kirk

Kirk, cinema e realtà

kirk

Un’estate, un ragazzo ebreo va a cercare lavoro negli alberghi vicino al Lake George. Ma nessuno vuole assumere Izzy Demsky. Allora lui bussa all’albergo successivo e si presenta come Don Dempsey. Lo prendono subito. Sul Lake Goerge ci vanno le donne sole in cerca di avventure romantiche. E ogni sera una donna diversa, che non l’ha trovata, chiama il fattorino per farsi portare il ghiaccio in camera… Il ragazzo piace anche alla proprietaria, benché lei detesti gli ebrei. Li riconosce al volo, dice, dal puzzo che li contraddistingue. «Nessun ebreo metterà mai piede in quest’albergo». «Hitler aveva ragione, tutti gli ebrei dovrebbero essere sterminati». L’ultima sera, la donna invita il fattorino in camera per un brindisi, e dopo un paio di bicchieri sono a letto insieme. Lei ansima di piacere, è scossa dai fremiti, ma lui fa in modo che senta bene quando le dice in un orecchio: «Dentro di te hai l’uccello di un ebreo circonciso. Io sono ebreo. Ti stai facendo scopare da un ebreo!».

Vent’anni dopo, a un party, Kirk Douglas vede avvicinarsi John Wayne con due bicchieri in mano. Hanno appena assistito a una proiezione privata di Brama di vivere, il film sulla vita di van Gogh. John Wayne ha l’aria turbata. «Cristo, Kirk! Come fai a interpretare una parte come quella? Un artista suicida! Siamo rimasti in pochi, dannazione. I duri come noi hanno l’obbligo di mantenere quell’immagine per il pubblico». Kirk è sorpreso, ma tenta di difendersi: «Ehi, John, io sono un attore. Mi piace fare parti interessanti. È solo una finzione. Non è reale. Tu non sei veramente John Wayne, lo sai no?».

Realtà contro finzione: sembra essere questo il leitmotiv nella lunga (lunghissima) vita di Kirk Douglas, nato Issur Danielovitch, poi diventato Isadore (Izzy) Demsky, ebreo russo di Amsterdam, New York, che il 9 dicembre 2016 ha spento cento candeline insieme a moglie, figli e nipoti, tutti ben radicati a Hollywood e dintorni. Dove lui oggi è giustamente celebrato come la star più longeva. L’ultimo sopravvissuto di una generazione che non c’è più. L’uomo che ha cancellato la lista nera e scoperto Stanley Kubrick. Oltreché uno scrittore prolifico, con undici libri pubblicati tra i settantadue e i novantanove anni (e un dodicesimo in arrivo).

David Bell, la prima, paranoica creatura uscita dalla penna di DeLillo, diceva che Kirk Douglas era una delle grandi «piramidi americane». (L’altra era Burt Lancaster). Oggi la sua immagine è in parte eclissata da quella, più al passo con i tempi, del figlio Michael, settantenne arzillo, marito fedifrago in Attrazione fatale, interprete sornione eppure anche lui animalesco. Ma la storia di Michael – l’attore e il produttore, oltre che il seduttore incallito che va in cura per dipendenza dal sesso – sarebbe inspiegabile senza la storia di Kirk. La piramide a stelle e strisce. L’incarnazione del Sogno americano, tanto più credibile perché contiene in sé il proprio rovesciamento.

Un immigrato povero diventa una stella del cinema, conquista centinaia di donne e guadagna qualche milione di dollari: la vita di Kirk Douglas sembra una parabola di Horatio Alger, ed è stata ricostruita in molte occasioni su giornali, riviste, libri. È però nella sua autobiografia – Il figlio del venditore di stracci, del 1988, a quei tempi un bestseller – che Kirk Douglas, oltre ad aggiornare il racconto e rispolverare gli aneddoti più spassosi della sua carriera, ha rivelato per la prima volta come la scalata al successo sia stata accompagnata da una rimozione: delle proprie origini ebraiche e delle proprie debolezze umane. E che il processo è stato doloroso.

Un’intervista a Kirk Douglas del 1971.

Per dare voce a questa parte nascosta, nell’autobiografia Kirk ha creato Issur – scontrandosi con l’editor Michael Korda, che lo giudicava un escamotage troppo sentimentale. Issur è l’alter ego di Kirk (il duro, il divo), la sua ombra, il suo doppio. È il bambino che deride l’adulto, lo smaschera, talvolta lo consiglia o lo rassicura, gli rammenta da dove viene, gli sussurra chi è, mentre aspetta sempre una «pacca sulla spalla» da papà Herschel, l’ebreo che vaga per la città col carretto raccogliendo stracci e rottami. Issur è la radice dell’ambizione che divora Kirk. È la scintilla nell’occhio di tutti i figli di puttana che ha interpretato sullo schermo.

