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E il jazz. Un estratto da “Lettori selvaggi”

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal libro di Giuseppe Montesano Lettori selvaggi, uscito per Giunti (fonte immagine).

di Giuseppe Montesano

e il jazz, la musica rappezzata e bizzarra che cominciò nel 1895, con il fantasma sonoro del trombettista nero Buddy Bolden che impazzì nel 1907, la musica che Bolden intrise di blues e acciaccò e sincopò e improvvisò perché secondo uno psichiatra non era in grado di suonare correttamente: una musica che tra il 1895 e il 1917 si nutrì avidamente di tutto: musica nei parchi, canzoni di schiavi, vaudevilles, Operette, song, lacerti di opera lirica, minstrels, canzoni di chiesa, cakewalk, ragtime per cori voci pianini banjo, stomp, rulli per pianole meccaniche, trascrizioni per ottoni da Beethoven, klezmer puro e imbastardito, stride piano, canzoni napoletane, street parade, bande militari, nursery rhyme, canti di operaie e contadine, blues di  campagna, spettacoli di circo, tamburi, negri truccati, funeral music, balli da Grand Hotel, svago, intrattenimento, dolore, metamorfosi, errori, impacci, monetine, insofferenza, gioco, schiavitù: con il balbettio di Mamma’s Black Babe Boy dell’Unique Quartette nel 1894, l’Original rags di Scott Joplin nel 1898, l’Ethiopian Mardi Gras per il banjo di Vess Ossman e il piano di Frank P. Banta e però composto da un Levi nel 1900, Arthur Pryor and his Band nel 1903, la Sousa Band nel 1904, il grande direttore nero Jim Europe ovvero James Reese Europe e la Society Orchestra nel 1913, i Six Brown Brothers con sei sassofoni e la Van Eps Banjo Orchestra nel 1914, la Ciro’s Club Coon Orchestra nel 1916, James P. Johnson tra il 1910 e il 1917, quella poltiglia musicale esplose improvvisa nel 1917 con l’Original Dixieland Jass Band, la Earl Fuller’s Famous Jazz Band, la Handy’s Orchestra of Memphis, la Blake’s Jazzone Orchestra, la Original New Orleans Band e infiniti altri piccoli gruppi: per la gran parte formati da neri americani, molto da italo-americani e ebreo-americani ma anche da latino-americani, creoli, zingari e bianchi sfigati come Bix Beiderbecke e pazzoidi di ogni sorta, che venivano dalla Polonia, da Napoli, dalla Francia, da New York, dalla Louisiana, da New Orleans, dal Mississippi, dalla California, dal Brasile, dall’Emilia, dall’Impero Russo, dalla Boemia: una musica che nacque dalle voci diverse dei fiati che si contrapponevano, che discordavano in un tessuto non conciliato di spinte e controspinte, in una polifonia ignorante per bande di disadattati di talento: una musica che sfociò subito, tra il 1921 e il 1925, nei solismi del sileno ebbro Sidney Bechet, nella grandezza costruttiva del dandy geniale Ellington, nel miscuglio del geniaccio puro Jelly Roll Morton e nei rag e blues del geniaccio sublime Armstrong, una musica che nutrì Stravinskij e Bartók e che dopo si nutrì di Stravinskij e Bartók, che scese nell’oscuro del blues con Charley Patton e Robert Johnson, che si nutrì con le schioccanti e striscianti serpentine del clarinetto klezmer-jazz del grande Naftule Brandwein e con le distorsioni e le dita in meno di Django Reinhardt, e che dopo essersi raffinata con Lester Young da una parte e arresa allo swing dall’altra, ricominciò da capo nel 1944: con Charlie Parker che finalmente uccise lo swing insieme al tecnico Gillespie e al nevrotico Powell, e che attraverso una accelerazione del tempo portò a una nuova sintassi nel bruciante tagliarsi i ponti alle spalle del bop: una musica che poi andò oltre con Lennie Tristano i cui avi venivano da Aversa, e che per primo sciolse il jazz dalla prigione e lo aprì alla dissonanza e all’improvvisazione vera; con Thelonious Monk che ebbe in spregio le regole ma non troppo, e usò la dissonanza e gli spigoli a scopo melodico; con la vorace e astuta intelligenza di Gil Evans, che accrebbe l’idea stessa di jazz con i suoi arrangiamenti, ma che trionfò però come musicista solo alla fine della vita con orchestre che negavano il suo passato formalismo portandolo oltre se stesso, a sgretolare in una sua particolare forma di oltrejazz tutte le impalcature, rifacendo e reinventando la propria musica; con George Russell, che articolò una nuova lingua anch’essa fondata sui colori e le metriche dell’orchestra, adoperata come un mosaico mobile; con Jimmy Giuffre, che coraggiosamente si liberò del jazz per andare oltre, sospeso tra atonalismo e poesia; con Herbie Nichols, costruttivo e decostruttivo allo stesso tempo, e inabissato