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Kostas Vaxevanis, Hot Doc e l’evasione greca

Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Immagine: Kostas Vaxevanis.)

Atene. La libertà di stampa in Grecia abita al quinto piano di un classico palazzone ateniese, di quelli costruiti sulle grandi arterie metropolitane con sogni ormai perduti di grandezza. A occhio gli spazi di questa libertà sono contenuti in un’ottantina di metri quadrati, dietro una porta su cui sta scritto Hot Doc. È la creatura a cui Kostas Vaxevanis ha dato vita otto mesi fa, da editore e direttore. Un quindicinale dal sottotitolo programmatico forte: “La verità come è. Il giornalismo come deve essere”. Tiratura che sfiora le 50.000 copie, numero uno di vendite tra le riviste, il giornale di Vaxevanis, nonostante la breve vita, è già un punto di riferimento, mentre il suo creatore è ormai indiscutibilmente il massimo esemplare di giornalismo d’inchiesta in Grecia.

Quarantasei anni, già ben conosciuto per gli articoli dai Paesi in guerra e le inchieste televisive, Vaxevanis è diventato un simbolo due mesi fa quando ha mandato in stampa un numero di Hot Doc interamente dedicato a una lista. 2.059 nomi per l’occasione stampati in caratteri latini e seguiti dalla professione, se nota. Nient’altro, nel numero confezionato in una copertina nera su cui risaltano i capelli bianchi bianchi, le perle bianco opaco, e il naso aquilino di un’elegante donna francese. Nient’altro se non brevi articoli introduttivi per chiarire la storia della cosiddetta “Lista Lagarde”.

Bisogna partire da lontano. Nell’ottobre 2010, Christine Lagarde, allora ministro della finanza francese, passa al suo omologo greco, Giorgos Papakonstantinou, un documento scottante: nomi di cittadini greci che hanno spostato soldi nella filiale ginevrina di una banca britannica: la HSBC. L’elenco potrebbe aiutare le autorità a individuare i grandi evasori presumibilmente presenti tra gli altri onesti cittadini (poiché è ovvio che possedere conti all’estero non implica affatto il reato di evasione, ma può esserne il segnale). Inizia un balletto che dura due anni interi. Ministri che si susseguono, personaggi che si rimpallano il documento o dichiarano di averlo perso, ricatti e minacce incrociate. Finché la lista arriva nelle mani di Kostas Vaxevanis. E lui non esita. Coerente alle parole di George Orwell (“giornalismo è pubblicare quel che gli altri non vogliono sia pubblicato. Il resto sono pubbliche relazioni”), controlla di non essere entrato in possesso di un falso eppoi dà il via alla stampa, eliminando però informazioni sull’entità dei conti. Il giorno stesso il giornalista viene arrestato con l’accusa di aver infranto le regole della privacy. E qui inizia una nuova storia.

Perché nelle ore seguenti all’arresto e prima del processo per direttissima in cui viene assolto, Vaxevanis, nonostante l’indifferenza della stampa greca, trova grande solidarietà sui giornali esteri e tra i propri concittadini, anche tra chi meno si sarebbe aspettato, come i poliziotti venuti a arrestarlo.

“Quando nella stazione di polizia, entravano uno a uno, circospetti, a stringermi la mano e complimentarsi, ho capito che avrei vinto” racconta “Perché certo ho molti nemici, ora. Ma il fatto è che ho anche molti amici in più. Mentre i giornali greci ignoravano la mia storia che era invece sulle prime pagine all’estero si è anche capito meglio quale sia la situazione qui. I buoni giornalisti ci sono ma non possono scrivere tutto quello che vorrebbero. «Siamo con te ma non possiamo scriverlo» – me lo hanno detto in tanti. È una situazione che voi potete capire bene visto il potere mediatico di Berlusconi. Ai businessmann che possiedono media non interessano i giornali se non per facilitare il raggiungimento dei propri interessi. In generale, poi, se un giornale vive sulla pubblicità di banche non può pubblicare un’inchiesta sulle banche. Ecco perché abbiamo dichiarato fin dalla nostra nascita che non avremmo accettato pubblicità né dalle banche né dallo Stato”.

Vaxevanis è un tipo coriaceo. Dà continue indicazioni ai giornalisti – una decina – che lavorano con lui, corre da una scrivania all’altra, porta addosso i segni dello stress. Perché adesso per lui tutto è più difficile. “A ogni nuova inchiesta si diffondono false informazioni sul mio conto. In rete ne circolano di ogni tipo. Vengo accusato di essere al soldo dei servizi segreti o di lavorare contro la Grecia. Ma figuriamoci. Ognuno fa il suo mestiere. E io penso solo una cosa: siamo, come Paese, in un tunnel. L’unico modo per uscirne è dire ai Greci chiara e tonda la verità. Allora sapranno come regolarsi. Un giornalismo più libero, capace di raccontare i fatti, entrare nei problemi senza subire ricatti non può che cambiare la percezione che di noi hanno i cittadini. Dobbiamo far capire che possono trovare nei giornalisti degli alleati, non dei nemici. Io vorrei soltanto che si tornasse ai tempi in cui, se accadeva qualcosa di cui lamentarsi, si era consapevoli di poter chiamare un giornale e trovare qualcuno disposto all’ascolto e pronto a sporcarsi le mani”.

D’altronde è sporcandosi le mani che s’impara il mestiere. Non esistevano scuole di giornalismo, quando Vaxevanis cominciò, 25 anni fa, fresco di studi in matematica. E non esistono neppure oggi, secondo lui. “Il mestiere s’impara sul campo: studiando, lavorando, investigando. Ogni volta si scopre qualcosa di nuovo. S’impara a dubitare. Della “lista Lagarde” è difficile sapere cosa ne sarà. Per ora non si è mosso nulla, benché essa abbia mostrato chiaramente che l’intero sistema di potere ha trasferito soldi all’estero. Ricordiamoci poi che stiamo parlando di una sola banca, quindi di una piccola parte di quelli che hanno fatto la stessa operazione. Certo, è anche evidente che si tratta degli amici di chi avrebbe dovuto dare il via alle indagini. E dunque è abbastanza facile capire perché invece non se ne faccia niente. Quanto a me, sono tranquillo. Possedere conti in banca non è un dato coperto dal segreto. Segreta è l’entità del conto. Io dunque non ho infranto alcuna legge. Ma forse lei mi chiede se io abbia altre paure? Be’, solo gli stupidi non hanno paura. Mi sono capitate cose strane, negli ultimi tempi. Di sicuro il mio telefono è sotto controllo. Anzi, credo ci stiano ascoltando anche ora. Conoscono le mie mosse. E io ho due figli, sa? Però vede: è il comportamento che conta. Se ci si comporta da pavidi si finisce per dare potere al nemico. E questo io non posso permettermelo”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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