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L’uomo che voleva uccidere suo padre:
ritratto di Giorgos Papandreou

È come se, all’ultimo momento, sulla strada di Tebe, avessero impedito a Edipo di spronare i suoi cavalli fino al famoso bivio. Che ne sarebbe stato della storia del pensiero Occidentale se il cocchio del ragazzo non fosse sopraggiunto proprio mentre dal senso inverso procedeva il carro di suo padre Laio, re di Tebe? Se avessero impedito a Edipo di uccidere il padre.

Quello che è capitato a Giorgos Papandreou nei giorni scorsi, a qualche centinaio di chilometri da quel bivio. E che ne sarà ora di lui e della Grecia?  Tutto era pronto in casa Papandreou per festeggiare finalmente, davanti al popolo, il parricidio. Certo, Andreas Papandreou è morto da quindici anni, ormai, ma chi conosce un po’ la storia turbolenta del XX secolo ellenico sa che non ha abbandonato mai davvero la sua posizione padronale. I più raffinati analisti arrivano addirittura a lasciarsi scappare che nei giorni scorsi è stato lui stesso a sfuggire al colpo che il figlio stava per lanciargli. Tocca andare con ordine, però. A sua volta figlio d’arte (il padre Georgos fu leader politico fra gli anni Venti e Sessanta in interminabili battaglie tra carcere e esilio che gli valsero l’epiteto di «padre della democrazia»), Andreas è stato il più grande uomo di potere della Grecia moderna. Nessuno, fra politici di lungo corso, colonnelli, dittatori e re, ha segnato con altrettanto carisma la storia del Paese nell’ultimo mezzo secolo. Il Movimento Socialista Panellenico – il Pasok – fu lui a fondarlo nel 1974, appena tornato dall’esilio cui lo aveva costretto la dittatura, e sul Pasok dominò indiscusso fino alla morte. Primo premier socialista (eletto con una schiacciante maggioranza nel 1981) ha cambiato il volto del Paese con oltre dieci anni complessivi di potere, rendendo l’apparato statale una gigantesca macchina inerte e sovrappeso – il vero problema con cui oggi i Greci sono costretti a fare i conti. Clientelismo spudorato: il voto in cambio dell’assunzione e della certezza di non avere più doveri, ma solo diritti.
A spartirsi il sistema del cosiddetto rusvet, dal turco ottomano che definiva il favore dell’uomo di potere nei confronti del suddito supplicante, i due partiti maggiori che si alternano ormai da quasi quarant’anni al potere in un sistema sostanzialmente maggioritario: il Pasok e Nea Demokratia, il partito conservatore. Le responsabilità di Andreas nell’edificare questo sistema sono indiscutibili. Uccidere il padre, in questi anni, significava quindi per Giorgos sostanzialmente disfare quel mondo. Ma un parricidio non è tale se non si realizza completamente. E un parricidio politico si realizza a due condizioni: innanzitutto quando il figlio è del tutto responsabile delle proprie azioni e in secondo luogo quando le sue azioni sono democraticamente accompagnate dal consenso dei cittadini. Entrambe queste condizioni sono mancate a Giorgos finché non ha deciso di spazzare via ogni dubbio con una mossa d’azzardo che gli è stata infine negata.
I fatti li abbiamo tutti sotto gli occhi: salito finalmente al potere nel 2009, Giorgos Papandreou ha dovuto far fronte alla crisi, una crisi che i numeri taroccati dalle precedenti amministrazioni avevano nascosto. Leggi finanziarie da lacrime e sangue imposte dalla cosiddetta troika (la triade di controllori: Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, Commissione UE) si sono accompagnate a riforme strutturali dell’apparato amministrativo e statale. Spezzare le catene della burocrazia e snellire una macchina pachidermica da anni al collasso sono stati i compiti principali del suo governo, ossia la distruzione sistematica del potere costruito dal padre. Ma il padre era retore brillante, capace di far sognare il popolo e forte di uno slogan che all’orgoglio greco suonava come canti di sirene: «La Grecia ai Greci». Giorgos ha tutta un’altra tempra. Cresciuto con la famiglia in esilio, soprattutto in America, dove ha studiato nelle migliori Università, non ha perfetta dimestichezza con la lingua. Più volte nel suo greco risuona l’eco di costruzioni anglosassoni e scivolano via pronuncia e accento d’oltreoceano. Una scarsa retorica, dunque, che concentra in sé una grande colpa, quella di apparire quasi come uno straniero pronto a consegnare la Grecia agli stranieri.