nell’insuccesso; con alcuni outsider alla Yusef Lateef, essenziale inventore di melodie e esploratore di colori e timbri; con Bill Evans, che insieme allo stupefacente contrabbassista Scott LaFaro e a uno dei primi batteristi a uscire dal tempo fisso come Paul Motian, slegò dalla gabbia metrica il trio jazz portandolo sull’orlo del disfacimento come in un Turner musicale in cui tutti i musicisti componevano-improvvisavano insieme; con Andrew Hill, post-monkiano labirintico e denso, capace di ricamare trine e merletti dentro il ritmo; con Keith Jarrett, che con il contrabbasso di Gary Peacock che aveva suonato con Ayler, e il batterista-compositore Jack DeJohnette, ha portato la poesia esile di Evans-LaFaro-Motian a un livello di finesse tale da risultare a volte quasi disanimata, arrivando da solista a un singolare postjazz; con il poeta del pianoforte Paul Bley, che sapeva far cadere petali di suono nel turbinare della nevrosi, e faceva della semplificazione una forma di quintessenza; con la salamandra Astor Piazzolla, che si accorse nei suoi ultimi anni che la perfezione trovata nelle sue post-milonghe e nei suoi post-tanghi poteva diventare una gabbia, e senza praticare il jazz incorporò il mood del jazz nella sua musica portandola sull’orlo del disastro felice, nelle frenesie ubriache di New Tango come nelle dolcezze rabbiose di Camorra; con il vecchio-giovane Miles Davis, che dopo l’assaggio di libertà di Kind of Blue nel 1959 e la labirintica, perfetta e stupefatta poesia del quintetto con il drumming geniale di Tony Williams nei primi anni Sessanta, dette forma informe tra il 1969 e il 1975 a una tenebrosa, imperfetta, ossessiva e spesso grandiosa musica elettrica, operando come un Dark Magus: ma il jazz non fu oltrepassato da nessuno di questi e altri grandi improvvisatori, e tutti in qualche maniera rifiutarono la rivoluzione di Ornette Coleman e le sue conseguenze, compreso l’immenso Charles Mingus: che riassunse e capovolse Ellington e tutti i pianeti del vecchio jazz facendoli ruotare intorno a una poesia insorta e visionaria, che pestò nella sua selvaggia fame di allargamento sonoro la poesia più assoluta e la metrica sull’orlo del collasso, e che già nel 1956 di Pithecanthropus erectus gettò un ponte che portava la storia del cosiddetto jazz nel territorio della cosa nuova che sarebbe cominciata intorno al 1960 con Free Jazz di Coleman: una frantumazione nell’unità che nel grandioso Cecil Taylor di Nefertiti e di altre opere tra gli anni Cinquanta e Sessanta faceva naufragare il tema in un tessuto poliritmico a fasce e a strati, una trama in cui il deflagrare del pianoforte jazzistico segnalava il risorgere della polifonia delle bande di New Orleans portato in un territorio contemporaneo: il jazz non poteva consistere solo nel tema di ’Round About Midnight scomposto e variato secondo la sensibilità di ognuno, e la sua verità doveva essere trovata nella potenza e libertà estetica con cui quel tema veniva abbandonato: la chance che il jazz aveva avuto in sorte era stata che i suoi compositori erano anche i suoi interpreti, cosa che avrebbe concesso loro il diritto di improvvisare per comporre, come avevano improvvisato per comporre i musicisti colti già nel Cinquecento: dal miracoloso Cabezón al sottile Andrea Gabrieli, passando per i grandi Trabaci e Frescobaldi fino a Mozart e a Skrjabin: una chance che i jazzisti, per motivi di censura e mancanze individuali, e per motivi di business ovvero per ragioni storiche, non colsero quanto avrebbero potuto: per cui il jazz si seppellì prematuramente nella muzak che si adatta al mondo facendolo divertire: ma la musica del fantasma Bolden era nata da una disfunzione nell’adattamento coatto al mondo come è, e basterebbe ascoltare il jazz quando non è musica di sottofondo per avvertire il thrill dissonante e disfunzionale che diventa dopo un attimo quasi fastidioso: quel fastidio perturbante che non rispetta il ron-ron ritmico del pensiero abitudinario, e che nevrotizza il battito involontario del piede che non riesce a andare a tempo, proprio quel perturbante è il segno che la nevrosi metrica è l’essenza di questa musica: un disadattamento ribelle in cui risuona a tratti la libertà sognata e di rado afferrata, una libertà che cominciò a esistere solo nel 1960 e dintorni, non più nella cosa vecchia del jazz ma nella cosa nuova che prima si chiamò free jazz e che poi diventò oltrejazz: la musica che portò al culmine estetico l’arte dell’improvvisazione-composizione e avverò la promessa non mantenuta dal jass,

