Renzi-Matteo

La benedetta questione della comunicazione di Matteo Renzi

di Christian Raimo

Nelle ultime settimane Matteo Renzi è stato sempre al centro del dibattito pubblico: il viaggio in America, Marchionne, i Clinton, l’inglese strampalato, l’intervista da Fazio, il bailamme sull’articolo 18, lo sberleffo dei sindacati, la direzione PD, la polemica con la minoranza, le critiche da parte del Corriere e Repubblica, etc… Anche chi non fosse interessato alle questioni del Partito Democratico o agli affari del governo quando entrano nell’occhio di bue, non può evitare di incrociare un affondo di Renzi, una sua dichiarazione, un intervento – che sia all’Onu o allo stadio, un tweet o un’interpellanza. È una forma di ubiquità che vuole significare attenzione, presenza; un dinamismo in perenne accelerazione che è il segno di una condizione di permanente attualità. Stare sempre sul pezzo, questo è il diktat.

Davanti a questa pervasività comunicativa, il contenuto di quello che afferma Renzi perde di rilievo. Ci si può irritare per la sciatteria anti-istituzionale con cui liquida i sindacati, la superficialità con cui affronta il tema dell’articolo 18, o anche della cafonaggine dell’usare un inglese fantozziano rivendicandoselo. Ma si perde il senso del discorso di Renzi che è strutturalmente altro, e per questo spiazzante – sempre spiazzante – rispetto a quello che è il resto della comunicazione politica; se pensiamo a quella dei suoi compagni di partito ma anche da quella berlusconiana o grillina.

Ma cos’ha di diverso, di specifico, la retorica renziana?

Partiamo dai dati quantitativi. Guardatevi l’intervento di Bersani o di D’Alema (impresentabile, spocchioso, lamentoso il primo; sarcastico il secondo) alla direzione del Pd, e confrontatelo con l’intervento iniziale di Renzi. Quale è la differenza sostanziale che non ci mette molto a saltare all’occhio? Perché Bersani sembra imballato, a ralenti, e Renzi un disco da 33 fatto girare a 45?
Si tratta della quantità di parole per unità di tempo: Renzi pronuncia il doppio se non il triplo delle parole di Bersani. Ascoltare Bersani per chi ha meno di quarant’anni dà la sensazione di prendere un ascensore che si ferma trenta secondi ogni piano. Renzi invece fa mai pause. È assolutamente metadiscorsivo, prefigura – attraverso parentesi, prolessi e analessi – il discorso che sta per fare; discorso che spesso non ha niente di sorprendente, ma viene talmente caricato di attesa e di enfasi che pare sempre di essere un punto di approdo definitivo, risolutorio, di un ragionamento. Non lascia mai spazio a una possibile riflessione su quello che sta dicendo. Si potrebbe dire che riempie, o meglio satura, lo spazio sonoro. Senza il martellamento di Berlusconi o di Grillo o dei loro cloni; ma con una fluidità che è soprattutto ritmica, fatta di un andamento dattilico.

L’unico che riesce a competere da un punto di vista della velocità (numero parole per minuto) è Giuseppe Civati – qui il suo intervento. Ma le differenze tra i due stili retorici sono evidenti (Civati è cartesiano, spesso icastico, impone una lucidità e un’analisi di secondo passo dove c’è una confusione comunicativa) e mettono in luce per contrasto un’altra caratteristica di quella che viene definita genericamente “parlantina” del premier: le sue accelerazioni. Qualunque discorso che Renzi fa non è solo veloce, ma è accelerato. Parte piano e si infervora. Alza i toni, si scalda. 
Il video dell’ospitataChe tempo che fa è esemplare: anche quando Fazio pone delle domande molto piane, Renzi comincia quieto, e in pochi secondi è già su di giri, poi non scala mai le marce al contrario. E che cos’è che va a pronunciare nel cuore dell’enfasi? Quando sembra arrivare al clou della sua argomentazione, che in realtà non è mai consequenziale, sintattica, ma sempre associativa, Renzi afferma con tono apodittico una qualche banalità. Una cosa del tipo: “C’è tanta voglia di Italia nel mondo”, “Bisogna restituire la fiducia agli italiani”, “la scuola è importante”, cita un esempio sul quale non si può che essere d’accordo: “Io sono di quella donna che non ha la maternità”, “io sto con quell’anziano che guadagna poche centinaia di euro di pensione sociale”.

Il suo populismo è sempre identificativo. Sfrutta in modo sistematico questa ideologia del mondo contemporaneo: la cultura feticistica dell’immedesimazione. Come dichiara nell’intervista a Fazio, i problemi di chiunque sono i problemi di Renzi. Il senso della sua politica si basa su una forma di illusione molto efficace: prendersi cura degli altri vuol dire caricarsi addosso i loro problemi, afferma Renzi. E l’espressione con cui la dice vuole mostrare una reale identificazione empatica con qualunque cittadino tirato in ballo.
Ma non è solo questo “effetto di vicinanza” che genera un senso di confidenza e di immedesimazione immediata, al di là delle ragioni. È un processo che non ha la perversa polimorficità di uno Zelig, ma quella fenomenologia dell’uomo comune che Umberto Eco attribuiva a Mike Buongiorno. Renzi non sale mai in cattedra, non è mai premier. Persino all’Onu, toppando clamorosamente la pronuncia dell’inglese e non vergognandosene, dichiara implicitamente: Sono come voi. Immaginatevi in una situazione ufficiale, ecco io mi carico le vostre ansie da prestazione e le risolvo così, rovesciando il canone, eliminando il vostro incubo emotivo maggiore: l’ansia da prestazione.

