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Nella Vienna di Klimt. La bellezza rubata di Laurie Lico Albanese

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di Rossella Farnese

«Quello che c’era tra noi non era affatto semplice, come il puro desiderio o l’attrazione sessuale. Era una brama di bellezza e di significato, la voglia di ricercare nel mondo e in noi stessi. Avevamo il senso della permanenza e la paura dell’oblio. Sapevamo, naturalmente, che tutto è transitorio e niente dura – ma questo non ci impediva di anelare a qualcosa di eternamente bello»: riflette così Adele Bloch-Bauer sulla sua liaison con Gustav Klimt. Una musa e un artista, una donna rivoluzionaria, anticonformista, appassionata della vita e dell’arte, sensuale, spregiudicata e l’anima della Secessione viennese, la Monna Lisa d’Austria e il pittore dal decorativismo esuberante e dall’eleganza estetizzante, cantore della Finis Austriae.

La bellezza rubata di Laurie Lico Albanese, edito da Einaudi nella collana Supercoralli (2018, pp. 360, € 20) è un’opera d’arte sulla seducente e scintillante Vienna fin de siècle, tra vorticosi giri di valzer e accese discussioni a proposito dell’avant-garde, della rivoluzione freudiana, delle teorie antisemite, un romanzo magnetico ‒ come i dipinti di Klimt ‒ da leggere tutto d’un fiato,uno squarcio tra le pagine di Storia di maggiore euforia e incertezza che, con uno zoom perfettamente quadrato – formato caro alla Secessione – di 138 per 138 cm, dimensioni della tela Ritratto di Adele Bloch-Bauer, racconta un’epopea di guerra, di arte, di amore, una singolare storia vera lunga più di un secolo.

La scrittrice americana, in occasione del centenario della morte del pittore, ha sapientemente scelto di far parlare i protagonisti, o meglio le protagoniste, dando loro voce a ritmo alterno: Adele, discendente di una facoltosa famiglia ebrea, brillante e intelligente sin da piccola, sogna l’Università, è molto legata al fratello Karl che prima di morire di polmonite le sussurra di non farsi ingabbiare e sposa a diciotto anni il ricchissimo Ferdinand Bauer forse per la sua promessa di darle la libertà desiderata e Maria Altmann, sua adorata nipote, che sposa un uomo i cui baci hanno «il sapore di stelle alla cannella» e affronta con coraggio e determinazione il periodo della Seconda Guerra Mondiale ripetendosi le parole insegnatele dalla zia: «Tu devi essere forte, Maria. Non lasciare che nessuno ti metta in gabbia, Maria. Mai e poi mai». Due donne, due epoche: è così, in capitoli scanditi temporalmente, in cui le parole di Adele seguono quelle di Maria, erotiche e strazianti, che Laurie Lico Albanese fa risplendere la celebre opera klimtiana,conclusa nel 1907, rubata dai nazisti alla famiglia Bloch-Bauer e rivendicata decenni dopo da Maria, oggi esposta alla Neue Galerie di New York.

Adele, amante di Klimt dal 1901 quando posa per la celebre Giuditta I, spietata femme fatale che con il proprio potere seduttivo vince la forza virile dell’amante, è qui incastonata in uno sfondo vibrante di luce, avvolta nel fulgore dell’oro, come un idolo pagano, quasi un gioiello, in un’atmosfera di atemporalità. È il conflitto tra eros e thanatos quello che Klimt traduce sulla tela e quello che vive profondamente e avidamente nel suo studio con le sue amanti e muse e con Adele, nel cui ritratto l’artista inserisce, sull’abito, la simbologia egizia dell’occhio di Horo e il ka, il quadratino che rappresenta l’anima, il pezzetto di eterno che anima l’inanimato.

«Quel silenzio è nel mio ritratto; quell’attesa è nella mia espressione; quel mistero è negli occhi di Horus e nel ka e in tutti i simboli di oro e di argento che incise sul mio abito. – Adesso lo vedo, – dissi. – Adesso è finito, – disse lui. Mi baciò teneramente, era un addio».

Commenti
8 Commenti a “Nella Vienna di Klimt. La bellezza rubata di Laurie Lico Albanese”
  1. gino rago scrive:

    A Rossella Farnese, alla sua scrittura adamantina, una eccezione arricchente nel balbettio del nostro tempo di povertà lessicale e sintassi peregrina.

    Gino Rago
    – Lettera non spedita a Ewa Lipska
    [Vienna, Paradeplatz]

    Cara Signora Lipska,
    Oggi Vienna fa scintille alla Paradeplatz.

