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Jonathan Franzen, l’universo puro e incontaminato delle storie

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Quando per la prima volta iniziai a leggere Purity era il settembre del 2015. Io mi ero appena trasferito a Stoccarda e il libro era uscito in inglese proprio in quei giorni. Lo scaricai sul Kobo per una cifra che a me sembrò folle e cominciai a leggerlo sulla U-Bahn, nel tragitto di quarantacinque minuti da casa verso il lavoro e dall’ufficio verso casa.

Avevo divorato avidamente Le correzioni e Libertà, e mi aspettavo grandi cose da questo nuovo romanzo di Jonathan Franzen. Le prime pagine le trovai avvincenti, ma quando l’autore interruppe il racconto delle vicende di Pip e iniziò a parlare della giovinezza di Andreas Wolf, trascorsa nel seminterrato di una chiesa a Berlino Est – piegando il romanzo in una digressione improvvisa che interrompeva bruscamente il flusso del racconto in una maniera che mi sembrò quasi irriverente –, dopo un po’ decisi di abbandonare la lettura. Ma quello non era un periodo particolarmente felice della mia vita, e lì per lì attribuii la rinuncia non tanto a una effettiva difficoltà intrinseca del romanzo, quanto a quella che nella mia mente definii «sindrome di Stoccarda», ovvero la fatica di assoggettarmi alla esuberanza narrativa dell’autore a causa della mia complessa situazione personale.

Quest’anno, dopo aver compiuto con piena soddisfazione altre letture di romanzi lunghi e anche di romanzi molto lunghi, mi è venuta la voglia di riprovare, avendo avuto modo di capire meglio il funzionamento e le dinamiche della narrativa di lunga misura. Stavolta ho avuto pazienza, mi sono immerso con fiducia nelle digressioni, ho tentato di appassionarmi alle nuove storie, di non vederle con insofferenza, di non provare nostalgia della vicenda principale, e, oltre alle avventure di Pip e Andreas, sono riuscito ad affezionarmi anche a quelle di Annagret, Anabel, Tom, Leila, e a tutte le altre storie dei personaggi minori che affollano il romanzo.

Franzen, d’altro canto, è uno scrittore completamente incentrato sulle storie. È tramite le storie che entra in intimità con il mondo. Le storie per lui sono più importanti del messaggio, più rilevanti delle opinioni. È attraverso le storie che entra in un rapporto profondo con i lettori. Le storie di Jonathan Franzen non celano un significato nascosto, ma si impongono solamente grazie alle dinamiche interne della narrazione. È difficile che un lettore si chieda cosa significhino, ma si chiederà cento volte come andranno a finire.

Tuttavia, mentre confeziona una storia, Franzen fornisce al lettore un numero assai cospicuo di informazioni prima di mettere a fuoco l’oggetto centrale della propria narrazione. È come se avesse bisogno di inquadrare l’azione a poco a poco per puntellarla in maniera estremamente sorvegliata nella realtà. Accumula una serie molto lunga di particolari per essere certo di radicare i propri personaggi su un terreno stabile e credibile, un humus compatto che unisca in un perfetto amalgama i dettagli necessari alla trama del libro e quelli che invece sono trascurabili.

Il fatto è che Franzen si innamora perdutamente dei suoi personaggi, e sembra che non veda l’ora di sondare le possibilità narrative che ciascuno di loro custodisce. E allora si avventura nel racconto delle loro vicende senza avere cura di discriminare gli episodi che sono funzionali alla trama da quelli che non lo sono. Il lettore si sente un po’ frastornato dall’abbondanza dell’esposizione, ma si rimette fiduciosamente all’avvedutezza dell’autore, non esitando a seguirlo per gli itinerari spericolati del suo estro romanzesco (fatto salvo il rischio della «sindrome di Stoccarda», per cui per qualcuno potrebbe risultare una narrazione troppo faticosa). Così, quasi a ogni apertura di capitolo, veniamo distolti dal flusso principale del romanzo e siamo condotti a esplorare la storia di un personaggio diverso, nell’attesa che ogni sentiero secondario intrapreso dal narratore venga ricondotto nell’alveo della vicenda primaria. Il che avviene sempre, ma in un arco di tempo che può variare da poche a un centinaio di pagine.

