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«Io sono la bestia», il romanzo seriale di Andrea Donaera

di Alessio Paiano

E in questi momenti di nudità, sotto lo sguardo dell’animale,
tutto può succedermi, sono come un bambino pronto per l’apocalisse,
sono l’apocalisse stessa, cioè l’ultimo e il primo evento della fine,
la rivelazione e il verdetto
(Derrida, L’animale che dunque sono)

Il romanzo d’esordio di Andrea Donaera, Io sono la bestia (NN Editore, 2019), mira a collocarsi tra le operazioni letterarie più interessanti di questa generazione, non solo per aver saputo ricamare una narrazione credibile che determinasse fin da subito una discreta attenzione da parte dei lettori, ma soprattutto per gli interrogativi e le proposte sul fare letteratura che l’autore, più o meno implicitamente, ha posto in evidenza. Il romanzo, ambientato in una Gallipoli evanescente, è incentrato sulle vicende di Mimì, boss della Sacra Corona Unita, e di Veli, Arianna e Nicole, le cui vite saranno segnate ineluttabilmente dall’improvviso suicidio di Michele, figlio del boss; ma pare immediatamente evidente come il contesto delineato operi in funzione di verosimiglianza degli avvenimenti, come più volte dichiarato dallo stesso autore: intento reale di Donaera è compiere una discesa negli anfratti più remoti dell’esperienza umana, da cui riemergono i due elementi topici del romanzo, l’odio e l’amore, sentimenti che i protagonisti vivono in maniera totalizzante e, appunto, bestiale. Pertanto le nostre osservazioni sul romanzo percorreranno il fil rouge della ‘bestalità’, termine con il quale Donaera ha voluto racchiudere gli aspetti più degradanti e violenti della natura umana.

La morte improvvisa di Michele porta difatti a una serie di violenze inaudite, mettendo in discussione persino quelle norme amorali e crudeli poste a disciplina delle pulsioni criminali dei protagonisti; la furia di Mimì è il sintomo che testimonia la rottura di questo folle equilibrio, e l’occasione per un riscatto di sangue che metta a repentaglio la vita di chiunque abbia segnato la sua storia traumatica. La carneficina che il boss mette in atto non è semplicemente la conseguenza di una pulsione vendicativa o della disperazione del lutto; ciò che guida Mimì nella sua insensata impresa pare, piuttosto, il dettame di una voce interna che si è risvegliata, che fino ad allora ha parlato ed è stata ignorata, e che adesso comanda tirannicamente di radere al suolo un’esistenza fallita, non per un intento moralistico e pedagogico dell’autore, ma per l’improvvisa epifania che ha dimostrato un’intera esistenza paralizzata dalla propria inettitudine affettiva, ed è come se Mimì decidesse che neppure il potere e la paura degli altri bastino più, che sia giunto il momento di porre termine alla commedia dietro la quale ha celato il suo dolore, liberandosi in primis di tutti i suoi attori, perseguendo il rituale di un sacrificio estremo.

La struttura corale della narrazione prevede l’interscambiabilità tra i protagonisti del romanzo, che a turno registrano il susseguirsi degli avvenimenti: oltre a Mimì, al quale sono affidati l’esordio e gli episodi più importanti, gli altri capitoli sono narrati da Veli, collaboratore del boss e da lui posto a guardia della giovane Nicole, altra narratrice del romanzo, sequestrata da Mimì perché ritenuta colpevole del suicidio del figlio Michele, che da lei era stato respinto; alcuni capitoli sono infine narrati da Arianna, l’altra figlia di Mimì, un tempo legata sentimentalmente a Veli. Donaera sceglie però di non imporre un unico stile alle varie voci narranti, ma adatta differenti registri linguistici non uniformarndone lo sguardo; ognuno dei protagonisti vive a proprio modo il terrore di un male che ha irrotto improvvisamente nelle loro esistenze e di fronte al quale non c’è modo di difendersi; davanti a esso tutti si scoprono vittime e mai carnefici, neppure Mimì che, come accennato sopra, non può che agire meccanicamente i propri raptus; sono queste le pagine più interessanti del libro, in cui Donaera riesce a trasferire in maniera crudele ed efficacissima il blackout psichico del boss in materiale linguistico, in un dettato rapidissimo, costruito mediante l’ossessiva giustapposizione asindetica e la ripetizione angosciante di elementi che inglobano in sé il trauma (non si può che pensare a José Saramago, certamente tra i modelli stilistici dell’autore nella stesura di questi capitoli).

