Julio Cortazar - TM

Ricordando Julio Cortázar

Julio Cortazar - TM

Il 12 febbraio del 1984 si spegneva Julio Cortázar, all’età di settant’anni. Settant’anni dedicati alla letteratura, a studiarla, comprenderla e stravolgerla. In questa lettera del 1959 diretta a Juan Barnabé e tratta da Carta carbone. Lettere ad amici scrittori (edizioni Sur), a parlare è uno scrittore in transizione: prima ancora di mutare il linguaggio letterario e il concetto di romanzo, la gestazione di Rayuela muta l’uomo. Traduzione di Giulia Zavagna.

A Jean Barnabé

Parigi, 27 giugno 1959

Mio caro Jean,

la sua lettera, quella lettera così bella, è arrivata a Parigi quando Aurora e io eravamo a Vienna. Un amico, a cui avevamo prestato l’appartamento, ce l’ha mandata subito, e ho avuto la grande gioia di ricevere vostre notizie proprio quando stavo iniziando a preoccuparmi seriamente per un silenzio così lungo. A proposito di silenzio, però… sono già passati più di due mesi. Due mesi molto stupidi e assurdi per me, perché pochi giorni dopo aver ricevuto la sua lettera ho preso un colpo tremendo e mi sono rotto la testa dell’omero sinistro (in altre parole, mi sono fratturato un braccio). Una cosa da nulla, in realtà, ma un medico viennese, dimentico del fatto che esercitava la sua professione niente meno che nella città di Freud, ha fatto un’enorme stupidaggine, dicendomi che non valeva la pena di ingessarmi; mi ha tenuto tre settimane con il braccio appeso al collo, e quando mi hanno fatto la radiografia di controllo, quella che doveva essere una piccola frattura si era dilatata di più di due millimetri, e c’era il rischio che l’osso finisse per rompersi del tutto.

E tutto questo due giorni prima che finissi di lavorare a Vienna per poi partire per l’Italia dove con Aurora prevedevo di godermi il meritato riposo e scorrazzare per le strade delle campagne toscane e umbre che amo tanto. Si immaginerà quindi il malumore e la tristezza nel vedere i miei piani completamente scombussolati. Mi hanno ingessato il giorno stesso, dopo che ho detto al medico, nel mio migliore inglese, tutto ciò che pensavo di lui e di parte della sua famiglia, e siamo dovuti tornare a testa bassa a Parigi. Per fortuna, l’amico argentino che avrebbe dovuto raggiungerci a Venezia per godersi con noi il soggiorno italiano è venuto immediatamente a Vienna, ed è stato lui a pilotare Nicolás fino a Parigi.

Qui sono caduto nelle mani di una dottoressa e di una legione di benevole menadi, che si sono impossessate del mio povero braccio e quotidianamente lo sottomettono alle più straordinarie manovre, massaggi, correnti elettriche e altri sistemi di tortura, grazie ai quali posso già scriverle questa lettera usando entrambe le mani. Il viaggio per l’Italia è stato solo una partie remise, perché partiamo giovedì prossimo, e vi passeremo più di tre settimane. Devo ad Aurora queste vacanze, e faranno molto bene anche a me.

A parte gli incidenti osteopatici, che sono la mia specialità, siamo stati molto bene a Vienna. Io avevo un contratto di tre mesi presso l’Agenzia per l’Energia Atomica, e Aurora si è potuta dedicare al turismo e all’esplorazione minuziosa dei magnifici musei. Vienna per un mese è splendida, perché il barocco merita, e un museo che contiene sedici Brueghel e otto Velázquez non si trova dappertutto; ma dopo un mese, dopo esser stati all’Opera e aver assaporato le varie birre, si scopre che è una città piuttosto provinciale, che la barriera della lingua è quasi angosciante, e che quando si ha la fortuna di avere una casa a Parigi l’unica cosa intelligente da fare è passarci più tempo possibile.

La sua lettera mi ha reso felice e triste allo stesso tempo, perché leggo che per il momento non potrete venire in Francia, e mi dispiace moltissimo. Maledetti soldi e maledetto lavoro, come riescono sempre a complicare le cose. Noi, da parte nostra, siamo un po’ in sospeso. Siamo sempre intenzionati a partire per B.A. una volta terminata la conferenza di settembre/ottobre a Vienna, dove lavoreremo, ma d’altra parte non sappiamo ancora se avremo la possibilità di andare negli Usa e lavorare per l’Assemblea delle Nazioni Unite. In quest’ultimo caso, faremmo un viaggio triangolare, ma non arriveremmo in Argentina prima di febbraio del prossimo anno. È tutto molto vago e impreciso; in ogni caso, la faccenda si definirà nei prossimi due mesi, e la terrò al corrente.

