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I digiunatori

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(Immagine: una scena del film Primo amore di Matteo Garrone)

In un’eventuale futura storia del digiuno si dovrebbe distinguere il digiuno involontario, effetto per esempio di una carestia, da quello autoimposto, e in questa seconda macrocategoria sarebbe utile individuare le differenze tra il digiuno anacoretico, quello politico, quello anoressico e quello spettacolare, tenendo conto che a ogni digiuno corrisponde un digiunatore e a ogni digiunatore una ragione.

Quando tra il 1554 e il 1556 il Pontormo prende quotidianamente nota – meticoloso fino alla pedanteria – di ciò che (non) mangia e di ciò che disegna non sa di stare dando vita a una particolare declinazione del legame tra digiuno e forma. Il libro mio, la cronaca della sua dieta alimentare e artistica – «Giovedì-venerdì feci el torso e la sera non cenai. Sabato, le gambe; cenai una libra di pane» – è infatti non solo il racconto di un orrore istintivo nei confronti della replezione (essere pieni è per Pontormo il male) ma soprattutto l’illustrazione che solo evitando in modo spietato la «superfluità di mangiare» è possibile accedere alla chiarezza della composizione.

Del resto in Il sogno del corpo lo scrittore svedese Sven Lindqvist, ragionando su cultura e culturismo scriveva: «La differenza fra muscolo e grasso è, credo, che il grasso non si mette al servizio della volontà. Il grasso non ubbidisce. Per questo deve sparire». In altri termini: digiunare, ridurre la presenza incombente della materia, è ciò che permette di avvicinarsi a quella che – si lavori sul corpo o sull’espressione – chiamiamo definizione. Il digiunatore volontario è dunque colui il quale ambisce a far sua la struttura nucleare delle cose.

Un impulso che appartiene al personaggio messo in scena dieci anni fa da Matteo Garrone in Primo amore (liberamente ispirandosi a Il cacciatore di anoressiche di Marco Mariolini). Vit, l’orefice interpretato da Vitaliano Trevisan, impone alla compagna quella stessa necessità di purificazione e distillazione che è propria dell’arte orafa. Ciò a cui assistiamo è l’ossificazione del legame amoroso che impazzendo si trasforma in un’anoressia per interposta persona («Togliere tutto/ bruciare tutto/ fondere le ceneri/ alla fine resta solamente quello che conta» mormora Vit nell’ultima scena del film).

E ancora pensiamo alla rivolta mansueta di Bartleby, il personaggio raccontato da Melville nel 1853, che nella trincea di un ufficetto a Wall Street resiste nutrendosi solo di biscotti allo zenzero e croste di formaggio, sempre più defilato e consunto.

Il digiunatore letterario più noto è però quello concepito da Franz Kafka nel racconto omonimo scritto nel 1922 e pubblicato in volume due anni dopo, durante l’estate in cui lo scrittore praghese moriva (esattamente il 3 giugno 1924, nel sanatorio di Kierling presso Vienna). A questa figura irriducibile a una spiegazione ultima Raoul Precht ha dedicato Kafka e il digiunatore (Nutrimenti), non solo una nuova traduzione del racconto ma anche la ricostruzione della temperie culturale da cui Kafka poteva avere tratto lo spunto per il suo personaggio.

Se da un lato infatti non ci sono tracce, nei diari e nelle lettere, di riferimenti espliciti a una visione diretta degli spettacoli in cui si esibivano i digiunatori, senz’altro erano diversi i freak da Circo Barnum che circolavano nei teatri di cui Kafka poteva aver letto sui giornali: da Riccardo Sacco, che nel 1905 al Prater di Vienna digiunò per ventun giorni e venne ammirato da ben ventiquattromila spettatori, ad Auguste Victoria Schenk, che rinchiusa in una gabbia di vetro resistette ventitré giorni, fino a Giovanni Succi, il più famoso e controverso tra i digiunatori spettacolari, per il quale vennero coniati i versi «C’è chi mangia per vivere/ chi vive per mangiare/ però ha maggior fortuna/ chi per mangiar… digiuna».

Il digiunatore di Kafka fa storia a sé. Autoesiliato in una gabbia arredata solo da una pendola, offre il suo corpo – il luogo in cui tempo e materia si incontrano – a chi vuole palparne la magrezza; estraneo tanto all’ascesi quanto alla sfida e alla performance, se si affida a un impresario è perché l’ostensione pubblica è l’unico modo per condividere – fra l’altro inutilmente – la sua peculiarità.

Gemello omozigote di Bartleby nell’essere «il più reietto degli uomini», come Bartleby affetto da un’inalterabile «morbosa malinconia», il digiunatore di Kafka si discosta dallo scrivano per una questione essenziale: diversamente dal personaggio di Melville e dal suo Preferirei di no, il digiunatore preferirebbe di sì, nel senso che vorrebbe nutrirsi, ma non ha mai individuato il cibo che lo soddisfi. Se solo lo avesse trovato, come dichiara al guardiano che sta per liberare la gabbia dal suo corpo per far posto a una giovane pantera, allora avrebbe mangiato come chiunque. Il suo è un digiuno senza fame, un’arte senza virtù.

Ed è in questo che consiste lo splendore dell’invenzione di Kafka: l’eterna quaresima del digiunatore non contempla nessun sacrificio reale, non muove da un’epica, non definisce una condizione eroica. «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno», confida l’artista della fame al guardiano sapendo però che il suo unico bene sarebbe stato essere gli altri, vale a dire l’ingresso nel regno dei famelici naturali. Gli è invece toccato in sorte il male piccolo e mite – immagine perfetta del ’900 letterario – di chi desiderando pianissimo non varcherà mai la soglia. Vivere di fame è il suo privilegio, la sua pena.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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