pianura

Kent Haruf e il giardiniere di Proust

pianura

(Attenzione, contiene spoiler. fonte immagine)

La letteratura può servire per immergersi nella vita o per accomiatarsi da essa; per metterne in rilievo le asperità o per semplificarne i conflitti; per porre problemi o per illudersi di averli risolti. Per indole, preferisco cimentarmi con quegli scrittori che scelgono di rappresentare la complessità senza provare il bisogno di levigarne le asperità, che non hanno paura di confrontarsi con il lato più oscuro dell’animo umano.

Forse è proprio questo il motivo per cui i romanzi di Kent Haruf – la cui Trilogia della pianura è stata di recente pubblicata in Italia presso NNeditore con buon successo di pubblico e critica – non mi hanno convinto: perché, secondo la mia percezione, essi vanno a collocarsi sul versante meno interessante di queste opposizioni.

Quella di Haruf è una narrazione rassicurante, controllata, che preferisce costruire nuove certezze anziché mettere in discussione quelle già acquisite; una scrittura che crede nell’onestà e nell’imparzialità della rappresentazione, e attribuisce alla letteratura una valenza etica anziché di ricognizione della realtà.

Benedizione, il primo romanzo della trilogia, racconta la parte finale della vita di Dad Lewis, un uomo che, dopo aver scoperto di essere entrato nella fase terminale della sua malattia, dedica i giorni che gli restano a districare ogni conflitto irrisolto, a riconciliarsi con tutti coloro che con lui hanno condiviso il viaggio dell’esistenza terrena. L’uomo viene curato amorevolmente dalla moglie Mary e dalla figlia Lorraine. Le due donne lo accudiscono in tutto e per tutto: lo incoraggiano ad assumere la morfina per aiutarlo a sopportare i dolori terribili che lo affliggono; lo aiutano a muoversi, a girarsi nel letto; lo nutrono, gli cambiano il pannolone.

Dad riceve al proprio capezzale un lungo corteo di persone che in passato hanno avuto a che fare con lui, e da tutti si accomiata in pace. Ai dipendenti che hanno in gestione la sua ferramenta elargisce dei soldi; a sua figlia Lorraine conferisce la direzione del negozio;ad Alice, una bambina affidata alle sue vicine di casa, fa dei bei regali.

Haruf è molto abile a introdurre nella trama dell’esistenza di Dad alcuni episodi irrisolti, tentando – a mio avviso senza successo – di non dare l’impressione di un’operazione studiata a tavolino. Due elementi sembrano impedire a Dad di riconciliarsi completamente con la propria storia. La prima è il figlio Frank. Frank è un omosessuale che – dopo una serie di incomprensioni con il padre – si è allontanato da casa. Dad non è mai riuscito ad accettare la sua omosessualità, però ora è rammaricato per questa situazione: vorrebbe perdonare e essere perdonato, ma non è più possibile perché il figlio ha fatto perdere le tracce di sé.

Sua moglie Mary, amareggiata quanto e più di lui, prova a rintracciarlo, ma senza successo. Tuttavia Dad ha comunque la possibilità di chiarirsi con Frank durante una visione avuta in un momento di incoscienza della sua malattia. Dad vede il figlio al proprio capezzale e tenta di spiegarsi, nel modo onesto e rude che lo caratterizza. Non risolve la situazione, ma i due uomini si pongono uno di fronte all’altro e ciascuno racconta la propria versione dei fatti. Dad sostiene di avere fatto il possibile per riguadagnare la stima e l’affetto del figlio, e Frank rivendica di non aver ricevuto abbastanza: «Volevo che tu facessi qualcosa. Che mi insegnassi qualcosa», afferma il figlio. «Io facevo delle cose. Ne facevo un sacco».

Fa un po’ impressione la semplicità dello stile di questa conversazione. I termini impiegati sono ostentatamente generici: «fare», «cose», «un sacco». Sembra che l’autore, anziché la lima, abbia passato sulla sua prosa della carta vetrata. La scrittura è grezza, grossolana, come se non fosse possibile – o addirittura lecito – esprimere sfumature. L’intrigo di insensatezza e oscurità che fa ombra sull’esistenza umana viene ammessa con una ingenuità un po’ naïf: «È la vita, disse Frank. Le cose stanno così, i casini capitano». Che sarebbe come dire semplicemente: «Shit happens».