Sono contentissimo che siate disposti a venire a B.A. per incontrarci. Lì o a Montevideo, a seconda di come venga meglio a entrambi sul momento, ci vedremo senz’altro. Passiamo così poco tempo insieme, e Aurora e io vi consideriamo amici così cari, che questi rari e brevi incontri ci sembrano, come a voi, un’ingiustizia. Mi parla dei suoi amici, tutti così lontani; anch’io ho lasciato i miei – due, forse tre – a Buenos Aires. Vedersi per pochi giorni non serve a molto, perché il tempo pian piano ci separa, e non è facile ristabilire immediatamente il contatto, l’intimità, quella meravigliosa armonia che in un momento dato si ricompone in ognuno di noi. E poi, proprio in quel momento, ci si deve salutare di nuovo…

Ho avuto quest’impressione quando abbiamo passato quei giorni insieme a Punta del Este, e l’avrò di nuovo quando ci incontreremo nuovamente. Siamo così complicati, noi, così pieni di risorse misteriose, di risonanze segrete, di alleanze e ostilità, di incontri e incontri mancati… Giochiamo una partita a scacchi quasi demoniaca, e meravigliosa. L’amicizia, quella che nasce solo tra pochi individui nel corso di tutta la vita, è una sorta di avventura spirituale piena di pericoli, di agguati, di rischi… Mi meravigliano sempre gli spagnoli, che si danno del tu dopo cinque minuti e si dichiarano intimi amici un quarto d’ora dopo essersi conosciuti… Ne sono convinti, e forse è davvero così. Ma quelle amicizie fatte di indifferenza reciproca, di pura superficialità, mi ricordano la relazione con una prostituta paragonata a un amore profondo.

Non che io sia contrario all’erotismo puro, svincolato dall’amore; anzi, credo che sia uno dei percorsi fondamentali nella ricerca di una realtà più completa; ma l’amicizia non è un semplice incontro in mezzo alla strada. Dalla simpatia all’amicizia c’è un lungo itinerario, che pochi sono in grado di percorrere fino alla fine. E per questo avremo sempre pochissimi amici, e li ameremo tanto. Lei, che ha già fatto allusione più di una volta al mio lato «segreto», e dice di volermi decifrare un po’ meglio leggendo il mio romanzo, mi conosce comunque molto meglio di tanta gente che crede di essere al corrente della mia vita e dei miei sentimenti e delle mie preferenze.

È vero che sono discreto, e che le persone estroverse mi danno fastidio (per questo mi infastidiscono gli spagnoli, come a lei, se non sbaglio). Ma in fondo, Jean, la verità è che in me non c’è molto di interessante, non c’è molto da mostrare né da raccontare. Non creda che cerchi di darmi un tono, o che pecchi di modestia. Ciò che scrivo è soprattutto invenzione, ed è invenzione perché non ho nulla da ricordare che valga la pena. Quindi, approfittando di un certo dono che la natura mi ha dato, invento, fabbrico, estraggo ex nihil. Persone come Miller, Hemingway, Malraux, Céline, hanno vissuto avventure personali straordinarie, e basta raccontarle nel modo giusto per assicurarsi l’ammirazione dei lettori. Io, invece, che mi rompa un braccio, visiti il Partenone o navighi lungo il Gange, sono sempre come all’interno di me stesso; i miei entusiasmi – per quanto grandi – non mi distolgono dall’estetismo o al massimo da un’ansia di carattere quasi mistico ma di qualità più che dubbia.

La mia vita da giovane fu ugualmente anodina; amori opachi, violente passioni quasi sempre ingiustificate e pertanto finite frettolosamente, attese, ribellioni senza grandi meriti… Si rende certo conto che non è un curriculum vitae interessante. È convinto che io possa un giorno arrivare a essere uno scrittore di romanzi. Mi manca, come mi dice, un peu de souffle pour aller jusqu’au bout. Ma qui, Jean, entrano in gioco altre ragioni, e queste di carattere strettamente intellettuale ed estetico. La verità, la triste o bella verità, è che i romanzi mi piacciono sempre meno, l’arte romanzesca così come si pratica di questi tempi. Ciò che sto scrivendo ora sarà (se mai lo finirò) qualcosa di più simile a un antiromanzo, il tentativo di rompere gli schemi in cui il genere è pietrificato. Credo che il romanzo «psicologico» si sia esaurito, e che se dobbiamo continuare a scrivere cose che valgano la pena di essere lette, occorre muoversi in un’altra direzione. Il surrealismo ha marcato a suo tempo alcuni percorsi possibili, ma si è fermato alla fase pittoresca. È ovvio che ormai non possiamo prescindere dalla psicologia, dall’esplorare minuziosamente i personaggi; ma la tecnica dei Michel Butor e delle Nathalie Sarraute mi annoia profondamente. Si limitano alla psicologia esteriore, sebbene credano di andare molto più a fondo.

