Jennifer Egan_photocredit_ PieterM

Jennifer Egan: dal quaderno a Twitter

Pubblichiamo un’intervista di Elena Stancanelli, uscita su Repubblica, a Jennifer Egan. Da oggi al 31 ottobre tutte le sere dalle 22 il racconto Scatola Nera di Jennifer Egan verrà “twittato” dallaccount minimum fax. Su minima & moralia ogni mattina un post con la puntata della sera precedente. E dal 1 novembre il racconto sarà disponibile esclusivamente in ebook. (Immagine: Pieter M. van Hattem.)

Jennifer Egan è una scrittrice americana di impressionante bravura. È nata nel 1962 a Chicago, e l’anno scorso ha vinto il premio Pulitzer con il suo quinto romanzo, A Visit from the Goon Squad, pubblicato in Italia da minimum fax col titolo Il tempo è un bastardo (traduzione di Matteo Colombo). Le sue storie sono commedie umane che conservano una sapienza ottocentesca unita a una curiosità mai ovvia per la tecnologia. Il tempo è un bastardo contiene un capitolo svolto interamente come una presentazione in Power Point e in questi giorni sta sperimentando, sul New Yorker, la scrittura di un romanzo attraverso Twitter.

È stato il New Yorker a suggestionarla o è un’idea sua?

Totalmente mia. Addirittura in un primo momento, quando ho sottoposto alla rivista la trama del racconto che avrei scritto, non ho detto che avrei voluto scriverlo su Twitter, perché temevo che non avrebbero accettato. Solo dopo che loro hanno accettato la mia proposta, gli ho spiegato che avrei voluto che uscisse con la formula dei tweet. E anche allora, temevo che si sarebbero tirati indietro. Invece hanno sposato il progetto per come era, e con entusiasmo. Ne sono rimasta sorpresa, e felice, io stessa.

Perché ha scelto per questo progetto una trama noir?

È successo in maniera naturale. Da un po’ di tempo mi cullavo con l’idea di scrivere una spy story al femminile, e quindi di esplorare il regno del noir in tutta la sua estensione. Twitter, per la sua doppia valenza pubblica e privata, mi è sembrato molto vicino all’idea dello spionaggio. C’è qualcosa di intimamente segreto nel linguaggio di Twitter. Una voce narrativa che si fosse espressa attraverso i tweet, avrebbe contenuto naturalmente questa ambiguità pubblico/privato. Il registro mentale di una spia compresa nella sua missione, si sposa con facilità a questo tipo di struttura.

L’ha scritto tutto insieme, o tweet per tweet?

Ho scritto tutto a mano in un quaderno di appunti giapponese, costituito da otto rettangoli in ogni pagina. Potete vedere qui l’immagine. In alcuni mesi, ho riempito cinque o sei pagine del mio quaderno, fino ad avere una prima stesura. Ma era lunghissimo, probabilmente il doppio di quello che poi è stato effettivamente pubblicato. Quindi l’ho ribattuto al computer e ci ho lavorato come fosse un manoscritto. I piccoli brani, i tweet, erano separati uno dall’altro da spazi bianchi.

Di solito come lavora quando scrive? Prepara una scaletta?

No. quando inizio, no. Per esempio “Il tempo è un bastardo” nasce da un’immagine: una donna che ruba il portafoglio di un’altra donna in una toilette. È un episodio che mi è successo davvero. Ero a New York, e dovevo prendere un aereo. Mi sono ritrovata senza niente: soldi, carte, biglietto. Ero disperata. In quel momento mi squilla il telefono. Era una donna. Sono di City Bank, mi ha detto, sappiamo che ha perso il portafoglio e noi siamo qui per aiutarla. Ero felicissima. Sono scoppiata a piangere per l’ansia. Lei mi ha consolato e poi ha mi ha chiesto varie informazioni, e tra queste il pin del bancomat. E io gliel’ho dato. Pazzesco, no? Perché la persona al telefono, ho capito soltanto dopo, era la ladra stessa. Che mi ha svuotato il conto. Questa conversazione mi ha ossessionato a lungo. Mi sono chiesta se lavorasse davvero in una banca, perche aveva un lessico e anche una intonazione della voce davvero perfette, e alle sue spalle si sentivano voci e gente che batteva a macchina. Chi era questa donna? Sono partita da lì. Anche in quel caso scrivendo prima a mano e poi copiando sul computer. Per me il rapporto tra segno scritto e schermo, è una specie di dialettica tra libertà creativa e organizzazione.