L’altra circostanza che impedisce a Dad di accomiatarsi serenamente dalla propria esistenza è la situazione sentimentale di sua figlia Lorraine. Lorraine è legata a un uomo che a Dad non è mai piaciuto. I due hanno perduto una figlia piccola, e dopo il grave lutto si sono allontanati l’uno dall’altra; ma ora sembra che abbiano ripreso a frequentarsi. Un giorno l’uomo la va a trovare e la sera i due vanno a cena fuori. Dopo cena vanno in un motel e finiscono a letto insieme. L’autore non dice nulla circa il rapporto sessuale, a parte il fatto che l’uomo tentava a tutti i costi di essere gentile con Lorraine, e che «per prima cosa si infilò sotto le lenzuola per stimolare il desiderio di lei».

Poi la narrazione si interrompe bruscamente, e si sposta direttamente alla mattina successiva. In pratica sembra che Haruf ci tenga a farci sapere che l’uomo si sia premurato di eccitare la donna praticandole del sesso orale,ma non ci dice nient’altro su quello che accade in seguito. Solo i preliminari: perché? Perché gli sembra un dettaglio pruriginoso? Il rapporto sessuale è importante oppure no? Se non lo è, perché ne parla? Vuole dimostrarci di avere una mentalità aperta? Di non avere una visione bacchettona della vita?

Un’altra volta Lorraine si trova insieme ad Alice – la bambina che abita lì vicino – e ad altre due vicine di casa, in una giornata particolarmente calda. Le donne vorrebbero fare un bagno al ruscello, ma da quelle parti non ce ne sono. A una di loro viene in mente che lì vicino c’è un abbeveratoio delle vacche, e che potrebbero rinfrescarsi lì dentro. Una di loro obietta che non hanno un costume da bagno, al che Alice replica: «Oh, al diavolo il costume da bagno». E tutte scoppiano a ridere all’idea di fare il bagno nude.

Un’altra volta le donne stanno discutendo del modo in cui le mucche allattano i vitelli. Lorraine racconta in modo quasi lirico quanto sia bello allattare, un’esperienza che ti fa arrivare a credere che il mondo sia un bel posto. Ma a un certo punto, cambiando completamente registro, dichiara brutalmente: «pensa a un uomo che ti lava le tette con acqua saponata calda, e ti palpeggia due volte al giorno». Le donne ridono, ma al lettore sembra una battuta poco riuscita, oltre che posticcia, al limite del cattivo gusto.

Di questi passaggi ce ne sono parecchi nel romanzo. Fanno pensare che l’autore sia consapevole di offrire un’idea troppo pacificata dell’esistenza, e si premuri di disseminare qua e là alcuni episodi che vorrebbero suonare scabrosi, ma che – per il fatto di essere così palesemente scoperti – non fanno che sottolineare la sua visione rassicurante delle cose.

La percezione della realtà di uno scrittore si riverbera inesorabilmente sul suo linguaggio letterario. Se il pensiero è il veicolo attraverso il quale si sostanzia la visione del mondo, esso non può che articolarsi attraverso il linguaggio. Una visione complessa della vita esige un linguaggio altrettanto multiforme, ricco di subordinate e caratterizzato da una rigogliosa aggettivazione. Una visione redenta o pacificata della realtà solitamente si risolve in una prosa piana, di struttura principalmente paratattica, intenzionalmente povera di avverbi e di aggettivi.

Da Hemingway in poi, esiste un fraintendimento di fondo nella letteratura americana: che gli aggettivi e gli avverbi inquinino la narrativa di soggettivismo e siano dunque da evitare il più possibile. Ebbene, si tratta di una falsità. Non esistono formule magiche in letteratura, ed è impossibile replicare una cifra stilistica – seppure particolarmente felice come quella hemingwayana. Oltre alla sincerità dello stile, occorrono buone storie, originalità e profondità di pensiero. Per dirlo in altre parole, Hemingway sarebbe stato ugualmente grande anche se avesse usato qualche aggettivo o qualche avverbio in più.

Haruf rinuncia quasi completamente all’uso degli aggettivi. Se proprio deve usarne uno, lo usa in senso predicativo («L’aria entrava fresca»). Solo molto raramente si concede di usare gli aggettivi in modo attributivo, e ciò avviene quando l’aggettivo costituisce una diretta specificazione della realtà, e non dà informazioni sul grado di percezione che può averne l’autore o un suo personaggio: «indossavano giacche invernali», «la grande sagoma bianca di una mucca».

