kobek_minima

Jarett Kobek e la letteratura americana al tempo di Internet

Avvertenza preliminare: questo pezzo è molto lungo. Tanto lungo da meritarsi, appunto, un’avvertenza preliminare. Fate così:

  • se vi interessano solo i libri necessari, andate a [Intro];
  • se vi interessa solo la letteratura americana al tempo di Internet, andate a [Rewind];
  • se vi interessa solo Jarett Kobek, andate a [Play]

[Intro]

Io odio Internet di Jarett Kobek, da poco pubblicato da Fazi nella traduzione di Enrica Budetta, è un romanzo che cerca di capire perché Internet, la più grande utopia di libertà e uguaglianza della storia umana contemporanea, abbia finito per trasformarsi, negli ultimi vent’anni, nell’equivalente digitale di un piazzista porta a porta che, qualsiasi cosa tu faccia, proverà fino alla fine a venderti un’enciclopedia, un rimedio per i calli o un abbonamento a un nuovo servizio telefonico.

Il sottotitolo dell’edizione originale, opportunamente riprodotto nella versione italiana, lo definisce “un romanzo utile”, e non si tratta dell’ennesimo strillo da fascetta. In genere le fascette non ricorrono a un concetto così insolito come l’utilità, per promuovere un romanzo. Le scarpe sono utili. Le sedie sono utili. L’utilità è una caratteristica che di solito si associa a strumenti di lavoro, utensili, mezzi di trasporto, oggetti d’arredamento, capi d’abbigliamento: a tutte quelle cose, cioè, che, come l’etimologia insegna, sono utili perché trovano un qualche tipo di utilizzo pratico nella vita quotidiana. Non certo ai libri, che in questo senso sono sempre stati semmai storicamente e orgogliosamente inutili. Per questo le fascette, perlopiù, promettono storie profonde, avvincenti, coinvolgenti, rivelatrici. E soprattutto necessarie. Ecco: ogni anno escono decine e decine di “libri necessari”, ma chissà perché nemmeno uno di loro viene mai presentato come utile. Il romanzo di Kobek invece si qualifica così agli occhi del lettore fin dalla copertina, e per capire perché occorre fare un passo indietro.

[Rewind]

A differenza del suo fratello maggiore, quell’inafferabile Great American Novel che conta ormai almeno un paio di centinaia di candidati al titolo, la mitologia del Great American Internet Novel è, per giustificate ragioni anagrafiche, più circoscritta, incerta e fluida. I titoli che la compongono sono pochi e più o meno sempre gli stessi.

Sul podio non si discute: William Gibson, Neal Stephenson e David Foster Wallace occupano, per opinione unanime, le prime tre posizioni della breve storia della letteratura americana al tempo di Internet. Il primo introduce, nell’anno fatidico 1984, il concetto di cyberspazio, dando vita in Neuromante a una dimensione virtuale anarchica e illimitata che smaterializza ed espande oltre ogni limite una realtà fisica inesorabilmente più povera e squallida di quell’infinito universo psichedelico di dati e possibilità cognitive. Il romanzo di Gibson tiene a battesimo l’epoca cyberpunk, che nel 1992 troverà la propria completa maturazione in Snow Crash (di solito se ne parla come “il romanzo che ha anticipato Second Life”, ma ovviamente è molto, molto più di questo), con cui Stephenson segna anche il punto di non ritorno del genere. Nel 1996 arriva, infine, la grande sintesi di Infinite Jest: lì David Foster Wallace, pur non maneggiando direttamente il tema della rete, stabilisce comunque le coordinate su cui si muoverà la nuova era (l’intrattenimento e la dipendenza come strumenti di asservimento delle masse, idee già di Aldous Huxley) e sviluppa un sistema di racconto basato sulla mistione indissolubile di testo e note, a indicare l’irriducibile frammentarietà di ogni esperienza nel momento stesso in cui si sforza di collegarne ogni minimo aspetto a tutti gli altri. Più o meno quello che sembrava voler fare Internet, di cui Infinite Jest si può leggere ancora oggi una specie di prima rappresentazione cartacea.

