedele anche come narratrice, ce lo dice che mente in continuazione eppure non possiamo fare a meno di credere alla sua raffica di one-liner. Questa scrittura, talvolta aforistica spesso sudata, sembra presa di peso da un palco di stand-up e forse non a caso è la cosa più attuale che una millennial possa scrivere. Lo sfizio per la battuta bruciante ma studiata al millesimo, il gusto di una provocazione che regolarizzata assume i contorni di un nuovo quotidiano, Problems è irto di pensieri acuminati. Maya passa dall’inferno della rehab alla beatitudine dell’eroina che le finisce tutta nel naso, da una normalità aborrita, in un ménage in cui è lei a portare i pantaloni e il marito è «una brava moglie», a fare la squillo più come modo di fare esperienza dell’umanità che non per bisogno. L’edonismo si confonde con l’autolesionismo e la protagonista, vera eroina di un libro a tema, si chiede spesso se non ci sia una correlazione tra il fatto che il marito compri sempre monnezza e il suo essersi scelto una indiana-statunitense come lei e non una bionda accessoriata: «Ha rovistato in un cestino e ha detto: “Questa marrone andrà bene. Ha tutti i pezzi che ha anche la bianca”». D’altronde, se dietro ogni grand’uomo c’è sempre una gran donna, secondo Maya, dietro ogni donna schizzata c’è un uomo che se ne sta bello tranquillo e dice: «Cosa? Non sto facendo nulla».

Sul sito di Coffee House Press che ha pubblicato il libro negli Stati Uniti, con malcelato slancio pubblicitario, Problems – Stupefacenti complicazioni viene definito così: «A metà strada tra Girls e Trainspotting, è un libro arguto e sfacciato su una eroinomane part-time e i suoi problemi, sempre più a tempo pieno». In Italia il libro è stato tradotto da Raffaella Maisto per conto della piratesca Pidgin edizioni di Stefano Pirone, una casa editrice napoletana che negli ultimi  tempi ha saputo scovare grandi romanzi come Il reattivo del sudafricano Masande Ntshanga e Mira corpora dello statunitense Jeff Jackson. La voce di Jade Sharma ha però in realtà pochi termini di paragone: scriverebbe così Ottessa Moshfegh se non fosse la poser che è. La cosa più vicina che ricorda il punto di vista e il flow di una diversamente bianca ipersessualizzata e senza un soldo in canna, anni luce dal narratore vista Manhattan, è Jenny Zhang, poeta e narratrice sino-statunitense ancora inedita in italiano.

Ma in questo pastiche di generi, la prima a fare il gioco dei blurb è proprio Sharma, e un libro che le è capitato sottomano, scritto da una ex del suo professore «sulla sua vita ricca e noiosa e sulla sua breve dipendenza dalla cocaina» viene descritto così:

«Finalmente tutte le memorie sui cliché della droga, frullate e versate in un unico libro.» – New York Times

 «Ottimo per uccidere piccoli scarafaggi.» – Chicago Tribune

«Altra spazzatura scritta da una donna bianca privilegiata con troppo tempo per le mani, alla quale il mondo ha dato l’impressione che gliene fotta in qualche modo della sua vita.» – Chiunque lo abbia mai letto

Tra le molte altre partite che il romanzo di Sharma si premura di giocare, smitizzare e spazzare via l’allure tardoromantica della vita del tossicodipendente sembra quasi essere una missione dichiarata: «Devi essere forte per essere un tossicodipendente. Devi startene seduto lì un sacco di tempo e stare male». Tutto il contrario di quello che diceva Martin Amis in Money, per cui le dipendenze tutto sommato tornano comode, ti dànno sempre qualche motivo per scollare le chiappe dal divano e uscire di casa. Solo che non lo fa più nessuno, perché chi mai ha intenzione di rischiarsi una condanna portando in giro la roba? Bisogna proprio essere disperati. Esistono i corrieri per quello, è il capitalismo, bellezza.
I problemi cui fa riferimento il titolo, sebbene abbondino, non riescono a non farci intravedere la promessa e la gloria, la vetta della botta, e la prosa di Sharma ci lascia con un senso gratificante di intorpidimento, come dopo aver riso troppo all’ennesima replica di una routine comica di cui conosciamo anche le pause per prendere fiato.

Al centro della vita di Maya c’è una vecchia conoscenza della letteratura: la droga. Archiviata da molti come retaggio novecentesco, ha smesso da tempo di essere esperienza liberatoria e tappa di passaggio esistenziale per i millennial che all’oblio delle sostanze preferiscono uno stile di vita sano, e si guardano bene dal prodursi in comportamenti antisociali o, sia mai, offensivi. Non così per Maya che alla dopamina dei social preferisce l’atarassia psicotropa: «Puoi fare qualcosa, o puoi essere una tossica. Ti stai prendendo in giro se credi che puoi essere entrambe le cose». «Essere un tossico significa scegliere costantemente te stesso rispetto a qualcun altro», e difatti Maya interpreta la sua dipendenza quasi come un rifugio per non farsi trovare più da nessuno, un diniego della società e del suo meccanismo di fatica e ricompense suppostamente meritocratiche ben evidenziate dal suo periodo in una clinica di disintossicazione.