Proprio a Mimì, a nostro avviso, sono riservati i momenti più interessanti della scrittura di Donaera, ai quali si contrappongono gli squarci più elegiaci e a tratti eccessivamente patetici di Veli e Arianna, nella possibilità di un legame sentimentale stroncato sul nascere dall’irruente sete di vendetta di Mimì; la minore riuscita sul piano letterario dei due personaggi non può che far pensare a una scelta deliberata dell’autore, in funzione di alleggerimento dell’alto grado di tensione narrativa tutta ad appannaggio di Mimì: è lui a monopolizzare la scena del romanzo determinandone i moti e le passioni, gli sviluppi e le pause e agendo da sicario dell’autore, che attiva il proprio fantoccio con sadico piacimento ogni volta che nella mente di Mimì irrompe lo stesso comando, «basta», a illuderlo della possibilità di una fine, di un annullamento dello stato di cose, che però coincide sempre e tragicamente con la morte. Il compimento di ogni omicidio è percepito da Mimì come il ritorno da un sogno, se ogni atto di crudeltà è compiuto in uno sguardo rovesciato, del tutto disintenzionato, poiché l’autore instaura questa particolare ambiguità della violenza, che genera terrore non solo dell’altro ma soprattutto di sé, e all’ineluttabilità della morte segue sempre il momento del pentimento, il quale non porta però a un cambio di rotta dal punto di vista morale: l’omicidio è trasfigurato in forza vitale e redentiva, un rituale tutto carnale che inonda il carnefice del sangue delle proprie vittime; ma il tutto, appunto, dettato e voluto dagli abissali ordini di una mente frantumata, che Mimì pare ricevere per intercessione divina ogni volta che si inginocchia di fronte al poster nella camera vuota di Michele; è qui che riaffiorano le reminiscenze di un sud riscritto da Donaera non come paesaggio ambientale e storico ma come stato intimo e remoto. Lo stato di abbandono della mente nell’atto omicida è mutuato dall’estasi dei santi, e in particolare da Giuseppe Desa da Copertino, che come Mimì usciva di sé contemplando in ginocchio il dipinto della Vergine; laddove Donaera paia dunque riproporci un’immagine ormai esaurita e abbondantemente solcata del sud, sono le citazioni più o meno celate, ad esempio, di alcuni versi di Vittorio Bodini riportati in prosa, che sollecitano analogie tra l’aridità dei paesaggi e un’umanità ridotta al grado zero, o dell’immagine sopradetta di Giuseppe Desa, personaggio letterario sia nell’opera di Bodini che in quella di Carmelo Bene, a far riemergere l’immaginario di un sud collocato su di un piano alternativo e negativo della realtà, e quindi astratto, metafisico e spirituale.

Punto di convergenza di questi aspetti è il linguaggio, contaminato da espressioni dialettali o comunque ricalcate dall’italiano regionale, tali da condurre il dialogo dal piano condiviso e precostituito delle norme comunicative a una sua improvvisa fuoriuscita da esse; Donaera associa dunque alla ‘bestialità’ il proprio linguaggio, e a esso ricorrono i personaggi quando la verità nella sua crudezza si fa manifesta e irrompe come mezzo di deviazione e ineluttabile destino. La lingua intessuta dall’autore non è semplice marca diatopica o (peggio) imbellettamento folkloristico dei personaggi ma codice alternativo in grado di esprimere un sentire esclusivo e al quale ricorrono i quattro narratori nel momento in cui deflagra in essi la tragedia della propria condizione d’esistenza. Nella perdita di controllo del registro linguistico vi è in loro il desiderio di denunciare la propria alterità e di precludere l’accesso a una zona ideale condivisa solo tra essi, poiché il linguaggio è il tratto distintivo di un male da loro trasmesso per legami di fedeltà o contingenze di situazioni che non può essere altrimenti compreso; per questo le altre presenze nel romanzo appaiono come corpi volatili e per nulla fondamentali, essendo loro negata l’appartenenza a un’ideale setta linguistica.