    Il tram all’improvviso ferma la sua corsa,
    dal Belvedere arrivano gli strilli di Kokoschka,

    è in polemica con Schiele per «ll Bacio» di Klimt,
    l’aria d’autunno si guasta.

    Il mio amico di Istanbul** ha scritto:
    «[…] due specchi si specchiano nel vuoto,

    illuminano il vuoto, specchiano il vuoto che è nel loro interno […]»
    Il vuoto dentro lo specchio è assenza o cruna nell’ago

    verso la più alta conoscenza?
    Non l’uomo ma un cane al buio sbraita alla luna,

    dal vaudeville in fondo alla locanda:
    «un miliardesimo di miliardesimo della grandezza di un atomo

    è già luce dello sperma siderale».
    La Paradeplatz non ricorda più l’Impero, né Sissi.

    Francesco Giuseppe è a Trieste, a Piazza dell’Unità,
    fin dall’alba lascia il Castello di Duino,

    tracanna Campari e Spritz al Caffè degli Specchi.

    **E’ Giorgio Linguaglossa

    gino rago

  2. Rossella Farnese scrive:

    La ringrazio davvero molto per le sue parole di dedica e trovo splendida la lettera.
    Rossella

  3. gino rago scrive:

    Grazie a Lei Rossella, se vive ed opera a Roma, mi piacerebbe averLa come relatrice in un evento poetico che mi sta a cuore…

    Le propongo, gioia piena mi darebbe se vi desse uno sguardo, un mio lavoro,
    ecco link

    https://lapresenzadierato.com/2018/10/10/tomas-transtromer-autobiografia-di-un-nobel-a-cura-di-gino-rago-traduzione-di-enrico-tiozzo-con-s

    Buon tutto, ma teniamo teso il filo,
    Gino

  4. Rossella Farnese scrive:

    Leggo ora, in treno, rapidamente ma con immenso entusiasmo, le sue parole che mi introducono una figura a me, ahimè, sinora ignota ma che già mi è davvero molto cara, cioè quella di Thomas Transtromer, e per questo le sono infinitamente grata.
    La ringrazio e accetto molto volentieri la sua proposta di coinvolgermi come relatrice e colgo quindi l’occasione per chiederle di cosa si tratta e di scambiarci i nostri recapiti per poter continuare la piacevole conversazione – teniamo certamente teso il filo.

    Rossella

  5. gino rago scrive:

    Rossella, nella Paradeplatz è saltato l’ultimo verso:

    “[…]
    Francesco Giuseppe è a Trieste, a Piazza dell’Unità,
    fin dall’alba lascia il Castello di Duino,

    tracanna Campari e Spritz al Caffè degli Specchi.
    Sissi balla in piazza con un uomo senza qualità.”

    mia e-mail: ragogino@libero.it

  6. Rossella Farnese scrive:

    Impeccabile chiusa che riprende il riferimento a Sissi: tout se tient!
    Grazie per l’e-mail, le scrivo allora.

    Rossella

  7. gino rago scrive:

    [da Lettere mai spedite a Ewa Lipska]

    Gino Rago
    La pipa di Jaroslav Seifert

    Cara Rossella F.,
    ho lasciato da poco anche Vienna,

    la Vienna di Klimt che mi hai fatto amare.
    L’Impero mi taglia in quattro parti il respiro.

    Sto cercando i segni della protagonista del racconto
    del mio amico*.

    Ho toccato Amburgo e Amsterdam.
    Ho sfiorato Budapest. Ho visitato Venezia.

    Ho evitato Praga, le guglie di stare mesto, le colombe senza testa e senza ali
    sui castelli costruiti con il fumo della pipa di Seifert.
    […]
    Nella borsetta il necessaire per il trucco,
    nessun odore della cipria che usava per coprire le rughe del viso.

    Ora sono alla periferia di Berlino.
    Un poeta-indovino mi guida. Lo seguo in direzione della Berlin Alexanderplatz.

    L’italiano di Wolfgang traballa ma il suo scritto sul biglietto è chiaro:
    «Le pietre restano pietre. Le tastiere detestano i suoni.

    I fogli non riescono a frusciare, vogliono assenza e silenzio».
    —————-
    gr

  8. Rossella Farnese scrive:

    Caro Gino,

    leggo ora questa splendida lettera…sono senza parole! Bellissima!
    …rispondo anche alla tua ultima mail.

    A presto,
    Rossella

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