Per far accettare al lettore la morte di Dad, è necessario prospettargli un male peggiore,senza poi lasciare che accada davvero. Quando Dad muore, alla fine del libro, la moglie e la figlia ricevono manifestazioni di affetto e di cordoglio da tutto il vicinato. Non si può proprio rammaricarsi per la morte di un uomo così. «La gente gli voleva proprio bene», commenta Lorraine con riconoscenza.

Eppure l’autore sente l’esigenza di offrire al lettore una ulteriore consolazione. Alice, la bambina affidata ai vicini, proprio in quel giorno si allontana con la bicicletta e scompare. Tutti si mettono alla ricerca, preoccupatissimi. Lorraine va a cercarla in macchina ma senza fortuna. Tornando a casa, vedono che tutte le luci sono state accese, per consentire ad Alice di ritrovare il cammino più facilmente. A un certo punto notano qualcuno che si sta avvicinando verso casa. Tutti le corrono incontro, ed è proprio lei, Alice, e Lorraine può finalmente stringerla a sé con grande commozione.

La bambina racconta quello che le è successo: prima si è persa, poi è caduta in un fosso, ha bucato una ruota e infine si è incamminata da sola un po’ malconcia verso casa. «Vedevo i lampioni», racconta, «è così che ho ritrovato la strada». Ma non sono i lampioni della casa, quelli che le donne avevano acceso per farle ritrovare la via. Sono i lampioni della campagna, le briciole di senso disseminate in un oceano di vasta insensatezza, che rendono un po’ più tollerabile la vita dell’uomo.

Un’insensatezza e un disordine che spesso emergono con prepotenza sotto la scrittura di Kent Haruf, nonostante e a dispetto delle intenzioni dell’autore. Come nella Recherche, quando la nonna di Marcel percorreva i viali del giardino durante il temporale, e si compiaceva di quello scompiglio portato dalla pioggia. Un disordine che guastava la simmetria eccessiva introdotta dal nuovo giardiniere, il quale, evidentemente – così almeno pensava la nonna – proprio non possedeva il senso della natura.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
Commenti
11 Commenti a “Kent Haruf e il giardiniere di Proust”
  1. Giovanna scrive:

    Francamente mi sembra un po’ banale questa lettura del romanzo di Kent Haruf. Come se davvero sarebbe bastato aggiungere qualche aggettivo e avverbio in più e inserire una scena di sesso più esplicita per renderlo – quello che evidentemente non è a detta dell’autore di questo pezzo – un buon libro.
    Di contro, ho adorato la scrittura scarnificata di “Benedizione” e degli altri due romanzi della trilogia perché credo che, lungi dall’essere indizio di un’assenza di complessità, sia il prodotto di una esperienza piena dei conflitti dell’esistenza, attraversati e subiti fino in fondo prima di provare a raccontarli. Con pochi orpelli certo, ma con una lucidità e attenzione alla banalità del quotidiano che sorprendono.

  2. barbara scrive:

    Comunque già solo aver pensato a Proust per parlare di Haruf rende quest’ultimo un “grande”

    Barbara, una fan di K.H.

  3. fabio scrive:

    mi pare un po’ strano criticare un autore perché non corisponde alla tua idea di letteratura, e in generale trovo tutta questa recensione un po’ pretestuosa, un po’ “mi si nota di più se ne parlo male”, dato il successo quasi “ecumenico” del romanzo.
    un esempio a caso: mi pare un grosso equivoco definire consolatorio l’incontro onirico tra dad e il figlio gay, quando palesemente è l’esatto contrario: è il grido disperato di un uomo che in punto di morte capisce di avere commesso un orribile errore e non può più fare nulla per rimediare.
    per tacere del fatto che moglie e figlia accudiscano un malato terminale: che dovrebbero fare per introdurre un po’ di “disordine che guasti la simmetria eccessiva” e compiacere l’ego del recensore? spargere sale sulle sue piaghe da decubito?

  4. Stefano Friani scrive:

    «Una visione complessa della vita esige un linguaggio altrettanto multiforme, ricco di subordinate e caratterizzato da una rigogliosa aggettivazione. Una visione redenta o pacificata della realtà solitamente si risolve in una prosa piana, di struttura principalmente paratattica, intenzionalmente povera di avverbi e di aggettivi.»

    Non entro nel merito della recensione, ma questo passaggio mi sembra una forzatura evidente e una banalizzazione ancora più grave visto che chi scrive l’articolo asserisce di preferire una scrittura aspra e che non rifugge dal conflitto. Dubito che la visione di un Carver, per dirne uno, sia una visione pacificata e tuttavia non mi pare abbondi di avverbi e aggettivi. Essere verbosi non significa necessariamente essere complessi e talvolta un linguaggio sciatto nasconde più complessità di un periodo infinito à la Proust.