Ma non è solo un’attitudine all’indentificazione che rende convincente l’oratoria di un discorso che, se fosse letto, troveremo trito e ritrito, un cumulo di luoghi comuni (fateci caso a quanto poco Renzi scriva in una forma più lunga di un tweet o un post, e di come invece parli tantissimo; oppure leggete i suoi libri e saggiate la debolezza argomentativa e stilistica e la povertà dell’analisi e dell’invenzione).
Come fa dunque a essere funzionale un discorso così banale? Per il ricorso ad alcuni stilemi.
Primo, le voci. Renzi fa le voci. Mentre parla, imita letteralmente i toni dei suoi eventuali interlocutori: fa la voce di quello che si lamenta, di quello che è stufo di pagare le tasse, di quello che nel suo partito gli è avversario. Usa il fiorentino popolare, l’aulico, il trombonesco… Inscena un dialogo in cui tiene anche il ruolo dell’interlocutore: le sue battute da premier diventano autorevoli per semplice contrasto fonico con queste vocine.
Secondo, reagisce a tutti gli stimoli: mentre tiene il filo di un discorso semplice al limite del triviale abbiamo detto, Renzi crea incisi, anticipa l’interlocutore, fa una smorfia che indica altro rispetto a quello di cui sta parlando, risponde con una chiosa secca a uno stimolo che viene dal pubblico. Si autocommenta, vedi l’uso del tweet. Soprattutto non è mai monodirezionale, ma è sempre multitasking, tiene sempre almeno due o tre livelli del discorso aperti. Ascolta, o meglio simula un’attenzione a ogni aspetto della reazione alle sue parole: non è attento al contenuto (sarebbe impossibile per chiunque riuscire a rispondere a tutto), ma è alla forma sì: crea l’illusione di consapevolezza di ogni reazione, di ogni tipo di stimolo esterno. Dà un’impressione di ascoltare, se per ascoltare intendiamo non tanto sviscerare, ma il mero prendere in considerazione. Una dialettica hegeliana fatta di tesi, finta attenzione all’antitesi, sintesi.
Terzo, quelle che Makkox chiama le “avversative reggae”. Ossia un modo di simulare un’opposizione tra il vecchio rappresentato dal mondo degli avversari politici e il nuovo incarnato dal suo stile, e basato su un semplice spostamento linguistico. Il suo discorso è stracolmo di queste dicotomie, di questi rovesciamenti, di non solo ma anche, che non sono mai dei vel vel veltroniani, ma sempre degli aut aut – rappresentazioni di polarità. E il nemico è ogni volta “la mentalità stantia”, qualunque cosa voglia dire quest’espressione.
Quarto, le metafore, e la spiegazione delle metafore. Nell’intervista con Fazio, Renzi ne ha preparate un bel po’. Una in particolare è telefonata, sta più o meno a metà dell’intervista. È quella dell’Italia come una macchina che abbiamo lasciato con le luci accese. Sono arrivati i tecnici con i cavi e hanno provato a rianimarla, non ci sono riusciti, ora si tratta di spingere. Appena dopo averla esposta, Renzi la spiega; ma non basta: racconta anche come gli è venuta in mente, a lui e al suo capo-comunicazione Filippo Sensi. E uno potrebbe domandarsi: perché quest’eccesso di spiegazione, di confessione del dietro le quinte? Raccontare una barzelletta e spiegarla. Questo didascalismo ha funzione: produrre un effetto di sincerità. Renzi deve apparire sempre sincero e ci riesce: fa riferimento a suoi aneddoti personali, e racconta il retropalco della politica come se fosse lui stesso un infiltrato. In questo modo esibisce una possibile confidenza con quelli che sono i suoi lettori prima e i suoi elettori dopo.

Questo tipo di elementi e altri (tutta la gestualità, per dire: esempio, le mani con il pollice e indice ravvicinati, o anche le mani ravvicinate a pugno, che esprimono un feticcio di concretezza) compongono un codice che ha un effetto performativo ben preciso. Innanzitutto, evitare il merito della questione. È interessante, riguardandosi il video di 48 minuti di Che tempo che fa, osservare come Fazio – non certo un intervistatore aggressivo – chieda ben cinque volte a Renzi la ragione effettiva della proposta di cancellazione dell’articolo 18. Renzi per cinque volte parla d’altro, e anche di fronte a Fazio che gli ripete: “Questo è chiaro, ma…”, non si scompone e ricomincia: metafore, avversative, accelerazioni, indice e pollice ravvicinati, vocine.
Inoltre, il discorso di Renzi è sempre rivolto a un pubblico, a una platea, non è mai solo per l’interlocutore; glielo fa notare anche D’Alema, che si trova spiazzato rispetto a un codice di riunione di partito che non è il suo. Il luogo espressivo di Renzi è in un certo senso sempre un comizio – in questo è figlio del suo tempo: le discussioni sui social network quando mai sono private o dirette solo ad personam. Per esempio: guardate la sua intervista e confrontatela con il suo intervento alla direzione Pd. Notate delle differenze sostanziali? Pensate a una qualunque situazione informale in cui Renzi risponde alle domande dei giornalisti chessò sulla Fiorentina, e fate il paragone con il suo discorso all’Onu, in quella strana lingua che è il suo globish? Vi sembra agire in contesti differenti?
Che ragione ha tutto questo? Che il fine della retorica renziana non è la convinzione, l’aver ragione, ma sempre e comunque il consenso. Il suo stile è pervicacemente elettorale. Il consenso muove verso una fiducia, 40 e passa per cento, ma anche oltre. La persuasione ragionevole cerca la stima e la convinzione, molto più fragile e molto più ristretta, un compromesso, una convergenza, un’omologia per dirla in senso socratico, tanto più solida quanto più la discussione s’infittisce. Renzi è perennemente macrologico, mai micrologico invece: non è per il botta e risposta: assumere le idee degli avversari vuol dire sempre annullarle.
In questo senso si capisce allora l’attacco delle settimane scorse tutto strumentale ai sindacati. Un presidente del consiglio di sinistra che attacca in modo violento e indiscriminato i sindacati, per quale motivo lo fa?
Per una ragione non complicata: a chi non stanno un po’ sul cazzo i sindacati? Se da sindaco rottamatore del Pd attaccava il Pd, ora che è premier e segretario attacca sindacato e poteri forti. Non nelle forme reali: ma in quanto fantasmi. Quanti si indigneranno? Cosa voglia davvero, cosa intenda suggerire con questi attacchi rimane oscuro. Sicuramente produce consenso. Il risentimento viene tesaurizzato meglio di quanto ormai riesca a Grillo.