La vera profondità di un uomo è l’uso che fa della propria libertà. Da lì si raggiungono l’azione e la visione, l’eroe e il mistico. Non voglio dire che il romanzo debba proporsi questo genere di personaggi, perché gli unici eroi e mistici interessanti sono quelli reali, non quelli inventati da uno scrittore. Credo però che la realtà quotidiana in cui viviamo non sia che il margine di una favolosa realtà che è possibile riconquistare, e che il romanzo – come la poesia, l’amore e l’azione – debba proporsi di penetrare tale realtà. Ora, il concetto fondamentale è questo: per rompere questo guscio fatto di abitudini e vita di tutti i giorni, gli strumenti letterari abituali non servono più. Pensi al linguaggio che dovette usare Rimbaud per farsi strada nella sua avventura spirituale. Pensi a certi versi delle Chimere di Nerval. Pensi ad alcuni capitoli dell’Ulisse. Come scrivere un romanzo quando prima occorrerebbe dis-scriversi, dis-impararsi, partire à neuf, da zero, da una condizione preadamitica, per così dire?

Il mio problema, a oggi, è un problema di scrittura, perché gli strumenti che ho usato per scrivere i miei racconti non mi servono per ciò che vorrei fare prima di morire. E per questo – è giusto che lei lo sappia fin da subito – molti lettori che apprezzano i miei racconti dovranno prepararsi a un’amara disillusione se mai riuscissi a finire e a pubblicare quello su cui sto lavorando. Un racconto è una struttura, ma ora ho bisogno di destrutturarmi per tentare di raggiungere, non so come, un’altra struttura più reale e veritiera; un racconto è un sistema chiuso e perfetto, un serpente che si morde la coda; e io voglio farla finita con i sistemi e i meccanismi di precisione per riuscire a addentrarmi nel laboratorio centrale e lavorare, se ne ho la forza, sulla radice che prescinde da ogni ordine e sistema.

Insomma, Jean, rinuncio a un mondo estetico per tentare di penetrare un mondo poetico. Mi faccio solo illusioni, finirò per scrivere un libro o vari libri che saranno sempre inesorabilmente miei, vale a dire con il mio tono, il mio stile, le mie invenzioni? Forse sì. Ma avrò giocato lealmente, e ciò che ne verrà fuori sarà così perché non sono in grado di fare altrimenti. Se oggi continuassi a scrivere racconti fantastici mi sentirei un perfetto truffatore; modestia a parte, mi viene già troppo facile, je tiens le système, come diceva Rimbaud.

Per questo «Il persecutore» è qualcosa di diverso, e senz’altro le sarà venuto in mente leggendo queste righe così confuse. Già lì stavo cercando un’altra porta. Ma è tutto così oscuro, e io faccio così fatica a spezzare abitudini tanto radicate, una tale comodità fisica e mentale, tanto mate alle quattro e cinema alle nove… Per salpare con la Santa María e a!rontare il mistero dritto in faccia occorre iniziare a eliminare le erbacce. E con questo terribile anacronismo chiudo questo capitolo che sono comunque contento di aver scritto per lei, lo consideri una sorta di confidenza e di annuncio. In queste settimane uscirà a Buenos Aires Le armi segrete. Non lo compri, gliene manderò una copia da qui non appena l’editore mi farà arrivare quelle che mi spettano. Mi dica che cosa gliene pare di quei racconti tutti insieme, e non abbia paura di criticarli a fondo; è ciò che mi aspetto da lei. Dica a Marta che Aurora e io la pensiamo sempre, e che siamo felici di avere buone notizie dei ragazzi. Mi scriverà a Parigi quando il lavoro glielo permette? (Un possidente, diciamolo, è un uomo molto occupato… Ma dove sono questi possedimenti, e che cosa ci fate?) Al mio ritorno dall’Italia avrò notizie più precise sui nostri piani, e non tarderò ad avvisarvi.

Un forte abbraccio dal suo amico

Julio

Commenti
4 Commenti a “Ricordando Julio Cortázar”
  1. sgrizzi scrive:

    Grazie per questo omaggio.

    C’è un piccolo errore all’inizio, Cortazar è morto a 70 anni.

  2. bidé scrive:

    Invero Cortázar è del ’14, morì a (quasi) settant’anni, non ottanta.

  3. minima&moralia scrive:

    Scusateci. Errore corretto. :)

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Leggi commenti...
  1. […] dis-scriversi, destrutturarsi e ripartire da zero, che si trovano in alcune lettere (in particolare questa), si ritrovano, quasi alla lettera nelle note di Morelli, nella terza parte di Rayuela (i […]



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