È Mimì a inglobare le proprie vittime in questa dimensione bestiale attraverso lo sguardo: chi cade in esso si ritrova imbrigliato nella rete paralizzante del terrore e riscopre la propria condizione di animale nudo (in accezione derridiana, animot), innescando una lotta per la sopravvivenza che solo nel finale riserverà al tiranno un ineluttabile e tragico epilogo.

«[…] e Mimì ha un bruciore, un conato, l’odore delle mani della moglie, la puzza, Mimì allontana dalla faccia quelle mani, la moglie lo guarda, e lo guarda in un modo che Mimì non capisce, non se l’aspettava, un modo che in lei non aveva mai visto prima, il modo della paura, la paura di chi sa che sta per morire» (p. 180)

Come già dichiarato dall’autore in più occasioni, lo sfondo sul quale si stagliano gli avvenimenti funge esclusivamente da pretesto; per questo sarebbe del tutto erroneo individuare il tema principale del romanzo nell’analisi di dinamiche e strutture che regolano le organizzazioni criminali, qui riproposte solo nella loro forma più superficiale. C’è da chiedersi a questo punto perché Donaera abbia scelto di condannarsi al rischio di un duplice fraintendimento: ne abbiamo già scongiurato il primo, ossia l’autorintanamento nella bolla di una letteratura ‘meridionalista’, definizione fin troppo semplicistica e che da sempre favorisce facili strumentalizzazioni ideologiche che ne hanno determinato l’emarginazione (o comunque un livello di comprensione insoddisfacente); se esiste un sud in Donaera è, come già detto, quello che ha a che fare con la memoria del trauma – o col trauma della memoria -, da cui si raccolgono elementi arcaici e simbolici in funzione archetipica, tra cui, su tutti, l’ossessività rituale e sacra della morte (Pasolini, 1999) che si riproduce nei ritmi della ripetizione e della nenia, elementi assorbiti in toto da Mimì nelle cerimonie sacrificali e nel dettato vocale cantilenante e sconnesso.

Un secondo rischio – dicevamo – è il collocamento acritico del romanzo in un ideale canone della letteratura ‘mafiosa’, con tutte le problematiche del caso (ne aveva già parlato Nicolò Scaffai in un articolo apparso su «Alias» e ripubblicato su «Le Parole e Le Cose»); ma Donaera non ha difatti la benché minima intenzione di proporre un personale affresco sulla Sacra Corona Unita, né di compiere operazioni letterarie che possano trovare precedenti in Leonardo Sciascia o, più recentemente, in Roberto Saviano: ‘la Sacra’, la mafia, è ridimensionata da Donaera in funzione di pretesto, a giustificare il carattere totalizzante di un Male al di sopra della morale e delle regole umane di convivenza; difatti Mimì, detentore sia della forza che della legge, manovra indisturbato i destini di tutti gli altri, assorbendo in sé il ruolo di ‘Bestia’ e di ‘Sovrano’:

Sebbene questi modi di essere al di fuori della legge (che sia quello di ciò che viene chiamata bestia, che sia quello del criminale, addirittura di quel grande criminale di cui parlavamo l’anno scorso e che Benjamin diceva affascini le folle, anche quando lo si condanna e lo si giustizia, perché sfida, con la legge, la sovranità dello Stato come monopolio della violenza, o che sia l’essere al di fuori della legge del sovrano stesso), possano sembrare eterogenei tra loro, addirittura eterogenei rispetto alla legge, resta che, condividendo questo comune essere al di fuori della legge, la bestia, il criminale e il sovrano si assomigliano in modo sconcertante; si richiamano e si evocano tra loro, uno con l’altro; c’è tra il sovrano, il criminale e la bestia una sorta di oscura e affascinante complicità; addirittura un’inquietante mutua attrazione, un’inquietante familiarità, una unheimlich, uncanny ossessione reciproca. (Derrida, 2009)

Il punto focale di questo romanzo potrebbe allora rintracciarsi nella lotta per il mantenimento del potere (Mimì) o per il suo soverchiamento (Veli, Arianna, Nicole); ma imporre il proprio potere significa, come detto sopra, imporre la propria bestialità sulla bestialità di tutti gli altri.

Mimì, figlio di un patricida che ha abusato sessualmente di lui, alla morte di Michele, che lui stesso ha a sua volta abusato, dichiara la perdita del proprio potere quando dice alla figlia Arianna «che da quando Michele è morto lui sente che ha un figlio solo» (p. 21). Da qui, da questo vuoto di potere, da questo trauma del padre disseminato dall’autore nei suoi protagonisti, s’innescherebbe una lotta fratricida che parrebbe risparmiare la sola Arianna, se non fosse che alla fine del romanzo sia lei a pronunciare quella stessa parola di volta, «basta», recitando in chiusura l’identico monologo del padre nell’incipit, come se la storia si riavvolgesse, e per questo Donaera, smarcando l’ipotesi di un lieto fine, poiché la bestialità non scompare ma si tramanda tra le generazioni come un germe auto-rigenerantesi, mette in pratica la definizione borgesiana di romanzo ‘ciclico’ e ‘infinito’ in cui l’ultima pagina rimanda alla prima (Borges, 2003).

La struttura ideata da Donaera non fa emergere rapporti di subordinazione tra le parti; le voci narranti si proiettano tutte da un panopticon sorvegliato dall’autore, che pagina dopo pagina mette in scena una sorta di processo finale, facendone riemergere i traumi paralizzanti e dunque mettendo in moto una sorta di rito collettivo di esorcizzazione.

La buona riuscita di questo romanzo ‘seriale’ pone degli interrogativi sul ruolo della scrittura in relazione alle più moderne forme di narrazione, in tempi in cui la serie televisiva sembra aver monopolizzato la dimensione immaginifica dei fruitori del mercato culturale (e non). Donaera senza dubbio cerca di contaminare la propria scrittura applicando quelle strutture: ciò è evidente non solo nella distribuzione del racconto a narratori multipli, con l’intento dichiarato di proporre, più che una scansione in capitoli, una scansione in ‘puntate’ della storia, ma anche dalla caratterizzazione dei personaggi che riprendono alcuni stilemi tipici di quel linguaggio – Mimì il boss, Veli il cattivo-buono, Nicole l’innocente, Arianna la superstite -,  attraverso lo stile realistico-espressivo del dialogo che crea senza difficoltà un rapporto di empatia con il lettore-spettatore; Donaera, nel dibattito sulla destinazione del romanzo contemporaneo e sulla crisi del mercato editoriale, pare insomma proporre un’idea di scrittura che può rinnovarsi attingendo, con successo, dai nuovi linguaggi e dai nuovi miti collettivi.

BIBLIOGRAFIA
Jacques DERRIDA, L’animale che dunque sono, Milano, Jaca Book, 2006.
ID., La bestia e il sovrano, Milano, Jaca Book, 2009.
Pier Paolo PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, Milano, Mondadori, 1999.
Jorge Luis BORGES, Finzioni, Milano, Adelphi, 2003.

(Foto)

Commenti
2 Commenti a “«Io sono la bestia», il romanzo seriale di Andrea Donaera”
  1. Andrea M. scrive:

    Bellissimo articolo! Un piacere leggervi!

  2. Alessio Paiano scrive:

    Grazie Andrea.

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