Per tutta questa serie di ragioni, risultano spuntate le recenti critiche piccate che gli muove nel suo ciclico editoriale-omelia Scalfari ogni domenica mattina su Repubblica a cui si è aggiunta la chiosa diaconale di De Bortoli qualche giorno fa sul Corriere. Renzi non è semplicemente una macchinetta da slogan, ma ha un ruolo socialmente trasformativo. Creare un partito di massa che si identifica e si compatta non più in un particolare tipo di bisogni materiali o di ideali, ma in una condizione emotiva. La nuova coscienza di classe è quella di un popolo di ansiosi. E in questo senso la crisi della rappresentanza ha una scaturigine interiore: la società post-comunitaria degli individui monadi è composta da persone che desiderano essere ascoltate, viste, riconosciute. La caratteristica precipua dei nuovi adulti è l’ipersensibilità, la fragilità della psiche, una perenne ansia da prestazione. Hanno bisogno di sollievo, hanno bisogno di qualcuno che s’identifichi con loro. O che soprattutto sappia fingere molto molto bene.

Commenti
34 Commenti a “La benedetta questione della comunicazione di Matteo Renzi”
  1. Maria Giovanna scrive:

    Da medico, sposo innanzitutto le conclusioni: siamo diventati un popolo di ansiosi, e fare politica, nonché buona medicina, è diventato impossibile.

  2. alessandra terranova scrive:

    Interessante. Durante l’ intervista da Fazio, ho notato, però, anche qualche momento in cui intervistato e intervistatore parevano in grande difficoltà, come consapevoli che in realtà lì dentro nn si stava dicendo (quasi) niente in risposta alle domande. In particolare mi ha interessato l’ uso della banalità finale. Mi chiedo: ma quanti se ne accorgono? Fatto sta che ho deciso di far analizzare l’interviste agli alunni della quinta.Saluti.

  3. EssereSinistra scrive:

    Il problema, quando si cerca di creare un partito di massa emotivo, è sempre lo stesso. Che lo hanno fatto altri (meglio di Renzi) sfruttando appunto la mobilitazione emotiva, e non quella cognitiva. E’ un deja vu, insomma. Avere una massa di ultras è pericoloso. Ma funziona, eh. Peronismo, caudillismo, franchismo, sono esempi importanti, senza ricordare sempre quei due bravissimi a sfruttare la mobilitazione emotiva.

  4. SoloUnaTraccia scrive:

    Chi legge Scalfari e De Bortoli senza essere pagato per farlo è tecnicamente perverso.

    Ciò detto, che Renzi (seconda persona singolare) sia un cazzaro galattico e, nemmeno originale, mutui la sua comunicazione da Berlusconi (presidente operaio, presidente metalmeccanico, presidente puttaniere, presidente tifoso di calcio, presidente cocainomane ecc.) è un’informazione così terra-terra che redigerci sopra 10 righe è già uno spreco di risorse.

  5. Demetrio scrive:

    Chi può far capire il contenuto?
    L’informazione, e se siamo gli ultimi dei paesi “evoluti” un motivo ci sarà.
    Io consiglierei di attuare una tecnica molto semplice, fare domande in serie a risposta chiusa con la sola possibilità di rispondere si o no, oppure ripetere ossessivamente la stessa domanda elusa, esattamente come in precedenza preceduta da “Capisco perfettamente, ma non mi ha risposto a …”
    Renzi è conseguenza o causa?

  6. Caterpillar scrive:

    Articolo magistrale, bravi

  7. Stefano scrive:

    pezzo molto interessante, che ho apprezzato nell’analisi.
    la domanda che mi sorge spontanea, a questo punto, è: il fatto che Renzi usi la comunicazione in questo modo, cioè efficacemente, è un problema? inficia il contenuto delle riforme? ne fa, per questo, un nemico? o non è, anche questa, un’innovazione, almeno di metodo?
    tradotto: che problema c’è, in tutto ciò? perché tutto questo dovrebbe eventualmente essere non di sinistra o meno di sinistra? (e perché, di converso, dovrebbero esserlo invece le retoriche di D’Alema, Bersani, Civati, diversissime, e alcune assai poco efficaci, qui analizzate?)

  8. Stefano scrive:

    pezzo molto interessante, che ho apprezzato nell’analisi.
    la domanda che mi sorge spontanea, a questo punto, è: il fatto che Renzi usi la comunicazione in questo modo, cioè efficacemente, è un problema? inficia il contenuto delle riforme? ne fa, per questo, un nemico? o non è, anche questa, un’innovazione, quanto meno di metodo, di stile?
    e, ancora: perché tutto questo dovrebbe essere un capo di imputazione, e non invece un titolo di merito? perché farebbe di Renzi un leader non di sinistra, o meno di sinistra? (e perché, di converso, dovrebbero essere più di sinistra le retoriche di D’Alema, di Bersani, di Civati, diversissime tra loro, e alcune inefficacissime, ma coincidenti nel contenuto della critica a Renzi anche a causa della sua modalità comunicativa, così criticata?)

  9. RobySan scrive:

    “Appena dopo averla esposta, Renzi la spiega …”: la nuova frontiera della Commedia dell’Arte.

  10. girolamo de michele scrive:

    «Rispetto a Civati, Renzi non spiega: racconta. Per questo allunga i capitoli e accorcia le frasi; e non si limita a un tono affabile, ma satura la sua scrittura di segnali discorsivi: marche di (finto) parlato che diventano, tramite l’iterazione, una specie di marchio di fabbrica: “Ok, lo so: la maggioranza dei miei colleghi politici dice che tutto va male”; “Intendiamoci, bisogna anche saper sorriderci sopra”, “Fortunatamente o sfortunamente, sia chiaro”. I suoi aggettivi preferiti sono semplice e banale, perché la sua sfida (altra parola chiave) è “la rivoluzione del buon senso”, che deve riuscire a convincere anche gente come suo nonno e sua zia (entrambi protagonisti di aneddoti). Infatti i suoi giochi di parole non richiedono un particolare sostrato culturale: “contro tromboni e trombati”, “sa di fuffa e forse perfino di muffa», «volevo prendere il voto dei delusi di Berlusconi, arrivo a prendere il veto” (“c’è un problema di vocali”, commenta lo stesso Renzi: come quelle che si compravano alla Ruota della fortuna?). […] Appare così evidente, una volta per tutte, il passaggio di Renzi dall’ideologia (“sarebbe vile non riconoscerlo, sarebbe ideologico negarlo”) all’ideografia. Nel vestiario, nel vocabolario, nella scelta dei testimonial, tutta la sua comunicazione procede accostando simboli diversi, secondo una logica prettamente narrativa, cioè (come ci ha insegnato Matte Blanco) onirica: in cui si può tranquillamente violare il principio d’identità e non contraddizione. Molto meglio e molto più di qualunque discorso argomentativo, questa comunicazione iconica riesce nell’intento di trasmettere emozioni a un pubblico il più vasto possibile. E poi, se rivoluzione vuol dire etimologicamente capovolgimento, cosa c’è di più rivoluzionario che scrivere i contrari al contrario? Basta col “perdere bene”: ora l’imperativo (l’infinito, a dire il vero) è “vincere”». Estratto da Giuseppe Antonelli, “Scritture primarie”, “Indice dei libri del mese”, dicembre 2013 (l’integrale Qui).

