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La Barcellona di Manuel Vázquez Montalbán

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, la prefazione di Gianni Mura al libro di Giuliano Malatesta El niño del balcón, uscito per Giulio Perrone editore.

Non è un colpo basso perché è un colpo al cuore sapere com’è fatta la piazza che Barcellona ha dedicato a uno dei suoi cantori più assidui e appassionati: Manuel Vázquez Montalbán. Nell’orgia di cemento che è la plaza dura Pepe Carvalho si fermerebbe solo per pisciare, magari in compagnia di Biscuter, dopo una robusta mangiata in una trattoria del Raval. Quanto a Manolo, troppo educato per farlo. El ni- ño del balcon, diventato el hombre del balcón, guarderebbe scuotendo la testa. Essere ricordati così male è peggio che essere dimenticati.

In Italia abbiamo una visione talmente positiva di Barcellona e della Catalogna da ritenere impossibile uno scivolone umano che è, al tempo stesso, uno scivolone culturale. Quasi un falso storico, come ricordare un astemio con un monumento fatto a bottiglia di vino. Con l’aggravante che lo scivolone va contro uno dei tuoi, un innamorato di te che non ha mai perso l’occhio critico, un bardo del catalanismo come lo fu, col pallone, Johan Cruijff e, più tardi, il luminoso Barça di Pep Guardiola che il tifoso Manolo non ha fatto in tempo a vedere.

Valga qui la scritta che apparve sul muro del cimitero di Napoli quando con Maradona vinse lo scudetto: guagliò, che vi siete persi. In una delle pagine che seguono Manolo si lamenta della scarsa vocazione alla memoria e fa un paragone con l’Italia, disseminata di lapidi, targhe, ricordi di poeti, artisti, musicisti, scrittori di tempi lontani o più vicini. La plaza dura testimonia che di lui a Barcellona si sono ricordati, ma nel modo peggiore, da analfabeti del sentimento. Una targa alla Boqueria non gli sarebbe dispiaciuta, credo. Il libro di Malatesta, puntuale e con retrogusto amaro, accompagna in un cuore-pancia di Barcellona che non c’è più, pezzo di una città-fantasma che resta viva sulle pagine ma è stata emarginata dalla realtà.

Il Raval è stato sventrato, la sua atmosfera un po’ romanzesca e torbida, un po’ umanamente quotidiana se la ricordano solo i vecchi. Il Barrio Chino, così era più noto agli stranieri, richiamava altri grovigli di strade in altre città di mare: i carrugi di Genova, i Quartieri spagnoli di Napoli. Colore locale: ladri, puttane, magnaccia, coltelli facili, alberghetti a ore. Anche sotto il franchismo il Raval era riuscito a resistere. Ma non era solo questo: era case povere per operai, studenti, era solidarietà e resistenza, operai e studenti uniti, era lotta e complicità. Ora nelle case povere, quelle rimaste, vivono i nuovi poveri, gli immigrati.

La modernizzazione ha fatto quello che non era riuscito alla dittatura. Modernizzazione: sembra una bella parola, invece è una spietata ramazza. Ibrahimovic ha vissuto una breve stagione a Barcellona, e non credo che a Manolo sarebbe piaciuto: troppo grosso, troppo alto, troppo tutto, un’iperbole travestita da calciatore. Ma nella sua biografia c’è una frase interessante, non so se dovuta a lui in persona o al suo biografo. Cresce a Rosengard, quartiere povero di Malmö, e commenta: “Tu puoi togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo”.

Così ho pensato: Manolo, fosse nato in un altro quartiere di Barcellona, sarebbe stato lo stesso Manolo? Avrebbe scritto quello che ha scritto? Sarebbe finito in galera? No, tre volte no. Se Manolo fosse nato altrove non avremmo letto nulla di Pepe Carvalho, origini galiziane, laureato, marxista (“sezione gastronomica”), ex collaboratore della Cia, gastronomo, cuoco, bruciatore di libri per delusione (nulla gli hanno insegnato della vita, fa eccezione solo per quelli di Conrad), innamorato di una puttana, Charo, cui scrive più di mille lettere ma non ne imbuca una. Marxista anche in una citazione di Marx: “Si conosce un paese solo quando si è mangiato il suo pane e bevuto il suo vino”. Se Flaubert poteva affermare di essere Madame Bovary, nessuno avrebbe potuto contraddire Manolo se avesse detto: Pepe Carvalho sono io.