Lasciandoci alle spalle il podio, però, il panorama cambia. Il fatto è che la letteratura americana ha avuto fin dall’inizio uno strano rapporto con la rivoluzione digitale e, in particolare, con le dinamiche con cui la rete e le nuove tecnologie di comunicazione hanno riconfigurato questioni non proprio secondarie come la definizione dell’identità personale, il ruolo dell’individuo nella collettività e la lettura e il racconto del reale. In effetti, se escludiamo alcuni sporadici casi di utilizzo del web come pretesto narrativo o curiosità passeggera in romanzi e racconti pubblicati al volgere del millennio (testi come The Metaphysical Touch di Sylvia Brownrigg, che esplora il tema dell’identità virtuale nel contesto del dating online), la lista degli scrittori americani che, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni zero, hanno provato a tentare una qualche forma di riflessione letteraria sulla rete è decisamente breve. Così breve che il nome che si fa più spesso è quello di un canadese: Douglas Coupland, che nel 1995, con il romanzo Microserfs, ha raccontato una Silicon Valley straniante e frenetica, già capitale indiscussa del tech mondiale e catalizzatrice di nuovi equilibri di potere, strutture di relazioni e valori e pulsioni culturali che, da là, dilagheranno presto nel resto del mondo.

Una delle ragioni sta senz’altro nella velocità degli eventi. L’accelerazione impressa da Internet all’evoluzione della società è stata così rapida e inattesa, del tutto incomparabile a quella di qualsiasi altra rivoluzione tecnologica precedente, che la narrativa non ha avuto il tempo di adeguarsi. Ma questa spiegazione, pure così frequente nel dibattito, non basta. Negli ultimi vent’anni là fuori si è prodotto il più grande cambiamento di paradigma della storia umana recente e all’apparenza quasi nessuno ha sentito il bisogno di raccontarlo. Com’è possibile?

Con il passare del tempo l’indifferenza degli scrittori per la trasformazione radicale a cui la società stava andando incontro si fa così incomprensibile da poter difficilmente passare inosservata. Il 15 gennaio 2011, sul Guardian, Laura Miller cerca di fare il punto in un articolo intitolato How novels came to terms with the Internet. L’articolo è il primo tentativo di capire le ragioni autentiche di quella che inizia a configurarsi come una vera e propria “narrativa del rifiuto”. Non può essere un caso, infatti, che, in parallelo con il disinteresse degli scrittori per i mutamenti epocali introdotti dalla tecnologia, si assista alla sempre più diffusa proliferazione di romanzi storici, saghe familiari o storie ambientate in contesti sociali o geografici tecnologicamente svantaggiati (le famiglie di immigrati, la provincia più profonda e abbandonata a se stessa). In questa tendenza la Miller riconosce le tracce di una generale inclinazione della narrativa contemporanea a fuggire dal confronto con il presente.

Una situazione così inedita consente solo l’azzardo di un paio di ipotesi. Forse, suggerisce la Miller, gli scrittori intendono trattare la rete con lo stesso disinteresse che la maggior parte di loro ha riservato, nel corso dei decenni, al suo parente più prossimo, la televisione (posizione anch’essa difficile da comprendere, del resto, tanto che nel 1993 sempre David Foster Wallace prova a iniettare nei suoi colleghi un po’ di consapevolezza sul tema con il famoso saggio E Unibus Pluram). O forse, chissà, l’idea è che la narrativa non debba occuparsi di faccende così materiali come le trasformazioni tecnologiche e il loro impatto sulla vita quotidiana, se non tramite generi specificamente connotati come il thriller, l’horror o la fantascienza: senza contaminare insomma la vocazione della Vera Letteratura, l’unica destinata a durare nel tempo, a cui spetta il compito di distillare la suprema purezza dell’esistenza scendendo in profondità, là dove i tratti più superficiali ed effimeri della realtà non proiettano che un’ombra opaca.

Quale ne sia la ragione, ancora all’inizio degli anni Dieci, in uno scenario narrativo fitto di famiglie disfunzionali, ritratti post-carveriani di miseria individuale e umanità dolente, storie minime di vita di provincia e simili, solo pochi romanzi si preoccupavano di affrontare l’elefante nella stanza. E anche in quei casi il livello di approfondimento si limitava ad aggiornare con il minor sforzo possibile suggestioni distopiche e sviluppi tematici tra i più convenzionali. Tra le eccezioni citate da Laura Miller nel suo articolo compaiono, ad esempio, Jonathan Lethem con Chronic City (2009) e Gary Shteyngart con Storia d’amore vera e supertriste (2010). Due romanzi, è vero, ambientati in un’epoca in cui Internet non solo esiste, ma trasmette per osmosi alcune delle sue caratteristiche alla società circostante. Eppure anche lì si tratta più di sovrastrutture narrative, perfette per arredare i rispettivi mondi di tutto il corredo tecnologico necessario al racconto, che di intuizioni vere e profonde in grado di raggiungere il cuore stesso dell’anima umana nella sua nuova riconfigurazione digitale.