  11. Cristina scrive:

    “Il risentimento viene tesaurizzato meglio di quanto ormai riesca a Grillo” credo che sia un passo importante, generare speranza e far sentire le persone come parte di un gruppo. proprio perché siamo tanti solitari in una società che ha perso il senso di comunità, trovo che sia importante non far sentire sole le persone e dare un segnale forte del fatto che la politica sa capire lo stato d’animo generale. E il racconto è molto importante, è una tecnica comunicativa che mette l’altro molto più alla pari della “spiegazione” che pure può andar bene per chi è poco informato.

  12. gianni cuperlo scrive:

    Mi pare l’analisi più seria letta sin qui sul tema. Per formazione e imprinting vien da dire che se fosse vera anche solo parzialmente la sinistra dovrebbe interrogarsi a fondo su come sia potuta giungere a questo sacrificio dell’anima. La politologia anglosassone (credo) ha sdoganato una ventina d’anni fa il concetto di partito “pigliatutto”, ma prevedeva la permanenza di validi anticorpi. Sarebbe saggio capire quali e quanti, eventalmente, sopravvivono. Grazie degli spunti.

  13. Alfio Squillaci scrive:

    Analisi molto brillante, con qualche menda. Qualsiasi retorica del discorso tende alla persuasione, alla convinzione, in politica questa persuasione si chiama consenso, quindi non ci vedo opposizione o sfumature tra le due finalità: perché sono la stessa cosa. Renzi fa ricorso spesso al frasario del “sermo cotidianus” come tutti i politici (anche Churchill parlò di “lacrime e sangue”), la differenza è che Renzi non vuole e forse non può dire la verità, perché sarebbe dolorosissima, quindi meglio la favola bella che ieri ci illuse che oggi ci illude o Erminione delle battute che sanno troppo di spin doctor appostato dietro le tende. Ma tant’è, purtroppo al punto in cui siamo… Nella dialettica socratica il contrario di macrologio (o concione) è il brachilogio ovvero dialogo ravvicinato con domande brevi e urticanti, tipo “ti estin”, che cos’è questo ecc ecc. Nessun politico tollera il brachilogio, dovrebbe essere compito di chi fa domande che almeno queste siano socratiche… Per il resto se le strategie del discorso hanno successo vuol dire che sono centrate. O, almeno, c’era un uditorio già pronto alla parola, come sempre accade. E il politico (o l’evangelizzatore) hanno fatto bingo…

  14. Carlo (@carloebasta) scrive:

    Sembra che Raimo si sia ripreso dopo l’elogio di Renzi- Telemaco profuso assieme a Recalcati (http://www.minimaetmoralia.it/wp/massimo-recalcati-telemaco/comment-page-1/#comment-875989 ) . Non è di buon gusto citarsi ma l’interpretazione che ne diedi allora fa la camicia a questo culo di articolo che mi piace molto. Prima cosa davvero interessante che leggo di Raimo.

  15. anna scrive:

    “il viaggio in America, Marchionne, i Clinton, l’inglese strampalato, l’intervista da Fazio, il bailamme sull’articolo 18, lo sberleffo dei sindacati, la direzione PD, la polemica con la minoranza, le critiche da parte del Corriere e Repubblica, etc…”
    Attribuire tutte le responsabilità a Renzi mi pare improprio. Se il “dibattito pubblico” si occupa di codeste questioni è soprattutto il “dibattito pubblico” ad avere un bel problema.
    Occuparsi dei provvedimenti del governo è troppa fatica?

  16. Alma Rivola scrive:

    maledetta direi, filglio del suo tempo, basta apparire e “darla a bere”, autenticità cercasi

  17. Giorgio N. scrive:

    @ SoloUnaTraccia
    Verissimo… ma funziona! Perchè, al netto di ogni altra analisi, gran parte degli italioti sono cazzari peggiori del premier e si identificano in lui proprio per quello; così come si identificavano con il Berlusconi operaio, puttaniere, cocainomane, tifoso di calcio etc etc
    Ma chi glielo dice a costoro che sono solo degli inutili e stolti coglioni? Sarbbe ora che qulcuno lo facesse.

  18. jacopo scrive:

    Utile e chiaro. Però: “Mike BONGIORNO”.

  19. jeanloupverdier scrive:

    insomma, in poche parole, in soldoni, per farla breve, si sta parlando di un cialtrone.

  20. W_L_Europa scrive:

    Baciatevi i gomiti per questo ragazzo che sa comunicare e che si spacca per riportare il nome dell’Italia a livelli accettabili invece di fare i saputelli sul suo inglese…

  21. Flaneur scrive:

    W_L_Europa ha capito tutto…

  22. Rolando scrive:

    Caro Raimo, un consiglio: prima di occuparsi analisi della comunicazione la studi. Se analizza il suo articolo scoprirà che è pieno di giudizi personali intorno ai quali poi lei costruisce il ragionamento.