© GIUNTI EDITORE

Commenti
11 Commenti a “E il jazz. Un estratto da “Lettori selvaggi””
  1. luca foresto scrive:

    se l’estratto di questo libro è rappresentativo della precisione delle informazioni su cui si basa e del livello speculativo delle considerazioni del suo autore, auguro ad entrambi prematuro oblio.

  2. annamaria natale scrive:

    Consiglierei a Foresto di studiare con un po’ di buona volontà enciclopedie e libri e soprattutto di ascoltare molto: comincerà a dissipare, forse, il suo oblio informativo e conoscitivo… poi, fra dieci anni se si impegna, potrà rileggere questo pezzo sul jazz con qualche profitto…

  3. luca foresto scrive:

    Gent. Annamaria, mi dispiace deluderla ma mi sembra ci sia ben poco profitto da trarre da uno scritto gravato da imprecisioni notevoli (es: il secondo grande quintetto di Davis si completa solo nel 1964 con l’arrivo di Shorter e si concretizza con il primo lp da studio solo l’anno dopo), affermazioni indimostrate ed indimostrabili (il rifiuto verso Coleman: chiedete a Coltrane e John Lewis… a proposito dove sono?), assenze inspiegabili (i due sopra, Sun Ra, Archie Shepp,…). Lo stile assertivo privo di argomentazioni solide e di riferimenti ad altri autori contribuisce ulteriormente ad appiattire e semplificare eccessivamente il fenomeno trattato. Molti punti sono incomprensibili, altri buttati sulla pagina a caso, come il passaggio sull’improvvisazione e i musici del 500….. Se pensa che un tal modo di scrivere faccia al caso suo, si accontenti. Al contrario sarò felice di fornirle una adeguata guida bibliografica al jazz.