La domanda insomma restava: cosa stanno aspettando, gli scrittori, a spiegarci cosa diavolo sta succedendo?

Finché, tra il 2013 e il 2015, le cose sembrano finalmente in procinto di cambiare. Nel giro di due anni escono, uno dopo l’altro, quattro romanzi firmati da altrettanti pesi massimi della narrativa americana contemporanea, quasi a mostrare che il gioco della letteratura ai tempi di Internet iniziava a farsi duro e perciò era ora che i duri iniziassero a giocare. Aprono le danze, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, Thomas Pynchon e Dave Eggers, che tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre del 2013 arrivano in libreria rispettivamente con La cresta dell’onda e Il Cerchio. Un paio d’anni di silenzio e poi, nel 2015, altri due colpi di grosso calibro: ad agosto Joshua Cohen, forse lo scrittore più sperimentale attualmente in circolazione, pubblica il suo Book of Numbers e pochi giorni dopo Jonathan Franzen si prende tutta la scena con Purity. Si tratta di quattro romanzi assai diversi per motivazioni, approcci, linguaggi e soprattutto esiti.

Pynchon, be’, è Pynchon. Si destreggia nello spazio intermedio tra due sistemi socio-economici (il passaggio di staffetta dal tardocapitalismo di stampo novecentesco alla nuova economia smaterializzata del software) e mette in scena un teatro delle meraviglie di inizio millennio popolato di complotti, nerd, geek, neohitleriani, hacker che operano nella dimensione oscura del Deep Web, cultura pop, realtà virtuale e nuove tecnologie dalle incerte conseguenze. La cresta dell’onda, ambientato tra il marzo del 2001 e il crollo delle Torri, ci consegna però un messaggio riassumibile in pochissime parole: lungi dall’essere un innovativo strumento di libertà, Internet è un sistema di controllo manovrato, in forme diverse, dagli stessi poteri forti che hanno sempre tenuto saldamente le redini delle forze che governano la società. Un’idea piuttosto tradizionale, che nemmeno l’idea di una fusione sempre più inscindibilmente organica tra reale e virtuale (con anche qualche aspetto ultraterreno) riesce a rendere granché innovativa.

Diverso il discorso per Joshua Cohen, il cui Book of Numbers (ancora inedito in Italia) di tradizionale non ha proprio nulla. Dalla struttura a incastro al linguaggio contaminato di sperimentalismi letterario-digitali, che fonde e-mail, bozze di testi, trascrizioni, post di blog e simboli con la vulcanica inventiva lessicale tipica di Cohen, il romanzo ripercorre l’intera storia dell’era digitale, dai giorni dell’utopia originaria all’indicibile complessità del presente. Con le sue derive mistiche, i richiami stephensoniani, le commistioni di religione, tecnologia e filosofia, Book of Numbers è senz’altro un romanzo spiazzante: tanto da chiedersi dove voglia arrivare. La lettura è farraginosa, spesso irritante e la sensazione è che, di quell’inestricabile coacervo di idee, nemmeno una riesca a raggiungere il lettore, a causa dell’eccesso di virtuosismo di cui l’autore sembra volere a ogni costo dare prova.

Sono però i contributi di Eggers e Franzen a mostrare meglio degli altri tutto ciò che non va nell’approccio letterario contemporaneo alla complessità di un sistema sociale, culturale ed economico quale quello con cui la rete ha ridisegnato il mondo moderno. In un certo senso, Il Cerchio e Purity sono due perfetti manuali di istruzioni sui modi migliori per gestire sul piano narrativo il rifiuto della realtà.