Il tempo è un bastardo è un romanzo con una costruzione temporale complicata. Va avanti e indietro nel tempo dalla fine degli anni settanta fino al 2020. L’ha scritto in maniera cronologia?

No. All’inizio non pensavo nemmeno che sarebbe diventato un romanzo. Volevo scrivere un racconto che avesse come tema l’industria discografica, il passaggio dall’analogico al digitale, da un business ricchissimo all’attuale crisi. Ho scritto quello che sarebbe diventato il primo capitolo, quello del furto del portafoglio, e poi il secondo. Ma a quel punto. sono diventata curiosa di scoprire l’origine dell’abitudine di Bennie di bere scaglie d’oro sciolte nel caffè. E ho proseguito così, inseguendo su e giù nel tempo le mie curiosità sui personaggi. È stata la curiosità, non la cronologia a costituire la struttura.

Lei ha definito il suo romanzo come una sorta di concept album.

Ho pensato a un concept album solo in un secondo momento, quando ho capito che il libro era diviso in due parti: prima e dopo l’11 settembre. Come un lato A e un lato B. All’inizio, dopo che ho capito che sarebbe diventato un romanzo, mi sono data tre regole: ogni capitolo avrà un protagonista diverso, ogni capitolo avrà un sentimento, un approccio tecnico e uno stile diversi, ogni capitolo avrà una sua autonomia di senso, potrà essere letto anche senza sapere cosa viene prima o dopo. Come tanti racconti, appunto.

Non scrive mai di se stessa?

Non sono capace. Non funziona. Non so cosa debba essere la letteratura, non è una regola generale, ma per me l’autobiografia non funziona. Ovvio che uso le mie emozioni, ma le metto in personaggi immaginari.

So che lei lavora con un gruppo di lettura. Da chi è composto e che regole ha.

Non sono persone famose. Sono amici di New York. All’inizio, circa 20 anni fa, eravamo tutti allievi di un corso tenuto da un poeta. Uno di noi legge, gli altri semplicemente ascoltano. La cosa interessante è che non ci sono mai fotocopie o testi scritti. In questo modo, ascoltando, si colgono dettagli che alla lettura sfuggono. I testi che porto al gruppo sono ancora molto acerbi, mentre quelli che consegno all’editore sono passati attraverso molte stesure. Ma questo non significa che non abbia con l’editore ulteriori scambi di opinioni. Ad esempio il capitolo in Power Point non c’era quando il libro è stato acquistato. Avevo tentato di mettercelo ma non aveva funzionato e mi ero arresa. Ma l’editore ha insistito, perché pensava che sarebbe stato necessario vedere Sascha nella sua vita futura. Mi ha spinto a riprovare e alla fine sono riuscita a scriverlo.

Ne Il tempo è un bastardo c’è un capitolo ambientato in Italia. Ha vissuto qui per un periodo?

La prima volta che sono stata a Napoli era il 1997. Mentre ero lì pensavo che avrei voluto scriverne. Di solito non mi succede. Deve passare un po’ di tempo perché recuperi dei ricordi e decida di usare un luogo e una situazione per una storia. Ma a Napoli ero talmente attratta dalla sensazione di duplicità che emana da quella città: da una parte la storia, forte, potente, sana, dall’altra la decadenza del presente. Questo contrasto era molto evocativo per me. Ho deciso subito che ne avrei scritto e ho preso moltissimi appunti.

Gli ebook cambieranno il nostro modo di leggere?