  5. Antonio scrive:

    Concordo in gran parte con il recensore. Haruf, come ho avuto già modo di sottolineare da altre parti, è per chi si accontenta con la sua scrittura che non disturba. Questa trilogia mi sembra perfetta per i lettori del terzo millennio, sempre alla ricerca di certezze e lievi situazioni politicamente corrette. Sono tre libri di cui si può tranquillamente fare a meno.

  6. paolacsaba scrive:

    Sottoscrivo ogni singola frase, non avrei saputo scriverlo meglio. Ha domenticato la superflua storia del predicatore, altro tema che doveva creare scompiglio ma che serve solo ad allungare la già desolante trama.

  7. Lucia scrive:

    Luca,
    sembra quasi che durante la lettura fossi più intento all’analisi grammaticale che a quello che le parole volessero significare.

    Ho letto solo Benedizione – ma è solo di Benedizione che tu parli. Personalmente (ma sono opinioni) credo che Haruf sia riuscito in un grande tentativo mimetico della storia di una morte: che è un momento in cui si parla poco, pochissimo, si dice l’essenziale, le parole pesano, ti vergogni a dire, il linguaggio si fa banale, perché è secondario a quello che sta accadendo. E’ quasi volgare parlare per raffinatezze, durante una morte. Non ti è mai capitato?

    Nonostante questa asciuttezza, poi, ci sono certe battute che rimangono anche senza dover aprire le pagine del libro e farne un esercizio di memoria. “Per me sei stata tutto. Tutto.”

    Non è così che va la vita, Luca? La vita quotidiana conosce finezze letterarie? E la morte? Siamo tutti Seneca che dettiamo filosofia sul letto di morte? Non credo.

    Vale lo stesso per i conflitti irrisolti, e anche quello, da parte mia, è un tentativo mimetico riuscitissimo: la vita non risolve i conflitti. Punto. E’ così reale che PER FORTUNA il conflitto con Frank non viene risolto se non nella mente di chi lo vive.

    Personalmente, ho trovato molto onesto l’irrisolto e il non detto del libro. E’ lì che risiede il conflitto. Tra quello che potremmo dire, o fare, e nei fatti non è detto, e non è fatto.

    Benedizione è un libro sacro, sacro ed essenziale come la storia che racconta. Ti fa vedere una storia, ti fa ascoltare le parole. Non dice nulla di più. Eppure, anche il non detto, anche il non risolto, apre il mistero che ogni storia dovrebbe avere.

    La carica emotiva che ti arriva è tanta, quando sei aperto a riceverla. Quando, direi, non stai smadonnando dietro le cose che non ti piacciono, le critiche che puoi fare, le cose intelligenti che puoi dire.

  8. Carla scrive:

    Perfettamente d’accordo con Lucia.
    Mi è sembrato che Luca Alvino abbia dissezionato un cadavere, troppo distacco e freddezza nell’amalizzare un romanzo. Ho letto solo Benedizione e leggerò gli altri due perché trovo che sia uno dei romanzi più ben scritti e coinvolgenti che mi sia capitato di leggere ultimamente.
    Lucia non avrebbe potuto interpretare il mio pensiero meglio di quanto avrei potuto fare io.

  9. Fabio De Masi scrive:

    Analisi accurata, ma sbilanciata sensibilmente dal peso della soggettività.
    Sono pienamente d’accordo con Friani. Poi la semplicità rispecchia in maniera più accurata il tipo di vita, i protagonisti e i panorami descritti da Haruf.
    Mi viene in mente il recente libro della Varvello, La vita felice, nel quale la prosa minimalista restituisce in maniera leggera una complessa profondità.

  10. Jan scrive:

    La recensione invece è molto accurata, sensibile e profonda.
    Vi sono espressi principi stilistici condivisibili e autorevoli.
    Chi se ne lamenta o è in mala fede o non capisce un cazzo di letteratura.
    Continuate a leggere Elena Ferrante. Siete a quel livello e non andate oltre.

  11. Angelo scrive:

    Dopo aver letto benedizione ho dato un bacio alla copertina. È una forma di ringraziamento che ho riservato a pochi libri. Aggiungo che io non sono nessuno: non scrivo, né ho cariche accademiche, né scolastiche. Sono solo un venditore di libri.

Aggiungi un commento