Non lo disse perché dirlo era superfluo, perché i rimandi biografici parlano da soli, a cominciare da quella canzone, Asturias Patria Querida per cui Manolo andò in galera, bastò la colpa o il reato d’averla intonata. E fu lì, in galera, che Pepe (o Manolo) incontrò Biscuter, che con Bromuro formò una perfetta coppia da romanzo picaresco. La scelta di darsi al giallo, alla novela negra, non fu apprezzata dai circoli intellettuali di Barcellona, ma era la classica reazione elitaria.

Curioso che la scelta sia nata da una “scommessa etilica”, conferma che non sempre bere fa male. Con Pepe Carvalho, cavaliere solitario, il giallo per il suo creatore – alter ego è un modo di raccontare la realtà ed è lo stile dello scrittore a nobilitare il genere. Alla fine si arriva alla verità, non sempre alla giustizia, e anche quando arriva alla verità Pepe lo fa per dovere, non controvoglia ma quasi, consapevole del fatto che non basta la verità a cancellare un delitto, ma lui fin lì può arrivare, e non è poco. Oltre, no. Pepe ha un suo codice morale, non si affitta, non si fa comprare. È di sinistra non tanto per quello che fa ma per quello che non fa.

Non ama i potenti, gli arricchiti, i vip. Ma non si sente l’assistente sociale degli ultimi, dei senza voce. Sa da che parte stare. Tra cinismo e romanticismo ha scelto l’ironia. E la memoria. Tra i meriti di questo libro, non secondario quello di avere ricostruito, tra bar che sembrano farmacie e farmacie che sembrano bar, il clima culturale, l’aria del tempo: i locali della movida, i cocktail degli antifranchisti, l’abilità di editori e agenti letterari. Le stagioni della modernizzazione, le stagioni dell’illusione e del disamore.

Con la curiosità dell’onnivoro, Manolo coltivava tre passioni: la politica, la tavola e il calcio. Due su tre (la politica scende in avvitamento) sono condivise da molti e questo può aver contribuito alla popolarità di Manolo. Mai come l’impasto narrativo in cui mescolava sapientemente alto e basso. Aveva scritto: “Cinema e canzoni si sono alimentati di letteratura, è tempo che la letteratura si alimenti di cinema e canzoni. I programmatori del divorzio tra cultura d’élite e cultura di massa moriranno sotto il peso della massificazione della cultura”.

Chiudo sottoscrivendo una richiesta di Manolo, che troverete integralmente alla fine del primo capitolo. Nel Raval, in Plaza del Pedró, c’è la fontana dedicata a Santa Eulalia, patrona di Barcellona. Manolo ha scritto: “Vi chiedo di porre una reale o immaginaria rosa gialla sul bordo della fontana, omaggio a morti che soltanto io ricordo o soltanto io immagino”. Se la mettete, reale, che sia anche per lui.

Gianni Mura (Milano, 1945), è uno dei maestri del giornalismo sportivo italiano, erede della grande tradizione inaugurata da Gianni Brera. Dal 1976 scrive sulle pagine sportive di Repubblica. Dal 1991 firma con la moglie Paola una rubrica di enogastronomia sul Venerdì di Repubblica. È autore dei romanzi Giallo su giallo (Feltrinelli, 2007) e Ischia (Feltrinelli, 2012). Nel 2008 minimum fax ha pubblicato La fiamma rossa. Storie e strade dei miei Tour. Nel 2011 gli è stato conferito il premio Coni alla carriera.
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Un commento a “La Barcellona di Manuel Vázquez Montalbán”
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  1. […] piacerebbe molto dirvi, stamattina, che il pezzo introduttivo scritto da Gianni Mura per un libro che vuole raccontare uno scrittore e la sua città, quella Barcellona degli anni […]



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