1munoz

José Muñoz, indagine su un disegno misterioso

1munoz

Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

di Giulia Cavaliere

Nel quadrante a nord est di Milano, dove finisce la zona intorno a Piola e ha inizio l’immersione nel quartiere Lambrate, nel punto in cui via Vallazze incrocia via Capranica, c’è un vecchio bar che fa angolo e resta aperto praticamente sempre. Il suo nome è Hemingway ed è un locale per niente anonimo che sembra portare in sé gli ultimi segni mondani del riflusso milanese, congelato e impagliato in un look da aperitivo e nottata alcolica fine anni Ottanta.

Propone ai clienti un buffet con tartine che sembrano piccole e inscalfibili statuette dai colori pastello disposte in un’apparenza attraente, ospita camerieri ben vestiti e con barba accuratamente rasata e fa sedere i propri ospiti su divanetti in stoffa color rosa pennette vodka & salmone sporcato dal tempo e dagli avventori.

Tutto intorno decorazioni dorate cingono i muri con l’ovvio e precisissimo intento di cercare di impreziosire l’estetica del locale. Una buona parte dei tavoli dell’Hemingway, tutti rigorosamente in legno, porta sul petto un disegno: motivi floreali, caricature di qualità senza firme e, soprattutto, due piccole opere che non possono non sconcertare il visitatore attento.

C’è un tavolo, subito all’ingresso della sala per i clienti, con un disegno firmato a dimensione ben evidente dal disegnatore argentino José Muñoz, che ritrae una scena collettiva ai miei occhi confusa e in larga parte difficile da decifrare per il caos in cui mi imbatto mentre mi faccio largo tra le noccioline e gli Aperol soda dei due tizi seduti e appoggiati su quel disegno a pennarello sul quale, a propria volta, il tempo ha già inciso la propria opera di solchi tridimensionali, convessi e indelebili. I due clienti che sostano a quel tavolo alzano lo sguardo verso il mio – abbassato e avido di figure nascoste dalla loro happy hour – e mi dicono: «Ah, sì, c’è questo disegno, è importante? Noi non ce n’eravamo accorti».

Al tavolo di fianco, vuoto per l’occasione e lambito da uno strano gioco di luci, con raggi luminosi che lo tagliano diagonalmente fendendo l’atmosfera ombrosa del locale, c’è una sorpresa da batticuore: un disegno, invero non firmato, che in tutto e per tutto sembra tracciato da Andrea Pazienza. Si tratta di un triplo autoritratto costruito verticalmente: idealmente, dal basso all’alto, il volto dell’artista, di cui distinguiamo il profilo destro, è strutturato in modo sempre più preciso, come se i primi due disegni fossero preparatori curvilinei della struttura dell’ultimo, dettagliatissimo: come se le curve del viso reale di Paz fossero l’elemento basilare e altresì poetico del disegno stesso che ritrae il volto dell’artista.

Da dove vengono questi due disegni raccolti inusualmente in questo luogo e il cui intento artistico appare a un primo sguardo già così diverso? Sarà davvero Andrea Pazienza l’autore di quel ritratto in composizione che ci sembra così inequivocabilmente tracciato dal pennarello nero del rocker del fumetto? E, se sì, com’è finito in questo bar di Lambrate?

Per scoprirlo cerco con devozione il gestore dell’Hemingway, un signore di nome Lucio che mi rivela di aver preso in gestione il locale solo 18 anni fa e di averci trovato già dentro i disegni sui tavoli, il suo racconto non è molto a fuoco e capisco piuttosto velocemente di non avere molte speranze rispetto alla mia indagine: lui non sa nulla ma vagheggia, forse sentendosi colto nel vivo di una questione spinosa, di voler proteggere le opere dallo scorrere de tempo – proprio ora che il tempo le ha quasi definitivamente già corrose.