Salutato subito, prevedibilmente, come il vero e definitivo Great American Internet Novel, Il Cerchio immagina una società profilata in ogni minimo dettaglio da una corporation totalitaria che ha assorbito in sé tutte le principali piattaforme della rete (Google, Facebook, Twitter, Amazon, ogni social, motore di ricerca o sistema di pagamento esistente). Partendo da lì, Eggers si propone di indagare il ruolo delle grandi compagnie informatiche private nella trasformazione di Internet in qualcosa di radicalmente diverso dall’utopia delle origini, la degenerazione del sogno della democrazia digitale, la privacy come disvalore e la trasparenza come qualità, la fallacia logica del controllo assoluto come via per l’assoluta libertà, il pensiero e il comportamento umani continuamente riadattati da modelli algoritmici e parametri di prestazione che di umano hanno ben poco e che basano il loro funzionamento sullo sviluppo di un’alienante tecnodipendenza. Buone premesse, purtroppo non mantenute. Il racconto di Eggers si riduce, a conti fatti, all’ennesima riproposizione in salsa tech di suggestioni e scenari orwelliani, con il Cerchio a posto del Grande Fratello, un contorno di personaggi di cartapesta e un’estenuante ripetizione delle stesse due o tre idee. Il risultato è un romanzo che invecchia più velocemente del tempo impiegato a leggerlo.

Infine, che dire di Franzen? Da uno scrittore che, a furia di saggi, articoli e interviste ha finito per identificarsi come la principale voce di opposizione e conflitto in una società sempre più irriducibilmente supina alla soggezione mediatica e tecnocapitalistica, sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più di un romanzo come Purity: un polpettone pseudo-dickensiano dipanato lungo un claustrofobico dedalo di sensi di colpa e complessi di Edipo e di Elettra, che incomprensibilmente scantona la questione (tanto cara a Franzen) della degenerazione morale, cognitiva e umana causata dalla rete relegandola quasi sempre tra parentesi, in posizione del tutto periferica rispetto al resto delle vicende. Leggendo Purity si ha l’impressione che, per Franzen, la rivoluzione digitale non sia neanche una rivoluzione, ma solo la riproposizione frusta e stantìa di accadimenti già ripetutisi identici in altri momenti storici, con altri nomi e altri protagonisti. Come la DDR, con cui Franzen vede in effetti numerosi punti di contatto: abbastanza da spingerlo a riciclare per l’analisi della rete le medesime categorie che definiscono il socialismo scientifico tedesco, con minimi adattamenti e scarti di prospettiva. La ricetta del Grande Romanzo Franzeniano di Internet è tutta qui: nella rinuncia totale alla comprensione. Tanto la rete non è niente di importante, solo l’ennesima tendenza bizzarra e momentanea la cui spropositata diffusione dimostra solo, ancora una volta, l’incorreggibile futilità dell’agire umano.

Insomma: la narrativa americana sembra aver reagito all’avvento della rete con poche idee, ma confuse. Tra i pochi scrittori ad aver notato che là fuori stava effettivamente succedendo qualcosa, quasi tutti hanno affrontato il cambiamento in atto semplificando e banalizzando o, al contrario, ammucchiando una congerie di spunti e suggestioni senza la capacità di riunificarli tutti sotto un’unica idea forte e ben definita. A prevalere è il ricorso ad architetture narrative più che abusate, paradigmi interpretativi scolastici, modelli e chiavi di lettura fuori tempo massimo. Su tutte, l’idea novecentesca di un totalitarismo digitale deciso a piegare i nuovi strumenti a scenari di dominio del mondo degni di figure da fumetto come il Boss Artiglio dell’Ispettore Gadget. Nessuno sforzo significativo, da nessuna parte, per trovare nuovi modi di raccontare il presente, nuovi codici e linguaggi per restituire una realtà in continua trasformazione, nuove prospettive da cui guardare a sistemi complessi refrattari agli schemi tradizionali.

Persino l’idea di documentarsi a fondo sugli argomenti di cui intendono scrivere per molti è un’opzione trascurabile: Eggers ha dichiarato più volte di aver sempre volutamente evitato, durante la stesura del Cerchio, qualsiasi tipo di approfondimento, sia indiretto sia “sul campo”, per non farsi condizionare troppo. Ma come si può scrivere di un argomento così totale come la rivoluzione digitale senza studiarla a fondo?

Semplicemente, gli scrittori non sembrano più interessati a fare il loro lavoro.

E qui torniamo a Kobek, che nel 2016, autopubblicando il proprio “romanzo utile”, decide che è arrivato il momento di dare una svegliata a tutti.

