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Juan Carlos Onetti e la sapienza del vuoto

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“Lascia perdere il whisky, mettiti a lavorare”. La moglie di Juan Carlos Onetti fu perentoria. Era una giornata caldissima. Lui si aggirava in pigiama e accappatoio con il bicchiere in mano e sembrava non volesse ascoltarla. Carlos Fuentes, che avrebbe poi raccontato l’episodio, lo guardò senza dire una parola e Onetti gli fece cenno di uscire. Percorsero due strade di Montevideo, giusto un isolato e mezzo – due scrittori gomito a gomito, l’uruguagio ancora in pigiama e accappatoio e il whisky in mano, il messicano stordito di ammirazione – e arrivarono al palazzo dove abitava l’amante di Onetti. Salirono su. Fuentes taceva. L’altro si era messo a raccontare i mestieri attraverso cui era passato prima di cominciare a scrivere: aveva fatto il custode, il cameriere e il bigliettaio per eventi sportivi. Poi aveva preso a vendere Picasso falsi. Disse che si divertiva perché alcuni credevano fosse irlandese e si chiamasse O’Netty. Ma non riuscì a continuare con gli episodi del passato. Irruppe l’amante: “Lascia perdere il whisky, mettiti a lavorare” gli disse. Lui si alzò e spinse Fuentes a uscire di nuovo. Tornarono a casa. Un isolato e mezzo di distanza.

Sarebbe difficile raccontare meglio uno dei più importanti scrittori latinoamericani del Novecento di cui SUR ha avviato la ripubblicazione, inaugurandola con uno dei suoi migliori romanzi brevi: Gli addii (trad. D. Puccini riveduta da R. Schenardi, pp. 131, euro 14). Era nato a Montevideo nel 1909 ma aveva finito per trasferirsi a Buenos Aires già ventenne. Esordì dieci anni più tardi con Il pozzo. Intanto si guadagnava da vivere scrivendo su giornali e riviste. Si sposò quattro volte. Le prime con due sorelle, sue cugine. Nel ‘74, quasi vent’anni dopo il suo ritorno a Montevideo, fu incarcerato dalla Giunta militare con l’accusa di aver premiato a un concorso letterario un racconto considerato sedizioso. Passò sei mesi internato in un ospedale psichiatrico. Scrittori di ogni paese reclamarono per la sua libertà. Quando la riconquistò volò a Madrid da dove non si sarebbe più mosso, fino al 1994 anno in cui morì. Mario Vargas Llosa ha sentenziato: “Onetti è il primo romanziere in lingua spagnola che si possa chiamare moderno”, perché è stato il primo a dimostrare “una piena coscienza dell’importanza della forma”.

Gli addii dimostra tutto questo in un’ottantina di pagine intensissime, vibranti, capaci di scuotere ogni certezza del lettore, ridimensionandone costantemente la fiducia che si nutre istintivamente verso chi scrive. La storia è semplice, quasi inutile, come ci invita a pensare Vargas Llosa commentando l’intera opera di Onetti. C’è un anonimo conglomerato di case sorte attorno a un sanatorio. C’è un uomo che scende dalla corriera e entra nell’emporio lì di fronte. E c’è un narratore sapiente e capace di una infinita sensibilità che è il padrone dell’emporio. Tutto ha inizio dalle mani dell’uomo appena sceso dalla corriera, subito studiate dal padrone dell’emporio mentre l’uomo fa domande, ordina una birra ghiacciata, paga. Mani “lente, intimidite e goffe, con movimenti senza fiducia, affilate e ancora non scurite dal sole, quasi a voler chiedere scusa per il loro gestire disinteressato”. Basterebbero quelle mani. Al padrone dell’emporio bastano quelle mani per capire. Perché questo narratore dall’animo insondabile, terribilmente onettiano, gentile, accorto, lieve come un sospiro, questo narratore, questo padrone dell’emporio ha una qualità su tutte: capisce ogni volta immediatamente se il nuovo malato riuscirà a curarsi.

“Avrei voluto non avergli visto altro che le mani, mi sarebbe bastato  vederle quando gli diedi il resto dei cento pesos e le sue dita strinsero i biglietti, cercarono di ordinarli e, subito, per improvvisa decisione, li appallottolarono e li nascosero con pudore in una tasca della giacca; mi sarebbero bastati quei movimenti sopra il legno pieno di fessure riempite di unto e sudiciume per capire che non si sarebbe curato, che non aveva nessuna idea da cui trarre la volontà di curarsi”. L’epilogo dunque è scontato. Ma quel che capita nei mesi che il narratore ricostruisce, e nel modo in cui quei mesi vengono ricostruiti sta la bellezza di questo romanzo. Perché l’uomo che racconta non si limita a descrivere ciò che vede. Si dedica pazientemente a una specie di studio.

Riporta le voci di chi vive il sanatorio, infermieri, dottori, addetti alle pulizie; intuisce fatti; presume sensazioni; ipotizza movimenti dello spirito; e ricostruisce, incasella, mette insieme e sbaglia anche, sa che può sbagliare su tutto tranne che sulla sua intuizione iniziale, quella che riguarda la fine. Noi lettori assistiamo impotenti, in un crescendo di delicatezza. Vediamo arrivare lettere consegnate all’emporio su cui il nome dell’uomo, un ex campione di pallacanestro, è vergato in due grafie femminili e con due inchiostri differenti. Vediamo poi arrivare queste due donne, una matura e una molto giovane. Assistiamo allo sdegno, alle illazioni, alle accuse. E tra omissioni e parziali ricostruzioni, il padrone dell’emporio riesce a parlarci sempre con voce suadente, lenta, gentile. È la voce di Onetti, del grande scrittore sapiente e lieve, apparentemente disinteressato. Un whisky in mano, pigiama e accappatoio. Capace di accompagnarci, assieme a lui, all’intuizione e al sospetto, spingendoci fino al limite oltre il quale sta il vuoto, per abbandonarci lì. Che straordinaria cosa la letteratura.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
4 Commenti a “Juan Carlos Onetti e la sapienza del vuoto”
  1. Lalo Cura scrive:

    grazie per questa bella pagina su uno degli autori (e dei libri) che più amo

  2. marco m scrive:

    un bel libro, un bell’articolo e un bel commento (Lalo Cura: Bolano).

  3. Francesco scrive:

    ineguagliabile commento! prova a farlo per “Il cantiere”.

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  1. […] perché si costruiva tutto intorno all’idea stessa di finzione: fermarsi lì o andare avanti (minima&moralia l’ha spiegato meglio di me). La raccolta di racconti Triste come lei fa gola proprio perché […]



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