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Julian Barnes, amore e claustrofobia

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Una versione più breve di questa recensione de L’unica storia (Einaudi; pagine 248; euro 19,00;  Traduzione di Susanna Basso) è stata pubblicata sul numero di novembre di Blow Up, che ringraziamo.

“La narrativa”, sosteneva Julian Barnes, “ha l’ambizione di raccontare tutte le storie con tutte le loro contraddizioni, i loro misteri e gli elementi irrisolti”. Nel nuovo romanzo, lo scrittore inglese ridimensiona l’antica ambizione (o la ingigantisce – è una questione di punti di vista) raccontando una storia, l’unica, la sola che abbia importanza nella vita di ognuno di noi. La storia che ha senso raccontare più di ogni altra è una storia d’amore, non per forza del primo amore, anche se spesso proprio del primo si tratta.

È la storia di quell’amore che, se anche non supera tutti gli amori che verranno, quantomeno li condiziona. “Potrà offuscare gli amori successivi; ma potrà, al contrario, anche facilitarli, favorirli. Anche se, qualche volta, cauterizza il cuore e chiunque si avvicini dopo non troverà altro che tessuto cicatriziale”. Per il protagonista Paul Roberts si tratta di un love affair iniziato sul finire dell’adolescenza e continuato per una dozzina d’anni, fino all’ingresso nell’età adulta.

Galeotto è il tennis, in particolare un incontro di doppio misto al locale circolo (siamo in un sobborgo residenziale a sud di Londra), con le coppie decise tramite sorteggio e, siccome “sorteggio è come dire destino”, il diciannovenne Paul si trova a condividere il campo con la quarantanovenne Susan Macleod, ad innamorarsene perdutamente e ad essere follemente ricambiato. Nonostante i genitori di lui, il marito e le figlie di lei, nonostante il moralismo e il disprezzo più o meno subdolo che questo porta con sé, Paul e Susan decidono che il loro amore è la storia, quella per cui vale la pena pronunciare la parola stessa amore e sopportarne il peso.

Sono veri quando si amano nascondendosi, sono onesti verso se stessi quando lo fanno senza più vergogna. Avendo l’ardire di vivere oltre le apparenze, scoprono un universo di sentimenti limpidi, una fuga possibile, ma anche una rottura inevitabile. Poiché in amore tutto ciò che è vero può essere sconfessato in un secondo, ciò che è buono avvelenato senza pietà, il sentimento di Paul e Susan inizia a contemplare il masochismo e la disperazione a tal punto che L’unica storia, dopo una prima parte più leggera in cui non mancano buone dosi di humor, diventa un romanzo che fa male. Quando l’innocenza è perduta, la vita si avviluppa su se stessa fino a stritolare il respiro e a dominare è la peggiore sensazione del mondo, la claustrofobia.

Barnes plasma la sua prosa con il piglio dello scienziato deciso a decifrare la pura chimica della memoria, non perdendo nemmeno per un periodo il controllo e l’eleganza dello stile. Colpisce, in particolare, l’abile utilizzo della prima persona singolare nella parte in cui l’amore raccontato non presenta ancora crepe visibili ad occhio nudo, della seconda persona nel momento di maggiore tensione drammatica, e della terza persona nella parte conclusiva, quando L’unica storia trova la forza di frapporre la giusta distanza dalle ruminazioni di Paul e di mostrarsi per quello che è: un romanzo sul coraggio e sulla verità, nell’amore ovvero nella vita.

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
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