Per essere un libro che si svolge per gran parte nella testa della sua protagonista, Sharma è riuscita comunque a creare un’esperienza pesantemente viscerale – si perde il conto delle volte in cui Maya caca sbocca fa pompini si masturba – il cui cuore pulsante è un corpo affamato e trascurato nelle sue funzioni primarie. Maya non prova alcun piacere nel cibo se non quando lo rimette, il sesso è una meccanica contorta il cui solo scopo è sentirsi adoperati come un attrezzo qualsiasi, lo stordimento dell’eroina è l’unico sollievo da sé cercato con ogni atomo, perfino dopo una disintossicazione andata a buon fine.

Problems è poi un romanzo femminista se ce n’è uno: Maya non ha peli sulla lingua, vuole «pensare con la fica» e dopo una vita di cattivo sesso non a pagamento scoprirà che tanto vale prostituirsi e ricavarci abbastanza per l’affitto e la roba.
«I miei amici maschi pensavano che fosse la cosa peggiore al mondo. Ma le ragazze sanno che in realtà non è chissà cosa fare i pompini o farsi scopare o avere un tizio che ti viene in faccia. In quanto ragazza, avrai ricevuto probabilmente almeno una volta delle pressioni per scopare, e probabilmente una volta avrai scopato uno sfigato per pietà, e nel corso del tempo hai fatto così tanta roba che alla fine farlo ti sembra una cosa da poco».

Lo specchio delle turbe di Maya è il banale, rassicurante  e sensibile Peter. Tanto prevedibile che è possibile numerare e etichettare le sue osservazioni archiviandole in un database i cui cassetti potrebbero essere chiamati «senso di colpa» e «risentimento»:

«Estratto da conversazione 56.543, Peter a me: “Non capisci perché io ci resti male quando mi chiedi di non parlare quando c’è Benedict Cumberbatch in televisione?”».

Né le si può rinfacciare di non aver tentato di aderire allo stereotipo piccolo-borghese che la vuole regina dei fornelli, ancillare nelle ambizioni dal marito e mother-material:

«Ero incazzata con Peter per non aver fatto un bambino con me. “Mia madre è veramente fica. Fuma erba con me e mi incoraggia sempre a fare quello che voglio” direbbe il mio futuro figlio».

Il tutto deflagrerà nella tre giorni che forse aveva in mente Jonathan Franzen quando aveva ipotizzato il ritrovo dei Lambert per un ultimo Natale tutti assieme in Le correzioni. I due coniugi tornano a casa dei suoceri per il Giorno del Ringraziamento. C’è tutta la famiglia wasp di lui riunita al gran completo: i genitori, che da buoni credenti hanno imposto la regola del regalo scrauso a Natale; Grace, la sorella-zitella; Jake e sua moglie, la servizievole Sue, tutt’altra risma rispetto a Maya. La quale in piena crisi d’astinenza, gronda sudore e ha i brividi di freddo a corrente alternata, mentre sogna di stare altrove e dispensa frasi salaci che atterrano facendo un tonfo nel vuoto. Il ritorno però sarà tutto fuorché indolore.

Ci fosse ancora un’industria culturale degna di questo nome, questo diventerebbe un romanzo di culto passato di mano come un oggetto pericoloso mentre nei fatti sarà letto da noi che viviamo all’ombra di questo nuovo samizdat che ci ostiniamo per abitudine a chiamare mercato editoriale. Lo avreste letto da Nick Hornby anziché da me, Jovanotti ci avrebbe scritto una canzone (ciao Lorenzo, so che ci leggi!), ne avrebbero tratto un film con Lindsay Lohan o qualche altra ex star Disney, una serie tv senza Beppe Fiorello, un calendario, un liquore e un profumo, per citare Nino Frassica.

Sharma ha scritto un libro esilarante e arguto, pagine ultracontemporanee e perciò di default fuori tempo massimo, a cui perdoniamo molto anche solo per la loro disperazione contagiosa, gravide come sono di un nichilismo buffo e di una voglia postadolescenziale di spaccare tutto, anzi no, ritirarsi nella propria stanzetta e cullarsi stretti il latte versato. Un romanzo infinitamente migliore di quelli necessari e necessariamente mitteleuropei che giacciono intonsi sui vostri comodini facendovi sentire in colpa perché svicolate altrove. Un libro i cui brandelli, frasi appuntite ma mai sentenziose, scene da film fuori concorso, rischiano di finire sui cessi degli autogrill o nelle smemorande tanto sono strazianti nella loro bellezza. Problems ti riconcilia con la lettura, è uno di quei libri che il me adolescente avrebbe sottolineato come un forsennato, cosa che il me trentaquattrenne non fa solo per un pudore malinteso, per una riverenza stupida nei confronti dell’oggetto libro e decisivamente per una mancanza di evidenziatori.

(Fonte foto)

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