[Play]

Questo non è un bel romanzo. È un libro estremamente confuso con un protagonista che non compare mai. La trama, come la vita, non porta a nulla e tratta di sofferenze emotive che non hanno nessun significato.

Jarett Kobek è molto esplicito sulla prospettiva con cui ci invita a leggere Io odio Internet. Se già dal sottotitolo che campeggia in copertina si rimarca esplicitamente l’utilità del romanzo, un altro aspetto che Kobek tiene a sottolineare spesso e con forza è il suo rifiuto a perseguire qualsiasi velleità estetica. Io odio Internet è “un brutto romanzo” ed è il suo stesso autore a ripeterlo in continuazione. Ed è un brutto romanzo principalmente per due motivi. In primo luogo, perché Io odio Internet abbandona, o meglio smantella, qualsiasi forma di racconto fino ad allora conosciuta, dalle strutture più tradizionali e canoniche ai più azzardati esperimenti postmoderni, realizzando qualcosa di così totalmente inedito che solo con un’immaginazione molto scarsa potremmo definire “romanzo” (anche se qui continueremo a chiamarlo così, perché una parola più adatta ancora non esiste). Ma soprattutto perché di bei romanzi, in giro, ce ne sono già fin troppi. La letteratura americana del Novecento ha prodotto una quantità incredibile di bei romanzi. E i bei romanzi, ci spiega Kobek, hanno fatto solo danni.

Ma cosa sono i bei romanzi? Kobek lo spiega senza mezzi termini: sono quei “libri in cui c’erano sesso inutile ed elucurazioni sul senso profondo delle ipoteche”. Storie destinate a celebrare “le gioie dell’esistenza borghese resa possibile dal dinamismo americano”. Nell’uso che ne fa Kobek, la categoria di bei romanzi arriva a comprendere più o meno l’intero arco della narrativa americana dal secondo dopoguerra ai giorni nostri. Una produzione letteraria ingente e variegata, certo, ma accomunata da una grande tendenza di fondo: la scarsa propensione a “tenersi al passo dell’innovazione tecnologica”.

Per più di mezzo secolo gli scrittori americani di bei romanzi non avevano capito l’unica storia importante della vita americana. Non avevano capito il mondo che cambiava, il mondo dei persuasori occulti, del panorama delle strategie di comunicazione in via di sviluppo, del turismo di massa, degli immensi sobborghi conformisti dominati dalla televisione.
E così non avevano capito neanche l’importanza degli ultimi quindici anni […]
Queste lacune significavano che gli scrittori americani erano incapaci di scrivere di Internet, che non era altro che una forma di feudalesimo intellettuale prodotto da un’innovazione tecnologica travestita da cultura.

La contrapposizione tra valore estetico e utilità pratica non potrebbe essere più netta, e fornisce un riassunto più che adeguato della situazione che abbiamo passato in rassegna nella prima parte di questo pezzo. Preoccupati esclusivamente della levigatezza letteraria delle proprie opere, la maggior parte degli scrittori americani ha proseguito per decenni a restituire una rappresentazione della società inerte, fossilizzata, tanto più filtrata e circoscritta, per temi e scenari, quanto più distante dalla realtà quale si delineava sempre più chiaramente fuori dalla pagina scritta. Per questo i bei romanzi saranno anche belli, per carità, ma all’atto pratico si rivelano drammaticamente inattuali. Ignorando l’impatto di Internet e le conseguenze della progressiva digitalizzazione della realtà, la letteratura ha abdicato al proprio ruolo più autentico: raccontare per comprendere. E una letteratura così, oggi, non ha nulla da dirci.

Per fortuna una soluzione c’è:

L’unica soluzione a Internet era scrivere romanzi brutti con protagonisti che non comparivano mai.
L’unica soluzione era scrivere romanzi brutti che imitavano la rete informatica nella sua ossessione per i media spazzatura.
L’unica soluzione era scrivere romanzi brutti che imitavano la rete informatica nella sua esposizione incongruente e frammentaria dei contenuti.

In questo senso Kobek mantiene in pieno tutte le sue promesse.