  4. Stefano Trucco scrive:

    Ecco, solo l’idea di servirsi di una guida bibliografica al jazz organizzata da uno come lei fa passare qualsiasi voglia di ascoltare jazz.
    Non voglio nemmeno immaginare cosa lei penso di Geoff Dyer o Hobsbawm…

  5. Francesco Donato scrive:

    Invece di fare una guerra di religione vi faccio una proposta: ognuno pubblichi le sua bibliografia, poi chi vorrà potrà leggere e giudicare a chi appartengano le opinioni più autorevoli.
    Altrimenti la vostra è solo polemica sterile …

  6. angelo veltre scrive:

    navigando sul web ho incontrato tanti musicisti jazz sconosciuti che grazie a Giuseppe Montesano ho potuto ascoltare su <spotyfy.
    La scrittura è anche partecipare agli altri nuove conoscenze e questo articolo lo fa perfettamente.
    Che ci sia qualche imprecisione non importa, chi ha scritto non credeva di essere esaminato dal solito criticone che alza il dito e insegna… ma non fa.

  7. annamaria natale scrive:

    Gentile Foresto, il suo tono mi sembra stranamente livoroso, ma in ogni caso: in Lettori selvaggi si parla di quintetto di Miles citando Il fulcro Tony Williams, che era nel gruppo già dal 1963 (leggo su vari libri, e nell’autobiografia di Miles): quindi quale imprecisione? Mah. E Coltrane ha uno spazio da solo, e Shepp e Sun Ra si trovano con Ornette e altri in un pezzo con Ornette dove l’autore parla di “oltrejazz”… Ma in ogni caso a me in Lettori selvaggi non interessa chi c’è o non c’è o le date (che però da patita del jazz ho verificato essere giuste) ma la visione originale di uno scrittore sul jazz e su tanto altro. Poi ognuno è libero di trovare nei libri e nella musica ciò che vuole. Buon ascolto selvaggio di Coltrane e Ornette e tanta altra buona musica…

  8. luca foresto scrive:

    Gent. Annamaria, nel secondo quintetto storico di Davis, Williams vi figura storicamente con la stessa importanza di Carter, Hancock e Shorter; inoltre riferendosi al quintetto, non può che intendere quello con la formazione definitiva che dovrà rodare ancora parecchi mesi prima di produrre il primo capolavoro in studio ESP. I meno attenti fra gli appassionati di jazz tendono a vedere la carriera di Miles, la continua reinvenzione di se stesso e della sua musica, come una ascesa irresistibile senza soste o ripensamenti, salvo scoprire se si indaga un po’, che i primi anni dei ’60 furono un periodo di profonde incertezze e ripensamenti. Si nota prima di tutto dal materiale pubblicato: i dischi con l’orchestra di Gil Evans, molti dischi dal vivo con materiale costituito da standard o vecchi pezzi, un ricambio continuo di sassofonisti…Ammetto di non poter esprimere un giudizio sul libro e ma solo sull’estratto sopra, certo penalizzato da una lettura fuori contesto. Ma il mio umile giudizio rimane negativo: i fatti sono incerti e le opinioni discutibili. Fate pure i lettori selvaggi di Proust, ma siate ascoltatori educati di jazz.

  9. androide scrive:

    A me è parso un brano ispirato e coinvolgente. Il signor Luca Foresto scrive che “i fatti sono incerti e le opinioni discutibili”: ebbene, a me questa sembra un’ottima dichiarazione di poetica.

  10. Stefano Trucco scrive:

    Mettiamola così: se Lettori Selvaggi fosse un testo di storia del jazz o una guida alla creazione di una discoteca o simili, allora la critica di L.F. avrebbe senso.
    Non è quel tipo di testo ma una gigantesca carrellata sull’intera storia della cultura umana, soprattutto letteraria ma anche artistica e scientifica, improntata dal gusto e dagli interessi dell’autore, che comprendono anche il jazz. Così non mi preoccuperei più di tanto di piccoli errori di dettaglio (che secondo A.N. non ci sarebbero nemmeno).

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