Due ricordi di Issur. 1) Una volta papà Herschel lo porta con sé nella taverna dove la sera si rintana a bere, e Issur si aggira con il naso in su tra quegli uomini alti, ubriachi, che cantano e gridano in lingue sconosciute: Kirk ripenserà a quella sera ogni volta che farà una scena in un saloon, al fianco di John Wayne o Burt Lancaster. 2) Un’altra volta, tutta la famiglia Demsky è riunita intorno al tavolo per il tè, sorbito in bicchieri di vetro alla maniera russa: mamma Bryna, le sei sorelle, Issur (unico figlio maschio) e addirittura Herschel, che di solito non c’è e che anche quel giorno non si fila nessuno, sorseggiando il tè con una zolletta di zucchero fra i denti. Issur sente montare la rabbia davanti al disdegno del padre, finché capisce che sarebbe scoppiato se non avesse fatto qualcosa: allora prende un cucchiaio di tè e lo lancia in faccia a Herschel. Il padre lo tira su di peso dalla sedia e lo scaraventa nell’altra stanza. Issur atterra su un letto. È in quel momento che diventa un uomo: ha sfidato il padre e ne è uscito illeso.

È un episodio fin troppo lineare, sembra uscito da un copione, ma è il modello a cui si atterrà molte volte il futuro Kirk Douglas: la sfida, intesa anche come azzardo, scommessa, è una costante nella sua carriera. E più la posta era alta più lui era a suo agio. «Le cose più importanti che ho fatto» ha detto una volta «sono quelle che qualcuno mi ha supplicato di non fare». La fama di attore «difficile» se la guadagna quando ancora non è nessuno. Fa la spalla o il cattivo in qualche film di serie B e già si permette di proporre modifiche alle scene. E quando il produttore Hal Wallis gli offre un contratto di sette anni, che a quel tempo gli attori facevano carte false per firmare, lui dice di no. Accettarlo avrebbe significato la schiavitù. Un paio d’anni dopo rifiuta anche 50.000 dollari per una parte secondaria in una grossa produzione MGM, con Gregory Peck e Ava Gardner; per 15.000 accetta invece di interpretare il pugile Midge Kelly nel Grande campione, un progetto indipendente di un gruppo di sconosciuti, guidati da Stanley Kramer. «Stanley Kramer non è nessuno» gli dicono i suoi agenti, disperati. «Faceva il fattorino in uno degli studios». «E allora? Io facevo il cameriere». Il ruolo gli procura la prima nomination all’Oscar e lo trasforma in una star. La battuta chiave del film la sa ancora oggi a memoria: «I’m not gonna be a hey-you all my life. I wanna hear people call me Mister». È stata usata tante volte per descrivere Kirk Douglas.

È chiaro che uno così non si spaventi se deve comprare i diritti di un romanzo di Howard Fast, finito in galera per le sue simpatie comuniste, né di affidare l’adattamento a Dalton Trumbo, incluso nella lista nera per presunte attività antiamericane. Né di mettersi contro un progetto rivale con Yul Brynner, che si era già assicurato il sostegno di una produzione forte. L’avventurosa realizzazione di Spartacus – completato nell’arco di tre anni, e finito al centro di un delicato caso politico mentre alle presidenziali si sfidavano Nixon e Kennedy – è stata raccontata più volte nei dettagli anche da Kirk, l’ultima in Io sono Spartaco! (Il Saggiatore, 2013), sorta di variante d’autore del suo primo memoir. Il sodalizio con Kubrick, nonostante il reciproco scambio di insulti, rimarrà sempre il momento più alto, in termini artistici e commerciali, della carriera di Kirk Douglas. E il suo gesto più bello sarà sempre la redenzione di Dalton Trumbo, al quale restituisce finalmente un nome nei titoli di testa.

