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Kobane Calling, il diario/reportage di Zerocalcare

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Questo articolo è uscito sul numero di maggio della rivista Linus, che ringraziamo (fonte immagine).

Lunedì 11 aprile, ore 22, la coda che si snoda davanti alla Feltrinelli di via Appia fa il giro di tre lati dell’isolato. È la “notte di Zerocalcare”: apertura straordinaria delle Feltrinelli di Roma, Napoli, Milano, Bologna per la promozione di Kobane calling, ultimo lavoro del fumettista romano.

Lungo la fila è parcheggiata una camionetta della polizia, agenti in divisa antisommossa presidiano l’isolato. Colpisce lo spiegamento di forze dell’ordine. Forse si temono proteste. Il giorno prima a Romix un neofascista di Casa Pound ha danneggiato lo stand di Shockdom, colpevole di avere pubblicato un fumetto satirico su Mussolini firmato da Daniele Fabbri e Stefano Antonucci. L’autore del gesto ha messo il video su Facebook. Tra i commenti non manca qualche riferimento a Zerocalcare, i cui legami col mondo dei centri sociali sono noti.

Il mercoledì precedente ero passato per caso alla stessa Feltrinelli, di pomeriggio, e di nuovo poliziotti (però meno) e grandi code. In quel caso si presentava il libro di Benji e Fede. Per chi non lo sapesse: due ragazzini bellocci che cantano brutte canzoni pop per adolescenti. Il negozio era invaso da una folla di tredicenni galvanizzate, ognuna col suo libro in mano e un numeretto per la dedica. La mossa marketing di Rizzoli, nel caso di Benji e Fede, era quella di “regalare” insieme al libro il biglietto del concerto dei beniamini delle ragazzine.

Anche la notte di Zerocalcare la Feltrinelli è gremita di gente con in mano un numeretto per farsi dedicare il libro. Al posto del biglietto Bao publishing offre una piccola stampa numerata ai primi settecento che arrivano. Nelle altre città, dove manca l’autore, i fan possono portare una maglietta e farsi serigrafie un disegno. Pare che Benji e Fede abbiamo venduto più di diecimila copie in una settimana. Kobane Calling è stato stampato in centomila esemplari, prima tiratura. Una quantità inedita per un fumetto in Italia. Forse unica nella storia recente. È possibile che quando questo articolo sarà pubblicato si troveranno uno accanto all’altro in cima alla classifica dei libri più venduti.

Qualcuno dirà giustamente che, a parte il successo, hanno poco in comune: lo spaccato sociale alla presentazione di Zerocalcare è vario, giovani e adulti, qualche tipo più centrosocialino, ma l’impressione è di trasversalità. Non ci saranno gli elettori di Salvini, o gli adolescenti che affollano ponte Milvio il sabato sera con le loro macchinette customizzate piene di adesivi in font littoriano. Ma per essere uno che è cresciuto al Crack (il festival indipendente di fumetti del Forte Prenestino), Calcare ha raggiunto un pubblico decisamente vasto ed eterogeneo.

A parte la Feltrinelli, l’analogia tra la boyband e il fumettista finisce qua. Forse i primi potrebbero entrare in un disegno del secondo, diventare oggetto di una battuta tipo: “questi due per ragioni di privacy saranno rappresentati come Benji e Fede”, perché Zerocalcare ha fatto la sua fortuna fagocitando effimere icone del mondo mainstream. Il segreto del suo clamoroso successo non credo sia il disegno né la bravura nell’imbastire storie, ma il modo in cui attinge a piene mani dall’immaginario più umilmente pop degli ultimi vent’anni e all’ironia che ci costruisce intorno.

In Zerocalcare troviamo il conforto di una rappresentazione che mostra senza complessi la nostra coscienza mercificata, ottenebrata da ansie da controllo e intenta ad aggrapparsi ai feticci culturali, come rassicurandoci: nonostante tutto puoi essere una bella persona. Più o meno la fatale evoluzione di quello che Aldo Nove faceva vent’anni anni prima in una chiave pulp e ferocemente satirica. I suoi personaggi erano mostri, mentecatti, poveri lobotomizzati.

Ora quella cosa è passata, quella cultura si è fatta natura. Ci piaccia o no, sembra dire Zerocalcare, siamo fatti così, le nostre madeleine sono pupazzi chiamati “pisolone”, i nostri idoli personaggi di cartoni animati o film d’azione americani. Ridiamoci sopra. Molti criticano questa particolare indulgenza, tra sentimentalismo autobiografico e immaginario televisivo, come se finisse col celebrare i difetti di una generazione incagliata davanti allo schermo a nutrirsi voracemente di prodotti culturali di dubbio valore. Come può convivere tutto questo con la politica e il pensiero antagonista di cui pure questo autore si mostra, ed è, portavoce?