Pochi analisti, in questi ultimi mesi, hanno sottolineato l’importanza dell’orgoglio greco, il senso di identità, uno spirito patrio temprato da secoli di dominio turco e da strenue lotte per l’indipendenza. «La Grecia ai Greci» hanno ricominciato a gridare per le strade di Atene e Salonicco nei mesi di indignazione giovani e vecchi che hanno ribattezzato Pasok in Batsok, ossia più o meno: porcile di sbirri. La troika è una tutela che i Greci non riescono a tollerare, ben diversamente da quel che capiterebbe ad esempio in Italia. Per Papandreou allora spingere i Greci a sentirsi artefici del proprio destino è diventato l’obiettivo primario. Ecco il motivo che lo ha spinto alla mossa di poker: indire un referendum per mettere i cittadini di fronte a una scelta consapevole. La mossa con cui avrebbe definitivamente fatto dimenticare il padre. Ma il Pasok, zeppo di politici che non hanno nessuna intenzione di veder crollare il sistema del rusvet, si è ribellato. Il nome dell’antagonista interno lo conoscono tutti e suona assai bene perché pare uscire dall’ennesima dinastia di politici greci. In realtà Evangelos Venizelos nulla a che fare con Eleftherios, lo statista di inizio Novecento eponimo dello scintillante aeroporto, nonché di molte strade di tutta l’Ellade. Né si tratta di un uomo votato da sempre alla politica, ma piuttosto di un costituzionalista dalle grandi doti oratorie. Un’abilità che in lui scoprì proprio Andreas Papandreou, quando Venizelos lo difese da accuse di corruzione in tribunale. Il vecchio leader lo volle subito nel partito. Era il 1989. Quattro anni dopo Venizelos sarebbe diventato suo portavoce. Nel 2007 poi avrebbe tentato la scalata al partito, perdendo però la sfida con Giorgos. Oggi Venizelos ha incarnato il suo vecchio mentore, Andreas Papandreou, per certificare la fine politica del figlio e la sconfitta del sogno parricida. Rifiutando con veemenza l’idea del referendum, lo ha infatti costretto a rinunciare alla sua sfida e a dimettersi.
Che ne sarà ora? La contingenza politica la conosciamo. Governo di unità nazionale eppoi al voto. Ma quale voto potrà mai risolvere la disaffezione che ormai travalica ogni spirito di appartenenza politica? Lo stesso Samaras, leader di Nea Demokratia appare ostaggio di se stesso e della propria ambizione. Sullo sfondo, un parricidio incompiuto. Un politico rigoroso che ha cercato di far sua la lezione del Pericle raccontato da Tucidide. Il condottiero che dà fiducia al popolo quando il popolo è impaurito e gli mette paura quando è eccessivamente baldanzoso. Ma già nel V secolo a. C, agli albori della democrazia, il pericolo maggiore allignava in una specie di politico da tutti i commentatori giudicata nefasta: la specie dell’adulatore, colui che asseconda i desideri delle masse e non si propone di correggerli e indirizzarli. Con il suo debole greco, probabilmente era impossibile per Giorgos confrontarsi con Pericle e sconfiggere gli adulatori. Di lui forse si ricorderà solo un episodio relativo all’adolescenza. Era il 1967 e aveva quattordici anni. Uomini armati entrarono in casa Papandreou e si trovarono il ragazzetto davanti. Gli puntarono una pistola alla tempia. Lui non gridò non pianse, non tremò. Restò immobile mentre gli uomini gli intimavano di rispondere: «Dov’è tuo padre? Dicci dov’è tuo padre». Aspettò che smettessero di urlare eppoi mosse impercettibilmente le sopracciglia: «Tranquilli, calmi,» disse «mio padre non è in casa». Mentiva.

Questo articolo è uscito per il «Venerdì di Repubblica»

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
3 Commenti a “L’uomo che voleva uccidere suo padre:
ritratto di Giorgos Papandreou”
  1. lodovico scrive:

    a leggere sembra che il socialismo ha prodotto la società opulenta.

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  1. […] sacrifici a cui andava incontro gli valse la scomunica europea, l’agguato interno al partito e il compimento di un familiare destino tragico perfettamente greco. Quel referendum mai realizzato è stato chiamato in causa spessoin questi giorni in cui Alexis […]

  2. […] a cui andava incontro gli valse la scomunica europea, l’agguato interno al partito e il compimento di un familiare destino tragico perfettamente greco. Quel referendum mai realizzato è stato chiamato in causa spesso in questi giorni in cui Alexis […]



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