 Per cominciare, Io odio Internet ha effettivamente un protagonista che non compare mai: Jack Kirby, il genio creativo a cui si deve la nascita delle innumerevoli legioni di supereroi che popolano l’universo Marvel. Il contrasto tra l’immensa ricchezza accumulata dall’industria del fumetto grazie agli infiniti utilizzi commerciali delle idee di Kirby e i compensi che il fumettista ne ricavò diventa per Kobek la miglior metafora possibile di un sistema economico che fonda i propri guadagni sullo sfruttamento di patrimoni e contenuti intellettuali offerti, gratuitamente o quasi, alle grandi corporation capitaliste.

In considerazione della sua eccezionalità, il caso di Kirby si presta perfettamente a simboleggiare il funzionamento del web. Allo stesso modo in cui il creatore dei supereroi Marvel ha assicurato a un’intera industria decenni di immensi profitti fornendole contenuti che, in proporzione, a lui venivano pagati pochissimo, anche noi ci impegniamo a garantire ogni giorno la sostenibilità finanziaria delle piattaforme su cui trascorriamo buona parte della nostra esistenza, senza riceverne nulla in cambio. Le nutriamo con i nostri gusti personali, le nostre opinioni politiche e i nostri comportamenti d’acquisto, cediamo loro in modo gratuito (e perlopiù inconsapevole) una massa di dati di incalcolabile valore e permettiamo loro di arricchirsi vendendoli agli inserzionisti o scambiandoli con altre corporation. È questo, oggi, il senso della nostra presenza online: “Siamo sulla Terra”, scrive Kobek, “per rendere più ricchi Mark Zuckerberg e Sheryl Sandberg”. Siamo tutti figli del modello Kirby: ecco perché il vero protagonista di Io odio Internet è lui, pur non comparendo mai.

Il romanzo di Kobek ha però, naturalmente, anche dei protagonisti attivi. La principale è Adeline, stralunata disegnatrice quarantacinquenne diventata famosa negli anni ’90 grazie a Trill, un fumetto che metteva in scena le avventure di un gatto antropomorfo. Invitata a raccontare la sua carriera nel corso di una conferenza universitaria a San Francisco, Adeline imprudentemente esprime opinioni impopolari su argomenti come il diritto d’autore, le donne di potere nel settore del tech, i social media e le pop star famose. Tanto basta perché il video del suo intervento, subito caricato su Youtube, diventi immediatamente virale e Adeline si ritrovi all’improvviso nel bel mezzo di un violentissimo flame globale, alimentato da continui interventi su Twitter, siti e magazine e inasprito da tutto il razzismo, il sessismo e l’odio effimero di cui la rete è capace. Purtroppo per lei, Adeline è il bersaglio ideale di ogni hate speech. Non solo vive in un mondo mentale tutto suo (che trova la sua principale espressione nel suo bislacco modo di parlare, ricalcato sul linguaggio di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany), ma ha due grosse colpe di partenza: è più o meno famosa ed è una donna in una società che odia le donne. Due colpe che, su Internet, non possono passarla liscia.

Internet era un’invenzione meravigliosa. Era una rete informatica che gli esseri umani usavano per ricordare ai loro simili che erano degli schifosi pezzi di merda.

Mentre Adeline è impegnata a districarsi tra gli insulti online e a ritagliarsi un inedito ruolo di opinionista – battutista su Twitter, intorno a lei orbita un gruppo di figure non meno bizzarre, tutte provenienti dal mondo letterario o artistico o dall’ambiente delle start-up – cioè dai due dei principali ecosistemi di San Francisco. Tra i principali, Jeremy Winterbloss, che scriveva i testi di Trill; J. Karacehennem, autore di un romanzo su uno degli attentatori dell’11 settembre, spettatore impotente della gentrificazione della città e, in parte, alter ego dello stesso Kobek; Baby, il miglior amico di Adeline, scrittore gay e autore di Annie Zero, un romanzo di fantascienza che l’ha reso il nuovo William Gibson; o ancora Christine, bibliotecaria transgender. Una rassegna di comprimari tutti legati gli uni agli altri da rapporti più o meno diretti, ognuno dei quali si ritroverà a fare i conti, a modo suo, con l’episodio di cui Adeline è involontaria protagonista e, a partire da quello, con le conseguenze dei cambiamenti sociali e culturali introdotti dalla nuova economia della rete.

