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Jesse Owens e Lutz Long, all’ombra dell’olimpiade di Hitler

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Questo pezzo è uscito sul numero 200 di scarp de’ tenis: ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

Il ragazzo bianco e il ragazzo nero si vedono per la prima volta la mattina del 4 agosto 1936. Stadio di Berlino, qualificazione per la finale del lungo. Tutt’e due hanno 23 anni.

Il ragazzo nero, Jesse Owens, il giorno prima ha vinto la finale dei 100 metri, è già un idolo del pubblico. È la Germania di Hitler, ma non tutti allo stadio sono nazisti. È l’Olimpiade di Hitler. Molti Paesi hanno deciso di boicottarla. Barcellona organizza le controlimpiadi ma tutto salta con lo scoppio della guerra civile.

Anche negli Usa un forte movimento popolare ha chiesto il boicottaggio, essendo già chiari i connotati antisemiti e razzisti della politica tedesca, ma Avery Brundage, presidente del comitato olimpico Usa e uomo di estrema destra, ha dato ampie assicurazioni: a Berlino non ci saranno discriminazioni. Però gli atleti neri sono solo 10.  Owens era obbligatorio portarlo a Berlino perché in meno di due ore, nel ’35 ad Ann Arbour, aveva stabilito 4 record mondiali: 100 yarde, 220 yarde piane e a ostacoli, lungo (con 8.13).

Il ragazzo nero sa che il bianco è dato per favorito. Si chiama Carl Ludwig Long, fisico imponente (1.84 x 72 contro l’1.78 x 71 di Owens). È nato a Lipsia da famiglia agiata, ariano puro, capelli biondi e occhi azzurri.  Studia Giurisprudenza. Owens è nato in Alabama da una famiglia di agricoltori, settimo di dieci figli. Suo nonno era uno schiavo. Lincoln aveva abolito la schiavitù nel 1865, ma un secolo sarebbe passato prima che gli afroamericani avessero uguali diritti: Civil Right Act 1964, Voting Right Act 1965.

Long: il cognome sembra già un messaggio, un presagio, una sentenza. Si qualifica al primo tentativo. Ma già prima era andato a salutare il ragazzo nero, di pochi mesì più giovane: 27 aprile Long, detto Luz o Lutz, 12 settembre Owens. Frasi di circostanza, tra avversari che si rispettano. Però Owens fa due salti nulli, e Long torna da lui. «Sei troppo teso», gli dice, «rilassati, uno con i tuoi mezzi deve qualificarsi a occhi chiusi. E poi secondo me sbagli rincorsa, allungala di una trentina di centimetri, se vuoi metti una maglietta bianca vicino al punto di battuta».

Owens segue i consigli del rivale e si qualifica, sia pure per pochi centimetri. C’entra l’emozione, ma anche il fatto che il salto è la specialità che Jesse sente meno sua (anche con l’8.13 mondiale).  Nel pomeriggio, finale-spettacolo. Owens è sempre primo, ma Long vicinissimo 7.84 contro 7.87 al quarto salto. Al quinto Long pareggia a 7.87, ma Owens sale a 7.94. Nullo l’ultimo salto di Long, 8.06 per Owens. Il primo a congratularsi è Long, appena Owens si rialza dalla sabbia. E parlando fitto vanno verso gli spogliatoi, passando davanti alla tribuna d’onore dove Hitler inghiotte rabbia. «Gli americani dovrebbero vergognarsi di mandare gli ausiliari negri a vincere medaglie al posto loro» dirà Goebbels.

Da quel pomeriggio del ’36 resiste una domanda: è vero che Hitler si rifiutò di stringere la mano a Owens? È vero che Hitler, prima dell’inizio della manifestazione, aveva espresso la volontà di stringere la mano solo ad atleti tedeschi. Ma i responsabili del cerimoniale gli dissero che non era possibile: o tutti o nessuno. Nessuno, decise Hitler. Ma, stando a quanto scrisse Owens nell’autobiografia, un accenno di saluto, da parte di Hitler, ci fu.

Secondo un testimone oculare, l’italiano Arturo Maffei che si piazzò quarto nel lungo, «fu una scena alla Ridolini. Hitler tese il braccio nel saluto nazista mentre Owens allungava la mano. Consapevole dell’equivoco, Hitler allungò a sua volta la mano ma intanto Owens aveva portato la sua alla fronte, nel saluto militare». Il giorno dopo Owens vinse i 200 metri e il 9 agosto la staffetta 4 x 100. Passeranno 48 anni prima che un ragazzo, anche lui dell’Alabama, Carl Lewis, vinca 4 medaglie d’oro nelle stesse specialità alle Olimpiadi di Los Angeles.