C’è un’impresa però anche più bella perché si tramuta in un fallimento. Kirk ha appena rifiutato di fare un altro kolossal in costume per un milione e mezzo di dollari (allora la cifra più alta mai offerta a un attore) e vuole gettarsi in un nuovo, folle progetto, ricavando una pièce teatrale da un romanzo di cui si è innamorato, per poi svilupparla in un film. Si tratta di Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey, scrittore dell’Oregon, un outsider, adepto dell’Lsd, ai cui viaggi psichedelici Tom Wolfe avrebbe dedicato The Electric Kool-Aid Acid Test, lavoro pionieristico del New Journalism. In provincia lo spettacolo è accolto bene. Kirk è McMurphy, ovviamente. Nel cast c’è anche Gene Wilder, ex allievo dell’Actors Studio. Il debutto a Broadway è fissato per il 14 novembre 1963, otto giorni prima dell’assassinio di JFK. Ma i critici di New York stroncano il Cuculo. Uno dei pochi ad apprezzarlo è Lee Strasberg, che dice che quando Kirk entra in scena, è come se si aprisse uno spazio intorno a lui.

Kirk tiene duro per cinque mesi, fino a gennaio ’64, rimettendoci parecchi soldi di tasca sua. In una delle ultime repliche, durante le feste di Natale, Michael fa l’esordio sul palcoscenico nel ruolo di un infermiere. Poi il Cuculo chiude i battenti. Il film non vuole produrlo nessuno. Kirk ci prova per dieci anni, invano. Ci riuscirà Michael, ma dovrà dire al padre: «Ormai sei troppo vecchio per la parte di McMurphy. Prendo Jack Nicholson». Kirk ci rimane male, si offende, per un po’ non fa che chiedersi perché stavolta l’istinto lo abbia tradito. Poi in tv vede il figlio che ritira l’Oscar e capisce. Per Michael è l’inizio della carriera di produttore, da cui sboccerà quella come attore.

Due carriere invidiabili, costruite nel segno del padre, antesignano degli attori-produttori e picconatore della vecchia Hollywood. Solo Burt Lancaster aveva fondato una compagnia indipendente prima di lui, ma all’inizio come attore aveva minore libertà perché era ancora vincolato da un contratto (con Hal Wallis). Kirk e Burt erano amici, compari, sul set e nella vita. Stesso sorriso a trentadue denti, stessa energia, stessa aria da guasconi. Sheilah Graham, la donna che trovò il cadavere di Fitzgerald, giornalista temuta come Hedda Hopper e Louella Parsons, li aveva ribattezzati i «Gemelli Terribili». Insieme, Kirk e Burt girano sette film, oltre a esibirsi in numeri cantati e ballati per occasioni speciali. Il prototipo è l’impagabile It’s Great Not to Be Nominated, messo in scena agli Oscar 1958 per celebrare la gioia di essere ignorati dall’Academy.

Burt Lancaster e Kirk Douglas.

Burt si libera del contratto con Wallis accettando di girare, per 90.000 dollari, Sfida all’O.K. Corral, il secondo film in coppia con Kirk, che ne riceve 300.000 come freelance (alla faccia di Wallis). Nel film c’è una scena in un saloon in cui Kirk accorre in aiuto di Burt e poi, in due, sistemano una trentina di cattivi. Al che Burt dovrebbe dire: «Thanks», e Kirk: «Forget it». Due battute così ridicole che non riescono a girarle, ogni volta scoppiano a ridere, finché decidono di rimandare le riprese al giorno dopo (Wallis è furioso). Vedendo il finale del film, un critico scriverà che Burt sembrava molto dispiaciuto di dover dire addio a Kirk per rimanere accanto a Rhonda Fleming. Oggi la chiamano «bromance». Un tempo i più raffinati avrebbero parlato di «omosessualità latente nel cinema classico».

L’ultimo film che hanno fatto insieme è Tough Guys (Due tipi incorreggibili, 1986), scritto apposta per loro: la storia di due duri che escono di galera e si ritrovano smarriti in un mondo che non capiscono più. Poco dopo Burt avrà un infarto e un intervento di bypass, Kirk un infarto e l’impianto di un pacemaker. Un giorno si incontrano per caso nello studio di un cardiologo. Kirk scruta gli occhi del compare e vi vede riflessa la propria paura, e pensa: Eccoli qua, i due duri (tough guys). Di lì a qualche anno Burt sarà colpito da un gravissimo ictus, che lo lascerà paralizzato fino alla fine dei suoi giorni. All’amico trapezista, su cui si è arrampicato tante volte al termine dei loro numeri sul palco, Kirk dedica le pagine più toccanti di Climbing the Mountain, una meditazione sulla morte e sul senso della vita, e sul suo riavvicinamento all’ebraismo.

