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Ketama126: «Il capitalismo è un amante crudele»

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di Simone Tribuzio (fonte immagine)

Venerdì 18 ottobre (notte): torno da un’avvicente serie di partite a Taboo; l’unico pensiero fisso da mezzanotte in avanti è dotarsi di auricolari per poter finalmente ascoltare Kety.

Per chi scrive non è stato facile attendere il ritorno di Ketama126: uno degli artisti più quotati della scena trap, ma anche rap considerandone il background musicale e quello che ne rappresenta con il collettivo trasteverino CXXVI.

Kety è la quarta fatica discografica di Ketama126, che giunge grazie alla sua firma con Sony Music; prima major in carriera che decide di investire in un progetto dopo l’album culto Rehab. Il disco ragiona su più suoni e collaborazioni (producer compresi), ma dai testi riaffiorano più parole tabù, di cui la major non sembra affatto preoccuparsi; ma che sostiene l’artista romano d’adozione (nato a Latina) in quello che è il progetto più corale.

Il giorno dopo la release si ferma a Latina per la seconda tappa del suo instore tour: all’occasione risponde a diverse domande legate a Kety, al romanticismo e alla sua partenza da outsider assoluto.

La prima traccia dell’album, Denti d’oro, veicola e manifesta il tuo status attuale dopo il lungo percorso affrontato con Rehab. Così come racconti della tua partenza umile in Jeans strappati (“in tasca non avevo nulla, sognavo quei soldi”). Cos’è che vorresti dire al Kety esordiente?

Gli direi sicuramente di non mollare. Anche perché, come canto nel pezzo, faccio “sempre quello che voglio”. Quindi lo rassicurerei, anche se i primi risultati non arriveranno subito.

Perché la scelta del sample (presente in Denti d’oro) è ricaduta su C.R.E.A.M., e cosa rappresentano i Wu-Tang Clan nel tuo immaginario?

Denti d’oro parla di soldi come C.R.E.A.M. (“cash rules everything around me”).
Il significato era: tutto ciò che si muove intorno a me è solo per i soldi. Nel mio pezzo ribadisco il concetto con “qui dentro siamo tutti morti / viviamo solo per i soldi”: è un pensiero fisso da quando ci svegliamo la mattina per andare a lavoro.
Ho voluto inserire questo sample perché è di un gruppo vecchia scuola che mi piace da sempre. Mi affascina l’idea di una roba diretta e old school, mescolata con le mie produzioni che sono nuove; ma non tanto diverse da quel fermento culturale del rap. Il mio approccio stilistico è solo un’evoluzione che riprende quel discorso.

Qual è stato il salto da Rehab a Kety e come si sente?

Non c’è stato un salto, ho solo firmato con una major; grazie alla quale il disco è stato fatto con più mezzi. In realtà non ho voluto nemmeno cambiare metodo di lavoro; per cui me la sono presa con molta calma rispetto al solito. A casa mia avevo tutti provini e le demo, a questi ho anche aggiunto gli overdub su cui registrare altri strumenti a Latina e prima del master; molti di questi sono analogici, tra cui chitarre, sassofono, clarinetti e una batteria.

La bellezza di Kety è proprio questa sua coralità (di suoni, strumenti, featuring e di producer).

Ho voluto dirigere tutto quanto da solo e coordinando altre menti, è stato un grande lavoro di squadra.

Quale dialogo c’è stato con la tua prima major (Sony Music, ndr) durante la scrittura e le registrazioni del disco?

Da subito hanno capito la mia attitudine e quanto fossi vero come artista, questo perché non ho peli sulla lingua. Non mi hanno assolutamente limitato, anzi, il dialogo c’è stato e non c’è stato perché gli andava bene quello che scrivevo. Ma quando scrivevo contenuti più forti hanno provato a dirmi: “sei sicuro di voler dire questa cosa?
Rispetto agli album precedenti questo è più pesante in termini di suoni e di liriche.

Il fatto che io abbia firmato con Sony non ha assolutamente limitato la mia libertà. In Spara dico “e quando vedi la questura / prendi la .38 e spara”, chiaramente rimane un’esagerazione. Un’iperbole per dire all’ascoltatore fino dove posso spingermi e che me la posso prendere con chiunque. Posso dire quindi che non c’è stata nessuna censura da parte dell’etichetta.

Come va è appunto una traccia aggressiva per contenuto e arrangiamento. E ad un certo punto canti: “spendendo anche se odio il consumismo”.
Nel tempo è stato detto che è più facile immaginare la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo. Una dichiarazione di altri e più tardi ripresa da Mark Fisher in Realismo capitalista (Produzioni Nero, 2018).

Chiaramente io sono abbastanza conraddittorio su questo tema. Non amo il capitalismo, è un sistema che trovo sbagliato perché sfrenato e senza fine. Però mi rendo conto che neanche posso tanto prendermela con questo fenomeno, perché di fatto io ci guadagno; e da parte mia sarebbe pure ipocrita dire il contrario.
Se non avessi mai fatto soldi con la musica mi sarei sentito avvelenato. E alla fine si rivela come una verità quando tu veramente non hai un euro, e sei disposto a scendere per strada e a cercare fortuna.

Nel brano Gitano canti “tengo il sangue un po’ latino / sarà che vengo da Latina”. Che rapporto c’è con questa città?

Un legame affettivo molto forte perché vi abitano i miei genitori, i nonni e i cugini che vado spesso a trovare. I ricordi vanno dal periodo in cui ho vissuto A Latina ci vado d’estate, perché mi rimanda all’infanzia che fu molto positiva; così come per i miei genitori che ci sono nati e cresciuti.