La staffetta Owens aveva chiesto di non disputarla. «Ho già vinto abbastanza, fate correre gli altri». Nal quartetto-base c’erano solo bianchi: Draperer, Wykoff, Stoller e Glickmann. Gli ultimi due, ebrei, vennero depennati, su disposizione di Brundage, e le prime due frazioni della finale le corsero i neri Owens e Metcalfe. Tornato in patria, Owens dichiarò: «Non mi sono sentito offeso da Hitler, semmai dal mio Presidente: ho vinto 4 medaglie per gli Usa e non ho ricevuto neanche una telefonata».

In effetti, Franklin Delano Roosevelt, temendo di perdere i voti degli elettori del Sud, non ebbe mai una parola per Owens, mentre gli olimpionici bianchi erano accolti alla Casa Bianca con tutti gli onori. Allo stesso modo si comportò Truman, il successore. I primi importanti riconoscimenti ufficiali glieli tributarono Gerald Ford nel 1976 e Jimmy Carter nel 1979. Nessun contratto pubblicitario per Owens nel ’36. Passò professionista, corse contro auto, moto, camion, levrieri, cavalli. Fece il bidello, il benzinaio, il disc-jockey, il conferenziere (ma sempre entrando negli alberghi dalla porta di servizio, e salendo sugli autobus da quella posteriore). Fece il preparatore atletico degli Harlem Globetrotters.

Cercò di mediare nella vicenda dei velocisti coi guanti neri sul podio a  Mexico ’68, presidente del Cio ancora per quattro anni sarebbe stato Avery Brundage. Gli atleti neri lo chiamarono zio Tom. «Molti dei lavori che ho fatto li ho fatti malvolentieri. Ma erano tutti lavori onesti e dovevo pur mangiare», disse. Ebbe sempre al fianco la moglie Ruth, si erano sposati giovanissimi nel ’35, fino all’ultimo giorno: 31 marzo 1980. Owens morì di cancro ai polmoni, fin da adolescente fumava un pacchetto di sigarette al giorno.

Long e Owens continuarono a scriversi. Questa fu l’ultima lettera ricevuta da Owens nella primavera del 1943: «Caro amico Jesse, qui dove siamo sembra ci siano solo sabbia e sangue. Non ho paura per me, ma per mia moglie e il mio bambino che non ha mai realmente conosciuto suo padre. Il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. Se così dovesse essere, ti chiedo questo: quando la guerra sarà finita vai in Germania a trovare mio figlio e raccontagli di suo padre. Parlagli di quando la guerra non ci separava, e digli che le cose tra gli uomini possono essere diverse, su questa terra. Tuo fratello Luz».

Si era laureato, Long, e sposato. Il figlio, Kai, nacque nel ’42. Long fu richiamato alle armi come ufficiale della Luftwaffe. Ferito nella battaglia all’aeroporto di Biscari, morì 4 giorni dopo, il 14 luglio 1943. E in Germania Owens ci andò a parlare col figlio di Long. Ad Amburgo, nel 1951. E quando Kai si sposò l’invitato d’onore era Owens. Ai mondiali di atletica a Berlino, nel 2009, Kai Long e sua figlia Martine abbracciarono Marlene Dortch, la nipote di Owens.

A Owens è intitolato un viale, vicino allo stadio di Berlino.  Long è sepolto nel cimitero di Motta Sant’Anastasia (Catania), fos­sa comune 2, piastra E.

Gianni Mura (Milano, 1945), è uno dei maestri del giornalismo sportivo italiano, erede della grande tradizione inaugurata da Gianni Brera. Dal 1976 scrive sulle pagine sportive di Repubblica. Dal 1991 firma con la moglie Paola una rubrica di enogastronomia sul Venerdì di Repubblica. È autore dei romanzi Giallo su giallo (Feltrinelli, 2007) e Ischia (Feltrinelli, 2012). Nel 2008 minimum fax ha pubblicato La fiamma rossa. Storie e strade dei miei Tour. Nel 2011 gli è stato conferito il premio Coni alla carriera.
Commenti
2 Commenti a “Jesse Owens e Lutz Long, all’ombra dell’olimpiade di Hitler”
  1. mauro scrive:

    Questa storia e la stessa foto che la illustra dimostra come il vero cameratismo – l’orgoglio dell’amicizia tra esseri umani- si fondi sulla comune passione e sul talento condiviso – non su fantasmi infami come quello della razza e dell’ideologia.

  2. pierluigi scrive:

    Una storia di amicizia exemplare tra Lutz e Owens, sarebbe bello poter accedere ad altre lettere scritte dai due

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