    Lei tra l’altro ha scritto: “Guardatevi l’intervento di Bersani o di D’Alema (impresentabile, spocchioso, lamentoso il primo; sarcastico il secondo) […] confrontatelo con l’intervento iniziale di Renzi […] Bersani sembra imballato, a ralenti […] Si tratta della quantità di parole per unità di tempo: Renzi pronuncia il doppio se non il triplo delle parole di Bersani. Ascoltare Bersani per chi ha meno di quarant’anni dà la sensazione di prendere un ascensore che si ferma trenta secondi ogni piano […] L’unico che riesce a competere da un punto di vista della velocità (numero parole per minuto) è Giuseppe Civati […] le differenze tra i due stili retorici sono evidenti (Civati è cartesiano, spesso icastico, impone una lucidità e un’analisi di secondo passo dove c’è una confusione comunicativa) […] Qualunque discorso che Renzi fa non è solo veloce, ma è accelerato. Parte piano e si infervora. Alza i toni, si scalda”.

    Non cita i contenuti dei discorsi di Bersani o D’Alema, ma considera “impresentabile, spocchioso e lamentoso” l’ex segretario e “sarcastico” l’ex presidente del Consiglio. Tuttavia, che relazione esiste tra l’essere impresentabili e l’essere spocchiosi o lamentosi? E che relazione esiste tra queste caratteristiche col sarcasmo? E come si lega il ‘ragionamento’ di qualcuno con le caratteristiche caratteriali e poi con quelle ‘espositive’?

    Poi Lei si lancia in una valutazione sulla ‘velocità’. Se fosse ‘ben formato’ saprebbe che quello che conta nella comunicazione è la relazione psicoemotiva che l’oratore costruisce con il suo pubblico e come una parte rilevante del processo sia la comunicazione ‘non verbale’.

    La velocità non è mai stata per nessuno specialista un buon segnale, tanto che alcuni anni fa, quando si prendeva in esame Enrico Mentana lo si definiva “mitraglia” per la sua tendenza a parlare a ritmi troppo elevati. Il direttore del Tg del la7 non ha fatto fortuna di certo per le sue ‘mitragliate’, ma per altro che qui non interessa, e quando ha cominciato ad avere incarichi di rilievo ha subito cambiato caratteristiche ed oggi, se si nota, parla molto lentamente e usa una infinità di pause. Aggiunge poi al suo ‘comunicare’ molte ‘battute di spirito’ o almeno cose che lui ritiene tali.

    Ancora: “Civati è cartesiano…” ha scritto. Ancora una considerazione apodittica, non verificabile, dogmatica. Che vuol dire “è cartesiano”? Nulla, perchè l’aggettivo in sè non ha una sintesi. Lei si riferisce al ‘cogito ergo sum’? Eppure Civati nel suo intervento ha detto con chiarezza e senza dubbi che trova il segretario ‘di destra’. Nessun dubbio quindi, nessun relativismo cartesiano. Non voglio, mi scusi, ricordare a Lei che dovrebbe aver studiato filosofia, le critiche che Vico mosse a Cartesio. Ma si riferivano proprio alla metodologia di analisi dei processi logici: dalla realtà al pensiero, secondo Vico, e non dall’essere se stessi alla sintesi, secondo le critiche che lo storico napoletano muoveva al filosofo francese.

    Non insisto qui ancora. Ma vorrei darle il consiglio che D’Alema ha dato a Renzi: prima di affermare qualcosa studi. Perchè c’è ancora qualcuno che sa e si accorge degli svarioni e se non si conosce bene si finisce col fare brutte figure.

  23. Emilia I scrive:

    Bell’articolo. Ma direi che la nuova coscienza di classe è quella di un popolo di ansiosi + depressi + confusi. La questione Comunicazione si confonde con il Marketing e ringraziamo Berlusconi che è riuscito a trasformare tutto quello che faceva in uno spot pubblicitario. Renzi lo segue sapientemente: presentazioni power point, gelati, camicia bianca ed altri particolari che di Renzi fanno un prodotto politico. Guardandolo e ascoltandolo mi affascina la tecnica (tanta tecnica) comunicazionale ma mi perdo il senso politico, intendo la concretezza, lo stile il rigore, ma oramai la politica è diventato uno spettacolo televisivo (e social). E’ questo rimane. Cerchiamo solo di non perdere di vista i contenuti, sezioniamo i tempi e il significato delle parole di Renzi e interroghiamoci/li, sempre di più.

  24. amalianita scrive:

    Fa il politico e comunica bene e allora? Come mai pare che questo sia un difetto?

  25. amalianita scrive:

    E’ un politico e sa comunicare bene. Da quando è un difetto?

  26. Fabrizio scrive:

    Se rispolveriamo “Ritorno al Mondo Nuovo” di Aldous Huxley, scritto nel 1958 (non “Il Mondo Nuovo” Brave New World del 1932). Vedremo che sta tutto li. Ed e’ illuminante come Huxley avesse letto bene il fenomeno della demagogia e per questo ne dava una traduzione molto piu’ che sociologica o psicologica, ma strutturata nell’etologia. Il fratello di Aldous, Julian Huxley era biologo e zoologo ed era favorevole all’eugenetica. Erano i figli di quell’Huxley che fu il primo editore di Darwin. Scrivo questo per sostanziare che una famiglia di intellettuali inglesi, liberal, ma legati alla cultura dell’evoluzionismo; e lo stesso Aldous, che era molto piu’ aperto all’analisi e sperimentazione, dovettero concludere che le societa’ umane sono soggette alla demagogia perche’ soggette alla paura, alla folla, alla massificazione, al turbamento dell’incertezza e suggestionabili enormemente, specie quando compresse in un Paese che si percepisce in declino.
    Renzi? Se un uomo come questo puo’ diventare Premier e parlare in pubblico per noi tutti e magari essere anche ascoltato da qualcuno, allora the Brave New World si e’ gia’ realizzato in Italia. In Cina i politici (Renzi ci ha fatto visita di recente) lo prendono in giro e avevano maggiore rispetto di Berlusconi (il che e’ tutto dire). A noi expatriate italiani, per via di Renzi, ci prendono in giro gli expatriate inglesi, tedeschi, francesi e anche i turchi e perfino gli spagnoli che non stanno messi meglio….