Nelle Correzioni, le storie di Albert, Enid, Gary, Chip e Denise, i membri della famiglia Lambert, mantengono traiettorie distinte pur intersecandosi continuamente per tutto il romanzo. Fino a convergere poi in una mattina di Natale, nella quale – per l’ostinazione di Enid, che aveva voluto con tutte le sue forze trascorrere un ultimo Natale tutti insieme – la famiglia al completo si ritrova a fare colazione nella cucina della casa avita, nella cittadina immaginaria di St. Jude. L’episodio della colazione natalizia occupa uno spazio sorprendentemente esiguo, se paragonato alla notevole estensione del romanzo che in qualche modo ne costituisce la premessa. Ma – nella loro articolazione – le storie dei singoli membri della famiglia hanno maturato una dignità propria, e hanno conferito ai personaggi uno spessore notevolissimo, che gli consentirà di affacciarsi alla scena finale del confronto familiare con il peso necessario.

Anche in Libertà, le vicende della famiglia Berglund (Walter, Patty e i loro figli Jessica e Joey) sono esposte con incursioni ripetute nel presente e nel passato, in un andirivieni che intrecciai destini dei personaggi principali in una danza inarrestabile. Le storie si accavallano l’una all’altra, e possiamo scoprirle solamente a poco a poco, perché, quando un episodio sta per giungere a compimento, inizia un nuovo capitolo che ne interrompe il racconto e dà il via ad altra narrazione o ne riprende una precedente.

Quando Franzen introduce un personaggio, non si accontenta di tesserne per sommi capi la storia, in modo da renderlo sufficientemente coerente e robusto, e inserirlo nel flusso principale della narrazione: gli piace agganciarlo saldamente all’universo sottostante, scandagliando anche quelle parti della realtà che normalmente in un romanzo restano relegate nel regno del non detto. Il lettore rimane inizialmente disorientato, ma se accetterà di seguire l’autore nei viluppi del racconto, il suo impegno verrà ricompensato, perché in seguito il personaggio gli apparirà dotato di una maggiore credibilità, come se il grande bagaglio di informazioni fornite su di lui avesse il potere di metterne maggiormente a fuoco la personalità, conferendogli solidità e robustezza.

È come se il lettore potesse accedere alla pienezza e alla forza del romanzo solamente accettando di incamminarsi insieme all’autore per i numerosi sentieri secondari della sua affabulazione; ma questo sforzo che gli consentirà un’esperienza di lettura completa, in grado di elargire vigore e chiarezza a tutto un universo narrativo.

E probabilmente è proprio questa la forza letteraria di Jonathan Franzen: la sua padronanza completa su un universo finzionale il quale – anche se per lo più rimane sommerso –, quando viene alla lucelo fa con un’energia e un’abbondanza difficilmente riscontrabili in altri autori. Un’abbondanza che segna uno spazio aperto e libero, il territorio puro e incontaminato in cui si formano le storie.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e di cinema su alcune riviste e blog culturali. Redige una rassegna di poesia italiana contemporanea per Nuovi Argomenti, di cui è redattore. Traduce per il mensile 451 gli articoli della New York Review of Books. Ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Nel 2012 ha fatto il suo esordio come poeta su Nuovi Argomenti.
Commenti
2 Commenti a “Jonathan Franzen, l’universo puro e incontaminato delle storie”
  1. Pinin scrive:

    E’ anche per tutto questo che Purity, a differenza dei primi due è di una noia mortale. Le storie svaniscono per affondare nel fotoromanzo, e certo si fa leggere fino alla fine ma solo per la curiosità che suscitano, il vabbè voglio vedere come va a finire, ma alla resa dei conti, anche dal punto di vista editoriale ossia degli sghei, ha venduto niente rispetto agli altri due, un 300.000 mila copie se non sbaglio. Insomma una noia enorme. Come questa recensione.

  2. Francesca scrive:

    Era da tempo che aspettavo una trattazione, sintetica, sì, ma così partecipata e lucida dell’opera di Franzen.
    Ringrazio Luca Alvino per essersene assunto il compito, di certo non troppo gravoso, per chi, come lui ma anche come me e i numerosissimi lettori del Nostro, leggendo, vive una sorta di innamoramento per i personaggi e per le loro vicende. Qualcosa che arricchisce le esistenze, al pari dell’esperienza. Che commuove profondamente e aiuta ad andare incontro al prossimo, in quest’epoca segnata dalla piaga degli “odiatori” gratuiti. Un sentimento che solo un grande e completo autore può trasmettere attraverso la propria opera.
    Attenzione: amore corrisposto, se in presenza di lettori di spessore.

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