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Jeff VanderMeer: intervista sull’Area X

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

È difficile intervistare Jeff VanderMeer, americano, editore, collaboratore di «New York Times», «Guardian» e «Washington Post», pluripremiato scrittore impegnato su molti fronti creativi, dalla fantascienza al fantasy, e soprattutto sempre alle prese con scadenze e consegne. Ma alcune domande erano necessarie per capire meglio i suoi Annientamento, Autorità e Accettazione: tre titoli che incutono timore, tre libri usciti negli Stati Uniti a pochi mesi l’uno dall’altro, tre inquietanti storie che compongono la Trilogia dell’Area X (Southern Reach Trilogy nell’edizione originale), pubblicata in Italia da Einaudi tra maggio e settembre di quest’anno.

Raccontano di un’area non ben identificata, accanto a una città sulla costa americana, nei nostri giorni, che come cosa viva si espande e sembra impedire la vita dell’uomo e alterare l’ambiente naturale. È un’atmosfera biologicamente mutata?, nasconde una forza aliena?, o arcaica? Quel luogo è vivo, vengono mandate delle missioni di scienziati per capire cosa sia, cosa voglia, e perché tutti ne tornino con pochissime notizie, silenziosi, apatici come larve, e dopo poco muoiano di cancro.

Una storia sospesa tra fantascienza e Lovecraft (anche se VanderMeer non accetta questo paragone, né si vede autore di fantascienza), che si apre con una missione femminile nell’Area X e la scoperta di un pozzo e di un faro che nascondono qualcosa, prosegue nella base dell’agenzia governativa Southern Reach e l’espansione dell’Area, per arrivare a risposte provvisorie attraverso un ritorno nell’Area di una biologa e di un uomo chiamato “Controllo”, già direttore dell’agenzia.

Una trilogia che con Annientamento ha già vinto il Nebula Award 2015, e che presto diventerà un film con Natalie Portman e Julianne Moore, prodotto da Scott Rudin (The Social Network, Grand Budapest Hotel, Non è un paese per vecchi), sceneggiato e diretto da Alex Garland (Non lasciarmi, Sunshine).

Mr. VanderMeer, partiamo dall’Area X: è un’anomalia, un territorio isolato da un confine immateriale in cui “qualcosa” ha aperto almeno un varco. Incombe, affascina, mette in crisi le nostre sicurezze.

Vede, un critico americano ha ipotizzato che l’Area X stia agli esseri umani come noi stiamo agli animali: una forza che impone se stessa in modo apparentemente illogico e random, casuale. Mi piace questa lettura. Ma a dire il vero la contaminazione esiste sempre e comunque nel mondo, che prenda la forma di una qualche Area X in un racconto o che avvenga nella vita reale attraverso microbi, funghi, o altri elementi del regno invisibile.

La mia Area X è, a un primo livello, quel posto dove nessuna nostra scienza o fede sono sufficienti a capire, e c’è pieno di questi luoghi nel mondo reale, anche se non li riconosciamo. La scienza non è abbastanza. La fede, o qualsiasi credenza, nemmeno. Sono entrambi metodi di controllo, ma non ne esiste uno effettivamente efficace perché non c’è possibilità di possedere una conoscenza assoluta del mondo.

Ma cosa attrae nell’Area X, e perché in Annientamento ha scelto una squadra di sole donne per la missione?

Mi avrebbe fatto la stessa domanda se fosse stata una spedizione di soli uomini? Non penso, e già questa reazione prova il valore della mia scelta. La risposta è: è nata così, e così è stata, penso. Ed è comunque più interessante, perché di solito tendiamo a raccontare di uomini in quella specie di iconico “spirito di esplorazione”. Ad ogni modo, una volta presa quella decisione, ho deliberatamente non inserito descrizioni delle donne protagoniste del libro, anche questo per evitare una situazione comune, cioè che le donne vengano giudicate dal loro aspetto esteriore. Di fatto, con una soluzione del genere volevo provocare un preciso effetto: forzare i lettori a prestare attenzione alle parole, ai gesti, ai pensieri.