Comunque si considerino i suoi libri precedenti, quello su Kobane è in questo senso una specie di banco di prova. Funzionano ancora il linguaggio farcito di oggetti pop, l’ironia scanzonata e quel continuo riferirsi a se stessi, quando deve parlare di cose come la guerra, il Kurdistan, lo Stato islamico? quando si tratta di uscire, e brutalmente, dalla cameretta?

Personalmente ho due risposte.

La risposta numero uno è che dipende dai momenti. Kobane calling, che era già stato in buona parte pubblicato su Internazionale, è il prodotto di due viaggi piuttosto brevi tra il cantone di Cizre e quello di Kobane. Più passa il tempo, più si immerge nella situazione, più Zerocalcare riesce a vedere le cose, a mettersi dalla parte degli altri. Le figure e le metafore pop che sembrano alzarsi come uno schermo difensivo tra lo sguardo dell’autore e il mondo diminuiscono sensibilmente nell’ultima parte. Resta che Zerocalcare lascia poco la parola agli altri. È quasi sempre la sua voce a occupare il primo piano, assimilando tutto nella sua grammatica citazionista.

Al contrario, classici del genere come i libri di Joe Sacco, di Guy Delisle, o i fumetti di Igort sull’Ucraina e la Russia, basano il grosso del materiale e la forza delle storie sulle testimonianze raccolte “sul campo”. D’altronde alla presentazione Zerocalcare ha messo un po’ le mani avanti: non è un reportage, è più un diario. Ok, ma più si avanza, più le figure e le vicende degli altri emergono (anche nella loro drammaticità), più si percepisce quel mondo, più il reportage prende corpo. E sono le parti migliori, o almeno quelle più interessanti, dove troviamo qualcosa di nuovo. La mia impressione è che se Zerocalcare avesse avuto più tempo il libro sarebbe stato più bello, più completo. In certi momenti lui e suoi amici sembrano davvero una comitiva senza arte né parte finita dalle parti di Kobane, un gruppetto di giovani in vacanza dove tutto ciò che succede diventa oggetto di battutine e similitudini prelevate da Ken in guerriero.

Viene a bilanciare questo difetto un punto di forza del libro, quando questi limiti sono presi di petto dall’autore stesso. Kobane calling diventa allora il racconto di come si vorrebbe uscire dalla cameretta, e di quanto sia difficile farlo. In certe tavole, in certe vignette, Zerocalcare riesce a comunicare molto bene questa presa di coscienza. Il pesante mammut che lo accompagna al posto dell’armadillo significa questo: la zavorra della bestia fuori dal tempo che tiene il protagonista ancorato alla sua Rebibbia e all’eterno presente dell’ironia citazionista. In questo senso il libro è un insieme di alti e bassi e porta impressi sia i difetti della maniera dell’autore, sia la sincerità di uno sguardo che sa anche andare oltre se stesso e parlarci di una difficoltà condivisa, qualcosa che riguarda profondamente il nostro mondo e il nostro modo di (non) entrare in contatto con chi non vi appartiene.

La risposta numero due – più breve – fa riferimento a Benji e Fede e ai fascisti che spaccano gli stand alle fiere dei fumetti. Zerocalcare non è solo un autore il cui discorso è infarcito di mainstream, ma è diventato lui stesso mainstream. Se un fumetto che racconta la guerra in Siria in un modo che, in ogni caso, vale più del grosso dell’informazione somministrata alle masse, se un racconto più complesso e umano è capace di arrivare a decine o addirittura centinaia di migliaia di persone, a giovani altrimenti sovraesposti ai discorsi xenofobi e all’intrattenimento di serie zeta – beh, questa è comunque una buona notizia.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
3 Commenti a “Kobane Calling, il diario/reportage di Zerocalcare”
  1. Mara scrive:

    Concordo con la recensione. Aggiungerei però che questo libro presenta un grosso problema: è un enorme strumento di propaganda pro-PKK. Zerocalcare assume in tutto e per tutto il punto di vista di questa fazione, che non brilla esattamente per spirito libertario, tanto che nei confronti di Assad e della dittatura siriana ha un atteggiamento molto ambiguo. Lo stesso atteggiamento ambiguo e paraculo che mostra Zerocalcare, facendo finta, per esempio, che in Siria non sia mai esistita una rivoluzione per scacciare un dittatore. Da un punto di vista giornalistico questo romanzo non vale niente, o forse è addirittura disonesto, visto che spaccia per l’ingenuo sguardo di un ragazzetto di Rebibbia quella che invece è un’impostazione politica granitica e ben precisa.

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