Non lo so, davvero. Io ho un iPad ma non amo moltissimo leggerci sopra. Soprattutto perché non riesco mai a capire a che punto sono del libro. Mi manca il peso delle pagine da una parte all’altra.  Ma le persone amano i lettori digitali e i tablet. Sono oggetti di affezione ed è bello che abbiano a che fare anche con i libri. Questo probabilmente significherà che i romanzi non spariranno. Ho una pregiudizio però: che la gente legga gli ebook con meno attenzione rispetto ai libri di carta. Ma non ho nessuna prova, è solo una sensazione. E io faccio sempre attenzione a non trasformare le mie sensazioni in idee sul mondo. E poi non voglio essere vittima della nostalgia di mezza età.

Il tempo è un bastardo diventerà una serie per HBO. La scriverà lei?

Non la scriverò io, perché non me l’hanno chiesto. E perché non saprei come fare, non guardo molta televisione. Ed è un lavoro che richiederebbe molto tempo, mentre io voglio scrivere un altro libro. E non voglio tornare su quello che ho già scritto, probabilmente mai più. Meglio che lo facciano degli specialisti, che lo faranno sicuramente meglio di me.

Le piacciono le serie televisive americane?

Moltissimo. La prima volta che ho visto The wire sono rimasta stregata. Era una specie di droga, non riuscivo a fare altro, non volevo uscire di casa, non avevo più neanche voglia di leggere. Sono i nostri feuilleton. I nostri Dickens, o George Eliot.

Elena Stancanelli (1965) è nata a Firenze, dove si è laureata in Lettere moderne. Vive a Roma, dove ha frequentato l’Accademia d’Arte Drammatica. Ha esordito con il romanzo Benzina (Einaudi 1998), seguito da Le attrici (Einaudi 2001), Firenze da piccola (Laterza 2006) e A immaginare una vita ce ne vuole un’altra (minimum fax 2007). Il suo ultimo romanzo è La femmina nuda (La nave di Teseo 2016), finalista al Premio Strega. Collabora con il quotidiano la Repubblica.
Commenti
17 Commenti a “Jennifer Egan: dal quaderno a Twitter”
  1. SpeakerMuto scrive:

    Molto bello “Il tempo è un bastardo”. Il capitolo in Power Point pensavo fosse assurdo, invece funziona perfettamente e apre alla possibilità/necessità di non leggere una narrazione nella classica maniera sequenziale, da sinistra a destra e dall’alto in basso, che in fondo è la struttura dello stesso romanzo, dati i salti temporali.

    Certo, sentire che un genio della letteratura fornisce il pin del suo bancomat a una sconosciuta fa un po’ sorridere, ma pare che il furto le abbia portato bene.

  2. Francesca scrive:

    “E non voglio tornare su quello che ho già scritto, probabilmente mai più.”
    molto “analogico” come approccio. chiudere un lavoro, un’opera, e semplicemente passare oltre, “andare avanti”, procedere con altri progetti. eppure la possibilità di ri-mettere mano ad un proprio lavoro apre un ventaglio di opportunità, secondo me, per far ri – vivere quell’opera e magari scoprire che può assumere direzioni nuove, che pul avere cose ulteriori da dire ed esprimere, anche a distanza di tempo rispetto a quando è stata ideata ed anche veicolata da un medium diverso.

  3. Wif scrive:

    Io mi sono annoiata a leggere il tempo è un bastardo. Secondo me è piaciuto soprattutto a una generazione, appunto quella che ha amato la musica del periodo di passaggio tra l’analogico e il digitale, per motivi nostalgici, come sempre accade. .

  4. sergio l. duma scrive:

    Indipendentemente dal giudizio che si può dare sul testo della Egan, la sua intuizione dimostra che innanzitutto la letteratura statunitense continua ad essere vivace e inoltre che l’idea del Power Point è una delle possibili strade da seguire. Io amo il libro cartaceo, intendiamoci, ma nei prossimi decenni si dovranno per forza esplorare nuove modalità. Ben vengano quindi gli e-book e quant’altro, e mi piacerebbe leggere romanzi e racconti pensati specificamente per questi ambiti. Sono d’accordo con la Egan quando afferma che in questa maniera i romanzi non spariranno; semplicemente, riusciranno ad affrontare meglio la concorrenza dei media legati alle tecnologie. E sono altresì d’accordo con la sua affermazione riguardante i serial televisivi considerati una forma di feulleiton contemporaneo (anche se questa tesi l’aveva già espressa Aldo Grasso nel suo ‘Buona Maestra). Telefilm pionieristici come ‘Twin Peaks’ e altri più recenti come ‘Lost’, ‘Flashforward’, ‘Touch’ e altri hanno una struttura narrativa talmente complessa da fare invidia al più abile degli scrittori post-moderni; e gli autori Avant-Pop hanno a loro volta mutuato certi stilemi dei serial americani.