Le relazioni reciproche dei personaggi non delineano però una trama lineare, approfondita con coerenza nel corso del romanzo e portata a una conclusione compiuta. A Kobek interessa piuttosto frantumare le vite di Adeline e dei suoi amici in una serie di episodi momentanei, tratteggiati in pochi elementi essenziali senza mai arrivare ad articolarsi in uno sviluppo organico. Ed è proprio qui che sta l’aspetto più interessante di Io odio Internet. Grazie a questa particolare architettura narrativa (“incongruente e frammentaria”, proprio come ce l’aveva promessa), Kobek riesce infatti a fare qualcosa in cui, fino a quel momento, nessuno aveva ancora mai avuto successo: raccontare la rete riproducendo il più fedelmente possibile il carattere desultorio, centrifugo e ingovernabile che sovrintende al funzionamento e all’utilizzo di Internet. Niente a che vedere con divertissement di poco conto come Scatola nera, con cui nel 2012 Jennifer Egan aveva provato a scrivere una spy story utilizzando solo porzioni di testo della lunghezza di un tweet. Kobek non gioca con Internet: lo analizza, lo scompone e poi lo ricompone su carta.

Per ottenere questo risultato, procede a un ribaltamento: la maggior parte del romanzo è occupata da un’incontrollabile ramificazione di divagazioni che, partendo tutte dal tronco del racconto principale, finiscono paradossalmente per relegare le vicende dei suoi protagonisti a una posizione periferica e del tutto accessoria rispetto al resto. Io odio Internet si presenta al lettore come una specie di Wikipedia del tecnocapitalismo che, per raccontare gli ultimi vent’anni di trasformazione digitale del mondo, innesta nell’esile trama da cui muove una moltiplicazione di rimandi, riferimenti, connessioni, approfondimenti storici, biografici, geografici, tecnici, culturali e popculturali. Proprio come un’improbabile enciclopedia multimediale trasposta in forma di romanzo, la satira di Kobek dà l’impressione di rivolgersi non a noi, irrecuperabili abitanti di un’epoca alla deriva, ma a un qualche lettore del futuro che, ignorando il mondo surreale descritto tra le sue pagine, abbia bisogno di essere accompagnato, di passaggio in passaggio, alla comprensione di tutti gli insensati meccanismi che lo regolavano.

Il gioco riesce benissimo: in opposizione ai romanzi di fantascienza o alle distopie, che immaginano il futuro partendo dal presente, Kobek sceglie di descrivere il presente da un imprecisato punto d’osservazione nel futuro. Lo straniamento che ne risulta ci costringe a puntare l’occhio su una stagione umana che oggi, per la sua stessa immediata vicinanza, non siamo ancora di grado di mettere bene a fuoco, ma che grazie allo scarto prospettico adottato mostra improvvisamente tutta la sua inverosimile assurdità. Io odio Internet non vuole essere l’ennesima ucronia che ci mette in guardia sul pericolo di una situazione imminente, ma ancora evitabile. Vuole aprirci gli occhi sulle storture di una realtà che già ci circonda e da cui dobbiamo scappare il prima possibile.

Così ecco che Kobek può permettersi il lusso di non dover inventare nulla. Il suo romanzo demolisce la facciata posticcia della nostra epoca sferrando implacabili colpi di satira stand-up e portando a ogni pagina un gradino più in là il concetto di “politicamente scorretto”. Caduto il sipario, diventano improvvisamente visibili gli squallidi macchinari che da dietro le quinte allestiscono il grande spettacolo della rete. Un elenco necessariamente parziale dei temi trattati nel romanzo comprende: Facebook, Twitter, Instagram, Google (in particolare la misteriosa divisione Google X, che si propone nientemeno che la sconfitta della morte), Spotify, la fantascienza, Ayn Rand, YouTube, l’iPad, Sheryl Sandberg, le celebrità su Internet, i soldi, la primavera araba, il cyberbullismo, la parola “poliamoroso”, i venture capitalist, i cosplayer, l’ossessione per il brand, la gentrificazione, l’allegoria, l’ironia.