Burt un Oscar alla fine l’ha vinto, nel 1961, Kirk ha ricevuto solo un contentino alla carriera, nel 1996. In compenso, negli anni Cinquanta, la «Harvard Lampoon» gli ha assegnato per tre volte di fila il premio come peggior attore d’America, ribattezzato poi Kirk Douglas Award. Il critico Manny Farber, precursore della politica degli autori, attribuiva ogni anno un immaginario Oscar alla rovescia che consisteva in «una statua in celluloide di Kirk Douglas nell’atto di declamare». Perfino Michael Douglas, nelle interviste tv, faceva la parodia del padre ringhiando qualche minaccia con la mascella protesa e le narici dilatate.

Non importa quanti premi ha vinto, né quali medaglie ha ricevuto, perché Kirk Douglas è più grande del cinema, è materiale da Great American Novel. Una volta Shirley MacLaine, incontrandolo a una festa, gli disse: «Sai, Kirk, è colpa tua se sono diventata un’attrice. Da piccoli, dopo aver visto Il grande campione, io e Warren [Beatty] non facevamo che recitare la scena in cui schiacci le dita alla tua donna nell’incavo del gomito». Per dargli il benvenuto a Hollywood, nel lontano 1946, i suoi agenti lo invitarono a un sontuoso ricevimento. Gli procurarono perfino una ragazza, un’attricetta tedesca, che alla festa lo piantò sul più bello per andarsene di soppiatto con Henry Fonda e James Stewart. Guarda caso, succede la stessa cosa a David Bell nel primo capitolo di Americana.

Kirk Douglas ha girato oltre novanta film. Ha lavorato con Howard Hawks, Billy Wilder, Vincente Minnelli, William Wyler, Robert Aldrich, John Huston, Elia Kazan, Martin Ritt e, naturalmente, con Kubrick. È sopravvissuto a un ictus che l’ha portato sull’orlo del suicidio, a uno schianto in elicottero, a un paio di incidenti sul set, all’overdose del quarto figlio Eric (nel 2004). Ha visto succedersi diciassette presidenti degli Stati Uniti: quando è nato, alla Casa Bianca c’era Woodrow Wilson (il diciottesimo lo ha paragonato a Hitler, come tanti, inutilmente). Il suo ultimo libro è una raccolta di poesie, Life Could Be Verse, parafrasi di un vecchio adagio del folklore yiddish: «It could always be worse».

Chissà come si sente in questi giorni, Kirk Douglas, ora che ha l’aspetto di un vecchio capo indiano, con la pelle aggrappata agli zigomi e la chioma bianca raccolta in un codino. Quando compì settant’anni (una vita fa) si sentiva ormai finito. In quell’occasione, a Londra, pronunciò un discorso intitolato Realtà contro finzione, che cominciava così: «Se potessi nascondermi dietro il personaggio di Spartaco o di un vichingo, con un regista a guidarmi, sarebbe facile. Ma in questo preciso momento sto facendo la cosa più difficile che possa fare un attore: essere se stesso. Mi sembra di essere nudo». E finiva prendendo in prestito alcuni versi di John Neihardt:

Lasciami vivere i miei anni nel calore del sangue!
Lasciami morire ubriacato dal vino dei sognatori!
[…]
Dammi un caldo mezzogiorno e poi venga pure la notte!
Così vorrei andarmene.
E concedimi, quando sarò di fronte all’orribile Cosa,
un grido superbo per penetrare la grigia Incertezza!
Oppure lasciami essere una muta corda di violino
che vibra alla Melodia Fondamentale – e si spezza!

Michele Martino è nato e vive a Roma, figlio di un’americana di Newark e di un italiano cresciuto tra Caracas e Staten Island. Dopo aver lavorato in teatro, cinema e tv (con Pasquale Pozzessere, Wilma Labate, Antonello Grimaldi), dal 2010 si occupa di editoria, per 66thand2nd, e di traduzioni letterarie. È coautore del programma radiofonico Match Book. Ha tradotto, fra gli altri, il premio Pulitzer Robert Penn Warren (“Tutti gli uomini del re”, per Feltrinelli Indies), George Plimpton, Benjamin Markovits, Helon Habila, Mike Nicol, Lucy Mushita, Noo Saro-Wiwa.
Commenti
Un commento a “Kirk, cinema e realtà”
  1. andrea scrive:

    Un articolo bellissimo su uno dei miei attori preferiti, di cui scopro lati poco conosciuti e molto interessanti. Complimenti!

Aggiungi un commento