Dormo a Roma, mi sveglio a Milano”  allude al periodo in cui ti spostavi per registrare il disco.

L’album l’ho registrato più a Roma.
In quel periodo ho fatto avanti e indietro per lavorare e sempre Roma – Milano; tante volte son dovuto tornare a Roma nello stesso giorno. Ma in quel passaggio volevo dire che in certi giorni dormivo a Roma in treno, ma mi ritrovavo a Milano una volta sveglio.

Con Babe (feat. Generic Animal) c’è spazio anche per la ballad. Qual è stata l’esigenza che ha fatto nascere il lato più morbido del disco?

Come dici te è una ballad dalle sonorità più morbide.
L’idea è nata dal fatto che volevo creare un concept album come negli anni novanta: all’interno dei quali c’era il pezzo ballad, un altro pezzo più veloce, un altro ancora da radio e infine quello live da pogare. Il mio è un concept modo in cui è stato pensato e lavorato, ogni traccia ha una voce diversa.

Restando nel campo dei featuring: qual è la caratteristica di ogni artista che ti ha fatto dire “ok, facciamo questo pezzo insieme?”

Prima ho scelto gli ospiti, e successivamente sono nati i pezzi.
Per quanto riguarda Lovebandana (feat. Tedua) ero già contatto con il produttore Chris Nolan, con il quale avevo chiuso una traccia due minuti composta da una strofa e due ritornelli. Tedua aveva sentito in studio beat ed è piaciuto tanto.
Con Fabri Fibra ero in contatto prima che uscisse Rehab un anno e mezzo fa, c’era da entrambi la volontà di lavorare insieme.
Ho conosciuto Noyz Narcos poiché son sempre stato un suo mega fan e cresciuto con la sua musica. Night Skinny ha contribuito con un sound trap oscuro e violento.
Con Speranza volevo ricreare un tessuto sonoro più americano e moderno al tempo stesso.
Nel pezzo (Problema) dice una cosa vera: “Da Latina in giù diventa America Latina”. Corrisponde a realtà perché da Roma in su vedi un’altra dimensione rispetto a quella del sud che è più calda e fuori dal tempo. Quando scendo mi sento sempre più a casa.

Sempre in Problema (feat. Speranza) canti: “Sto vincendo per chi ha perso per tutta quanta la vita / per chi non crede alla fortuna, ma solo alla sfiga”. Anche qui si avverte quel senso di rivalsa, di incitare sempre e comunque nelle situazioni più difficili.

Sono sempre stato un pessimista, con questo volevo dire che tante volte devi credere in te stesso; l’essere ambizioso a tutti i costi non è un motto che mi appartiene.
In sostanza non credo a queste cazzate motivazionali come “credere in te stesso e sorridi”, una grande rottura per davvero. Un perdente non deve sentirsi mai in colpa in partenza, ha sempre una chance per farcela.

Io tutta quella branca motivazionale, manuali di autoaiuto compresi, l’ho trovata sempre pericolosa.

Esatto (ride, ndr). Il mio messaggio era indirizzato ai pessimisti cosmici come me: per dire loro che nella vita non ce la possono fare tante volte, ma c’è sempre speranza per tutti.
Essere pessimisti significa avere visione più generale, un’ampia filosofia di vita che preferisco perché non mi faccio subito delle aspettative troppo alte e rimanerne deluso, e farmi così sorprendere dall’esito più felice.

Cos’è l’amore con Franco126 e Califano (inedito postumo), su produzione di Don Joe, è una limpida presa di posizione (“ma pochi sanno che cos’è”). Possiamo accendere la radio in un qualsiasi momento della giornata, e ritroviamola solita canzone d’amore plastica raccontata con un filtro colorato e ottimista.
Come ci si dovrebbe approcciare a una canzone romantica oggi?

La mia visione non te la saprei dare perché, come canto nel brano, manco “io non so cos’è l’amore”. Non ti saprei dire qual è la maniera giusta per parlarne, ti saprei dire sicuramente la maniera sbagliata e da evitare: di raccontarla sempre come una cosa rosa e fiori felice solo per vendere.  Questo brano, soprattutto il passaggio di Franco Califano, descrive i cantanti che si cimentano in questa tematica  con un piglio “spicciolo”. Parla dei cantanti che trattano la canzone d’amore solo perché tira di più come argomento. La gente accende la radio per farsi suggestionare dalle canzoni d’amore più frivole. L’ascoltatore vuole sognare, e chi produce questi brani vuole sfruttare le sue illusioni sentimentali (i ragazzini su tutti). Nessuno vuole saperne di una storia d’amore finita male. Io non ne faccio semplicemente perché dovrei aprirmi completamente a questo filone.

Sarà banale dirlo, ma per fare una canzone d’amore devi cantarla e dirla con il cuore a tal punto da centrare il bersaglio. È molto più facile scrivere e interpretare un pezzo d’amore quando si è innamorati e felici, la sfida è farlo quando si è tristi e in difficoltà nella vita sentimentale. Franco Califano era un maestro nel narrare con passione le vite romantiche più ai margini. Questa operazione è servita prima a far conoscere il nome del cantautore romano ai più giovani. E sapere che tantissimi adolescenti abbiano scoperto solo ora questa figura mi mette tristezza.
C’è da dire che non è stato mai ben visto purtroppo dai salotti e dalle testate di settore, tant’è vero che nessuno ha parlato di Cos’è l’amore come di un singolo contenente un inedito di un grande cantautore quale era Califano; a cui sarò sempre grato per i suoi insegnamenti in materia.

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