Niente resta in piedi. Il mito libertario della tecnologia gratuita al servizio di tutti. L’idea della neutralità della rete. I proclami sull’aumento della libertà di pensiero e di espressione. Un insieme di inganni che, tutti insieme, convergono ad architettare trappola perfetta: l’illusione del potere trasferito finalmente da pochi e protetti centri di controllo a una collettività libera, padrona del proprio destino e capace, per la prima volta nella storia, di influire in modo attivo e determinante sulla realtà. Un’illusione paradossalmente diffusa e alimentata da pochi tecnocrati per assicurarsi gli introiti derivanti da tecnologie che, lungi dall’aver “cambiato tutto”, hanno dato vita alla più grande rivoluzione pubblicitaria della storia: un aspetto della questione su cui la narrativa, intenta piuttosto a rintracciare analogie tra il nostro tempo e il 1984 di Orwell, non si è mai concentrata troppo.

L’illusione di Internet consisteva nel credere che le opinioni di persone senza potere, offerte gratuitamente, avessero qualche impatto sul mondo […] Le opinioni non erano altro che parole, non erano altro che cazzate che qualcuno da qualche parte inventava, e non facevano altro che oliare i meccanismi del capitalismo […] L’unico effetto delle parole di persone senza potere su Internet era infliggere infelicità ad altre persone senza potere.

Come se ne esce? Be’, non se ne esce. Perlomeno non continuando a utilizzare, per liberarsi, gli stessi strumenti a cui si deve il mantenimento della nuova tipologia di schiavitù.

Non potete vincere se giocate attenendovi alle loro regole! Non potete vincere se usate Internet!

In Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, Jaron Lanier spiega che l’unico modo per sabotare dall’interno un modello di business quale quello dell’attuale industria tecnologica, basato esclusivamente sullo sfruttamento pubblicitario di dati personali e deleterio per l’economia, l’informazione, la politica e persino l’equilibrio mentale della società, è privare le piattaforme della propria materia prima fondamentale: noi stessi. Dimostrare che non siamo più disposti ad accettare un sistema che prende tutto ciò che gli serve senza dare nulla in cambio. Rimettere l’uomo, non il business, al centro e privare l’atmosfera digitale di tutti gli elementi tossici che ne hanno distorto e deviato l’aspirazione originaria.

La posizione di Kobek parte da un presupposto simile, ma arriva ad una conclusione ancora più drastica.

Forse la colpa non è di quelli che usano questi sistemi informatici elaborati! Forse la colpa è di quelli che hanno progettato questi sistemi per fare leva sugli istinti peggiori della razza umana perché fare leva sugli istinti peggiori della gente è un modo migliore per generare introiti pubblicitari di quanto non lo sia fare appello al lato migliore della nostra natura.

La rassegna delle devianze della rete condotta in Io odio Internet si traduce così in un’unica possibile reazione: il rifiuto totale di un sistema ormai irrecuperabile, perché viziato fin dall’origine dalle ideologie dei propri creatori. Nella visione di Kobek non c’è spazio nemmeno per il poco ottimismo residuo di Lanier.  Per lui non è più possibile aggiustare la rete: è troppo profonda e congenita l’influenza delle pulsioni bellicose che hanno reso Internet il baluardo del patriarcato, del razzismo, del sessismo e di una volontà di espansione e controllo inarrestabili tipiche della peggiore mentalità americana, quella degli ingegneri maschi bianchi ricchi ed eterosessuali che hanno creato la rete. L’unica via di uscita possibile è la fuga e non a caso la parola definitiva sull’argomento è affidata a J. Karacehennem, che esce di scena con un monologo gonfio di disincanto e rancore declamato dall’alto delle Twin Peaks, la sera prima di lasciare per sempre una San Francisco diventata negli anni del tutto irriconoscibile.

Nessun lieto fine: il compito di concludere il romanzo è affidato alle parole degli hater di Adeline. Rincasando la notte di Capodanno, la donna si trova ad assistere ad una rissa tra un gruppo di ingegneri appena usciti da un Google Bus e una banda di latini ubriachi intenti a festeggiare l’inizio del 2014. In quel momento il suo cellulare inizia a vibrare. Sono le notifiche di Twitter. I tweet dicono tutti cose come: “Troia… ti vengo ad ammazzare… a San Francisco”.

Ma Adeline non ha paura: la realtà in cui vive ha smesso di avere senso da tempo, ormai.

Luca Pantarotto (1980) è nato a Tortona e lavora a Milano, dove si occupa della comunicazione digitale di NN Editore. Scrive di letteratura americana su vari blog e magazine; cura inoltre un blog personale, La lista di Holden, dedicato alla storia del Grande Romanzo Americano.
Aggiungi un commento