joan didion the center will not hold

Joan Didion: corpo e letteratura

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Grazie a Netflix è stato finalmente diffuso il documentario su Joan Didion, ideato e diretto da suo nipote Griffin Dunne. Si chiama Joan Didion: The Center Will Not Hold, il centro non reggerà.

Il film ripercorre in modo abbastanza pedissequo ottant’anni di vita di una grande della letteratura americana del novecento, seguendo quello che la Didion ha fatto nella sua scrittura: biografia privata e storia americana si fondono, ai romanzi si alternano i saggi brevi che ha scritto nel corso degli anni: gli hippy, Charles Manson, il Vietnam, il regime in Salvador fino a Dick Chaney.

Ma la partitura del racconto non è particolarmente originale, non varrebbe nemmeno la pena di seguirlo se non fosse per lei. Per Joan. Il cuore del film è tutto nell’alternanza tra interviste d’epoca, e una lunga reticente confessione che oggi le estorce il nipote-regista.

Qui entra in gioco qualcosa di diverso, qualcosa che ha a che fare con il magnetismo e l’ostensione, e per certi versi con il senso stesso della letteratura.

È incredibile come cambia il corpo di Joan Didion nell’intervista fatta oggi. Non è invecchiata, perché non c’è nessun decadimento, nessun cedimento. Il corpo si è fatto residuo, strumento minimo, una custodia usurata ma sufficiente all’uso, perfino resa più misteriosa dal tempo. Muove le mani molto di più rispetto alle interviste d’archivio, quelle fatte tra gli anni ’70 e gli anni ’90, le muove lentamente, con una precisone che ricorda quella di una bacchetta usata per indicare. In altri momenti verrebbe da dire che le muove come un nuotatore dell’aria, spostando qualcosa in uno spazio invisibile. Le dita si sono allungate, la bocce si è allargata. Come se il corpo riducendosi avesse scavato le feritoie, ed esteso le sue estremità. Rimane di lei, come in una evoluzione della specie, quello che serve per la parola: la bocca che parla, le mani che sottolineano, indicano, declinano. Il tempo ha scandito il percorso, il corpo ha perso le sue funzioni ordinarie per diventare un puro strumento del pensiero.

Il processo ha inizio dopo la morte del marito e della figlia, risulta chiaro guardando le immagini di repertorio. Il dolore rende il corpo inadatto alla vita, lo trasforma in una estensione del linguaggio, l’unica ancora di sopravvivenza. Joan Didion fissa la macchina presa con la sicurezza e la lentezza di chi è stato molto bello, rimane intatta la serenità nell’essere guardati. Anche in questo caso: il tempo altera senza rovinare.

La sua scrittura, la biografia, e il fisico procedono in modo parallelo. È una fusione perfetta.

La ragazza bellissima e provocatoria che organizza le feste più cool di tutta Los Angeles si specchia nello stile scompaginato e folgorante dei suoi romanzi d’esordio, Run River e Play as it Lays (Prendila così), scontrosi e brillanti, irruenti, eccedenti, tutti ritmati su cortocircuiti di splendore e decadenza. Sono i romanzi di un animale sociale che scopre la noia, di una grande scrittrice che prende possesso dei confini di un linguaggio. Scrive con una gardenia bianca tra i capelli, edifica e distrugge i party attorno alla piscina. Racconta il peso della grazia.

The book of common prayer (Diglielo da parte mia) è la perfezione. La scrittura ha mantenuto la sua forza, ma si è fatta più solida. Ogni aggettivo si incatena all’altro seguendo un istinto di necessità, la storia monta come una mareggiata, per scossoni ripetuti e avvolgenti. Il romanzo nasconde dietro a esotismo, accenni al terrorismo e alla guerriglia in centro-america, un cuore tematico universale: la paura di essere madre, la paura di vedere una figlia che cresce. E ancora di più, se si allarga il quadro: la paura di essere inadeguati.

La si vede, quella paura, in fondo agli occhi della Didion mentre parla. È quel panico che rende ogni scrittore uno scrittore, anche il più bravo, anche il più sicuro di sé. Una fragilità che nessun successo può sanare, l’imbarazzo di chi si sente in debito con la fortuna. È il dubbio. Il dubbio che nulla sia perfettamente comprensibile (dicibile?), che non sia mai bravi abbastanza per sopportare il peso dell’esistenza, per saperlo raccontare. È il dubbio che attraversa ogni frase dell’io narrante del romanzo, e della protagonista Charlotte.

A quell’epoca Joan Didion è sposata con un uomo straordinario (eppure parla dell’amore come di una inconoscibile terra straniera) ha adottato una bambina bellissima, ha una vita perfetta. Eppure. Il dubbio è sempre lì. O forse è una preveggenza.

La vita perfetta si sbriciola. È esattamente l’incipit di The Year of Magical Thinking (L’anno del pensiero magico): “La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita”.

In un anno, a cavallo tra il 2003 e il 2004, muoiono il marito e la figlia. John e Quintana.

Il corpo si smagrisce, diventa l’involucro trasparente delle parole. Lo stile lo segue. The Year of Magical Thinking e e poi Blue Nights, dedicati ai due lutti, sono affilati e minimi, sono cronache di una terra desolata. Non esiste altro che lo sforzo titanico della determinazione ossessiva delle emozioni, come la luce di una torcia che cerca di allargare uno spazio nel buio. Non ci sono più orpelli, non ci sono più gli inganni della prosa, la Didion è arrivata al senso stesso della scrittura: delimitare le cose, enumerare le emozioni, costruire perimetri attorno ai pensieri, enunciare e precisare. Buona parte delle sue forze sono dedicate alle funzioni primarie dell’esistenza: continuare a mangiare, alzarsi dal letto, parlare. L’atto dello scrivere esce ripulito, attaccato a una cronaca dell’anima. Ricorda l’asciugatura della pagina che racconta Agota Kristof ne L’Analfabeta quando, da esule, ha dovuto imparare a scrivere in un’altra lingua.

Qui l’altra lingua è la vita stessa, che dopo il dolore (impudico, indicibile) la costringe a imparare altre parole.

Sono anche, The Year of Magical Thinking e Blue Nights, i due libri in cui si fondono finalmente le sue due anime: quella da romanziera e quella da giornalista. C’è, nella cronaca della sopravvivenza, la necessità di scrivere un romanzo su sé stessi, o di mettere la distanza della letteratura in un essay.

Più avanti, nel corso degli ultimi anni, si è scritto molto della relazione tra autobiografia e autofiction, ma probabilmente nessuno è arrivato al livello di perfezione della Didion nel tracciare la linea labilissima tra i due concetti. Che poi è esattamente questa confidenza tra corpo, stile e anni che passano. Scrivere si riduce a un fatto di carne, tempo e sguardo.

“Remember what it was to be me: that is always the point”, come dice Joan nell’ultima frase del documentario.

A 15 anni pubblica per Theoria il suo primo libro Infatti Purtroppo, un falso diario scolastico che diventa un piccolo caso letterario con più di 10.000 copie vendute. Fa poi l’assistente alla regia per Giuseppe Bertolucci (Il Dolce Rumore della Vita, L’amore Probabilmente), e lo sceneggiatore televisivo (tra gli altri: Ris – Delitti Imperfetti, L’Ultimo Rigore, Zodiaco, Il Prefetto Mori). Torna alla letteratura nel 2014 con Ultimo Requiem, pubblicato da Longanesi. Nel 2016 esce Il senso della Lotta (Fandango), selezionato nei 12 all’ultimo Premio Strega. In questo momento sta scrivendo il film tratto dal romanzo.
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