Veniamo allora al lettore: nella Trilogia può trovare riferimenti a classici della fantascienza, come L’invasione degli ultracorpi, ma anche a Lovecraft. Cos’è però secondo lei che non può vedere?

Difficile pensare a citazioni nascoste. Non credo però si debba parlare di Lovecraft, in parte perché sono arrivato agli elementi inquietanti che racconto non dalla fiction ma dalla biologia e dalle strane forme di vita esistenti sul nostro pianeta. Per l’esattezza, tutti i dettagli del mondo naturale sono riconducibili alla zona North Florida, o scoperti nei miei viaggi in molti altri posti: non c’è un dettaglio di seconda mano.

Forse le citazioni nascoste sono da cercare nel fatto che molte cose del romanzo sono basate sulla mia vita: la piscina della biologa e la stella marina che vede in Annientamento, l’agenzia governativa non proprio ineccepibile in Autorità e tutto ciò che non è perturbante. Ebbene sì: ho lavorato come consulente di agenzie governative, e sono davvero strane.

Quindi per lei Lovecraft non ci sarebbe, e la fantascienza nemmeno?

Non considero la Trilogia fantascienza. Ho sempre pensato a me stesso come a un autore di fiction, a un narratore, e sono gli altri, il mondo esterno, che poi mi danno delle etichette. Sono pubblicato come un autore mainstream e letto come tale, ma anche di “fiction speculativa” o “weird”, la cui tradizione potremmo farla risalire a Kafka. Mi piace pensare a questi libri, ragionando su un livello profondo, come “environmental fiction”, attenta all’ambiente, anche perché nel secondo libro della trilogia, Autorità, si racconta di un uomo che cerca di trovare un senso al sistema ecologico che lo circonda, sistema che è al tempo stesso umano e naturale.

E il film come racconterà la sua Trilogia?

Mi sento sollevato dal fatto che il film sarà diverso dai libri. Mi auguravo infatti che non fosse una sorta di “doppelganger”, di doppione spettrale del libro, e Alex Gardland è un regista e sceneggiatore brillante e con una visione molto personale. Quindi alla fine sarà in parte come il libro, ma alcuni suoi aspetti saranno affrontati in modo più sintetico e altri invece più esteso, come d’altronde avviene in ogni traduzione o adattamento. So che ci sarà un faro e che il film sarà fenomenale, ma, indipendentemente da come verrà trasformato, il libro resterà sempre tale e quale è ora.

Una realtà da accettare, quindi. E visto che Accettazione è proprio il titolo dell’ultimo libro: cosa l’essere umano deve accettare?

Un anno fa non avrei pensato di dirlo, ma lo ha detto benissimo il Papa nei suoi recenti interventi sul riscaldamento globale. Tutto ciò che ha scritto è cosa dobbiamo accettare se vogliamo sopravvivere. E parte di ciò che dobbiamo accettare è l’idea di umiltà e di trovare un nuovo rapporto con la natura e gli animali. Il che è anche un aspetto della nostra responsabilità etica e morale, con cui dobbiamo fare i conti dopo aver sfruttato il pianeta per così tanto tempo. Le due cose sono alla fine una sola: fare la cosa giusta che ci aiuterà a sopravvivere. Nulla poteva essere più chiaro.

Alberto Sebastiani lavora al Dipartimento di Filologia Classica e Italinistica dell’Università di Bologna e collabora con la Repubblica. Di formazione linguistica e critico letteraria, si è occupato di molti autori del Novecento italiano (da critico militante anche di quelli ora in attività), e da sempre si muove in particolare in territori testuali di frontiera, dal fumetto alla letteratura di genere e alle cosiddette “nuove” scritture (dagli sms in tv e i blog alla famigerata twitteratura), e ora si pone molte domande su una tradizione da costruire, che riguarda proprio le cosiddette “nuove” scritture. Tra i suoi libri, ha curato Opere (con Stefano Costanzi e Emanuela Orlandini) e Lettere di Silvio D’Arzo (Mup), ed è autore di Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi (Manni).
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