  27. Franco scrive:

    Non condivido l’analisi. Di comunicazione so di non capirne moltissimo, ma alcune cose studiate le ho chiare: vince la comunicazione che si comprende e sembra logica, fatta da qualcuno sicuro di se e quindi calmo o arrabbiato, ma mai ansioso. Nessuno darebbe mai il voto a un tizio che fa mille smorfie al minuto che cambia tono (nota) in maniera così plateale, e che parla come una mitraglietta ansiosa e in maniera maleducata, quindi, irrispettosa delle necessità altrui, proprio come fa Renzi. Allora perchè questo politico che ha una comunicazione tanto inefficace vince con il 40%? I motivi sono molti. Il primo motivo è che la percentuale è sui voti effettivi e validi e non sulla popolazione italiana avente diritto al voto. Il 40% dei voti di Renzi sono di un numero di votanti enormemente inferiore a quello che era ingrado di mettere insieme Berlusconi. Anche Prodi e Veltroni hanno preso un numero di voti di diversi milioni di votanti in più di Renzi.
    Il secondo motivo è che la comunicazione di Grillo è eccellente nel convincere gli arrabbiati e i disperati con un minimo di cultura di ciò che è la modernità, ma è incomprensibile e losco per gli incolti sui tempi moderni e chi non è abbastanza arrabbiato. Molti di queste ultime due categorie, che spesso si interesecano, hanno fastidio e o paura di Grillo e quindi, invece di non partecipare, votano contro quest’ultimo dando il voto a Renzi.
    Il terzo motivo risiede nella propaganda. Infatti ciò che dicono “tutti” gli opinionisti, della cui opinione in tutto o in parte ci si fida, viene percepito come per forza vero. Per esempio, se quasi tutti i giornali e programmi televisivi dicono che Renzi ha un ottima comunicazione ecco che tutti gli altri o quasi pensano che Renzi ha un ottima comunicazione (anche se loro stessi non si sono lasciati convincere da questa). Stessa cosa vale per tutti gli annunci vacui presi sul serio dai giornalisti e per l’opinione che non vi sia un’alternativa.
    Un quarto motivo è che in italia si vota la politica come se si dovesse far vincere un campionato, quindi molti votano PD a prescindere. Ci sono tanti altri motivi, ma nessuno riguarda la comunicazione di Renzi che fa rabbrividire. Io stesso mi sono spesso chiesto perchè proprio Renzi e non qualcun’altro è arrivato a prendere le redini del PD, ma con mafia capitale si è compreso “l’arcano”: Renzi, a quanto ho sentito dalla bocca di Di Maio, si è pure fatto votare alle primarie dalla mafia rom. Inoltre, i suoi avversari, quando non sembravano ormai “vecchi”, erano semisconosciuti.

  28. gloria gaetano scrive:

    In quest’articolo ammiro molto l’analisi linguistica sui discorsi di Renzi,perchè applica proprio il metodo di Chomskij e di Palo alti, di Habermas. In più aggiunge un tocco di ironia e di riferimenti al linguaggio mediatico e di inglse maccaronico. Renzi dice tanto, poi volta il discorso e dice esattamente il contrario, ambiguo, breve , sintetico, ma saccente e arrogante, sembra sicuro di sè, imita i personaggi tv, il giornlismo, un tocco di sport calcistico, un levitas superflua ma efficace di toscano, senza che mai ci sia dietro un progetto nuovo, un rispetto per le persone che hanno poco reddito, un piano per realizzare un tocco di uguaglianza. Di più di una toccatina sarebbe troppo e Renzi non è di sinistra. Cerca di sedurre più che di persuadere, non vorrei paragonare il suo breve comunicare a giravolte alla persuasione di Pericle o di Solone, e neanche ai limpidi discorsi di Pertini, o agli appassionati discorsi di Ingrao. Non fa comizi per strada,perchè non avrebbe pubblico. E poi i comizi non sono da dimenticare, vecchi , noiosi e lunghi?Com’è da rottamare tutto il Parlamento, la costituziona., Il senato, oltre, questione imprescindibile all’art 180. Ma dietro questa sua cifra particolare c’è sicuramente molti discorsi televisivi, molta comunicazione di film scadenti, di blog di facebook etc. Il progetto politico non si legge, nè si può fare un dialogo, perchè non sa ascoltare. Me il piano c’è ed è un escutivo forte, la preferenza per l’imprenditoria, che crede di compensare con 80e ai lavoratori privati.Giusto siamo diventati ansiosi, fragili,disperati e confusi e, da questo popolo fragile è facile ottenere il consenso con un’apparenza di forte decisionismo. Il progetto è sempre quello neoliberista.

