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Jesse Armstrong, la guerra in Bosnia e le possibilità della commedia

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Andrew è un muratore dei sobborghi di Manchester in seria difficoltà. È un antieroe, appassionato di politica estera, che non sta a proprio agio in nessuna classe sociale. È il 1994, Sarajevo è sotto assedio e il processo di dissoluzione della Jugoslavia risulta ormai inarrestabile.

Amore, sesso e altre questioni di politica estera (Fazi, 430 pagine, 16 euro, traduzione a cura di Giacomo Cuva), romanzo d’esordio del noto commediografo inglese Jesse Armstrong, racconta la vicenda di un gruppo di giovani idealisti armati dall’idea di raggiungere la Bosnia e mettere in scena uno spettacolo teatrale pacifista sul retro del loro Ford Transit. Andrew s’innamora a prima vista di Penny, anch’ella sensibile a quella dolorosa vicenda bellica. Lui immagina che l’amore possa salvargli la vita e pur di unirsi a Penny e al gruppo di pacifisti in partenza, fra i quali nessuno aveva alcuna esperienza sul fronte di guerra, finge di conoscere benissimo il serbo croato.

Il lavoro di Armstrong, una commedia che non si tira indietro dinanzi all’efferatezza del conflitto, ha lo spirito de Il violoncellista di Sarajevo, narrato qualche anno fa da Steven Galloway. Esprime cioè quella necessità di prendersi gioco della guerra che ritroviamo nella medesima ambientazione cinematografica di Perfect day di Fernando León de Aranoa con Benicio Del Toro e Tim Robbins.

Dall’inizio il processo di pace nella ex Jugoslavia ha avuto negoziatori britannici e statunitensi, da Lord Carrington a Holbrooke, nonostante la cultura anglosassone fosse così distante dai Balcani. Perché Andrew sceglie la Bosnia e immagina di poter essere un interlocutore di pace?

«Il mio narratore le risponderebbe che è partito perché la Bosnia gli stava a cuore. E ho una grande empatia per tutti gli Andrew del mondo che si dirigono verso zone di conflitto per aiutare. Ma non possiamo negare che Gran Bretagna e Stati Uniti abbiano storie particolari di coinvolgimento oltremare. Quello che la sua domanda suggerisce, è ciò che più di uno dei personaggi locali lascia intendere alla mia gang solidale impegnata ad allestire uno spettacolo teatrale per la pace. Può esserci lì una sorta di imperialismo dell’aiuto?».

In che modo ha combinato il tono della commedia con il dramma di una guerra fratricida?

«Credo si possa scrivere una commedia su qualsiasi argomento, c’è sempre un’angolazione. La questione risiede nel trovare il tono e la misura esatta per determinati argomenti, che rischierebbero di essere scioccamente ridimensionati. Ovviamente nel suo complesso il conflitto bosniaco non è stato altro che una tragedia pura e l’unica cosa sensata che puoi volere è piangere. La guerra non è divertente. Ma c’è l’altro lato da indagare: la confusione dietro le quinte, le assurdità delle grandi organizzazioni, le ipocrisie e le vanità delle nazioni e degli individui, le bugie che ci raccontiamo, le persone inghiottite dalla macchina da guerra. Mi sembrano aree ottime da esplorare per una commedia».

Oggi il mondo assomiglia a un resort globale per i traumi personali e collettivi. I personaggi riescono a bilanciare l’onestà e l’egoismo che animano la scelta di partire?

«È un’ottima immagine per descrivere il mondo. Siamo tutti in una coda enorme per il triage in un ospedale da campo e ci sono popoli che affrontano drammi indicibili in prima fila. Ma anche in fondo alla coda, in Occidente, siamo febbricitanti e malconci. Le ragioni per andare in uno scenario di guerra sono molteplici. Mi piace questa confusione di onestà ed egoismo, di alte e altre più superflue intenzioni. Allora veramente ecco che l’intero libro guarda dentro a una missione umanitaria. Sono a favore di chi anche sbagliando fa le cose, con l’insito potenziale narrativo tragico e comico. Nel mio gruppo ognuno propone prospettive diverse, tenendo da parte i motivi reali».

Tornando a casa, resta una possibilità di domare la futilità e l’irrazionalità della guerra?

«Non saprei. C’è un passaggio famoso in Mattatoio n. 5 nel quale Vonnegut ha un personaggio che consiglia al narratore di scrivere un libro piuttosto contro il ghiaccio che contro la guerra. Non penso si possa prevalere sulla futilità e sull’irrazionalità della guerra, ma almeno puoi fare fracasso con la tua batteria contro di essa. È del tutto irrilevante, ma forse aiuta a farti sentire meglio».

D’abitudine si associa il dramma jugoslavo ai riconosciuti criminali di grande calibro, vedi Karadzic. Lei lo fa ed è sufficiente a spiegare?

«Il libro si conclude con i personaggi in una fase complicata della guerra già di per sé complessa, una situazione particolarmente triste nella Bosnia occidentale. Non avevo alcuna volontà assolutoria dalle rispettive responsabilità di mostri come Karadzic e Mladic. Ma in quel luogo confuso i miei giovani personaggi, che immaginavano di sapere tutto quel che succedeva, riconoscono che devono dedicarsi a capire più in profondità. In un conflitto frastagliato tuttavia non si dissolvono la ragione e il torto».

Ha conquistato una qualche libertà dedicandosi alla prosa?

«È anche troppa la libertà del romanziere. La solitudine che si ricerca per la creazione artistica appare poi destabilizzante. Le restrizioni rendono l’opera fattibile. Sono uscito dalla comfort zone della scrittura per la televisione ma al contempo ho costruito le mie certezze: narratore in prima persona, questa è la mia voce, questi sono i personaggi, la forma del loro viaggio. E poi ho cominciato a godermelo».

Ha partecipato al referendum e qual è la sensazione dopo la Brexit, seppure nella fase embrionale?

«Ho votato per restare e sono deluso dell’esito elettorale. Qualunque siano i problemi che affliggono l’Europa, la risposta di alzare le mani in segno di resa e andarsene è errata. Somiglia al classico caso di una rabbia disfunzionale mal direzionata, come se non fossimo noi i responsabili di istituzioni create insieme e inaffidabili, dell’inquinamento ambientale, della crisi dei migranti in un mondo globalizzato».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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