Matteo Stefanelli, il direttore di fumettologica.it, mi racconta qualcosa di più: dove ora sorge l’Hemingway una volta c’era un altro locale milanese, La bodeguita del medio, un famoso ristorante che in città è da decenni un presidio essenziale per quanto riguarda le specialità culinarie sudamericane e, in particolare, cubane. Oggi, come ormai da una ventina di anni, La bodeguita del medio si trova in viale Col di Lana ma prima era un antro luminosissimo nella scarsa vita notturna di quella che era, a tutti gli effetti, una delle periferie della città. Con Matteo immaginiamo possibilità e incontri, divani che José Muñoz e Andrea Pazienza potrebbero serenamente aver diviso all’epoca della comune collaborazione su Frigidaire e Alter Alter che accolse entrambi con convinzione e cura. Proprio su Fumettologica, solo un mese prima del mio ingresso all’Hemingway, avevo visto per la prima volta una fotografia di gruppo scattata a un corso di disegno tenutosi in Umbria nel 1982 in cui diversi grandi disegnatori tra cui proprio Pazienza e José Muñoz impartivano lezioni, uno dopo l’altro passandosi il testimone ogni 15 giorni, a talentuosi giovanissimi disegnatori. Nella foto, insieme a loro due e a molti altri ci sono anche Tanino Liberatore e un giovane Gipi.
Chi meglio di José Muñoz, a questo punto, poteva aiutarmi a capire il più possibile di questa vicenda di tavoli, locali milanesi e maestri del disegno?

Con disarmante dolcezza e totale disponibilità, José Muñoz mi dà appuntamento a casa sua, a Milano, nel Quartiere Ticinese, sul Naviglio Grande. L’artista, arrivato in Italia nel 1974 dopo una permanenza inglese a godersi il colpo di coda del movimento hippie, dopo un breve periodo vissuto a Brescia pendolando su Milano, raggiunge con Carlos Sampayo – l’autore delle storie del suo eroe noir Alack Sinner – il capoluogo lombardo. Qui, prosegue l’attività di disegnatore e fumettista che continuerà con successo per tutta la vita. Prima di vivere sui Navigli la sua casa fu in via Porpora, arteria essenziale di Lambrate. Lì, una sera del 1982 o del 1983 – mi racconta – scopre la luce de La bodeguita del medio, oggi Bar Hemingway. Entra nel locale e, da quel giorno, vi entrerà molte volte scoprendo un mondo parallelo a quello della Milano da bere, della città dell’ego individualista, del cambio di rotta delle armonie sociali e della repulsione verso il Movimento che caratterizzarono quegli anni milanesi. La bodeguita è per lui la luce nella notte di Lambrate e nella notte umana di Milano, lì, nelle mani del proprietario Gualtiero e nella sua “rigidità virile, stalinista, estrema e appassionata come quella di chi ha conosciuto le guerre, ha sperimentato l’oppressione nazista e ha visto nella politica e nel Comunismo ciò che avrebbe reso il mondo più luminoso” José Muñoz scopre un rifugio vitale, dove conversare, affrontare tematiche profonde in una convivialità tipica dei crocevia internazionali.

In quello spazio tutto fumo, daiquiri e lunghe nottate di chiacchiere infinite, in una serata difficile, José Muñoz incontra una delegazione cubana portatrice di racconti di lotta ma anche di canzoni e danze. Quando, qualche mese dopo, Gualtiero chiede a José di lasciare un segno su uno dei tavoli in legno del suo locale, immediatamente, quella notte di canzoni, patetismo rivoluzionario e soprattutto gioia di cantare, diventa per l’artista il naturale momento da immortalare sul legno. Muñoz, dunque, si carica in spalla il tavolo e lo porta a casa, dove disegna con un pennarello nero e lucida il piano affinché l’opera non si perda velocemente. Oggi il disegno che fotografo nascosto tra olive denocciolate e patatine gusto classico è molto consumato.

Quando mostro a Muñoz il disegno di Paz non firmato, lui mi suggerisce che potrebbe non essere suo, mentre io, guardandolo con cura, non avevo mai avuto dubbi e come me altri occhi ben più esperti. Torno a casa e, da allora, ogni giorno, guardo e riguardo quel disegno e penso al segno inconfondibile di Andrea Pazienza, mi interrogo su quello che, con sicurezza, ho ritenuto immediatamente essere uno dei suoi autoritratti e dopo l’incontro con Muñoz la certezza che quella piccola opera nel bar sia sua si sgretola sempre un po’ di più e, addirittura, prende forma il pensiero che quel disegno sia stato fatto lì nel locale da qualche avventore amante del fumetto, ossessionato da Pentothal e da quella scena in cui Pompeo, il suo alter ego più adulto, vagando sfatto entra nel bar Cirenaica sotto il cielo bianco pieno di fili neri com’è, almeno questo possiamo dirlo con certezza, tutto il cielo di Milano sopra i fili dei tram.

Aggiungi un commento