    SAGGIO POLITICO IL LINGUAGGIO POLITICO Il linguaggio politico ha una precisa forma- funzione che è quella atta a produrre effetti sui comportamenti e sulle decisioni politiche e quindi ad interagire con il sistema politico. Caratteri distintivi dell’analisi del linguaggio politico Fare politica è un esercizio di persuasione. Il modo di parlare e il modo di scrivere caratterizzano una situazione storica. Le parole non sono separate dal pensiero, come ha intuito de Sassure, né il pensiero dalle parole. L’analisi del linguaggio politico non può prescindere dal rapporto tra pensiero- discorso-testo e contesto. Scienza politica e linguaggio politico Dal punto di vista metodologico occorre tener presenti due visioni che caratterizzano lo studio del linguaggio politico nell’ambito della scienza politica: Verificazionismo priorità dei fatti dell’esperienza politica sul linguaggio. Costitutivismo il linguaggio non è lo specchio di una realtà oggettiva, ma che piuttosto crea la realtà stessa. La realtà politica è costituita dal linguaggio tramite la creazione di significati, crea rappresentazioni. Edelman sostiene che la politica è sempre una costruzione o rappresentazione linguistico- simbolica a partire da un punto di vista particolare. Parla della strategia politica americana della “costruzione del nemico”, che dà luogo, grazie a forme linguistiche evocatrici di sentimenti contrastanti, a scelte e corsi di azioni dalle finalità più disparate. Il linguaggio politico, per natura, è controverso e poco suscettibile di verifica. E’ attraverso il processo di comunicazione intersoggettiva che nasce la cosiddetta opinione pubblica. Secondo Habermas, l’atto della scelta politica può avvenire solo dopo che si è trovato un accordo lessicale sui termini e sul modo di interpretare le parole con le quali vengono descritte ad esempio le leggi vigenti. Tuttavia questa teoria ha dei punti deboli, perché si è rivelata insufficiente per spiegare il fenomeno della comunicazione politica nell’epoca attuale. Noam Chomsky ha analizzato le tecniche utilizzate per manipolare l’opinione pubblica. Nelle moderne democrazie il ruolo del cittadino sta diventando sempre più quello dello spettatore. Con lo sviluppo tecnologico è andata sempre più consolidandosi una pratica della comunicazione politica legata alla diffusione del linguaggio politico attraverso il mezzo televisivo. Linguaggio basato sulle immagine, sulla spettacolarità più che sui contenuti. Si è andato a recuperare un linguaggio semplice, da gente comune. Linguaggio politico e discorso politico La locuzione di “linguaggio politico” viene spesso utilizzata in modo intercambiabile con quella di “discorso politico”. Sono due concetti contigui, eppure differenti. Il discorso politico è una forma particolare di interazione sociale, caratterizzata da una modalità specifica di utilizzo del linguaggio che richiede operazioni di investimento
    Dove è andato al potere, il capitalismo ha distrutto tutte le condizioni di vita precedenti e diverse ma non ha lasciato tra gli uomini altro vincolo e legame che il nudo interesse. Ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio e posto la libertà di commercio come valore assoluto e supremo della società. Invece dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha prodotto e fatto accettare lo sfruttamento aperto, senza pudori. Sì, perché il capitalismo non esiste se non rivoluzionando di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi l’insieme dei rapporti sociali. L’incertezza e il movimento incessante gli sono strutturali. Mentre il bisogno di mercati sempre più estesi lo spinge ovunque nel globo terrestre, rendendo cosmopolita la produzione e il consumo e creando sempre nuovi bisogni. E nuove crisi, riducendo i mezzi per prevenirle.
    Ecco una sintetica descrizione della globalizzazione degli ultimi vent’anni, della modernità liquida baumaniana e del neoliberismo. Dove tutto diventa liquido, incerto, in movimento sempre più frenetico, per una competizione globale di tutti contro tutti. In verità abbiamo semplicemente ripreso (ma rispetto all’originale abbiamo preferito capitalismo a borghesia) alcuni brani del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels del 1848. Per dimostrare quale sia – da più di 200 anni – l’essenza del capitalismo, la sua forma stabile ma a riproducibilità infinita, anche se ogni sua trasformazione ci appare sempre come nuova e diversa e più moderna. Già, perché i modi di creare capitale (dalle enclosures inglesi alle recinzioni/privatizzazioni della conoscenza e alla finanziarizzazione di oggi) e di organizzare il lavoro (sua incessante divisione/individualizzazione) si replicano oggi anche nella rete, la nuova catena di montaggio del lavoro, del valore, della conoscenza, del capitale umano di ciascuno. Capitalismo che non è morto, come auspicavano Marx ed Engels – pensando ingenuamente che il capitalismo avrebbe creato anche gli uomini capaci di abbatterlo – ma è più forte e più vivo (più egemone) che mai. Anche dopo questa ultima crisi.
    Ma allora perché la sinistra (che doveva vincere) ha perso, mentre il capitalismo (che doveva perdere) ha vinto alla grande? Tentiamo qualche risposta. Perché il meccanismo di divisione industriale e capitalistico del lavoro (e del tempo, che ne è la premessa per accrescere la produttività) è appunto strutturale al sistema e questo non permette e non permetterà mai la composizione di una classe antagonista e con una propria coscienza perché l’individualizzazione separa, isola ciascuno dagli altri, aliena dal lavoro, dalla società, da se stessi. E se una volta questa individualizzazione e suddivisione del lavoro poteva svolgersi solo all’interno di grandi apparati di produzione (che davano ai lavoratori l’illusione di potere essere classe antagonista), oggi questo non è più necessario, la rete permettendo di connettere, concatenare e sincronizzare nell’apparato capitalistico anche ciò che è (che deve essere) fisicamente lontano e isolato.
    La sinistra ha poi perso perché capitalistici sono oggi tutti i rapporti di produzione e i processi di consumo. Perché sono diventati capitalistici anche i rapporti sociali, culturali e familiari e i mezzi di comunicazione, e l’industria culturale e quella educazionale, del divertimento e la rete stessa, capitalistica all’ennesima potenza. Perché il capitalismo non è tanto un processo economico ma culturale, se non antropologico (dall’homo oeconomicusottocentesco all’ordoliberalismo e al neoliberismo novecenteschi lo scopo è creare l’uomo nuovo di mercato). Perché la sinistra ha smesso di pretenderne la democratizzazione e perché ha lasciato che il capitalismo diventasse anche il padrone del tempo sociale (il tempo è denaro).
    Se non si parte da qui, ogni discorso sul perché la sinistra ha perso diventa inutile. Inutile perché la sinistra ha perso proprio scegliendo di non vedere i mutamenti prodotti dal capitalismo; e – non vedendoli – non ha cercato di contrastarne la microfisica di saperi e poteri crescenti e pervasivi, per cui alla fine non poteva che diventare essa stessa capitalista, considerando il capitalismo (e questa globalizzazione e questa rete) come il massimo della modernità, anzi accusando di conservatorismo non se stessa (che vuole cambiare tutto della società per non cambiare nulla del capitalismo), ma chi invece vorrebbe ancora cambiare in meglio (ammesso sia possibile) questo osceno e pornografico capitalismo.