  5. Alice scrive:

    Abbiate pazienza, ma da un blog letterario mi aspetto un po’ più di cura ai “particolari”.

    Cito dal testo:
    “È stata la curiosità, non la cronologia ha costituire la struttura.” e “Lei hai definito il tuo romanzo è una sorte di concept album.”

    Questo in dure righe, mi è passata la voglia di leggere il resto, peccato perché ero curiosa.

  6. minimaetmoralia scrive:

    Ciao Alice,
    purtroppo le sviste possono capitare anche a chi cura un blog letterario. Grazie per la segnalazione. Abbiamo corretto.

  7. Federica scrive:

    @Alice – certo che se uno ti dà la possibilità di leggere gratis l’intervista all’ultimo Pulitzer letterario e tu smetti di leggere per due refusi (che è meglio se non ci sono, ma posson sempre capitare) secondo me stavi solo andando a caccia di un pretesto per non leggere.

    Boh, io mi sono un po’ infastidita, per questi refusi, ma poi ho continuato a preferire la luna al dito. Grazie per l’intervista.

    E grazie soprattutto per consentirci di leggere quell’interessantissimo racconto via twitter che dalla prima puntata sembra proprio bello.

  8. Alice scrive:

    @Federica
    Ho finito di leggere l’articolo, ovviamente, ma francamente la gratuità non credo giustifichi proprio qualunque cosa. Soprattutto perché ci sono refusi e refusi, faccio questo di mestiere e il fastidio nasce dal fatto che c’è un crescente disinteresse per queste che non sono piccolezze.
    Il refuso può essere una parola scritta male – ne ho fatto io uno, proprio nel mio commento precedente! – ma può portare anche a un errore di ortografia, anche se non voluto, e forse questo è un po’ peggio.
    Ecco, mi piacerebbe che le fantastiche opportunità del web, con la loro velocità, non portassero a dimenticare che i correttori di bozze servono, anche su un blog, soprattutto se letterario, soprattutto se di minimum fax, che è una casa editrice che amo.

  9. Federica scrive:

    @Alice
    non scrivevo che è sbagliato infastidirsi o protestare o (meglio) segnalare la cosa.

    Scrivevo che smettere di leggere mi sembrava una cosa esagerata.

    La cosa che non capisco (proprio umanamente) è perché si debba sempre trovare tra le righe qualcosa che non c’è. Cioè, per quale motivo, mosso un rilievo, l’interlocutore debba rispondere come se gliene fosse stato mosso un altro, e questo pur di voler avere ragione in modo facile nell’ambito di un ragionamento che a quel punto è solo il suo.

    Tu stessa hai detto che poi l’articolo l’hai finito di leggere, quindi per me avevi già risposto alla mia sollecitazione. Ma no: mi si risponde come se stessi giustificando i refusi.

    Sarà una piccola cosa (ma non più piccola delle questioni che riguardano i refusi). Io credo però che discussioni più mature richiedano una diversa disposizione all’ascolto.

  10. Tizianeda scrive:

    Ho amato molto “Il tempo è un bastardo” che ho letto su e-book. Concordo con l’autrice quando dice di preferire il libro di carta,il “peso” delle pagine e la possibilità di orientarsi specie in un libro così proustiano come questo.

  11. Francesca scrive:

    sto scrivendo un articolo su Black Box e la vostra iniziativa di pubblicarlo a puntate su Twitter, e poi in e – book. mi piacerebbe saperne di più dalla vostra viva “voce”. c’è un indirizzo e-mail a cui posso contattarvi? grazie, buon lavoro :)

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