    È il limite che appare anche dall’ultimo libro di Franco Cassano – Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento (Laterza). Un libro importante. Importante perché fa discutere (e questo è l’obiettivo di ogni vero intellettuale). Cassano scrive che la sinistra – che aveva il vento della storia dalla sua parte nei trenta gloriosi seguiti al secondo dopoguerra – deve abbandonare ogni nostalgia di quel passato; dice che la globalizzazione non è solo restaurazione espropriazione e sradicamento ma anche un gioco di dimensioni globali con nuovi protagonisti che si affacciano sulla scena. Un gioco a cui non ci si può sottrarre. Ma è appunto questo non ci si può sottrarre che a nostro parere evidenzia un altro perché della sconfitta della sinistra e della fine del vento della storia nelle sue vele.
    Quel vento che doveva portare (non tanto al comunismo ma) verso mete di libertà, di uguaglianza e di fraternità e verso un individuo che fosse autenticamente soggetto; vento che oggi la sinistra ha smesso di mettere nelle sue vele preferendo vivere e far vivere la (e mettere le sue vele al servizio della) tempesta capitalistica. Accettandone i processi di individualizzazione, senza comprendere che in realtà è sempre più un falso-individuo (lavoratore autonomo o free-lance, consumatore sovrano tra consumi falsamente personalizzati, selfie compulsivo nella società dello spettacolo e incessante vetrina di se stesso e del proprio capitale, gli imprenditori come eroi) o pseudo-individuo secondo Adorno.
    E allora, per noi la virtù politica ed esistenziale non è (citando Berlin, citato da Cassano) quella della volpe, animale che sa adattarsi alle situazioni, contrapposta a quella del riccio, animale che resiste o muore, ma quella appunto umana e solo umana che sa cambiare il mondo o almeno governarlo come soggetto sovrano (senza lasciarsi governare dal mercato e dalla tecnica), sulla base di un proprio progetto e di una propria idea, solo così potendo uscire dalla condizione animale (della volpe o del riccio). Questo sono stati i trenta gloriosi, ilNew Deal di Roosevelt e il Piano Beveridge. Cassano scrive invece che se la sinistra vuole restare fedele ai suoi valori “deve guardare in faccia la realtà” e “accettare la sfida che essa propone, anche quando è spiacevole”. In realtà, la sinistra ci sembra entrata in una sorta di nichilismo esistenziale, con la morte dei valori supremi di libertà, uguaglianza e fraternità e con il portare a niente se stessa così come ri-chiesto da un capitalismo antidemocratico e nichilista per struttura e per vocazione.
    Secondo Cassano la vecchia distinzione tra destra e sinistra esiste ancora, ma non gode più di uno status privilegiato, esistendo oggi altre linee di divisione “capaci di mobilitare con più forza i popoli”. Di più: la sinistra deve auto-relativizzarsi e prendere atto “della limitatezza del proprio insediamento sociale”. Dunque, la sinistra non ha finito la sua corsa, questo è “solo l’inizio di un tragitto più laico e impegnativo, non più assistito dall’esistenza di classi generali (…). Si tratta di una modestia che è il contrario della rassegnazione” – e invece proprio la modestia, davanti a un avversario che ha un progetto egemonico globale e ben strutturato e con una potentissima pedagogia, diventa per forza di cose rassegnazione; mentre riaffermare (questa volta molto opportunamente) la politica come luogo dei molti e come “sforzo per far derivare dai molti la città, dai polloi la polis” si scontra in realtà con la de-socializzazione strutturale prodotta incessantemente dal capitalismo.
    E se (ancora Cassano) “oggi i conflitti di classe non sono per nulla scomparsi, ma sono sommersi nella ragnatela di altre linee di conflitto che li decompongono e li frantumano” questo è ancora nella perfetta e funzionale logica del capitalismo (molti nemici tra loro, nessun nemico contro il capitalismo). Né basta consolarsi scrivendo che “accanto alla faccia distruttiva e al cinismo che gli consente di precarizzare la vita di milioni di esseri umani, il capitale smuove energie e ha messo in movimento paesi a lungo ai margini del benessere occidentale”: in realtà doveva esserci un altro modo per realizzare l’obiettivo senza che il capitalismo divenisse “narrazione e racconto popolare”.
    Diversamente da Cassano, non crediamo quindi che sia possibile costruire un nuovo blocco sociale “capace di tenere insieme le ragioni dei diritti e quelle della competitività e dell’impresa”, “la cultura con la produzione”, perché sono ragioni assolutamente inconciliabili tra loro (come ha dimostrato l’ultima crisi) e quindi bisogna decidere se stare dalla parte dei diritti o da quella della competitività e dell’impresa; sapendo che le nuove forme del lavoro (autonomo di seconda generazione, capitalismo personale, eccetera) non sono il trionfo dell’individuo e della sua voglia di autonomia e del suo voler fare impresa, ma una diversa forma di subordinazione e di alienazione (dover essere impresa).
    Una sinistra che volesse fare vera discontinuità dovrebbe dunque in primo luogo mutare il proprio dizionario politico e il proprio discorso (oggi tutto capitalistico, vedi JobsAct). E se non basta un leader ma “occorre una guida, che è molto di più” (Cassano), in realtà noi non amiamo i leader e neppure le guide e vorremmo anche noi un’idea forte della politica. Unprogetto. Ma umano. Quindi, non capitalistico.
    Poi ho detto altrove anche di tsipras, di cui sto leggendo il libro. Ma è tutt’altro discorso, un’altra fatica di comunicare con passione e con ragione al popolo disperato un nuovo modo di convincere ,prima girando per le periferie greche, ascoltando i bisogni della gente e poi rassemblando il discorso, senza ricerca apparente di nuovi moduli linguistici. Ma questo discorso è ancora tutto da iniziare e completare. Renzi rimane il fichetto dalla camicia bianca e dal buon taglio di capelli. Dalle trovate linguistiche che confondono la gente e accontentano solo i benestanti al top. Non altro. Fafforzeremo l’esecutivo e non faremo più niente per anni.

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  1. […] LA BENEDETTA QUESTIONE DELLA COMUNICAZIONE DI MATTEO RENZI […]

  2. […] questo post di ieri mattina lo scrittore Christian Raimo usa la propria capacità professionale di analisi e […]

  3. […] così un articolo assai interessante, da leggere, su Renzi e la sua vincente comunicazione (La benedetta questione della comunicazione di Matteo Renzi). È un’analisi attenta e puntuale, che condivido da tempo ma… ci sono un po’ di […]

  4. […] in un comizio durato più di un’ora, sostenuto con la consueta verve e con la sua ormai consumata  retorica, strappando diversi applausi alla folla, comunque amica perché Ferrara è storicamente feudo del […]

  5. […] in un comizio durato più di un’ora, sostenuto con la consueta verve e con la sua ormai consumata retorica, strappando diversi applausi alla folla, comunque amica perché Ferrara è storicamente feudo del […]

  6. […] di Matteo Renzi molto si è discusso e molto si continuerà a discutere. Christian Raimo, su minima et moralia, ha colto il carattere ambivalente della retorica del premier, pragmatica e allo stesso tempo […]



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